Cap. 21 Gli apostoli traditori

Paolo e gli altri discepoli, tra cui Luca, lasciata Mileto, riprendono la via del mare, toccando Cos, Rodi, Patara: qui trovano una nave per la Siria. A Cipro, una delle mete del primo viaggio, non si fermano.

Approdati a Tiro, ove la nave doveva scaricare, vi restano una settimana e alcuni discepoli, della cui comunità s’ignora l’origine, consigliano Paolo di non andare a Gerusalemme, perché avrebbe rischiato di morire. Che non siano gli stessi discepoli della partenza è chiaro laddove si parla di «mogli e figli» (v. 5); sappiamo però che già ai tempi della persecuzione contro Stefano si erano rifugiati in Fenicia (l’odierno Libano) alcuni ellenisti che sicuramente conoscevano Paolo, visto che quando si chiamava Saulo era stato l’artefice di quella persecuzione (cfr 11,19).

Qui Luca cerca di essere un po’ ambiguo proprio a motivo dei trascorsi di Paolo, per cui si limita a dire, molto genericamente, che avevano «ritrovato i discepoli» (v. 4).

Il consiglio dato a Paolo era stato «mosso dallo Spirito» (v. 4) – scrive Luca – cioè era stato dato in buona fede e non per misurare il suo livello di coraggio, anche se non è da escludere che su Paolo già pendesse un mandato di cattura da parte del Sinedrio, forse non ancora formalizzato ufficialmente; qui comunque Luca, avendo prima sostenuto la tesi che Paolo cercava il martirio, «in nome dello Spirito», non può ora sostenere il contrario, e cioè che il consiglio di non recarsi a Gerusalemme era mosso da uno spirito diverso. Lo «Spirito» è uno solo, solo che mentre a Paolo consiglia di cercare il martirio, ai discepoli, che ignorano le motivazioni recondite dell’apostolo, consiglia la prudenza. Paolo in realtà aveva già preso la sua decisione e non avrebbero potuto far nulla per trattenerlo: la loro convinzione era che lui sarebbe sicuramente morto.

Ripresa la navigazione, arrivano a Tolemaide, poi a Cesarea, ove incontrano un personaggio autorevole, Filippo, uno dei sette diaconi, qui chiamato con l’appellativo di «evangelista», cioè di «predicatore del vangelo», il che forse riflette una certa rivalità tra «apostoli» ed «ellenisti», essendo quest’ultimi culturalmente più ebrei di quello che l’appellativo lasci pensare.

Il termine «apostolo» indicava semplicemente un predicatore mandato in missione in un determinato luogo, per un tempo circoscritto, e a tale compito Paolo assegnava chiunque meritasse la sua fiducia, indipendentemente dall’origine etnica, tribale o religiosa.

L’uso di questo termine era in palese contrasto con quello voluto dai Dodici, i quali si ritenevano «apostoli» (loro che un tempo erano stati dei «nazareni») in quanto seguaci diretti del Cristo e nel contempo ideatori della tesi della resurrezione o della «morte necessaria», mentre tutti gli altri erano discepoli per così dire di seconda mano, fossero essi giudei, galilei o ellenisti, dunque discepoli che svolgevano funzioni di evangelizzazione o di servizio amministrativo, come p. es. i diaconi, e che, in ogni caso, dovevano rendere conto del loro operato ai Dodici, almeno finché anche questa struttura rimase in piedi. Paolo rivendicò per sé il titolo di «tredicesimo apostolo» e non avrebbe certo accettato un ruolo subordinato a quello dei Dodici.

Qui, nonostante Filippo sia una persona di rilievo, non è presente alcun dialogo tra i due, probabilmente a motivo del fatto che Filippo, già seguace di Stefano, difficilmente avrebbe accettato di diventare un «apostolo» di Paolo, anche se le loro ideologie avevano molti aspetti in comune.

Luca si limita a precisare che Filippo era sposato, padre di quattro figlie, e che queste «avevano il dono della profezia» (v. 9): una notizia che sembra buttata lì, senza apparenti conseguenze sull’economia della narrazione. In realtà se da un lato è molto probabile che la comunità locale, di origine appunto ellenistica, riconoscesse a queste ragazze una qualche capacità sacerdotale, dall’altro è molto difficile credere che un giudeo ortodosso, soggetto, per tradizione, a un certo maschilismo, avrebbe potuto accettare una funzione del genere, e noi sappiamo che su questo anche Paolo non la pensava diversamente (1Cor 14,34).

La cosa più curiosa di questo dissidio, qui molto velato, tra i seguaci di Paolo e quelli di Filippo, è testimoniata dall’arrivo a Cesarea «di un profeta di nome Agabo», proveniente dalla Giudea (v. 10), il quale dice a Paolo una cosa che avrebbero potuto dire le figlie di Filippo e sicuramente anche quest’ultimo, il quale, per poterla dire, non aveva certo bisogno d’uno «spirito di profezia» analogo a quello di Agabo.

Peraltro la suddetta profezia non rispecchierà affatto l’andamento delle cose nella capitale, in quanto non saranno i giudei a consegnare Paolo ai romani, ma saranno questi a impedire ai giudei di linciarlo. La profezia di Agabo assomiglia troppo da vicino a quanto accaduto al Cristo, per essere minimamente credibile. Qui è evidente che i redattori ambiscono a porre Cristo e Paolo sullo stesso piano.

Esiste tuttavia una differenza fondamentale tra i due leader: Cristo non voleva morire. Il suo autosacrificio sul Getsemani ebbe come scopo quello di salvare la vita ai suoi seguaci, nella speranza che costoro avrebbero potuto successivamente liberarlo. Paolo invece cerca il martirio come una forma di testimonianza della verità e forse anche per riscattarsi dai molti delitti compiuti in gioventù.

Poco prima di arrivare a Gerusalemme, pernottano da un certo «Mnasone di Cipro, discepolo della prima ora» (v. 16), di cui non sappiamo nulla se non che era di origine ellenica. Forse qui Luca, testimone oculare, ha voluto citarlo per far notare le diverse forme d’accoglienza che caratterizzarono il viaggio di Paolo: p. es. quella di Gerusalemme, da parte dei cristiani, fu sicuramente più «festosa» (v. 17) di quella di Giasone.

Tra i «fratelli» che li accolgono festosamente non pare ci fossero anche i capi della comunità cristiana, il principale dei quali è Giacomo il Minore (sostituto di Pietro), se è vero che Luca scrive che solo il giorno dopo Paolo e i suoi seguaci fecero loro visita (v. 18). Si può infatti pensare che i vertici della comunità, per ragioni diplomatiche, non amassero mettere in mostra relazioni di fiducia o di stretta collaborazione con Paolo. L’incontro è comunque ufficiale, poiché vi sono anche tutti gli «anziani», anche se pare avere un carattere clandestino, stando a quanto detto al v. 22: «senza dubbio verranno a sapere che sei arrivato».

Paolo espone le vicende più significative dei suoi viaggi, in particolare racconta quello che «Dio aveva fatto tra i pagani per mezzo suo» (v. 19), cioè da un lato sta attento a non prendersi dei meriti personali, dall’altro a non mostrare che aveva disobbedito alla direttiva conciliare di non predicare tra gli ebrei della diaspora.

Curiosamente, invece di esaltarsi dei successi ottenuti nel mondo pagano, i capi della comunità gli fanno capire che anche loro hanno ottenuto molti successi tra i giudei, i quali restano «gelosamente attaccati alla legge» (v. 20), quella legge a cui Paolo nega qualunque valore ai fini della salvezza. Non dev’essere stato molto piacevole, da parte di Paolo, che aveva rischiato di morire più volte in nome del vangelo, ascoltare un’accusa come questa: «vai insegnando a tutti i giudei sparsi tra i pagani che abbandonino Mosè, dicendo di non circoncidere più i loro figli e di non seguire più le nostre consuetudini» (v. 21).

È insomma evidente che la sua presenza nella città santa non era molto gradita alle autorità cristiane, e anche se i giudizi espressi su di lui, da parte dei partiti avversari, potevano essere volutamente esagerati, restava a suo carico l’onere di dimostrare che si trattava soltanto di calunnie. Di qui la proposta di eseguire, insieme ad altri quattro fedeli, sostenendone tutte le spese, un rito giudaico (il nazireato), cui lo stesso Paolo s’era già sottoposto anni prima (18,18). In questo modo avrebbe dimostrato di essere ancora fedele alla legge.

In pratica Giacomo lo mette sull’avviso: o smetteva di predicare qualsivoglia cosa contro le tradizioni ebraiche o veniva espulso dalla comunità cristiana. Paolo, obtorto collo, accetta, intenzionato com’era a concludere a Gerusalemme la sua esistenza, ma è probabile che abbia cominciato a pentirsi dell’idea di morire martire, visto che i leader cristiani non riuscivano ad apprezzare minimamente i suoi successi ottenuti tra i pagani, i quali peraltro avevano contribuito, non meno degli ebrei della diaspora, a fornirgli la colletta per le esigenze della stessa comunità di Gerusalemme.

Da notare che Giacomo ribadisce anche, recisamente, tutte le decisioni conciliari prese nei confronti della richiesta paolina di predicare ai gentili: «Quanto ai pagani che sono venuti alla fede, noi abbiamo deciso ed abbiamo loro scritto che si astengano dalle carni offerte agli idoli, dal sangue, da ogni animale soffocato e dalla impudicizia» (v. 25). Come si può notare, nei confronti di queste riserve morali e rituali l’atteggiamento dei giudeo-cristiani non era mutato d’una virgola, per cui se da un lato si permetteva a Paolo di continuare a predicare tra i pagani, dall’altro gli si vietava di considerare i pagani uguali agli ebrei. Paolo non è altro che un apostolo scomodo, che nell’ambito della comunità cristiana di Gerusalemme non avrebbe mai potuto avere un ruolo di prestigio. Non solo, ma se avesse continuato a diffondere le proprie idee nella capitale, la comunità non avrebbe fatto nulla per aiutarlo.

Qui però bisogna fare una precisazione, altrimenti rischiamo di assumere un atteggiamento di difesa ad oltranza delle posizioni paoline. Gli ebrei cristiani di Gerusalemme, finché questa non venne distrutta dalle legioni di Vespasiano e poi di Tito, si comportarono da un lato come dei nazionalisti, mentre Paolo, dopo la sua conversione, aveva smesso di esserlo, e dall’altro come dei moderati, tanto quanto Paolo, solo che mentre questi lo era più nei confronti di Roma che non nei confronti dei giudei, per quelli invece era il contrario, poiché non davano per scontato che la liberazione politico-nazionale della Palestina non sarebbe mai avvenuta e che anzi fosse un obiettivo del tutto irrilevante ai fini dell’affermazione dell’ideologia cristiana.

Si badi, qui non si è in presenza di uno scontro tra un’ideo-logia rivoluzionaria e una riformista, ma tra due ideologie politicamente riformiste, di cui però quella paolina, situandosi sulla scia degli ellenisti, di Stefano e di altri ebrei della diaspora, giungeva a posizioni radicali nei confronti del giudaismo, che gli stessi ellenisti non avrebbero facilmente condiviso, per cui, a conti fatti, Paolo rappresenta qui una posizione culturalmente più avanzata, anche se politicamente rinunciataria.

L’idea petrina della «morte necessaria», ovvero della resurrezione del Cristo, era stata interpretata in due modi opposti: per Paolo si trattava di rinunciare a qualunque rivendicazione di tipo politico; per i giudeo-cristiani si trattava di attendere tempi migliori.

Il caso ha voluto che proprio la proposta di Giacomo abbia messo Paolo in una situazione molto pericolosa. Infatti «stavano ormai per finire i sette giorni, quando i giudei della provincia d’Asia, vistolo nel tempio, aizzarono tutta la folla e misero le mani su di lui gridando: Questo è l’uomo che va insegnando a tutti e dovunque contro il popolo, contro la legge e contro questo luogo; ora ha introdotto perfino dei greci nel tempio e ha profanato il luogo santo!» (vv. 27-28).

Questi giudei, arrivati a Gerusalemme per festeggiare la Pentecoste, risultano anche qui, come già in 6,9 e 14,19, tra i più fanatici e intolleranti incontrati da Paolo nei suoi viaggi nella provincia d’Asia, regione dell’odierna Turchia. Le accuse ch’essi muovono sono quelle d’essere antinazionalista, antilegalista, antireligioso, insomma un vero e proprio eretico e profanatore del tempio, un destabilizzatore del mondo giudaico nel suo complesso.

Il pretesto per questa sfilza di accuse gravissime viene chiarito da Luca al v. 29: «Avevano veduto poco prima Trofimo di Efeso in sua compagnia per la città, e pensavano che Paolo lo avesse fatto entrare nel tempio». Evidentemente questi ebrei conoscevano Paolo di persona e non solo di fama: per loro è un gioco da ragazzi trovare il modo di metterlo alle corde.

Infatti «tutta la città fu in subbuglio e il popolo accorse da ogni parte. Impadronitisi di Paolo, lo trascinarono fuori del tempio e subito furono chiuse le porte» (v. 30). Forse Luca esagera quando parla di «tutta la città in subbuglio», ma è indubbio che manifestazioni del genere spesso accadevano proprio in occasioni delle grandi feste ebraiche, in cui era facile trovarsi in tanti, uniti contro la guarnigione romana di stanza presso la fortezza Antonia.

Qui, al sentire che in città vi sono dei giudei traditori, filo-romani, che hanno addirittura il coraggio di violare la sacralità del tempio, è motivo più che sufficiente per scatenare una piccola rivolta, per scaricare su qualcuno, con un linciaggio improvvisato, tutte le frustrazioni che il nemico pagano fa pesare da troppo tempo sulla Palestina.

«Stavano già cercando di ucciderlo, quando fu riferito al tribuno della coorte che tutta Gerusalemme era in rivolta» (v. 31). Anche qui a Luca non sarà parso vero di poter scrivere che «tutta la città» era contro Paolo, che altro non desiderava che una fine gloriosa da martire.

Chi avrà informato il tribuno Claudio Lisia (23,26)? I seguaci di Paolo o gli stessi soldati romani? Perché intervenire se la manifestazione non era esplicitamente contro Roma?

È probabile che il tribuno sia intervenuto proprio perché non si rendeva conto di quel che stava succedendo: se si fosse trattato di un’esecuzione per motivi religiosi, probabilmente avrebbe lasciato correre, anche se di un’iniziativa del genere avrebbe dovuto essere preventivamente avvisato. Suo compito era quello di garantire l’ordine pubblico, per cui non poteva rischiare che un linciaggio si trasformasse, col concorso delle masse, in qualcosa di politicamente eversivo. Egli pertanto è costretto a intervenire, a titolo precauzionale, e a tale scopo gli bastano «dei soldati» (v. 32) e non l’intera coorte (circa 600 militari), benché Luca parli di «centurioni» al plurale, quindi di almeno un paio: il che potrebbe far pensare a due manipoli di 100 soldati ciascuno. D’altra parte avrebbe avuto poco senso far intervenire pochi militari in presenza di un subbuglio in cui, stando a Luca, buona parte della città era coinvolta.

«Allora il tribuno si avvicinò, lo arrestò e ordinò che fosse legato con due catene; intanto s’informava chi fosse e che cosa avesse fatto» (v. 33). Non riuscendo però a capirci nulla, perché evidentemente alcuni testimoniavano contro Paolo, altri a favore, preferisce portarlo direttamente nella fortezza Antonia, dove l’avrebbe interrogato di persona. È però indubbio che fossero molti di più quelli che volevano Paolo morto: son proprio questi che seguono i militari continuando a imprecare e inveire.

L’atmosfera doveva essere sicuramente molto calda: la guarnigione romana non si sentiva sicura e temeva che qualunque pretesto potesse diventare occasione per far scoppiare tumulti o sommosse. Il tribuno non era in grado di parlare alla folla, poiché non conosceva l’ebraico o l’aramaico, e quando sente che Paolo parlava perfettamente il greco rimane stupito, perché s’era ormai convinto di aver a che fare con l’ennesimo ebreo agitatore di folle: l’aveva addirittura scambiato per l’egiziano Ben-Stadà che nel 54 aveva sobillato a Gerusalemme quattromila nazionalisti, conducendoli nel deserto per combattere i romani (v. 38) e che, evidentemente, non parlava greco ma solo ebraico.

Se però così fosse stato, il testo non ci aiuta a capire il motivo del linciaggio. Qui infatti la folla ce l’ha con Paolo perché, stando alla sua predicazione, gli ebrei non avrebbero avuto alcuna speranza di liberarsi dal giogo dello straniero. Se davvero fosse stato un terrorista, perché preoccuparsi del linciaggio; e se fosse stato un rivoluzionario, perché la folla gli era così ostile?

Quando poi il tribuno sente da Paolo che questi parlava indifferentemente ebraico e greco e che voleva rivolgersi alla folla in ebraico per poterla calmare, non può far altro che acconsentire, nella speranza che tutto si risolva pacificamente.

La descrizione di Luca è così dettagliata che lui pare esserne stato testimone: sembra quasi di vedere quei volti ammutolirsi improvvisamente, con gli sguardi alzati verso un uomo che dalla scalinata della fortezza, dopo essere riuscito a ottenere il consenso di parlare da parte del tribuno, aveva chiesto il silenzio con un gesto che gli ebrei conoscevano bene e che si accingeva a parlare con tutta la sicurezza e l’autorità di cui era capace.

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Autore: laicusblog

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