Cap. 14 Gli apostoli traditori

Scoppiata una persecuzione che li costrinse a lasciare Antiochia di Pisidia, la comitiva (Luca li chiama già esplicitamente col termine di «apostoli»), per circa 100 km, andò verso sud-est, a Iconio (l’odierna Konia, in Turchia), dove però l’opposizione anticristiana si ripeté.

Nonostante «un gran numero di giudei e di greci» si convertisse, «i giudei rimasti increduli», quelli cioè che avevano più da perderci con i discorsi di uguaglianza morale davanti a Dio, quelli che parteggiavano per l’aristocrazia sacerdotale del tempio, ma anche quelli che non avevano rinunciato all’idea politica di restaurare il regno davidico e attendevano quindi un messia adatto allo scopo: insomma tutti questi giudei divisi tra loro ma uniti nei confronti dell’ambigua posizione cristiana «eccitarono e inasprirono gli animi dei pagani contro i fratelli» (cristiani).

Quali «pagani»? Quelli più ricchi, che mal sopportavano ogni idea di uguaglianza, foss’anche solo di tipo etico-religioso di fronte a Dio; ma anche quei pagani che desideravano realizzare i loro sogni emancipativi qui sulla terra e non nel regno dei cieli.

La differenza fra la situazione di Antiochia e quella di Iconio sta soltanto nel fatto che qui «per un certo tempo» essi furono liberi di predicare, determinando una forte spaccatura nella città fra il partito dei «giudei» e quello degli «apostoli». Luca spiega questo successo usando una formula convenzionale o tecnica: «operavano segni e prodigi». Il che sta certo ad indicare che ad Iconio la situazione sociale era più drammatica, per cui gli apostoli poterono fruire di un seguito popolare più consistente.

Luca afferma ch’essi fecero «segni e prodigi» per dimostrare che gli apostoli in qualche modo venivano incontro alle esigenze degli strati più poveri. In realtà gli «apostoli», di cui parla l’evangelista, erano solo in grado di organizzare delle comunità di mutuo soccorso, in cui vigeva la pratica dell’elemosina, della carità reciproca, della comunione dei beni liberamente offerti. Più che predicare un’uguaglianza morale davanti a un unico Dio, i cristiani di allora non potevano e non sapevano fare. Ovviamente questo, dati i tempi, era sufficiente per ottenere vasti consensi.

Tutto ciò però non poté impedire il tentativo di «lapidazione» organizzato dal partito anticristiano. Ad Antiochia si limitarono a «scacciarli» – aveva detto Luca – ma solo perché la borghesia e l’aristocrazia giudaica e pagana si sentivano molto forti e non avevano quindi bisogno di ricorrere ai mezzi estremi.

Ad Iconio invece la situazione era diversa. Da qui essi si dirigeranno verso «le città della Licaonia, Listra e Derbe e nei dintorni». Ormai appare chiaro che negli Atti la differenza non passa più tra pagano e giudeo, ma tra cristiano e anticristiano: una differenza che però nella vita reale e concreta non riassumeva certo le principali contraddizioni dell’epoca.

Scesero allora verso sud per circa 40 km giungendo a Listra, patria di Timoteo, futuro importante discepolo di Paolo e manipolatore delle lettere di quest’ultimo. Essa si trovava su un altopiano dall’altezza media superiore ai mille metri, a nord della catena montuosa del Tauro. Era una colonia militare romana, stabilita per sorvegliare le popolazioni locali piuttosto turbolente. Lo si capisce anche dal fatto che il narratore si è sentito autorizzato ad inventare un miracolo vero e proprio.

Il racconto della guarigione dello storpio non è che una ripetizione malriuscita del racconto di quella compiuta da Pietro a Gerusalemme (3,1 ss.), il quale, a sua volta, era una ripetizione svilita di altri due racconti di guarigioni compiute da Gesù ai paralitici di Cafarnao e di Gerusalemme, a loro volta mistificazioni di situazioni che si sono volute rendere ambigue.

Luca però, anche per gli atti che riguardano Paolo, che si presentano in maniera autonoma rispetto a quelli di Pietro, ha bisogno di dimostrare che l’ideologia religiosa del movimento cristiano era popolare, conforme al messaggio originario di Gesù, e siccome si rivolgeva (almeno qui) a un popolo ignorante e credulone, nulla risultava più indicato del racconto di un miracolo. Il popolo ha bisogno di credere in fatti concreti e l’autore degli Atti sa bene cosa si deve propagandare affinché il messaggio prima di Pietro, poi di Paolo sia ascoltato e seguito.

Come saranno andati i fatti? Probabilmente la predicazione degli apostoli ebbe un certo successo fra gli strati più poveri ed emarginati. Potrà anche esserci stata una guarigione, ma sicuramente non miracolosa (o forse tale sarà sembrata a una popolazione deprivata e superstiziosa).

L’arretratezza culturale e lo spontaneismo dei licaoni sono documentati dal fatto che Paolo e Barnaba vengono immediatamente scambiati per Giove ed Apollo (Zeus ed Hermes, oppure soltanto due divinità locali, visto che per timore di sbagliarsi sull’identità «divina» da attribuire ai due apostoli, essi parlarono in dialetto licaonio, evitando quindi di farsi capire).

Le aspettative popolari si notano proprio nella scelta delle due divinità: il padre degli dèi e quello più eloquente (Paolo era un retore affermato, Barnaba era più anziano di lui). Da queste poche battute si può indirettamente capire quanto fossero maturi i tempi per una transizione dal politeismo ingenuo del paganesimo al monoteismo teologizzato della nuova religione cristiana.

Se una guarigione c’è stata, essa venne recepita positivamente dai Licaoni in quanto accompagnata da parole di speranza, tant’è che dei due apostoli risulta più importante per loro non, come sarebbe stato naturale, Barnaba-Giove, bensì Paolo-Apollo. Lo dimostra inoltre il fatto che una tradizione riporta, in luogo della parola «risanato», la parola «salvato»: il che sta a significare che si era compreso (e il racconto mitizzato serve appunto a testimoniarlo) come il paralitico rappresentasse una fede non solo o non tanto nella guarigione fisica, ma anche e soprattutto in una integrale liberazione di tutti i mali, fisici e sociali.

Proprio l’aver suscitato questa speranza di liberazione deve aver determinato il clamoroso successo cristiano fra quella popolazione povera ed oppressa. In questo senso lo storpio di Paolo sembra avere più vivacità politica di quello di Pietro, ed è forse proprio per questo motivo che Paolo è costretto a disilludere lui e i suoi compaesani con un discorso più demagogico. Pietro infatti sostenne la possibilità di un ritorno glorioso del messia a condizione che i capi giudei si fossero pentiti del loro delitto (3,19 s.). Il discorso di Paolo invece va in tutt’altra direzione.

Quando essi s’accorsero che la popolazione locale aveva intenzione di considerarli alla stregua di due somme divinità, concedendo loro ampi poteri per qualunque iniziativa volessero intraprendere, furono costretti a «strapparsi le vesti» e a «precipitarsi tra la folla», «gridando» d’essere dei semplici «uomini». La situazione insomma era sfuggita loro di mano.

Sono costretti a questo non solo perché erano contrari a qualsiasi culto della personalità (sotto questo aspetto l’ebraismo soffriva di meno illusioni e di meno complessi rispetto al paganesimo), ma anche perché hanno il terrore di veder utilizzato il loro messaggio religioso in chiave politica. Gli apostoli infatti non possedevano né cercavano di possedere alcun progetto politico rivoluzionario.

«Anche noi siamo esseri mortali, umani come voi», si affrettano a dire, come volessero metterli sull’avviso ch’essi non si sentivano assolutamente capaci di modificare, neppur minimamente, la realtà d’oppressione in cui i licaoni e non solo loro vivevano (è questo il senso recondito della frase; quello esplicito indica invece la generale uguaglianza e limitatezza degli uomini).

«Vi predichiamo quindi di convertirvi da queste vanità al Dio vivente che ha fatto il cielo, la terra, il mare e tutte le cose che in essi si trovano». Il Dio «vivente» viene contrapposto agli «uomini mortali», incapaci di compiere un bene reale, destinato a durare nel tempo.

Paolo insomma considera «vanità» non solo il culto della personalità (il quale peraltro avrebbe dovuto essere considerato inevitabile al cospetto di un miracolo), ma anche l’esigenza di liberazione che aveva mosso tale culto. È sintomatico che in questa occasione Paolo non faccia alcun accenno al Cristo.

Paolo vuol dare al suo messaggio un puro e semplice contenuto religioso. Ciò è dimostrato anche dal fatto ch’egli, di fronte all’esigenza di protagonismo politico avanzata dai pagani di Listra, non può garantire altro che un «miracolo individuale». Secondo l’autore degli Atti, in effetti, Paolo può far qualcosa di concreto solo al singolo individuo sofferente (come in genere fa qualunque religione), proprio perché al messaggio cristiano di liberazione è già stata tolta qualsiasi prospettiva politica. Questa guarigione quindi, anche se fosse realmente accaduta (pur non avendo alcunché di miracoloso), poteva apparire come un segno della forza della chiesa, e non della sua debolezza, soltanto a una mentalità rozza e primitiva.

La liberazione, per Paolo, e la sua guarigione lo dimostra, è soltanto una conquista personale, una conversione interiore alla misericordia di Dio. La guarigione è «segno» solo di questo. In altri termini, essa doveva servire (anche secondo l’autore degli Atti) non ad alimentare l’esigenza di altri eventi ben più importanti (come avviene nei vangeli di Marco e Giovanni), ma doveva invece servire a svilire, a mortificare tale esigenza, indirizzandola verso un nuovo culto religioso. Paolo voleva servirsi della guarigione per strappare consensi alla sua dottrina: non fu forse naturale che quando gli oppressi s’accorsero che la sua dottrina era politicamente un bluff, essi reagissero in modo proporzionato all’illusione che avevano subìto?

L’idolatria dei licaoni non venne ricondotta da Paolo alle sottese esigenze umane di liberazione, ma piuttosto ad esigenze religiose monoteistiche ch’essi dovevano maturare, cioè ad una religiosità monoteistica non meno alienata ed alienante di quella politeistica che già avevano.

Il discorso di Paolo infatti è tipicamente conservatore: «Dio, nelle generazioni passate, ha lasciato che ogni popolo seguisse la sua strada; ma non ha cessato di dar prova di sé beneficando, concedendovi dal cielo piogge e stagioni ricche di frutti, fornendovi di cibo e riempiendo di letizia i vostri cuori».

Con fare e intenzioni molto demagogiche, Paolo sostiene che le contraddizioni dei licaoni sono strettamente legate all’igno-ranza del vero Dio. Egli tuttavia offre una consolazione: Dio non ha abbandonato nessun popolo della terra, anche se ha permesso a ognuno di seguire la propria strada. Con questo Paolo non solo pone tutti i popoli sullo stesso piano di giusta uguaglianza, ma evita anche di distinguere all’interno di ogni popolo le classi o gli strati sociali oppressi da quelli che invece opprimono.

Egli considera uguali tutte le civiltà e le culture e le ideologie politiche, affermando ch’esse si differenziano solo per quanto riguarda il culto all’unico dio o ai molti dèi.

Ora che i licaoni conoscono il vero e unico Dio – sembra dica Paolo – essi possono essere pienamente soddisfatti, e sotto tutti i punti di vista, e lo saranno anzi per sempre, poiché quanto più lo conosceranno tanto più saranno da questo (nuovo) Dio beneficati. Il Dio cristiano concederà loro con maggiore convinzione ciò che nel passato dava lo stesso, ma con minore entusiasmo, a causa del loro politeismo: piogge, frutti, cibo…

E naturalmente per ottenere questo – Paolo lo fa capire molto chiaramente – non c’è alcun bisogno di lottare contro Roma, basta pregare e vivere in comunità.

In definitiva, l’unica soluzione che Paolo offre agli abitanti di Listra è quella di passare dal desiderio politico di liberazione (espresso in forme politeistiche molto ingenue) alla sua rinuncia (che devono esprimere in forme monoteistiche più raffinate).

Paolo insomma dopo aver offerto parole di speranza e aver così promosso l’entusiasmo popolare, si vede costretto a fare marcia indietro, offrendo parole di rassegnazione e di rinuncia a livello politico, ovvero parole di fiducia religiosa, illusoria, nell’onnipotenza dell’unico Dio ebraico-cristiano.

Vedendo che le folle, «offerto un sacrificio», volevano costringerli a dare alle loro parole una realizzazione pratico-operativa di tipo politico, essi «riuscirono a fatica a farle desistere».

La prima missione finì però in modo drammatico. «Giunsero infatti da Antiochia e da Iconio alcuni giudei, i quali trassero dalla loro parte la folla; essi presero Paolo a sassate e quindi lo trascinarono fuori della città, credendolo morto».

Questi giudei riescono a convincere facilmente gli abitanti di Listra: dovevano essere degli intellettuali abbastanza stimati. Forse sono giudei convinti della necessità di lottare contro Roma (giudei che facilmente trovano l’appoggio interessato dei correligionari più facoltosi, che non lottano contro Roma, ma che restano legati al «primato d’Israele» e ai suoi privilegi sacerdotali).

Il linciaggio è immediato. Paolo non fa nemmeno in tempo ad appellarsi a un tribunale romano. Salvò la sua vita unicamente perché gli oppositori lo credettero morto (probabilmente uno dei primi sassi lanciati lo colpì alla testa facendolo svenire).

Passati a Derbe (80 km circa da Listra) continuarono a predicare e a fare discepoli. Nel viaggio di ritorno a Listra, Iconio e Antiochia eleggono dei capi («anziani») per le singole comunità, rendendole in tal modo completamente indipendenti dalle sinagoghe locali.

Questi «anziani», con funzioni sacerdotali, non vengono scelti dalla comunità locale. Tuttavia con l’espressione usata da Luca: «li affidarono al Signore», si indica ch’essi non dovevano render conto a chi li aveva istituiti, ma solo alla comunità che rappresentavano. Questo naturalmente non impediva il reciproco confronto sulle posizioni comuni.

Le tribolazioni sofferte ebbero un ottimo effetto sui primi discepoli. Di questo gli apostoli e soprattutto l’ex grande persecutore Paolo si rendevano perfettamente conto. Le persecuzioni fisiche e l’intolleranza verbale per motivi politico-ideologici hanno sempre sortito l’effetto contrario a quello sperato da parte di chi se ne faceva attivo promotore.

Si fermarono a predicare a Perge (città a una decina di chilometri dal mare) e s’imbarcarono ad Attalia per Antiochia di Siria: comunità a cui Paolo e Barnaba si sentivano ancora legati. Qui infatti ritornano non solo per difendere la comunità cristiana da coloro che giungendo da Gerusalemme (15,1 ss.) misero in questione la validità della legge mosaica per i convertiti dal paganesimo, ma anche per dimostrare che le loro convinzioni erano giuste, e cioè che i pagani accettavano la predicazione cristiana meglio dei giudei.

D’altra parte non poteva essere diversamente. I giudei, più abituati a lottare contro l’impero romano anche in quanto «giudei» e non solo in quanto «oppressi» (essi infatti continuavano a credere nella possibilità di ottenere una nazione libera dallo straniero e dallo sfruttamento), erano meno disposti a rinunciare alle loro caratteristiche etnico-nazionalistiche per vivere come i pagani divenuti cristiani.

Sotto questo aspetto il cristianesimo era veramente più progressista del giudaismo: esso aveva compreso che nell’ambito dell’imperialismo romano le distinzioni cultuali, rituali, etniche, linguistiche… non potevano servire per costituire un’alternativa al dominio di Roma.

Roma vedeva le cose da un punto di vista universale, ed appunto così andavano superate le contraddizioni che il suo sistema politico oppressivo generava. La lotta poteva essere svolta anche su un terreno nazionale, si poteva cominciare là dove la situazione era più esplosiva, ma a condizione di tenersi aperti al contatto col mondo intero, a un rapporto paritetico, internazionale, con le popolazioni oppresse di tutto l’impero.

All’ebraismo invece mancò proprio il senso universalistico dell’oppressione: il giudeo voleva liberarsi anzitutto come «giudeo». Esso – come molte altre religioni e culture – non seppe o non volle rinunciare alle sue peculiarità nazionali per cercare di realizzare un nuovo e più ampio fronte popolare.

Qui però si evidenziano i grandissimi limiti non solo dell’ebraismo ma anche del cristianesimo. Tale fronte popolare infatti non doveva avere, per l’ideologia cristiana, alcuna connotazione politica, ma solo religiosa. Cosa che neppure l’ideologia ebraica progressista avrebbe mai accettato.

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Autore: laicusblog

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