Cap. 18 Gli apostoli traditori

A Corinto, capitale della provincia romana dell’Acaia, Paolo ebbe più fortuna che ad Atene. C’era una colonia ebraica molto importante; i commerci, molto floridi, si avvalevano di due porti; famoso era il tempio di Afrodite.

Paolo si ferma in casa di Aquila e Priscilla, che, insieme ad altri ebrei, erano stati allontanati da Roma in forza dell’editto imperiale di Claudio, nel 49-50, a motivo dei disordini provocati dalle discussioni su Cristo. I suoi effetti risultarono però effimeri.

Paolo aveva conosciuto questa famiglia nella sinagoga e grazie alla sua predicazione, che si rivolgeva prevalentemente ai ceti piccolo- borghesi (artigiani, commercianti, piccoli proprietari), essa era diventata cristiana. Paolo, che conosceva il mestiere di fabbricante di tende, colse l’occasione per mettersi a lavorare presso di loro.

Per poter frequentare queste persone Paolo ha bisogno di mezzi finanziari, non ha intenzione di fare il parassita predicando nelle sinagoghe (cfr le accuse mossegli in 1 Cor 9,4 ss.). Sebbene riconoscesse il diritto dei predicatori al sostentamento, Paolo, per quanto possibile, non rinunciava mai a lavorare con le sue mani, per non essere di peso a nessuno, ma anche per dar prova del suo disinteresse, specie quando aveva a che fare con comunità agiate, abituate a fargli i conti in tasca, come quella di Corinto.

Da notare che per poter predicare in questa città, senza lavorare, era costretto a elemosinare contributi alle chiese della Galazia e di altre zone (filippesi). Egli comunque raccomandava sempre ai fedeli di lavorare per provvedere alle loro necessità e a quelle dei bisognosi. Occorre però fare attenzione a non considerare questo atteggiamento una sorta di socialismo ante-litteram, poiché in realtà Paolo «benediva» tanto il lavoro del cittadino libero quanto quello dello schiavo, affermando, senza ambiguità, che lo schiavo doveva limitarsi a cercare la sola liberazione dal peccato e non (anche) quella dal padrone.

Dopo la venuta di Sila e Timoteo, Paolo scrisse le due Lettere ai Tessalonicesi. Essi erano arrivati con aiuti finanziari per permettere a Paolo di predicare senza dover lavorare.

Gli ebrei della sinagoga solo a questo punto si ribellano. Evidentemente Paolo, non avendo più bisogno di lavorare, aveva radicalizzato i suoi discorsi. Sembra che a partire dalla rottura con gli ebrei di Corinto, Paolo avesse per la prima volta deciso di frequentare solo i pagani, ma non sarà così. Forse qui Luca vuole farci capire che per Paolo i pagani convertiti erano migliori degli ebrei.

In effetti è del tutto possibile che Paolo si fosse convinto che a Corinto gli era più facile avvicinare i pagani che non ad Atene (lo dimostra p. es. la conversione di Tizio o Tito Giusto, pagano proselite, che diventerà un suo attivo discepolo). L’atteggiamento che lui teneva con i giudei era relativo a quello che poteva tenere con i pagani. Ormai il suo distacco dal giudaismo sta diventando sempre più netto, per quanto le circostanze lo costringano a comportarsi come non vorrebbe. E comunque in questa sinagoga egli non metterà più piede.

La conversione dell’archisinagogo Crispo rappresenta un’eccezione. Ed è abbastanza strana, in quanto Paolo, al v. 6, mostra di voler rompere ufficialmente e definitivamente con la sinagoga e persino con l’ebraismo. Un altro capo è Sostene (v. 17), che però gli è contrario.

L’ostilità degli ebrei doveva essere così forte che Paolo ad un certo punto pensò, dopo la clamorosa rottura, che se non avesse lasciato la città l’avrebbero sicuramente ucciso. Poi qualcuno deve averlo rassicurato (probabilmente gli stessi pagani convertiti) e convinto a restare, promettendogli un’adeguata protezione. Luca omette di riportare i nomi per esigenze di sicurezza. È probabile che tra la comunità ebraica e quella pagana ci fossero già forti tensioni.

Il Gallione citato al v. 12 è stato proconsole d’Acaia nel 51-52. Paolo viene deferito al suo tribunale dagli ebrei di Corinto, dopo un anno e mezzo di predicazione: questo dimostra ch’egli godeva di appoggi politici non indifferenti.

L’accusa che gli muovono è quella di essere un sovversivo, cioè è politica: Paolo «persuade la gente a rendere un culto a Dio in modo contrario alla legge» (v. 13). Perché «in modo contrario alla lex romana»? Semplicemente perché il Dio dei cristiani era esclusivo di tutti gli altri e non ammetteva il culto dell’imperatore.

A dir il vero questo anche i giudei lo pensavano: dunque dove stava la differenza? La differenza stava nel fatto che gli ebrei della diaspora, pur di essere lasciati in pace, avevano rinunciato a fare proseliti: essi non predicavano mai in pubblico le ragioni dell’ebraismo, la superiorità di questa religione rispetto al politeismo pagano. I proseliti pagani, frequentanti la sinagoga, erano frutto di una predicazione del tutto privata. Inoltre gli ebrei si consideravano tali per nascita, ovvero per discendenza materna; un qualunque pagano convertito sarebbe sempre rimasto un ebreo di seconda categoria.

Gli ebrei sapevano bene che se avessero tenuto un atteggiamento analogo a quello di Paolo, avrebbero dovuto subire pesanti ritorsioni da parte delle autorità romane. Quindi in pratica, denunciando Paolo, essi sperano di ottenere una delle due cose: o una ferma condanna del suo operato, oppure la possibilità di potersi comportare come lui. In entrambi i casi sarebbe aumentato il loro prestigio.

Tuttavia Gallione rifiuta di giudicare Paolo, poiché sa bene che la sua predicazione e il suo operato non sono politicamente pericolosi per gli interessi di Roma. Ha avuto modo di verificarlo molto tempo prima che scattasse la denuncia da parte degli ebrei rivali.

In realtà Gallione non aveva capito che indirettamente il messaggio di Paolo era «pericoloso» proprio in rapporto alla tendenza in atto, nelle sedi governative dell’impero, di trasformare l’imperatore in una sorta di «dio in terra». Cioè non aveva capito che Paolo, indirettamente, contestava la politica sempre più confessionale e integralista dell’impero.

Il fatto è che il culto dell’imperatore non era ancora una necessità di Stato come di lì a poco sarebbe diventato. Lo stesso politeismo, in virtù del quale Roma poteva autorizzare la diffusione di una nuova religione come quella cristiana, era visto negli ambienti governativi come una forma di credenza insufficiente per le esigenze accentratrici e sempre più autoritarie dello Stato: questo significava che per una qualunque religione sarebbe diventato sempre più difficile diffondersi senza un preventivo assenso da parte delle istituzioni o, quanto meno, senza che i seguaci di quella religione non avessero ammesso la loro subordinazione alle ragioni dell’impero.

Gallione non può ovviamente immaginare che nei secoli a venire le persecuzioni contro i cristiani sarebbero state ben più dure di quelle contro gli ebrei. Egli qui si limita semplicemente a costatare che Paolo non ha usato violenza fisica nella predicazione, non ha turbato in alcun modo l’ordine pubblico, e che la sua predicazione non ha un fine politicamente eversivo. Egli non s’interessa del contenuto del vangelo di Paolo. Per lui la questione sollevata dagli ebrei rivali era solo di natura religiosa, non politica, quindi irrilevante sul piano giuridico.

Il comportamento di Gallione ai vv. 14-17 è molto significativo: sin dalle prime battute egli aveva capito che gli ebrei volevano coinvolgerlo in una diatriba di tipo teologico-politico, inducendolo a prendere posizione contro i cristiani. Il suo fare sbrigativo sta forse a testimoniare che già altre volte aveva dovuto affrontare questioni del genere. Si comporta come se sapesse già che le accuse degli ebrei erano prive di fondamento. E non solo non ascolta alcuna argomentazione, né dell’accusa né della difesa, ma si guarda anche bene dall’intervenire quando i pagani, presenti in tribunale, malmenano Sostene, il principale accusatore, dimostrando così che la presenza della comunità ebraica nella città era malvista. Ovviamente evita anche con cura di prendere pubblicamente le difese di Paolo.

I pagani (qui bisogna intendere soprattutto la piccola-media borghesia) evidentemente s’erano resi conto che la predicazione paolina era più democratica della posizione settaria e aristocratica degli ebrei.

Paolo, dopo «parecchi giorni», decise di tornare ad Antiochia in compagnia di Priscilla e Aquila (la donna, citata per prima, sembra essere diventata più importante del marito: rischieranno entrambi la morte per lui ad Efeso).

Circa il voto, di cui al v. 18, non si sa nulla: durava in media trenta giorni, nel corso dei quali non ci si doveva tagliare i capelli e bisognava fare altre cose rituali. Dopo averlo sciolto, Paolo parte dal porto di Cencre (patria di Febe, latrice della Lettera ai Romani).

A Efeso lascia Aquila e Priscilla e da solo si mette a discutere coi giudei della sinagoga locale, che per fortuna non gli sono ostili; anzi vorrebbero trattenerlo, ma lui ha fretta di tornare ad Antiochia (forse per chiedere altri finanziamenti). Promette che sarebbe tornato e manterrà la promessa.

Approda a Cesarea, poi va a Gerusalemme, infine scende ad Antiochia di Siria e da qui praticamente inizia il suo terzo viaggio (54-57). Da Antiochia, dopo essere salito in Galazia e aver attraversata la Frigia, torna finalmente ad Efeso, dove aveva lasciato Aquila e Priscilla.

Ad Efeso era giunto Apollo, ebreo ellenista, oriundo di Alessandria d’Egitto: forse proveniva dalla scuola di Filone. Andò ad Efeso per predicare il vangelo del Battista; conosceva anche il vangelo di Gesù, ma dal punto di vista dei discepoli del Battista, che ovviamente vedevano nel Cristo un profeta inferiore al loro maestro.

Ignorava la tesi petrina della resurrezione, ripresa e sviluppata da Paolo, o forse non ci credeva, per quanto Luca sostenga che predicasse «esattamente ciò che si riferiva a Gesù» (v. 25). È dunque probabile che Apollo esponesse con più o meno correttezza quanto riguardava la vita e le opere del «Gesù storico», ma non sapesse nulla del «Cristo della fede».

Considera Gesù un profeta equivalente a Giovanni e forse accusava gli ebrei d’averlo ingiustamente ucciso e d’aver così perduto, come con Giovanni, un’altra delle speranze più significative di quel tempo. Si rivolgeva esclusivamente agli ebrei. È un uomo molto colto, ma qui viene istruito da due ex tessitori cristiani.

Solo dopo essere stato «istruito», Luca dice che Apollo cominciò a «dimostrare pubblicamente attraverso le Scritture che Gesù è il Cristo» (v. 28), e fece questo cambiando territorio di missione, cioè trasferendosi da Efeso alle località dell’Acaia. Aveva finalmente appreso la lezione paolina per quanto concerne la reinterpretazione delle Scritture, volta a dimostrare la tesi della necessità della morte in croce del messia, ma non risulta chiaro che avesse altresì compreso l’universalismo di Paolo, cioè il fatto che la morte di Gesù apriva le porte alla predicazione spiritualistica, etico-religiosa, ai pagani.

Infatti durante la sua permanenza a Corinto – verrà detto altrove – Apollo indurrà alcuni a provocare delle separazioni. Forse era rimasto troppo legato al giudaismo della diaspora. Si pensa comunque che abbia scritto la Lettera agli Ebrei.

Probabilmente Apollo rappresenta la soluzione di compromesso tra il movimento battista e quello cristiano post-pasquale: entrambi i movimenti trovarono infatti un’intesa sul versante etico-religioso, a discapito di quello politico-nazionalistico. La soluzione più evidente di questo compromesso fu, nei sinottici, il racconto del battesimo di Gesù ad opera del Battista, che in realtà, secondo il quarto vangelo, non è mai avvenuto.

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Autore: laicusblog

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