Cap. 20 Gli apostoli traditori

Desiderando visitare le comunità della Grecia per raccogliere fondi da portare a Gerusalemme, Paolo, da Efeso (Turchia) si reca in Grecia, passando per la Macedonia, cioè scegliendo un itinerario volutamente più lungo.

Luca si sofferma a descrivere un percorso dove, come al solito, non mancano imprevisti: il più importante dei quali, qui, è l’ennesimo complotto giudaico. È però inspiegabile il motivo di una descrizione così particolareggiata del percorso geografico e della reticenza su questo complotto.

Dal v. 4 si comprende bene come quasi tutti i discepoli di Paolo siano di origine pagana, a testimonianza che le vicende connesse alla sommossa degli orefici di Efeso avevano sortito il loro effetto. Ed è altresì probabile che tra questi vi sia lo stesso Luca, che indirettamente vuol far capire la propria presenza dettagliando al massimo la successione delle tappe di questo terzo viaggio.

Dopo aver raccolto i fondi in Acaia, Paolo voleva raggiungere la Siria via mare, ma il suddetto complotto lo convinse a tornare in Macedonia, praticamente rifacendo il percorso dell’andata.

Luca sarebbe partito con Paolo da Filippi e insieme avrebbero raggiunto altri discepoli, preventivamente mandati a Troade, dove Paolo aveva già avuto un incontro con un macedone (16,9) e dove rimasero una settimana. Che non tutti i discepoli fossero di origine pagana è evidente laddove Luca precisa che partirono da Filippi «dopo i giorni degli Azzimi» (v. 6).

Il sabato sera («il primo giorno della settimana») si riuniscono per celebrare l’eucarestia («spezzare il pane»), cioè per celebrare un sacramento inventato dai cristiani (ma le vere origini vanno cercate a Qumran) continuando a usare il computo ebraico di contare giorni e ore. La descrizione di questa prassi non ha negli Atti altro precedente riferimento che 2,42: «Erano assidui nell’ascoltare l’insegnamento degli apostoli e nell’unione fraterna, nella frazione del pane e nelle preghiere». Che è frase, questa, indicativa di una certa istituzionalizzazione del sacramento, mentre qui pare trattarsi di un semplice rito che simboleggia dei rapporti amichevoli, confidenziali.

È probabile che Paolo agli inizi abbia continuato a usare il rito giudaico, spogliandolo però dei suoi contenuti strettamente mosaici (anche a motivo della forte presenza pagana tra i suoi seguaci), e che solo successivamente si sia voluto dare a questo rito una valenza teologica vera e propria. È infatti tassativamente da escludere che l’eucarestia possa esser fatta risalire a un Cristo che, entrando a Gerusalemme nell’ultima pasqua, aveva intenzione di vincere non di essere giustiziato (e quindi commemorato in un rito simbolico).

Si può inoltre supporre che agli inizi l’eucarestia fosse un semplice pasto in comune, dove si chiacchierava e che si concludeva con un canto corale. Luca deve essere stato testimone del fatto che ora prende a narrare.

«Un ragazzo chiamato Eutico, che stava seduto sulla finestra, fu preso da un sonno profondo mentre Paolo continuava a conversare e, sopraffatto dal sonno, cadde dal terzo piano e venne raccolto morto». Così viene scritto al v. 9. Era notte inoltrata, poiché Paolo doveva partire il giorno dopo.

Qui ovviamente gli autori del brano hanno avuto buon gioco nel cercare di dimostrare che Paolo aveva capacità soprannaturali: è stato facile approfittare del fatto che esiste un filo molto sottile tra «l’essere proprio morto» e «l’essere soltanto svenuto».

Paolo corse per primo, forse sentendosi responsabile dell’accaduto, e appena vide il ragazzo per terra «lo abbracciò» (v. 10) e disse ch’era ancora vivo. Cioè fu lui a costatare per primo che ancora respirava. Se fosse stato soltanto svenuto sarebbe stato importante riportare l’episodio? Evidentemente no. Qui non è detto in modo esplicito che Paolo lo fece risorgere, ma questo episodio ha lo scopo di preparare il terreno a una progressiva beatificazione dell’apostolo. E anche da questo si capisce bene il motivo per cui la maggior parte dei seguaci di Paolo cominciò ad essere, ad un certo punto, di origine pagana.

Il v. 11 è, sotto tale aspetto, emblematico: Paolo di nuovo ripete l’eucarestia, come se volesse mostrare che la provvidenza di Dio, grazie all’episodio fortunoso di Eutico, era decisamente dalla loro parte, e, pur in presenza di quell’incidente, egli continua a parlare sino a notte fonda, anzi «fino all’alba», e di tutto questo fiume di parole Luca non ha ritenuto opportuno riportare alcunché.

Poi da Troade Paolo si dirige a piedi, per altri 40 km, verso Asso, mentre alcuni discepoli lo precedono via mare. Ad Asso sale sulla loro nave, che tocca Mitilene e Samo e infine sbarca a Mileto. Paolo evita accuratamente di avvicinarsi ad Efeso, anzi da Mileto manda a chiamare gli «anziani della chiesa» (v. 17) che si trovavano appunto in quella città, per poterli salutare prima di ripartire per Gerusalemme.

Il termine «anziani della chiesa» o «presbiteri» qui è sicuramente eccessivo o comunque convenzionale. Si tratta semplicemente dei primi discepoli che avevano preso a seguirlo non molto tempo prima e che gli avevano dato fiducia, aiutandolo ad affrontare al meglio il pericoloso tumulto efesino. Ma non è da escludere la presenza di seguaci della prima ora, cioè del primo viaggio missionario.

L’incontro di Mileto è ufficiale: i capicomunità ci sono tutti, ma probabilmente è clandestino. Questo discorso di Paolo viene considerato dagli esegeti come una sorta di «testamento spirituale», ed è praticamente il suo terzo grande discorso.

A parte le note di commiato e le direttive pastorali, cioè i conferimenti di incarichi e responsabilità, qui si ha netta l’impres-sione che Paolo preferisca affrontare, piuttosto che l’ostilità giudaica di Efeso, tutte le tribolazioni possibili nella capitale Gerusalemme, come coronamento della sua missione.

Il discorso da un lato ha il sapore di un «bilancio personale» sul piano professionale: con grande perseveranza egli ha saputo predicare e istruire, in pubblico e in privato, mettendo giudei e pagani sullo stesso piano. Dall’altro però è come se l’occasione della colletta sia stata il pretesto per affermare una nuova teoria, quella secondo cui il martirio può rendere ancora più credibile la verità della sua nuova ideologia.

Sicuramente la fama di Paolo doveva essere nella capitale molto grande: forse per questa ragione egli pretendeva un confronto con le autorità giudaiche, nella speranza di ottenere un successo pieno anche sul terreno più difficile. La sua strategia in fondo è abbastanza chiara: se lui, in quanto ebreo, riesce a convincere le autorità giudaiche, forte dei successi ottenuti nei suoi viaggi missionari, allora c’è ancora un futuro per il giudaismo; in caso contrario il successo della predicazione è assicurato sul versante pagano, specie se la conclusione di questo viaggio sarà tragica.

Considerando infatti ch’egli rischiava d’essere ucciso in qualunque città vi fossero ebrei della diaspora, gli sarà parso politicamente più conveniente esserlo direttamente nella capitale. Qui non si deve dimenticare che avendo egli rifiutata la necessità di una rivoluzione politica antiromana, e non avendo nel contempo rinunciato all’esigenza di restare sulla cresta dell’onda, l’idea di un martirio personale finiva inevitabilmente coll’apparirgli una soluzione ottimale per la diffusione della sua nuova ideologia.

Per un incarico amministrativo come quello di consegnare i fondi raccolti, Paolo avrebbe potuto mandare un discepolo di fiducia, e continuare la predicazione in nuovi territori; invece qui le sue parole tradiscono un certo egocentrismo, poiché è come s’egli si fosse reso conto che, potendo ora la sua ideologia essere portata avanti da altri, che l’avevano ben assimilata, a lui non restava altra alternativa che quella di compiere l’ultimo gesto eclatante, in modo da lasciare un segno indelebile, all’altezza della sua grande personalità, che certo non avrebbe accettato di ritirarsi a vita privata.

Curiosamente, proprio a Gerusalemme egli penserà che sarebbe stato meglio morire a Roma, o comunque andare a predicare a Roma e poi eventualmente in Spagna (Rm 15,24 s.). Il che fa pensare che una frase altisonante come questa: «Ecco, ora so che non vedrete più il mio volto, voi tutti tra i quali sono passato annunziando il regno di Dio» (v. 25), se non è interpolata, sia stata detta probabilmente soltanto per tenere unita la comunità dopo la sua partenza.

Dal v. 25 al 31 il discorso non è più di commiato ma pastorale. D’ora in poi – egli afferma – la responsabilità della missione, con le sue vittorie e le sue sconfitte, spetterà agli anziani, qui chiamati col termine di «vescovi», e alle comunità d’Asia, evangelizzate sin dal primo viaggio.

È come se affidasse loro un nuovo compito (politico): quello di autogovernarsi, non, beninteso, per costruire un «regno di Davide» (alla maniera ebraica), ma semplicemente per edificare la «chiesa di Dio». Gli anziani sono tra loro tutti uguali, in quanto la direzione dovrà essere collegiale (da notare l’espressione democratica: «in mezzo al gregge»). Paolo rifiutava qualunque privilegio o favoritismo, qualunque primato d’onore o giurisdizionale; qui non usa l’espressione «io vi ho posti», ma «lo Spirito santo vi ha posti», lasciando così credere che la sua missione andava oltre la sua persona.

Dall’alto della sua grandissima esperienza di predicatore, egli può anche facilmente prevedere che le sue comunità dovranno affrontare seri problemi di coerenza ideologica, che potranno comportare anche traumatiche divisioni, nei confronti delle quali però egli precisa che non esistono altri strumenti che la vigilanza, su di sé e sugli altri, e l’esortazione, orale e gestuale («fra le lacrime»).

Gli ultimi versetti riguardano le questioni socioeconomiche. «Non ho desiderato né argento, né oro, né la veste di nessuno» (v. 33), dice con una punta d’orgoglio, mostrando di non aver mai approfittato dei successi della propria attività per ottenere vantaggi materiali personali.

Il benessere delle comunità dipenderà dalla diffusione del vangelo, ma dovrà essere un benessere nella modestia, nella sobrietà, nella essenzialità: quindi no ai privilegi di casta, alle differenziazioni sociali, alle discriminazioni di classe.

Sembra di sentir parlare un comunista ante litteram. Qui vi sono straordinarie anticipazioni dell’importanza del lavoro personale e quotidiano, del rifiuto dello sfruttamento del lavoro altrui (almeno all’interno della comunità), del parassitismo e della rendita.

Sappiamo tuttavia che Paolo non vedeva nel rapporto padrone/schiavo un rapporto oggettivo di sfruttamento, ma solo una prova da superare per lo schiavo, che in questo modo veniva ad assomigliare al Cristo.

D’altra parte egli non ha mai avuto un progetto politico di liberazione: qui la richiesta di praticare l’assistenza sociale, la carità pubblica, il soccorso dei poveri non è altro che un’esortazione morale alla comunione dei beni, quindi in sostanza alla comunione dei beni superflui o non strettamente necessari.

Il temine «deboli», usato al v. 35, indica astrattamente i «poveri», senza alcuna precisazione sociologica. Paolo non individua negli schiavi o nei liberi rovinati dai debiti o nelle categorie sociali più a rischio di pauperizzazione i soggetti del cristianesimo, quanto piuttosto l’oggetto di attenzioni, che avrebbero dovuto essere benevoli, da parte di ceti che marginali non erano.

I versetti 36-38 sono molto toccanti e commoventi, sicuramente molto in contrasto con la figura di Saulo ex persecutore dei cristiani.

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Autore: laicusblog

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