Cap. 13 Gli apostoli traditori

Con il cap. 13 inizia praticamente la seconda parte degli Atti, quella concernente l’apostolato degli ellenisti e soprattutto di Paolo di Tarso. La città promotrice di questa notevole azione missionaria in terra pagana è Antiochia di Siria, che era la residenza del proconsole romano e contava circa mezzo milione di abitanti. Punto di convergenza di strade molto importanti, era la terza città dell’impero, posta a 20-30 km dal mare Mediterraneo.

I primi fedeli cristiani di cui si ha notizia provenivano da Gerusalemme, da dove erano fuggiti a causa della persecuzione sorta dopo la morte di Stefano. Alcuni si limitarono a predicare ai giudei; altri, nativi di Cipro e di Cirene, si rivolsero anche ai pagani: il che dovette indurre la chiesa di Gerusalemme ad inviare Barnaba per un controllo in loco. Barnaba però – stando almeno a questo capitolo – non sembra comportarsi come un ispettore (non si dice che sia tornato a riferire), ma piuttosto come un vero e proprio dirigente, coadiuvato da altre quattro persone, tra cui Paolo (Luca naturalmente, per indicare la continuità con la tradizione della comunità di Gerusalemme, mette Barnaba al primo posto, ma nel corso di questo capitolo risulterà Paolo il vero e unico protagonista. Barnaba può essere qui considerato come un valente diplomatico che ha cercato di mediare gli interessi degli ellenisti – lui stesso lo era – con quelli dei giudeocristiani).

Proprio ad Antiochia i discepoli cominciarono ad essere chiamati dagli avversari del cristianesimo, col termine spregiativo di «cristiani» (cioè untuosi, in riferimento anche alla loro ambigua posizione politica).

I «profeti e dottori» presenti in questa comunità, cioè i pedagogisti e i politici, gli educatori, i maestri di vita, gli intellettuali più in vista, provenivano geograficamente sia dal mondo ebraico che dal mondo pagano, ma di cultura erano tutti ellenisti e di religione ebraica. Celebrano il «culto del Signore» (eucarestia, desunta in parte dalla comunità di Qumran e mai istituita in realtà da Gesù Cristo) alla maniera cristiana e «digiunano» alla maniera ebraica, ma decidono alla maniera ellenistica di mandare Barnaba e Saulo in missione. Il narratore attribuisce allo «Spirito santo» la decisione di farli partire: così facendo non indica solo una decisione presa collegialmente, ma giustifica anche il distacco di Antiochia da Gerusalemme, ovvero la rivendicazione di un’ampia autonomia politico-amministrativa. Agli inviati speciali, i profeti e dottori «impongono le mani», non solo in segno di augurio o di benedizione, ma anche come conferma di una stretta comunione ideologica, la ratifica di un mandato. Essi cioè hanno ricevuto piena facoltà di poter trasmettere le verità di fede in cui tutta l’intellighenzia e la comunità stessa di Antiochia da tempo credono. La differenza tra questi missionari e gli apostoli è praticamente inesistente. Il titolo di «apostolo» poteva essere guadagnato semplicemente dimostrando un particolare impegno missionario.

Il distacco degli ellenisti dai giudeocristiani viene ribadito al v. 4, ove si afferma che fu lo stesso «Spirito santo» (e non quindi la comunità di Gerusalemme) che li inviò «verso Cipro» (meta proposta probabilmente dallo stesso Barnaba, originario di quell’isola). Con Giovanni Marco, autore del vangelo sinottico più antico, Barnaba e Paolo (quest’ultimo scelto dallo stesso Barnaba) intraprendono verso il 47-49 (secondo il computo cattolico) il loro primo viaggio missionario, partendo dal porto di Seleucia.

Dopo una navigazione di almeno 220 km essi giungono a Salamina, nell’isola di Cipro, cominciando a predicare nelle sinagoghe. Toccano vari villaggi percorrendo per circa 250 km la costa meridionale dell’isola fino a Pafo, dove Paolo si scontra con il mago e profeta giudeo Bar-Jesus (figlio di Gesù), al seguito del proconsole romano Sergio Paolo.

Cipro, ricca di rame, era la patria di Barnaba, come s’è detto, e questi vi si recherà di nuovo dopo essersi staccato da Paolo. Era pure la patria di un gruppo di fedeli che molto contribuì alla formazione della cristianità di Antiochia e alla conversione di Mnasone, «discepolo della prima ora», in casa del quale Paolo sarà ospitato durante l’ultima sua permanenza a Gerusalemme. Moltissimi erano gli ebrei residenti nell’isola: essi avevano diverse sinagoghe nell’antica capitale Salamina, l’odierno Porto Costanzo. Erano così tanti che una settantina d’anni dopo l’arrivo di Paolo e Barnaba, distrussero, in una rivolta contro Traiano, la città stessa di Salamina, operando stragi in tutta l’isola. Pafo, a una quindicina di chilometri dal tempio di Afrodite, essendo il primo porto dell’isola per chi viene dall’Italia, era la sede del proconsole (Cipro era provincia senatoriale e fu governata a suo tempo anche da Cicerone).

Dunque il proconsole Sergio Paolo, «persona di senno» – dice Luca – aveva fatto chiamare Barnaba e Saulo per ascoltare personalmente il contenuto della loro dottrina, la quale evidentemente aveva riscosso un certo successo nell’isola. Forse Sergio teneva al suo servizio Bar-Jesus, detto anche Elimas, non tanto o non solo perché «giudeo», quanto piuttosto perché si atteggiava a «mago e profeta». Quel che interessava al proconsole era, più che la religione ebraica, la personalità imbonitrice di questo mago, i cui poteri da prestigiatore e da parolaio potevano senz’altro tornargli utili per distogliere le masse dell’isola (quindi non solo quelle di origine ebraica) dall’affronto dei problemi reali.

Naturalmente Luca sostiene che il proconsole voleva ascoltare Paolo e Barnaba perché mosso da sane intenzioni religiose, ma al massimo si può pensare a una semplice curiosità intellettuale: egli sapeva benissimo che la predicazione dei due apostoli non era politicamente pericolosa. Il suo interesse è quello di verificare se esiste la possibilità di strumentalizzare anche questa nuova religione, che appare più sofisticata dei trucchi di Elimas.

Lo stesso scontro fra Paolo ed Elimas pare essere dettato unicamente dalla preoccupazione di ottenere favori o privilegi dal proconsole, in tutto il territorio dell’isola, e Paolo mostra di saper già perfettamente come comportarsi con le autorità romane. Il mago giudeo reagisce negativamente perché teme di essere sostituito dagli ultimi due arrivati.

Forse Paolo all’inizio avrà cercato di convincere Bar-Jesus con le buone maniere, con la persuasione ragionata, assicurandogli che non aveva intenzione di spodestarlo, in quanto la sua presenza nell’isola sarebbe stata solo temporanea; forse può esserci stato il tentativo di dividersi le zone geografiche di competenza, o forse Elimas può aver chiesto a Paolo del denaro per permettergli di predicare indisturbato per un certo periodo di tempo… In ogni caso qui, da quel poco che si riesce a intuire, non si ha l’impressione di trovarsi in presenza di un semplice scontro verbale. Paolo deve aver senz’altro compiuto qualcosa agli occhi di Elimas, cioè al mezzo col quale egli incantava il suo pubblico. «La mano del Signore sopra di lui» – come dice Luca – è un eufemismo per dire che Paolo lo colpì fisicamente. L’espressione «lo guardò fisso negli occhi» forse sta proprio ad indicare che Paolo non si lasciò impressionare dalla sua personalità.

Paolo non era tenero di carattere ed è anzi molto probabile che sia stato proprio questo episodio ad indurre Marco ad abbandonare la missione. Cosa gli abbia fatto è difficile dirlo: forse lo ha reso cieco per tutta la vita e la frase «per un certo tempo non vedrai il sole» è stata messa per coprire l’eccessiva disinvoltura con cui Paolo usava taluni mezzi coercitivi (non dimentichiamo che apparteneva, quand’era fariseo, a un corpo di polizia). Egli comunque deve aver approfittato del fatto che la popolarità di Elimas presso taluni ambienti giudaici dell’isola non era così elevata, in quanto si sapeva che la magia (peraltro vietata dalla legge mosaica) veniva da lui usata anzitutto per gli interessi del proconsole e quindi di Roma.

Paolo inoltre poté dimostrare che la magia di Elimas, ora che era stato da lui accecato, era solo una menzogna; e lui che l’aveva vinto andava inevitabilmente considerato come un individuo superiore. Il proconsole credette appunto in questo e non tanto nella «dottrina del Signore», come invece dice Luca. Ciò che lo colpì fu la sicurezza con cui Paolo agì: egli in pratica credette, da realista politico qual era, alle ragioni dell’ebreo più forte (che peraltro, guarda caso, era anche «cittadino romano»), sempre nella convinzione di poterlo strumentalizzare politicamente. Luca vuol farci credere che il proconsole «pieno di senno» era stato tratto in inganno dal mago «pieno di frode e di ogni malizia, figlio del diavolo, nemico di ogni giustizia», ma la posizione di Luca è puramente apologetica.

Paolo in realtà era ancora un novizio del cristianesimo e in quell’occasione si era comportato in maniera molto impulsiva. Lo si capisce anche dal fatto ch’egli, pur avendo ottenuta la pseudo-conversione di un importante funzionario romano, non tornerà più a Cipro. Infatti, verso la fine degli Atti Luca noterà che nel viaggio da Mileto a Gerusalemme la nave che trasportava Paolo, passando a sud di Cipro, permetterà di rivedere Pafo solo di lontano; e anche quando, nel viaggio da Gerusalemme a Roma, Paolo navigò a nord dell’isola, decise di non sostarvi. Quanto a Giovanni Marco, la ripresa dei rapporti avverrà solo dopo qualche anno.

Dal porto di Pafo, «Paolo e i suoi compagni» (Paolo è già diventato il capo-comitiva, avendo compiuto a Pafo un’azione di cui si è assunto tutta la pesante responsabilità, ed è forse lui che prende l’iniziativa di compiere questo viaggio in Asia minore) giungono sulle coste della Panfilia (una regione costiera larga al massimo 40 km sul golfo di Adalia), dopo circa 300 km di mare; e mentre Marco torna a Gerusalemme, scandalizzato al massimo di quel che aveva visto, Barnaba e Paolo puntano da Perge verso nord, attraversando coraggiosamente la catena del Tauro per circa 160 km in linea d’aria, fino ad Antiochia di Pisidia, centro commerciale posto su un altopiano a 1200 m di altezza, presso la grande via che da Efeso si inoltra nell’Asia.

Nella sinagoga di Antiochia Paolo fa un discorso molto importante, che Luca ha ritenuto opportuno sintetizzare. La prima parte è un riassunto della storia d’Israele fino a Davide, in cui Paolo sottolinea la particolare grandezza della nazione ebraica. Nella seconda parte Paolo lascia intendere che Israele aveva avuto una buona opportunità per tornare ad essere quella che era stata ai tempi di Davide (ove raggiunse la massima espansione territoriale), ma gli «abitanti di Gerusalemme e i loro capi» l’avevano sprecata – dice Paolo – lasciando che il Cristo fosse crocifisso.

Col che Paolo evidenzia un distacco dalla comunità di Gerusalemme molto forte, superiore addirittura a quello di Stefano, il quale sperava ancora di poter cambiare la situazione politica della capitale, ovvero i rapporti di intesa tra giudaismo e cristianesimo. Da notare che ai tempi di Stefano, Pietro si limitava a incolpare moralmente i capi religiosi, pur sapendo che una buona parte della popolazione era stata complice passiva della crocifissione. Paolo afferma che i giudei gerosolimitani hanno rifiutato la grande opportunità offerta dal Cristo chiedendo a Pilato di ucciderlo, il che poté avvenire -secondo lui (e qui vedremo ora la differenza tra lui e Pietro) – perché era già stato previsto dai profeti.

Paolo in sostanza compie, sulla scia di Pietro, un ragionamento a posteriori e molto artificioso, andando a ricercare negli scritti profetici quei passi che potevano essere utilizzati per giustificare il comportamento dei rivali del messia e lo stesso comportamento ambiguo o non sufficientemente determinato dei nazareni. In sostanza egli ribadisce, portando alle estreme conseguenze le tesi petrine, che se il Cristo fosse stato semplicemente un messia politico non avrebbe dovuto morire.

Se invece così avvenne è stato non perché non fosse il messia, ma perché la restaurazione del regno davidico non andava più considerata come un obiettivo perseguibile o politicamente realizzabile, o comunque utile alla salvezza umana. Cristo è stato molto di più di un liberatore nazionale, è stato un liberatore metafisico, la cui morte violenta trova ampia giustificazione in una teologia ad hoc, come già avevano previsto i profeti. Da qui a dire che i pagani, in sostanza, possono essere dei seguaci di Cristo meglio degli ebrei, che restano legati a un passato che pesa come un macigno, non ci vuol molto, anche se Pietro, come noto, riuscirà a compiere questo passo solo dopo i successi della predicazione paolina, non prima.

Paolo ricorda anche la funzione e l’operato del Battista, che preannunciò la venuta del messia ed anzi personalmente lo indicò nella figura del Cristo. Il Battista viene ricordato per due ragioni: le masse pensavano che fosse proprio lui il messia, mentre Giovanni stesso disse di non esserlo e disse anche chi sarebbe potuto diventarlo, cioè il Cristo, per la qual cosa si deve considerare Gesù, a giusto titolo, il messia da tutti atteso. Paolo insomma vuol dimostrare non che Gesù non era il messia perché morì in croce, ma che la sua messianicità non andava interpretata in modo politico.

La prova più convincente ch’egli fu il messia atteso da tutti la diede Gesù stesso – dice Paolo – quando decise di risorgere dalla tomba. La sua morte o meglio la sua resurrezione stava proprio ad indicare, negativamente, che per Israele non c’era più la possibilità di tornare ad essere quella di un tempo, ma anche, positivamente, la nascita di una nuova speranza: quella di poter vivere un regno di giustizia nell’aldilà.

Per cercare di sostenere una tesi che un qualunque soggetto rivoluzionario non avrebbe mai potuto condividere (e infatti nemmeno lui lo faceva quando perseguitava i cristiani), Paolo è costretto ad affermare, sapendo di mentire, che il Cristo risorto «è apparso per molti giorni a quelli che erano saliti con lui dalla Galilea a Gerusalemme, e questi ora sono i suoi testimoni davanti al popolo».

Naturalmente egli può dire questo perché nessuno può smentirlo: infatti a Gerusalemme gli apostoli non risiedevano più da tempo. Se infatti la tesi mitologica delle apparizioni del Cristo risorto non fosse stata diffusa come verità storica, Paolo non avrebbe potuto concludere dicendo che la «buona novella» (cioè in realtà la sua «buona novella») consisteva unicamente nella resurrezione di Gesù e non nella possibilità concreta, storica, da adempiersi politicamente, di liberarsi dall’oppressione dell’imperialismo romano.

Un Cristo risorto e riapparso è certamente per Paolo un Cristo che ha parlato ed ha sicuramente parlato in un senso politicamente conservatore. «Noi vi annunziamo la buona novella che la promessa fatta ai padri si è compiuta, perché Dio l’ha attuata per noi, loro figli, resuscitando Gesù…». Cioè Paolo considerava la resurrezione di Gesù un milione di volte superiore alla promessa di una terra libera dall’oppressione. Anzi, è addirittura pronto ad affermare, falsificando volutamente l’interpretazione tradizionale dei testi biblici, che la «vera» promessa fatta ai «padri» si è adempiuta soltanto nella resurrezione di Gesù. Paolo insomma, non ritenendo più possibile, o praticabile, una lotta di liberazione antiromana, riconduce l’e-sigenza di una nazione libera e giusta alla semplice fede del Cristo redivivo (figlio di Dio): il che, secondo lui, spostava ovviamente nell’aldilà la soluzione del problema politico di una felicità terrena.

In questo senso, conclude Paolo, Gesù è superiore allo stesso Davide, pur non avendo realizzato alcun regno di pace e di giustizia. Gli è superiore come lo è la resurrezione alla morte. La vittoria messianica del Cristo è anzitutto la vittoria umana sulla morte. E la consapevolezza di fede del cristiano riposa su questa certezza: se Cristo ha vinto la morte, tutto può essere sopportato in attesa della sua parusia. «Davide, dopo aver eseguito il volere di Dio nella sua generazione, morì e fu unito ai suoi padri e subì la corruzione». Cristo non ha subìto alcuna corruzione e se lui, che poteva farlo, non ha voluto costruire sulla terra un regno di giustizia, significa che questo non è un obiettivo storicamente realizzabile. Non è dunque la storia il luogo in cui si possono esprimere tutte le potenzialità positive dell’uomo: la storia è un luogo di attesa, un luogo di speranza e di fede, soprattutto di certezza della sua fine e del ritorno glorioso del Cristo.

Paolo è un politico conservatore perché è un filosofo pessimista, rassegnato: il fatto che Cristo non sia riuscito a costruire un’alternativa ai romani è per lui motivo sufficiente per rinunciare a questa speranza e non occasione per riflettere sugli errori compiuti e per rettificare tattica e strategia, sempre in direzione della liberazione nazionale. L’incapacità politica di edificare un regno terreno di giustizia viene interpretata come impossibilità pratica, materiale, definitiva di realizzare questo regno; le esigenze di partecipazione democratica ai fini della ricerca di un’alternativa antiromana vengono colte come forme di debolezza, di ingenuità, di utopia: se con la forza che si sarebbe potuta usare non si è riusciti a prevalere, significa che il destino era quello di rinunciare a emanciparsi politicamente e di cercare altre forme di realizzazione umana. La fiducia assoluta nel Cristo risorto è in Paolo inversamente proporzionale alla sfiducia nelle masse oppresse.

L’unica liberazione possibile per lui è quella della «remissione dei peccati», l’unica cui l’uomo possa aspirare (in questo senso anche la missione del Battista va recuperata). L’uomo cioè è talmente peccatore (e lo dimostra il fatto che non si è fatto scrupolo di uccidere un messia come Gesù) che nessun’altra liberazione gli è possibile. Ottenuta tale remissione, qualunque azione può essere giustificata dalla fede nella resurrezione, oggi di Gesù e domani personale, di ogni essere umano, in quanto liberazione universale.

Se l’uomo riconosce d’essere peccatore, strutturalmente limitato, assolutamente incapace di bene, niente e nessuno potrà giudicarlo: «per opera di lui vi viene annunciata la remissione dei peccati e per lui chiunque crede riceve giustificazione da tutto ciò da cui non vi fu possibile essere giustificati mediante la legge di Mosè». La legge di Mosè infatti può essere fedelmente adempiuta, in tutto e per tutto, solo se esiste una nazione libera in cui poterla mettere in atto. Mancando tale nazione o tale libertà, la legge mosaica diventa un fardello insopportabile, un inutile peso. Anche da questo si capisce come il capitolo 13 sia un preciso spartiacque rispetto ai capitoli in cui Pietro ne fu il protagonista indiscusso.

La vera novità, nel discorso di Paolo, sta appunto in questo, che per potersi salvare di fronte a Dio l’uomo non ha più bisogno di compiere tutte le opere previste dalla legge di Mosè, basta che creda nella resurrezione di Gesù, la quale riassume o include, superandoli, tutti gli elementi migliori della stessa legge di Mosè.

Questa predicazione ebbe un buon effetto su coloro che già avevano rinunciato a lottare per la giustizia o su coloro che non avevano molto da guadagnare in tale lotta. Per cui «molti giudei e proseliti» della sinagoga «seguirono Paolo e Barna­ba». La massiccia presenza di questi pagani proseliti (o «timorati di dio») indusse Paolo ad affrontare con molta sicurezza l’ostilità giudaica che si manifestò il sabato successivo: «poiché respingete la nostra predicazione e non vi giudicate degni della vita eterna, ecco noi ci rivolgiamo a pagani». Paolo sapeva già che avrebbe dovuto farlo: gli mancava solo l’occasione propizia.

Luca calca la mano dicendo che i giudei si opposero ai due apostoli perché erano «pieni di gelosia e contraddicevano le affermazioni di Paolo, bestemmiando». Lo scontro sarà stato senz’altro molto duro, non solo sul piano delle interpretazioni religiose circa il ruolo della Torah e dei Profeti, ma anche e soprattutto per la visione politica del futuro di Israele. Mentre infatti i giudei popolani si saranno chiesti che senso avesse rinunciare definitivamente all’esigenza di restaurare il regno davidico, quelli benestanti invece che senso avesse rinunciare a tradizioni usi e costumi da secoli in vigore.

Nel contesto del racconto appare che la seconda categoria di giudei sia riuscita a far combutta con «le donne pie di alto rango [simpatizzanti del giudaismo] e i notabili della città [legati a questi ebrei per motivi economici]», cioè con i pagani più in vista, per «suscitare una persecuzione contro Paolo e Barnaba», la quale poi risulterà vincente, anche se all’udire che Paolo poneva sullo stesso piano di uguaglianza morale i giudei con i pagani, quest’ultimi (specie se di condizione sociale povera) esulteranno di gioia: «i pagani si rallegravano e glorificavano la parola di Dio», scrive Luca. Essi cioè avevano compreso che il cristianesimo, nonostante la sua limitatezza sul piano politico, permetteva di affermare una sorta di uguaglianza morale di tutti gli uomini e le donne di fronte a Dio: cosa che nessuna religione allora prevedeva, neppure quella ebraica.

Ora finalmente la superiorità materiale di quei giudei ricchi presso cui quelli di basso rango, ebrei e pagani che fossero, andavano elemosinando qualcosa, doveva per forza ridimensionarsi, almeno a livello morale, visto che la fede in Cristo risorto era comune e non richiedeva appartenenze di censo o di casta. Anche per questo motivo la predicazione di Paolo, rivolta a certi ambienti agiati del giudaismo della diaspora, faceva poco piacere.

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Autore: laicusblog

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