Cap. 15 Gli apostoli traditori

Il Concilio di Gerusalemme

Se ci si attiene al computo cattolico, su cui, come noto, le interpretazioni sono diversissime, in quanto la chiesa ha tutto l’interesse a dare la massima credibilità possibile agli avvenimenti narrati nel Nuovo Testamento, il concilio di Gerusalemme si sarebbe svolto non più tardi dell’anno 50. Gli antefatti della controversia sarebbero scoppiati ad Antiochia.

Chi sono questi «alcuni» di cui parla il v. 1? Stando alla Lettera ai Galati 2,12, si tratterebbe della corrente giudeo-cristiana capeggiata da Giacomo il Minore (Mt 10,3), «fratello del Signore» (Gal 1,18 ss.) o comunque parente stretto di Gesù, di cui conosciamo la Lettera neotestamentaria che porta il suo nome e il linciaggio subìto ad opera dei giudei della capitale verso il 62. Tale corrente considerava la circoncisione indispensabile ai fini della salvezza personale (ovviamente non solo la circoncisione ma anche il rispetto di tutta la legge mosaica, come si evince dal v. 5 di questo capitolo).

Erano politicamente nazionalisti, ma attendisti, non rivoluzionari, come invece i nazareni al tempo del Cristo, poiché nutrivano atteggiamenti di sfiducia nei confronti della maturità politica delle masse giudaiche, resesi indirettamente complici dell’esecuzione romana del Cristo. Dalla Lettera di Giacomo, assai dura contro i ricchi giudei e romani, risulta comunque che questa corrente s’era messa dalla parte dei ceti marginali, per quanto temesse enormemente le influenze culturali straniere.

Contro questo nazionalismo politico e culturale, Antiochia, gli ellenisti, i cristiani di origine pagana vogliono opporre l’universalismo spiritualistico di Paolo, Barnaba e degli altri ellenisti, anche della prima ora come p. es. Stefano e Filippo. Questo universalismo era politicamente conservatore, nel senso che, pur non avendo più alcun interesse a salvaguardare le tradizioni giudaiche, politicamente non metteva affatto in discussione l’imperialismo romano. Solo sul piano culturale il paolinismo era alquanto eversivo nei confronti del giudaismo ortodosso e persino di quello cristiano facente capo a Giacomo il Minore, e poteva apparire tale (e infatti lo sarà per almeno tre secoli) anche agli occhi del paganesimo romano, in quanto di fatto esso andava a negare ogni forma di politeismo e di riconoscimento all’imperatore di qualsivoglia caratteristica divina.

Probabilmente gli «alcuni», di cui sopra, erano stati influenzati dall’ideologia di quei farisei, appena entrati nella comunità cristiana, che, pur avendo manifestato, sin dai tempi di Gesù, idee prevalentemente moderate, in contrasto col loro passato rivoluzionario dei tempi di Erode il Grande, non erano alieni all’idea di ripensarsi culturalmente in maniera propositiva – sulla scia di Paolo -, pur temendo che la predicazione paolina avrebbe potuto snaturare politicamente l’esigenza di una patria libera e indipendente.

Era naturale questa involuzione all’interno della comunità? Sì, perché non solo gli obiettivi fondamentali del vangelo di Gesù non erano stati realizzati, ma anche perché col passare del tempo quegli stessi obiettivi erano stati sostanzialmente modificati, per cui la posizione vetero-giudaica di Giacomo veniva a porsi come una inevitabile conseguenza. Si ricordi che Giacomo il Minore aveva sostituito Pietro dopo la fortunosa evasione di quest’ultimo dal carcere della capitale.

Paolo, nella sua Lettera ai Galati, parla di una polemica scoppiata fra lui e Pietro a causa appunto di questa corrente revisionista, le cui posizioni erano più retrive di quelle petrine. Egli sostiene che prima che i filo-giacomiti giungessero ad Antiochia, Pietro condivideva il concetto, che Paolo aveva iniziato a predicare 14 anni prima (Gal 2,1), dell’uguaglianza morale, nell’ambito dell’ideologia cristiana, di pagani e giudei.

Ma dopo la venuta dei giudeo-cristiani, Pietro aveva cambiato atteggiamento, mostrando così le sue preferenze per il giudaismo e rendendo per così dire eccezionale, rispetto alla regola, la cosiddetta conversione di Cornelio, la quale in effetti, almeno fino alla predicazione paolina, non aveva comportato particolari conseguenze nell’impianto ideologico della comunità primitiva di Gerusalemme, in quanto Pietro non dimostrò mai un vero interesse a portare alle più logiche e inevitabili conseguenze le considerazioni di Paolo sui rapporti tra giudaismo ed ellenismo, o comunque non riuscì mai a trasformare l’interesse personale che nutriva nei confronti dell’ideologia paolina in una vera e propria proposta politica e culturale rivolta a tutta la comunità.

Paolo, nei confronti di Pietro, appariva sicuramente un progressista, ma questo lato della sua predicazione Pietro era disposto ad accettarlo sul piano più culturale che politico. Questo, a noi che siamo abituati a considerare Paolo un politico conservatore, non deve apparirci strano: il carattere regressivo dell’ideologia politica di Paolo va messo in relazione con quello progressivo della predicazione del Cristo, ma è evidente che se lo si mette in relazione con l’ideologia degli strati politici giudaico-cristiani, l’analisi assume sfumature diverse, come più sopra abbiamo visto.

Più strano è il fatto che mentre nell’atteggiamento ambiguo di Pietro ci si erano ritrovati molti altri giudeo-cristiani, fra cui lo stesso Barnaba, qui invece appare che Paolo e Barnaba si oppongano «risolutamente», cioè entrambi alla stessa maniera, alla corrente di Giacomo. È quindi evidente che il diplomatico Barnaba, mentre all’inizio (vedi il primo viaggio di Paolo) aveva assunto un atteggiamento più vicino alla predicazione paolina, in seguito, per amore di pace, l’aveva data vinta all’ostinazione e alla chiusura settaria dei giudeo-cristiani, definiti da Paolo, in Gal 2,4, con l’appellativo inequivoco di «falsi fratelli».

La comunità di Antiochia inviò a Gerusalemme Paolo, Barnaba e altri (in Gal 2,1 si cita Tito). Paolo afferma che accettò di andare non perché si sentiva costretto ma «in seguito ad una rivelazione» (Gal 2,2), senza specificarne la natura. Paolo si serve sempre, al momento opportuno, della tesi della resurrezione di Cristo per affermare i propri punti di vista (cioè se Cristo è risorto, la verità non è patrimonio di nessuno in particolare, ma di chiunque al quale il Cristo, di volta in volta, la voglia rivelare. Ricordiamo che quando Paolo iniziò a predicare la teoria della figliolanza divina del Cristo, lo fece asserendo d’aver ottenuto una rivelazione personale sulla strada di Damasco; col che in pratica egli rivendicava un pari diritto all’apostolato).

Egli insomma avvertiva di non avere più alcun legame ideologico o politico, ma solo formale ed esteriore (tradizione, origine, provenienza, ecc.) con la città di Gerusalemme. Non a caso mise piede in questa città dopo ben «14 anni» (Gal 2,1) di predicazione, dal giorno in cui vi incontrò per la prima volta Pietro e Giacomo il Minore, o comunque dal giorno della sua conversione.

Essi lasciarono Antiochia «scortati per un tratto dalla comunità». Evidentemente temevano rappresaglie da parte dei giudei ortodossi, che odiavano a morte quello che per loro era stato il fariseo persecutore dei cristiani, il quale, incurante dei pericoli cui andava incontro, continuava a predicare il suo nuovo vangelo; infatti, mentre erano in Fenicia e Samaria essi cercavano appoggi per il loro vangelo e li ottennero abbastanza facilmente.

L’accoglienza nella città santa sembra avere avuto una veste ufficiale, ma Paolo in Gal 2,4 dirà il contrario, a testimonianza ch’egli era malvisto non solo tra i vetero-giudei ma anche tra quei giudeo-cristiani che non volevano rinunciare a molti loro usi e costumi.

A Gerusalemme egli espose il suo vangelo «privatamente alle persone più ragguardevoli», cioè più fidate, temendo di provocare rotture traumatiche in seno alla comunità della chiesa madre. Paolo non vuole scandalizzare nessuno, non vuole passare per un provocatore, per un seminatore di discordie. Egli vuole sentirsi libero, ma anche bene intenzionato nei confronti dei giudeo-cristiani, a condizione naturalmente che essi se ne restino a Gerusalemme e che non si «intromettano a spiare la libertà che abbiamo in Gesù Cristo, allo scopo di renderci schiavi» (Gal 2,4).

Più chiaro di così non poteva essere: Paolo chiedeva non ingerenza nella sua predicazione e dei suoi seguaci, non intromissione negli affari interni di Antiochia, confronto libero e aperto. A Gerusalemme essi non «furono ricevuti dalla chiesa, dagli apostoli e dagli anziani» – come dice Luca, sempre preoccupato di smorzare i contrasti -, ma, più genericamente, solo dalle persone più influenti e ragguardevoli (cioè da quelle persone importanti, disposte ad ascoltare le loro ragioni). Fra queste persone Paolo cita, nel seguente ordine: «Giacomo, Cefa e Giovanni» (Gal 2,9). Fra l’altro il collegio dei Dodici (ammesso e non concesso che sia mai esistito) da tempo non esisteva più a Gerusalemme.

Al concilio (vv. 5-6-7) appare comunque chiaro che la corrente di Giacomo era spalleggiata dai farisei «diventati credenti». Probabilmente proprio l’appoggio esplicito di questi farisei ha fatto sì che negli Atti di Luca confluissero due tradizioni: una, risalente alla posizione di Giacomo, l’altra risalente alla posizione di Pietro. Pietro infatti nel suo discorso appare più comprensivo e tollerante di Giacomo.

Invece Paolo non fa distinzioni fra le tre «colonne» (Gal 2,9) e afferma che Giacomo, Cefa e Giovanni scelsero di limitare la loro missione ai circoncisi (Pietro dunque rinunciò alle aperture acquisite ad Antiochia stando con Paolo e con gli ellenisti. L’apologetica cattolica invece afferma che l’incidente di Antiochia avvenne dopo il Concilio). Paolo anzi afferma, contraddicendo apertamente Luca, che Pietro si sentiva apostolo solo dei circoncisi: «colui che aveva agito in Pietro per farne un apostolo dei circoncisi aveva agito anche in me per i pagani» (Gal 2,8).

Evidentemente la conversione del centurione Cornelio era stata nella vita di Pietro un puro e semplice caso, o forse l’episodio non è mai avvenuto in quanto troppo simile a quello dei vangeli, in cui il centurione ai piedi della croce si converte, o forse Cornelio fu lo stesso che fece evadere Pietro dalla prigione di Gerusalemme e che per questa ragione ha ottenuto dai redattori degli Atti un trattamento di riguardo, a prescindere dalla sua conversione, che probabilmente non c’è mai stata.

Il fatto è che Paolo rivendica esclusivamente a se stesso l’iniziativa d’aver predicato per primo il Cristo risorto ai pagani o comunque d’averlo fatto nel modo migliore e più convincente e coerente (prima di lui si ricordino gli ellenisti fuggiti da Gerusalemme al tempo della cospirazione contro Stefano).

Discorso di Pietro

Questo discorso (vv. 7-11) è completamente inventato, se lo si considera attribuito a Pietro; non lo è invece se lo si attribuisce a Paolo. Se Pietro avesse veramente detto queste cose, non ci sarebbe stato l’incidente di Antiochia (né prima né, come vuole l’apologetica cattolica, dopo il concilio).

Luca ha voluto differenziare Pietro dalla linea e dalla condotta etico-politica di Giacomo, ma in realtà le cose procedettero diversamente. Si può anzi dire che proprio in occasione di questo concilio (termine peraltro esagerato stando a quanto dice Paolo in Galati), Pietro decise definitivamente di optare per le tesi di Giacomo, appoggiato in questo da Giovanni. Viceversa, dalla sua evasione sino all’incidente di Antiochia, Pietro aveva manifestato una certa simpatia per le tesi di Paolo. Pietro e Giovanni si avvicineranno di nuovo alle tesi di Paolo solo dopo il 70, cioè solo dopo che la possibilità di costruire un regno politico-nazionale indipendente da Roma era definitivamente sfumata, ma forse Pietro era già morto e il Giovanni manipolato del quarto vangelo non può essere quello dell’Apocalisse (anzi è certo che il Giovanni evangelista non è lo stesso degli Atti degli apostoli, proprio perché sul concetto di «resurrezione» vi fu rottura tra i due). Se qui, al v. 7, al posto di Pietro mettessimo Paolo, la coerenza del testo resterebbe salva. Questo discorso infatti avrebbe potuto benissimo farlo non Pietro ma Paolo.

Il contenuto fondamentale del discorso è l’uguaglianza delle etnie, dei popoli e quindi degli uomini che, con le loro diverse culture e lingue, credono nel Cristo risorto in virtù della fede interiore e della grazia (la grazia è un tipico concetto paolino). Il v. 10 inoltre è troppo duro per pensare che l’espressione ivi contenuta sia stata pronunciata da Pietro. Con essa praticamente si fa capire che il primato di Israele è storicamente finito, in quanto non è possibile rispettare pienamente la legge mosaica in mancanza di un potere politico effettivo e di una patria libera. Si noti infine che Pietro non si riferisce esplicitamente (come avrebbe dovuto) alla conversione di Cornelio.

Il v. 12 è chiaramente apologetico. Gli Atti, paragonati alle lettere di Paolo, sembrano fatti apposta per sdrammatizzare le situazioni. Luca si serve di una testimonianza attribuita a Pietro e di alcuni miracoli attribuiti a Paolo per avvalorare la tesi dell’inutilità della circoncisione. Questo a riprova che la resistenza politica dei giudeo-cristiani era molto forte.

Viceversa, il discorso di Giacomo (v. 13) appare più verosimile. Giacomo sostiene che le parole di Pietro (cioè di Paolo) sono giuste in quanto già dette dai profeti (in particolare da Amos 9,11 s.). è caratteristico dell’integrismo accettare determinate affermazioni solo se già contenute o implicite in altre appartenenti alle fonti classiche. Solo che Giacomo le accetta con una riserva fondamentale: quando la «tenda di Davide» sarà riedificata, allora il Dio d’Israele potrà essere comunicato ai pagani, senza che vi siano differenze di sorta.

Per aprirsi ai pagani e considerarli a pari titolo dei giudei, Giacomo vuole prima che si realizzi il trionfo politico-nazionalistico della Giudea. Amos addirittura dice che dopo che sarà ricostruita la «capanna di Davide», tutte le nazioni che erano state vassalle di Davide dovranno essere riconquistate (da Israele). La citazione riportata da Luca si basa su varianti della traduzione greca dei LXX, che però non conosceva queste sfumature politico-nazionalistiche. I Settanta infatti non parlano di «nazioni vassalle», ma del «mondo intero», in una prospettiva più universalistica e meno politicizzata, meno militaristica e più etica. Forse Giacomo si riferiva alla versione originale del testo ebraico di Amos, ma qui i circoli ellenistico-cristiani hanno preferito mettergli in bocca la versione a loro più vicina.

Giacomo dunque non esclude che fra i pagani si possa formare un popolo che accetti il monoteismo ebraico, ma esclude categoricamente che questo popolo, finché la tenda di Davide non sarà riedificata, possa essere considerato uguale a quello giudaico. La conversione dei pagani dipenderà dalla grandezza dei giudei. E la parola di Giacomo, leader indiscusso della comunità, viene qui riportata perché dovette risultare come decisiva o definitiva. Paolo in Gal 2,9 lo cita per primo, anche se sembra preferirgli Pietro.

Giacomo in sostanza ha fatto un discorso politicamente irrealistico, in quanto ha ribadito l’importanza storica d’Israele come nazione e come civiltà giudaica in un contesto storico e geopolitico che contraddiceva tutto ciò abbastanza nettamente (in quanto l’opposizione a Roma, essendo condotta in maniera spontaneistica e frammentaria, non produceva risultati significativi) e anche in contrasto con la stessa predicazione del Cristo, secondo cui una liberazione politica di Israele avrebbe dovuto necessariamente comportare una sostanziale revisione dei tradizionali principi culturali e religiosi e avrebbe dovuto essere di «popolo» e non di «fazioni» in lotta tra loro.

La speranza di Giacomo resta sempre quella di un ritorno glorioso del messia politico, visto in chiave veterotestamentaria. E tuttavia appare interessante ch’egli abbia voluto ribadire che le questioni politiche (la liberazione di Israele) dovevano rimanere prioritarie su quelle culturali di Paolo e che questo primato concesso da Paolo alla cultura (l’universalismo della fede nel Cristo risorto) sulla politica poteva essere tollerato solo a condizione che fosse rivolto esclusivamente ai pagani.

Ai vv. 19-20-21 il concilio pone le condizioni perché ai pagani sia permesso di non circoncidersi e di essere considerati quasi come gli ebrei: no al politeismo (inclusi tutti i sacrifici rituali), no al malcostume (specie a livello sessuale), no al sangue bevuto, no agli animali non macellati alla maniera ebraica, sì alla possibilità di ascoltare i commenti rabbinici sulla legge mosaica nelle sinagoghe durante il sabato. Sono precetti – come si può vedere – di tipo legale-rituale.

In pratica Giacomo accetta soltanto la non ingerenza invocata da Paolo, ma da parte sua continua a ribadire che se i pagani convertiti vogliono essere accettati dai giudeo-cristiani devono per forza sottoporsi a delle precise condizioni. Fra queste l’unica su cui Giacomo transige è la circoncisione. Quanto al sabato, in questo giorno – ci tiene a ricordarlo – la legge e la tradizione mosaica viene letta e predicata e commentata in tutte le sinagoghe del mondo.

Tuttavia Paolo nella Lettera ai Galati dice che non gli «fu imposto nulla di più» (2,6). Di più rispetto a cosa? Di più della richiesta di non scandalizzare i giudeo-cristiani con il suo vangelo, ovvero con la libertà acquisita stando coi pagani.

Il concilio per Paolo fu una soluzione di compromesso in questo senso, che ognuno avrebbe continuato a fare le stesse cose di prima, senza però che i giudei di Gerusalemme ficcassero il naso nelle faccende di Antiochia e delle altre città di competenza degli ellenisti. In altre parole, Paolo avrebbe fatto meglio, se non voleva avere noie, a limitare il suo apostolato, la sua predicazione ai non-circoncisi, lasciando definitivamente a Pietro, Giovanni e Giacomo il compito di fare proseliti tra i circoncisi.

Era una grossa concessione che Paolo avrebbe dovuto fare, ma vedremo che non la farà, in quanto voleva sentirsi libero di predicare a chi gli pareva. E comunque in Galati 2,10 l’unica richiesta che venne rivolta a Paolo fu quella di «ricordarsi dei poveri». Ciò che appunto egli fece organizzando in seguito una colletta (1 Cor 16,1), o forse anche questa colletta deve essere messa in relazione al suo arrivo a Gerusalemme.

Che senso hanno le indicazioni poste da Giacomo nella sua lettera (vv. 22-29)? Esse non sembrano essere precisate allo scopo di permettere ai pagani di metterle in pratica, nel caso in cui la richiesta, da parte di quest’ultimi, sia di abbracciare il cristianesimo predicato nelle sinagoghe ebraiche. Esse piuttosto sembrano voler ribadire a quei pagani filo-ebraici ancora incerti se restare in sinagoga o seguire Paolo, le condizioni fondamentali per poter operare una scelta definitiva.

A questi pagani «timorati di Dio», cioè proseliti, Giacomo non chiede più la circoncisione, poiché teme di perderli, però chiede di rispettare gli obblighi più importanti sul piano rituale-legale. Insomma queste clausole si riferiscono a quei pagani che volevano diventare cristiani, frequentando le sinagoghe ebraiche locali, cioè accettando di avere coi giudei un rapporto abbastanza stretto. Questi pagani proseliti esistevano da tempo nella società ebraica, ma ora la chiesa di Gerusalemme li dispensa definitivamente dall’obbligo della circoncisione, che in età adulta poteva essere adempiuta con non poca riluttanza. Forse però questi pagani, a giudizio di Giacomo, potevano aspirare a restare «timorati di Dio», senza mai poter diventare veri e propri «proseliti» (i quali erano tali proprio per aver accettato la circoncisione).

Si può però anche pensare che Giacomo volesse far accettare da parte dei giudei delle sinagoghe locali i «timorati di Dio» allo stesso titolo dei proseliti, anche se i primi non volevano circoncidersi. La circoncisione diventava insomma una libera scelta, non un’imposizione.

Dunque con la lettera apostolica si ribadiscono – come si è visto – le condizioni da rispettare. Essa venne scritta non per i pagani divenuti cristiani, estranei alla sinagoga, ma per non perdere quei pagani «timorati di Dio» che invece frequentavano la sinagoga e che erano tentati, sentendo la predicazione di Paolo, di abbandonarla.

Ecco perché Paolo non ricorda in alcun luogo questa lettera, essa non lo riguardava. Luca non afferma che Paolo abbia diffuso o pubblicato il decreto mentre attraversava la Siria e la Cilicia. Ne parla solo a proposito delle città di Derbe, Listra e Iconio (At 16,4) e solo perché in realtà Paolo voleva continuare a rivolgersi anche ai giudei.

Al v. 24 di questo capitolo ci si scusa del comportamento dei farisei che non avevano ricevuto alcun mandato. Ma questa è solo una finzione, poiché le tesi dei farisei erano sostanzialmente condivise da Giacomo.

Come venne accolto il decreto? Luca dice al v. 31 che «si rallegrarono per l’incoraggiamento che infondeva», ma al v. 32 è costretto a dire il contrario: Giuda e Sila, inviati da Giacomo, «parlarono molto per incoraggiare i fratelli e li fortificavano». Solo «dopo un certo tempo» se ne tornarono a Gerusalemme, anzi, paradossalmente, dei due solo Giuda partì, poiché Sila (o Silvano), venendo a contatto con gli ellenisti, decise di abbracciare la causa di Paolo.

E lo stesso evangelista Marco dovette convenire, dopo il concilio, che le tesi di Paolo erano più praticabili di quelle di Giacomo, ma Paolo rifiutò di averlo al suo seguito dopo l’incidente della Panfilia. Barnaba, ancora una volta, si offrì come paciere e mediatore. Ma tutto fu vano: Paolo non era intenzionato a perdonare chi non solo aveva mostrato dubbi e perplessità, ma che addirittura li aveva abbandonati nel corso del primo viaggio missionario.

Barnaba cercò d’insistere perché gli sembrava assurdo che per questa ragione Paolo fosse così duro e risoluto: in fondo la rinuncia di Marco non pregiudicò gli esiti di quella missione; per di più ora Marco era disposto a rivedere il suo giudizio negativo sull’operato di Paolo.

Ma Paolo ne fa una questione di principio: la sua missione è troppo delicata, e Marco è inaffidabile. Questa ostinata fermezza indurrà lo stesso Barnaba a non seguirlo nel suo secondo viaggio, per cui mentre Barnaba e Marco si diressero nuovamente verso l’isola di Cipro, Paolo sceglierà invece Sila e partirà alla volta della Siria e della Cilicia.

Annunci

Autore: laicusblog

webmaster www.homolaicus.com

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...