Cap. 16 Gli apostoli traditori

In questo capitolo si descrive il secondo viaggio missionario, cioè propagandistico, di Paolo, accompagnato da Sila (Silvano) che resterà con lui fino a Corinto. Da qui verranno spedite le due Lettere ai Tessalonicesi. Di Sila, dopo la partenza di Paolo da Corinto, gli Atti non parleranno più. Pare che Sila sia stato il redattore della prima Lettera di Pietro (1 Pt 5,12).

Lo scopo del secondo viaggio è di visitare le comunità già fondate (da almeno un anno), ma anche ovviamente di costituirne di nuove. La tattica è cambiata, è diventata più prudente.

Raggiunte, dopo circa 350 km, Derbe e Listra, Paolo e Sila incontrano Timoteo, che vive a Listra ed è persona colta (2 Tim 3,15): era stato loro raccomandato dalle stesse comunità cristiane delle due cittadine.

Timoteo, pur avendo la madre ebrea (cosa molto importante per l’appartenenza etnico-religiosa) non era stato circonciso, perché il padre, essendo di origine e di cultura greca, non lo riteneva indispensabile per il futuro del proprio figlio.

La madre evidentemente, pur essendo una credente del giudaismo, non aveva interferito in questa scelta. A Paolo invece non sembra vero di poter avere come collaboratore un intellettuale di cultura ellenistica che, avendo una madre ebrea, avrebbe potuto rivolgersi tranquillamente anche ai giudei della diaspora. Ecco perché, pur non credendo più nel valore etico-tribale della circoncisione, gli impone questo rito, evidentemente nella ferma intenzione di continuare a rivolgersi non solo ai pagani ma anche agli ebrei, eludendo così le decisioni conciliari a suo carico.

Timoteo diventerà un grande collaboratore di Paolo (solo le Lettere ai Galati e a Tito non parlano di lui).

Per poter predicare anche agli ebrei Paolo non solo fece circoncidere Timoteo, ma pubblicizzò anche, in quella zona dell’o-dierna Turchia, il decreto conciliare. Evidentemente non considerava ancora chiusa la sua sfida col mondo giudaico o comunque sperava di trovare in questo ambiente, soggetto qui ad influenze elleniche, quegli appoggi di cui ancora aveva bisogno prima di avventurarsi decisamente verso un’altra capitale, ben più importante di Gerusalemme: Roma.

Fu costretto a questa tattica anche perché le prime comunità create a Listra, Iconio e Derbe, nel corso del primo viaggio, erano composte prevalentemente di giudei, i quali erano sicuramente a conoscenza di quanto disposto in occasione del Concilio.

Timoteo era un discepolo ideale per Paolo, una sorta di alter ego, sicuramente migliore di Barnaba, che in definitiva restava troppo legato alle tradizioni ebraiche. Timoteo poteva predicare agli ebrei come ebreo al 100%, perché sicuramente la madre aveva svolto il suo ruolo di educatrice domestica, e poteva farlo anche coi pagani come pagano al 100%, in quanto cittadino romano, conoscitore della lingua greca e sensibile alla «grecità», essendo stato educato ai principi e ai valori di questa cultura dal padre pagano.

Paolo vuole sentirsi libero di fare quello che vuole, o meglio, non vuole sentirsi legato a cose in cui non crede più. Paolo è spregiudicato, ma non è immorale o senza principi. Egli infatti, come aveva già fatto ad Antiochia di Pisidia (13,14-43) e ad Iconio (14,1) continua a rivolgersi, nella fase iniziale di ogni viaggio missionario, anzitutto agli israeliti. Lo farà anche a Filippi (16,13-16), a Tessalonica (17,1-4), a Berea (17,10-12), ad Atene (17,17), a Corinto (18,1-5), a Efeso (18,19-21; 19,8) e persino a Roma (28,17-23).

Questo per togliere agli ebrei qualunque pretesto, qualunque occasione di polemica sulla questione della precedenza. Ma anche perché s’era accorto, già nel corso del primo viaggio, che tra i pagani di estrazione più povera facilmente il suo messaggio veniva interpretato in chiave rivoluzionaria, come una forma di protesta contro il culto divino della personalità imperiale, contro i limiti istituzionali del politeismo pagano, contro l’abbandono e la discriminazione in cui venivano tenute le province dell’impero.

In realtà Paolo voleva soltanto limitarsi a un discorso culturale, cioè di religione e di comportamento morale. Nel secondo viaggio infatti egli si rende conto ch’era meglio predicare non ai ceti più poveri e marginali, ma a quelli di una certa cultura e soprattutto di una certa estrazione sociale (commercianti, artigiani…), i quali non gli avrebbero chiesto di tradurre immediatamente in maniera eversiva il contenuto del suo vangelo.

Paolo voleva fare del cristianesimo una questione religiosa che servisse a porre un’alternativa soprattutto al dilagante politeismo pagano e al relativismo etico che gli era connesso, ma che servisse anche a porre un freno, in virtù della tesi sulla figliolanza divina del Cristo, alla personalizzazione della politica incentrata sulla figura carismatica dell’imperatore; pertanto la necessità di frequentare le sinagoghe era solo in relazione al fatto che qui avrebbe potuto incontrare dei pagani proseliti che già avevano accettano il monoteismo e che gli avrebbero permesso di introdursi in ambienti più direttamente greco-romani.

Luca dice che pubblicizzarono il decreto conciliare, ma è evidente che la parte che a Paolo premeva di più di quel documento era il fatto che gli ebrei della diaspora non dovevano più chiedere la circoncisione ai pagani neo-convertiti.

Nei vv. 6-7 viene detto che non riuscirono ad andare in Asia e in Bitinia. Il motivo ci è ignoto. È probabile che sapessero che in quelle regioni la situazione dei poveri era disastrosa e carica di tensioni sociali e fermenti politici, in virtù dei quali il loro messaggio poteva essere più facilmente frainteso o strumentalizzato. Paolo vuole evitare d’illudere i suoi interlocutori con promesse che poi non sarebbe stato in grado di mantenere. Si pensi solo al fatto che un predicatore intenzionato a mettere in piedi comunità di seguaci in tutte le città visitate, facilmente offriva l’impressione d’essere un agitatore politico, con un messaggio alternativo da proporre alle masse.

Dopo aver raggiunto Derbe, Listra, Iconio e Antiochia di Pisidia si diressero nella regione della Galazia, a nord, ove Paolo fu trattenuto da una malattia, ma grazie alla quale poté annunciare il suo vangelo ai Galati (Gal 4,13 s.). La Galazia era diventata provincia romana nel 25 a.C. La Lettera ai Galati venne scritta a Efeso.

Poi andarono verso ovest, fino alle coste della Misia. Forse Paolo dalla Frigia voleva dirigersi verso Efeso, ma quando arrivò a Troade si convinse che sarebbe stato meglio toccare le città principali della Macedonia e in particolare la capitale della Grecia, Atene.

Al v. 9 viene indicata una persona che, rimasta anonima, gli avrebbe suggerito di passare in Macedonia, ch’era stata conquistata dai romani nel 146 a.C. Si è pensato a Luca, cioè allo stesso redattore degli Atti, per il motivo che al v. seguente l’espressione «cercammo di partire» è la cosiddetta «prima sezione noi» degli Atti. Si tratta forse della firma di Luca?

Originario di Antiochia, Luca non era certamente un ebreo, neppure di tipo ellenista. Paolo può aver accettato la sua sequela perché avrà visto ch’era un intellettuale moderato, che non lo avrebbe messo in difficoltà chiedendogli chissà quale impegno politico. Probabilmente si sarà più sentita imbarazzata quest’anonima persona, che, essendo di origine pagana, era andata a cercare un rapporto costruttivo con gli ebrei.

Tuttavia queste son solo congetture. Quel che è certo è che sempre più la comitiva si rendeva conto della necessità di indirizzare il vangelo sia agli ebrei della diaspora sia ai pagani interessati alla religione, indifferentemente, facendo bene attenzione a non lasciarsi coinvolgere in questioni politiche.

Giungono quindi alla città di Troade (a 20 km dall’antica Troia), importante nodo di comunicazione nelle traversate tra l’Asia proconsolare e la Macedonia.

Fanno poi vela verso l’isola di Samotracia e raggiungono per la prima volta le coste europee a Neapolis. La comitiva ha già percorso in linea d’aria oltre 1500 km via terra e più di 200 km via mare. Da Neapolis, dopo circa 15 km, giungono a Filippi, teatro della famosa battaglia del 42 a.C. tra Antonio, Ottaviano, Bruto e Cassio.

Filippi era città completamente pagana, latina; gli ebrei non avevano neppure una sinagoga, forse erano pochissimi. La comitiva ritiene che durante il sabato gli ebrei facciano le loro abluzioni presso il fiume che scorre fuori città e s’intrattiene a parlare con alcune donne, più facilmente abbordabili.

A quanto pare la missione non stava avendo un grande successo. Dopo 1700 km la comitiva sembra non abbia fatto alcunché di significativo e il viaggio voleva essere «missionario», non semplicemente «esplorativo». Luca non ci racconta quasi nulla. Probabilmente Paolo aveva mutato il tono dei discorsi, rendendolo meno aggressivo, più diplomatico, o forse era mutata la tattica, in quanto qui Paolo sembra più disposto a incontrare la gente privatamente.

Lidia era una pagana proselite, «credente nel Dio ebraico», commerciante di porpora. Il fatto che gli apostoli accettino di rivolgersi di preferenza ai ceti benestanti e che qui l’evangelizzazione della città avvenga per opera della conversione di una donna pagana non intellettuale, è indicativo del mutamento di rotta avvenuto in Paolo tra il primo e il secondo viaggio.

Fu questo il primo centro europeo evangelizzato. Forse Paolo s’era anche accorto che quanto più penetravano nelle zone occidentali dell’impero, tanto più aumentava il rischio di non poter predicare il vangelo. Si badi: non solo perché il loro esplicito monoteismo rischiava di apparire ai politeisti pagani come una sorta di ateismo volgare, ma anche perché la figura dell’ebreo era mal vista, e non solo a causa della propaganda del potere istituzionale, ma anche perché gli ebrei, legati a una patria oppressa, tendevano a rimarcare la loro diversità.

Lidia accetta d’essere battezzata alla maniera cristiana, benché fosse proselite degli ebrei, e la sua conversione trascina quella di tutta la sua famiglia. Gli ebrei lì presenti sembrano non fare alcuna obiezione, alcuna opposizione al vangelo di Paolo, come se neppure si siano accorti del rito, o forse proprio perché il rito era analogo a quello che loro avevano già visto fare ai tempi del Precursore, che certo cristiano non era, e la diversità, in sostanza, stava solo nelle parole. Il quadro ha un che d’idilliaco, a testimonianza del fatto che quando Paolo si limitava a questioni puramente religiose, trattate con circospezione e privatezza, tutto sembrava filare liscio come l’olio.

Le comunità della Macedonia e in particolare quella di Filippi saranno sempre molto generose con lui (Fil 4,10-19; 2 Cor 8,1-5).

Tuttavia, proprio a Filippi la comitiva ebbe un problema molto difficile da risolvere, perché qui Paolo intimorì una giovane schiava che «procurava molto guadagno ai suoi padroni facendo l’indovina». La schiava, messasi a fare la maga per migliorare il suo status sociale, aveva riconosciuto il valore del vangelo di Paolo e li seguiva, sicché «per molti giorni» Paolo l’aveva lasciata fare, pensando che questo avrebbe potuto agevolare la sua missione o comunque non ostacolarla.

Poi quando s’accorse che la schiava non aveva il coraggio o l’intenzione di diventare cristiana (i romani di questa città erano piuttosto ostili ai giudei), e che la sua predicazione aveva solo un fine d’interesse personale e rischiava per di più di ridicolizzare il vangelo o comunque di sminuirne la portata, Paolo, che certamente non amava che qualcuno, non autorizzato, affiancasse gli apostoli nella predicazione, o che il proprio vangelo rischiasse di confondersi con qualcuna delle molte religioni misteriche o esoteriche d’oriente, interviene con decisione, affermando di predicare il vangelo di Gesù Cristo e di non essere semplicemente, come lei aveva detto, un «servo di Dio». E la minacciò gravemente.

Al che lei si impaurì. Subì uno choc. E smise di andare in giro a fare la maga e l’indovina. Ovviamente non possiamo sapere se le capitò ben di peggio, ma conoscendo la rudezza di Paolo non sarebbe strano pensarlo.

In ogni caso i suoi padroni reagiscono immediatamente e giustificano i mancati introiti con pretesti di ordine politico, giuridico, culturale e religioso; accusano insomma i predicatori d’aver violato l’ordine pubblico. Questi pagani manifestano chiari umori razzisti. Infatti li accusano anzitutto d’essere giudei e in particolare d’essere dei propagandisti del giudaismo.

Il che fa pensare che le autorità romane tollerassero il giudaismo solo a condizione che questo venisse praticato e predicato in ambiti strettamente privati, senza far proseliti di sorta. L’inte-gralismo pagano, che univa la politica alla religione, facendo di questa uno strumento di quella, non impediva tanto di avere culti diversi da quelli ufficiali, quanto di considerarli in alternativa a quest’ultimi e soprattutto di mostrarlo pubblicamente. Chi seguiva un culto diverso era tenuto a seguire anche quelli ufficiali, almeno quelli che potevano evitargli il sospetto di insubordinazione, di slealtà istituzionale, quindi in primis tutti i culti connessi alla figura dell’imperatore, di Roma o dell’Impero in generale.

I padroni riescono ad attirare dalla loro parte molta folla non perché rivendicano un diritto violato (sfruttare una schiava indovina non poteva essere considerato un diritto particolarmente significativo), ma perché riescono a convincere la folla che questi ebrei sono una causa del malcontento sociale, una minaccia alla sicurezza economica della città.

Paolo e Sila vengono usati come capri espiatori e la folla ignorante abbocca facilmente. L’odio nei loro confronti è forte perché lo è quello nei confronti degli ebrei, e lo è al punto che i due apostoli rischiano un linciaggio in piena regola: infatti vengono flagellati o bastonati senza processo, senza alcuna possibilità di difesa, e la dimostrazione di forza si conclude con un duro incarceramento. Forze dell’ordine e magistrati non hanno alcun problema a difendere gli interessi della collettività pagana contro quella ebraica e la folla si aspetta una sentenza di condanna definitiva.

Senonché questi «pericolosi malfattori» – si diverte Luca a ironizzare, poiché sa bene che per Paolo questo arresto, lui che è cittadino romano, è come una manna caduta dal cielo – cantano dei salmi nel profondo della prigione, suscitando lo stupore degli altri carcerati.

Paolo il giorno dopo avrebbe sicuramente dichiarato, nel corso del processo, d’essere cittadino romano e avrebbe fatto scatenare il finimondo, ma in quell’occasione la fortuna lo baciò due volte e venne incontro alla sua causa persino un fortuito terremoto (abbastanza frequenti in Turchia).

Ovviamente è da considerarsi inverosimile l’apertura di tutte le porte e lo scioglimento di tutte le catene. Luca vuol semplicemente farci capire che c’era la possibilità concreta di fuggire, e non solo per Paolo e Sila.

Forse qualcuno tra i prigionieri avrà cercato di liberare gli altri e Paolo, che certamente non voleva apparire come un sobillatore delle masse e quindi come un liberatore di detenuti ingiustamente perseguitati, non prese parte all’evasione, sapendo bene di non aver nulla da rischiare, essendo appunto cittadino romano. Oppure sarà addirittura riuscito a convincere i prigionieri a non fuggire, nella speranza che le autorità attenuassero per tutti la pena.

Questa d’altra parte è una caratteristica del suo vangelo, che non vuole essere politico ma solo morale (a questo però si deve aggiungere che Paolo sapeva sfruttare benissimo le questioni giuridiche, essendo un grande conoscitore delle leggi e del diritto in generale).

Paolo non chiede ai detenuti di approfittare dell’occasione e di fuggire per tornare a combattere da clandestini il potere, ma chiede di aver timore del fatto che se li avessero ripresi, durante la fuga, li avrebbero sicuramente uccisi senza processo e che se fossero rimasti avrebbero potuto beneficiare di un atteggiamento più benevolo da parte delle autorità o dei carcerieri.

Mentre stavano ancora decidendo sul da farsi, il carceriere, non sentendo le voci nel buio, era convinto che fossero tutti evasi, per cui voleva uccidersi, poiché questa era la prassi romana (anche di fronte all’eccezione del terremoto?).

Sentendo solo la voce di Paolo che lo rassicura, rimane un po’ inebetito e chiede una torcia per andare a verificare di persona se davvero nessuno sia evaso e scende nelle prigioni tremante, poiché teme che possano fargli del male, che il richiamo di Paolo possa essere una trappola. D’altra parte non ha più nulla da perdere: in un modo o nell’altro deve rischiare.

Lo stesso carceriere ci fa poi capire che la situazione a Filippi non era così tranquilla come all’inizio era sembrato. Già la schiava aveva parlato di «salvezza» (v. 17). Ora è lui stesso a chiederla (v. 30).

Al v. 33 li fa uscire momentaneamente dal carcere, sotto la sua diretta responsabilità, per lenire le loro piaghe e, prima di portarli a casa sua per rifocillarli, si fa battezzare nel fiume. Incredibilmente tutto avviene di notte, nella più generale confusione, nell’arco di poche ore. Poi li riporta in carcere.

Accetta di convertirsi perché Paolo gli ha praticamente salvato la vita, ma è evidente che sapeva bene cosa i due apostoli stessero predicando, e la loro umanità, la loro avvedutezza e disponibilità al dialogo devono averlo positivamente impressionato. Cioè doveva aver capito che non aveva a che fare con due rivoluzionari o terroristi, ma con due persone che avrebbero rispettato le leggi vigenti. E Paolo, che se vogliamo è una sorta di Ulisse con la fede cristiana, è sufficientemente smaliziato per capire che quella è una situazione di cui possono ampiamente approfittare.

Dopo essere stati debitamente informati dell’accaduto, i magistrati hanno capito che non ha più senso trattenerli e decidono di liberarli come se nulla fosse.

Senonché Paolo si oppone alla grazia e pretende delle scuse ufficiali, un esplicito riconoscimento della loro innocenza, in quanto, pur essendo cittadini romani, avevano subito oltraggi pubblici, senza processo (la legge Porcia proibiva di sottoporre un cittadino romano alla flagellazione) ed erano stati gettati in prigione senza aver commesso alcun crimine, senza aver violato un articolo specifico della legge romana. Col passar del tempo Paolo saprà sfruttare magnificamente questo suo privilegio giuridico.

Ottengono soddisfazione proprio perché legalmente romani, non perché i magistrati si convincono delle loro ragioni cristiane. Quest’ultimi temevano d’essere denunciati e, ciononostante, li pregano di andarsene, per il bene di tutti.

Paolo accetta, ma a condizione di poter incontrare di nuovo i fratelli in casa di Lidia, esortandoli a predicare il vangelo.

Quanto agli altri carcerati, Paolo non chiese che venissero liberati e nessuno pensò di farlo.

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Autore: laicusblog

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