Cap. 22 Gli apostoli traditori

Il fatto che sentendo parlare Paolo in perfetta lingua ebraica la folla si sentisse indotta a fare ancora più silenzio, sta forse ad indicare che l’uso dell’ebraico stava ormai diventando obsoleto anche per un ebreo, specie se ellenista o residente fuori della Giudea. La lingua dominante, allora, era il greco e anche il latino si stava imponendo.

Paolo a Gerusalemme era noto quando si chiamava Saulo, il fariseo persecutore dei cristiani, che conosceva sì il greco ma che parlava soprattutto ebraico. Ora, di fronte a loro, c’è una persona molto diversa. Paolo deve precisare per filo e per segno tutti i suoi estremi anagrafici e tutto il suo iter formativo e politico-profes-sionale, poiché stentano letteralmente a riconoscerlo. E in tal senso è abbastanza strano ch’egli invochi, a testimonianza di ciò che dice, le figure del «sommo sacerdote» (Caifa, deposto nel 37) e del «collegio degli anziani» (v. 5), come se queste fossero le stesse del momento in cui stava parlando.

Vediamo una sua breve biografia. Paolo nacque tra il 5 e il 15 a Tarso, capitale della Cilicia (attuale Turchia), da genitori ebrei (discendenti della tribù di Beniamino) di osservanza farisaica. Metropoli cosmopolita, Tarso era, insieme ad Antiochia, un coacervo di tutte le credenze e le superstizioni dell’epoca. Educato e istruito nell’osservanza della legge ebraica, la Torah scritta e orale, egli imparò a parlare correntemente sia il greco che la lingua ebraico-aramaica, ed ebbe una formazione culturale aperta agli influssi della cultura ellenistica. Aveva la cittadinanza di Tarso e quella romana, di mestiere era tessitore di tende (molto probabilmente su commesse militari romane).

Doveva essere dotato di una grande resistenza psico-fisica, poiché superò innumerevoli avversità: veglie, digiuni, freddo, migliaia di chilometri percorsi a piedi, tre naufragi, una lapidazione, flagellato cinque volte dagli ebrei e vergato tre volte dai romani, imprigionato per lunghi periodi…, stando a quanto dicono non solo gli Atti, ma anche le sue Lettere, dove però le esagerazioni non mancano mai. Era dotato d’intelligenza acuta e di una certa capacità oratoria, se è vero che nel primo viaggio alcuni pagani vollero addirittura adorarlo, avendolo creduto un dio (Hermes-Mercurio) per il modo in cui parlava.

Egli giunse a Gerusalemme dopo la morte di Gesù e qui fu discepolo di Gamaliele, capo di una corrente abbastanza liberale, ma non per questo priva di elementi integralistici e nazionalistici. Dati i suoi studi rabbinici o data la sua educazione o per entrambi i motivi egli divenne ciò che, con le sue stesse parole, può esser detto un rigido fariseo. Prese parte alla lapidazione di Stefano e divenne un agente del Sinedrio di Gerusalemme nelle persecuzioni contro i cristiani.

Intorno al 34, proprio nel pieno della sua attività anticristiana, improvvisamente, sulla via di Damasco, vive un’esperienza traumatica che lo porta a rivedere la sua ideologia e a convertirsi, progressivamente, al cristianesimo. Vive per tre anni in Arabia, probabilmente nel regno dei Nabatei, come per farsi dimenticare.

Al suo ritorno cominciò a predicare «Gesù risorto» a Damasco, apertamente, ai Giudei, dai quali incontrò ogni sorta di ostacoli. Dopo la fuga da Damasco va a Gerusalemme, ma senza essere accolto favorevolmente tra i cristiani (incontra però Pietro nel 37), poi ritorna, per pochi anni, nella sua città natale.

Lo andò a prendere Barnaba e lo portò con sé ad Antiochia, procurandogli una posizione di maestro nella chiesa locale. Come compagno di Barnaba fu mandato a Gerusalemme con un’offerta in denaro a favore della comunità locale. Dopo il ritorno ad Antiochia, a Barnaba e Paolo fu concesso dalla chiesa di Antiochia di predicare il vangelo dove non era stato ancora predicato.

Durante il primo viaggio missionario (45-48) Paolo ebbe con sé Barnaba a Cipro, Perge, Antiochia di Pisidia, Licaonia. Il loro metodo era di predicare prima nelle sinagoghe delle città e di rivolgersi ai gentili solo quando i giudei rifiutavano il loro messaggio. Fu violenta l’ostilità mostrata dagli ebrei della Licaonia. Alla fine del primo viaggio maturò la controversia riguardante l’obbligo per i gentili di osservare la legge. La dottrina di Paolo, che non imponeva ai gentili gli obblighi del giudaismo, fu in parte accettata dalla chiesa di Gerusalemme.

Il secondo viaggio (49-52) fu intrapreso poco dopo il ritorno di Paolo e Barnaba ad Antiochia. L’inizio del viaggio fu guastato dal dissidio tra Paolo e Barnaba a proposito di Marco (l’evangelista), che fu sostituito da Sila. Il secondo viaggio fu il più importante dei tre; dopo essere passato attraverso la Cilicia, la Licaonia, la Frigia e la Galazia, Paolo predicò per la prima volta nel continente europeo. Il suo forzato ritiro da Berea fu all’origine della sua presenza in Atene, dove il suo discorso all’Areopago fece un’impressione molto superficiale. Da Atene si recò a Corinto, dove incontrò Priscilla a Aquila. L’ostilità degli ebrei fu neutralizzata dall’indifferenza di Gallione e, durante un soggiorno di due anni, Paolo fondò la più importante delle sue chiese.

Il terzo viaggio (53-58) fu iniziato dopo un breve ritorno ad Antiochia. Paolo visitò la Frigia e la Galizia, ma la maggior parte del viaggio fu impiegata nella fondazione della Chiesa di Efeso. La visita in Asia mise Paolo a contatto con Apollo e con altri che avevano ricevuto il battesimo da Giovanni il Battista. Il tumulto degli orefici di Efeso è il primo esempio documentato dell’ostilità verso i cristiani da parte dei gentili. I disordini della Chiesa di Corinto complicarono i suoi piani di viaggio. Scrisse da Efeso la sua prima Lettera ai Corinzi, quindi raggiunse la Macedonia dove scrisse la seconda. Dopo questo viaggio non ritornò ad Antiochia, ma raggiunse Gerusalemme, via Tiro.

Poi vedremo che, dopo l’arresto da parte del presidio romano di Gerusalemme, verrà inviato, sotto scorta, a Cesarea, dal nuovo governatore Festo, e qui tenuto prigioniero per due anni. Paolo, diffidente verso Festo, si appellerà al tribunale dell’imperatore e sarà inviato a Roma. La nave su cui s’imbarcherà farà naufragio al largo della costa di Malta; scampato al naufragio l’apostolo sbarcherà a Pozzuoli nella primavera successiva. Gli Atti dicono che a Roma visse agli arresti domiciliari (60-61), ma non riferiscono nulla sull’esito del processo. In questo periodo devono essere collocate le epistole della prigionia: Filemone, Colossesi, Efesini, Filippesi. Prosciolto nel 63, secondo la tradizione, morì martire a Roma nel 67 d.C. Gli Atti – come noto – sono stati scritti non prima dell’80-90.

Clemente Romano parla di un viaggio di Paolo in Spagna, dopo la sua prigionia a Roma. Le lettere pastorali fanno pensare ad un altro viaggio ad Efeso. La sua seconda prigionia a Roma e la condanna a morte possono essere fissate prima della morte di Nerone verso il 67-68. Dal momento che era cittadino romano, la sua condanna fu eseguita mediante decapitazione.

Tutto questo per dire che l’affermazione di Paolo secondo cui possono dargli «testimonianza il sommo sacerdote e tutto il collegio degli anziani» (v. 5) circa il suo atteggiamento anticristiano, qui può avere un senso solo come motivazione che spiega la lunga assenza di Paolo dalla capitale giudaica. Egli in realtà si riferisce a personaggi che non esistono più o che sicuramente non ricoprono le funzioni del tempo cui Paolo si riferisce. Tant’è che in 23,5 dimostrerà di non conoscere neppure il sommo sacerdote in carica.

Ma qui in realtà il problema è un altro. Abbiamo già letto la descrizione della conversione di Paolo. Ora ci viene riproposta e lo sarà di nuovo più avanti. Ormai questa conversione è diventata una sorta di tema ricorrente. Vediamola in sequenza parallela.

Cap. 9

[3] E avvenne che, mentre era in viaggio e stava per avvicinarsi a Damasco, all’improvviso lo avvolse una luce dal cielo
[4] e cadendo a terra udì una voce che gli diceva: «Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?».
[5] Rispose: «Chi sei, o Signore?». E la voce: «Io sono Gesù, che tu perseguiti!
[6] Orsù, alzati ed entra nella città e ti sarà detto ciò che devi fare».
[7] Gli uomini che facevano il cammino con lui si erano fermati ammutoliti, sentendo la voce ma non vedendo nessuno.
[8] Saulo si alzò da terra ma, aperti gli occhi, non vedeva nulla. Così, guidandolo per mano, lo condussero a Damasco,
[9] dove rimase tre giorni senza vedere e senza prendere né cibo né bevanda.

Cap. 22

[6] Mentre ero in viaggio e mi avvicinavo a Damasco, verso mezzogiorno, all’improvviso una gran luce dal cielo rifulse attorno a me;
[7] caddi a terra e sentii una voce che mi diceva: «Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?»
[8] Risposi: «Chi sei, o Signore?» Mi disse: «Io sono Gesù il Nazareno, che tu perseguiti.»
[9] Quelli che erano con me videro la luce, ma non udirono colui che mi parlava.
[10] Io dissi allora: «Che devo fare, Signore?» E il Signore mi disse: «Alzati e prosegui verso Damasco; là sarai informato di tutto ciò che è stabilito che tu faccia.»
[11] E poiché non ci vedevo più, a causa del fulgore di quella luce, guidato per mano dai miei compagni, giunsi a Damasco.

Cap. 26

[12] In tali circostanze, mentre stavo andando a Damasco con autorizzazione e pieni poteri da parte dei sommi sacerdoti, verso mezzogiorno
[13] vidi sulla strada, o re, una luce dal cielo, più splendente del so-le, che avvolse me e i miei compagni di viaggio.
[14] Tutti cademmo a terra e io udii dal cielo una voce che mi diceva in ebraico: «Saulo, Saulo, perché mi perseguiti? Duro è per te ricalcitrare contro il pungolo.»
[15] E io dissi: «Chi sei, o Signore?» E il Signore rispose: «Io sono Gesù, che tu perseguiti.
[16] Su, alzati e rimettiti in piedi; ti sono apparso infatti per costituirti ministro e testimone di quelle cose che hai visto e di quelle per cui ti apparirò ancora.
[17] Per questo ti libererò dal popolo e dai pagani, ai quali ti mando
[18] ad aprir loro gli occhi, perché passino dalle tenebre alla luce e dal potere di satana a Dio e ottengano la remissione dei peccati e l’eredità in mezzo a coloro che sono stati santificati per la fede in me.»

Cosa sarà effettivamente successo sulla strada di Damasco è evidente che nessuno potrà mai saperlo, però qui si può ipotizzare che Paolo abbia sfruttato un fenomeno naturale insolito per avvolgere in un alone magico il suo travaglio interiore. Paolo fece credere a tutti d’aver avuto una visione diretta e personale del messia Gesù, al fine di dimostrare d’essere stato scelto direttamente da lui e di non aver quindi avuto bisogno di alcuna mediazione da parte dei discepoli oculari o più stretti dello stesso messia.

Ma perché egli ebbe bisogno di questa messinscena? Sentendosi ideologicamente troppo avanti rispetto ai Dodici, temeva forse che se avesse seguito l’iter naturale dell’affiliazione o della sequela ai dettami della comunità cristiana, non avrebbe mai avuto il tempo per diffondere le sue idee innovative? Oppure si rendeva conto che assai difficilmente avrebbero potuto credere, senza un «segno miracoloso», in una genuina conversione da parte di un persecutore incallito?

Indubbiamente egli sapeva che i suoi contemporanei erano superstiziosi e che sarebbero stati disposti a credere in cose paranormali. E forse lui stesso, ad un certo punto, si convinse che quello che diceva corrispondeva in qualche modo alla realtà.

Da notare che le contraddizioni fra le tre versioni sono così stridenti che chiunque sarebbe portato a negare a ognuna di loro un qualche elemento di credibilità, eppure grazie a queste versioni Paolo poté tranquillamente affermare tre principi cardine di tutta la propria teologia:

  1. Cristo è il messia ed è ancora vivo in quanto risorto;
  2. esiste chiaramente una dimensione ultraterrena, in cui Cristo è Signore;
  3. è sufficiente credere in questo per essere salvi.

Se si accettano questi tre punti, ogni aporia nelle tre versioni della conversione risulterà del tutto irrilevante. Qui, pertanto, possono anche essere evidenziate, ma se gli autori stessi degli Atti non si sono preoccupati di garantire una certa coerenza, significa che sapevano bene quanto fosse inutile questa operazione redazionale.

In 9,7 la scorta sente la voce ma non vede nessuno; in 22,9 e 26,14 è il contrario: vedono ma non sentono. La luce avvolge tutti in 26,13, ma in 9,3 e 22,6 avvolge solo lui. In 9,4 e 22,7 cade solo Paolo a terra; in 26,14 tutti. In 9,8 e 22,11 viene detto che Paolo restò cieco; al cap. 26 no. La voce in 26,14 parla in ebraico; negli altri capitoli non è detto. La voce del cap. 26 spiega a Paolo cosa deve fare sul piano ideologico; le voci degli altri due racconti gli spiegano soltanto cosa deve fare sul piano pratico. La frase «Duro è per te ricalcitrare contro il pungolo» (26,14), che indica una vana resistenza, è un’espressione greca detta da Gesù in aramaico!

Qui è altresì evidente che Paolo non ha sfruttato solo l’occasione del fenomeno naturale inconsueto ma anche la presenza della scorta come testimone dell’evento. È facile rendersi conto come la crisi già in atto, a livello esistenziale, in Paolo, qui abbia raggiunto l’apice e come nel contempo, proprio in questo episodio, siano state poste le basi di un superamento del dramma ideo-politico della sua coscienza (ovviamente sempre nell’ambito illusorio di una qualunque soluzione di tipo religioso).

Oltre alla scorta Paolo può servirsi anche di un altro testimone della sua conversione, Anania, «un devoto osservante della legge» (v. 12), che proprio a Damasco lo aiutò a superare con coraggio il travaglio interiore, la vergogna d’essere stato un persecutore, il timore che i giudei potessero considerarlo un rinnegato.

Sul ruolo di questo Anania permane tuttavia qualche dubbio, poiché se da un lato appare del tutto naturale che Paolo avesse incontrato una persona in grado di aiutarlo, di capirlo nella sua sofferenza umana, dall’altro non si comprende bene perché qualificarlo col termine di «ottimo giudeo», visto che era già «cristiano» (e se non lo era, non si capisce come avrebbe potuto aiutare Paolo).

Stando infatti a 9,6 e 22,10 è proprio Anania che deve spiegare a Paolo come superare la crisi, è addirittura lui che gli fa recuperare la vista, cioè che, metaforicamente parlando, gli ridà fiducia e coraggio, e in 9,10 ss. egli appare chiaramente come un «cristiano», autorizzato a battezzare Paolo. Non è singolare che una figura del genere venga fatta passare per un «ottimo ebreo» al cospetto di un uditorio del tutto giudaico e che non venga neppure citata nella terza versione della conversione, quella che Paolo farà davanti al governatore Agrippa? In quest’ultima ne parla come ne avrebbe parlato Giacomo: Anania era un buon cristiano appunto perché un ottimo ebreo.

È che in realtà Paolo vuol far colpo sui giudei citando un personaggio reale, testimone della sua conversione, e però nello stesso tempo egli è sicuro che, vivendo Anania a Damasco, non sia conosciuto da nessuno dei presenti.

Peraltro è assolutamente da escludere che Anania, piuttosto scettico sulla genuinità della conversione di Paolo, come risulta in 9,13 ss., potesse addirittura spiegare a Paolo che la sua missione doveva rivolgersi ai pagani: «perché gli sarai testimone davanti a tutti gli uomini delle cose che hai visto e udito» (v. 15). Qui Paolo racconta le cose come pensa che i giudei vogliano ascoltarle.

Infatti è come se avesse voluto dire: se Anania, che gode a Damasco «di buona reputazione presso tutti i giudei là residenti» (v. 12), è stato capace di riconoscere il mio sforzo di cambiare vita, la mia buona volontà, perché non ottengo il medesimo riconoscimento anche a Gerusalemme?

Da notare che non senza una certa astuzia Paolo evita di pronunciare il ruolo di messia che ebbe il Cristo, limitandosi a qualificarlo come «giusto» (v. 14). Non vuole scatenare le ire degli astanti, visto che non hanno ancora rinunciato all’idea di un liberatore politico-nazionale.

Evita altresì di addossare a qualcuno di loro la responsabilità della sua fuga da Gerusalemme, tre anni dopo la conversione di Damasco, chiamando in causa elementi del tutto fantastici, come l’estasi e il rapimento mistico (v. 17). Mostrando però ch’egli aveva un rapporto personale e diretto col Cristo, ch’era in grado di suggerirgli la cosa migliore da fare al momento opportuno, egli lasciava anche capire d’aver agito in assoluta autonomia rispetto alla stessa comunità cristiana.

Insomma era come arrampicarsi sugli specchi. Avrebbero potuto i giudei lì presenti accettare l’idea che di fronte a loro avevano non un esagitato o un traditore della causa ebraica, ma un uomo la cui conversione andava considerata genuina, autentica, proprio perché enormemente sofferta? Un uomo costretto ad andarsene da Gerusalemme per cause di forza maggiore, la cui missione tra i pagani andava considerata come una sorta di inevitabile conseguenza di questa dipartita?

Avrebbero forse potuto accettare ch’egli, pur avendo già capito a Damasco che doveva predicare tra i pagani, preferì prima di tutto tornare a Gerusalemme, nella speranza di ottenere un mandato molto diverso da quello ottenuto quando perseguitava i cristiani, e che da qui decise d’andar via solo dopo che vi fu costretto?

È incredibile come Paolo possa aver sperato che i giudei della capitale accettassero l’idea che pagani ed ebrei andavano messi sullo stesso piano, quando tutti gli ebrei in quel momento soffrivano della dura persecuzione romana. Qui è evidente che lo scontro si pone su un terreno eminentemente politico: Paolo sta predicando la fine dell’autonomia di Israele, la rinuncia definitiva alla lotta di liberazione nazionale.

Il tribuno, se qualcuno, in quel momento, gli stava traducendo in tempo reale il discorso di Paolo, al massimo era riuscito a capire che questi non poteva essere un sovversivo; di sicuro non aveva capito il motivo di un odio così grande da parte dei giudei, anche perché se Paolo fosse stato un importante collaborazionista di Roma, egli avrebbe pur dovuto saperne qualcosa.

La decisione di farlo frustare nasce appunto non solo dall’esigenza di accontentare folle esagitate, che ne richiedono addirittura la morte, ma anche dall’esigenza di sapere chi egli davvero sia. Paolo appare come una persona sospetta, tendenzialmente falsa.

Qui, proprio nel momento in cui Paolo sta per essere trattato come diversi anni prima era stato trattato Cristo da Pilato, scatta un meccanismo automatico, tipico di chi vorrebbe tenere il piede in due staffe. Se la folla avesse accettato il suo discorso, come sarebbe finito il racconto? La folla avrebbe dovuto accettare l’idea che la resistenza nei confronti di Roma poteva al massimo essere morale, non politica: il che non l’avrebbe certo indotta a considerare irrilevante la predicazione di Paolo ai fini della liberazione nazionale del paese. Se quindi lui aveva ragione, occorreva necessariamente rinunciare a un obiettivo del genere e il tribuno, dal canto suo, l’avrebbe rilasciato, anzi l’avrebbe addirittura ringraziato.

Ma se Paolo aveva torto, cioè se l’intera folla della capitale non aveva alcuna intenzione di seguirlo (né i giudei, perché lo ritenevano politicamente un rinnegato, né i cristiani, perché lo ritenevano troppo spregiudicato nei confronti dell’uguaglianza morale tra ebrei e pagani), allora per Paolo avrebbe avuto ancora un senso cercare di morire come Cristo? Per quale motivo non ha voluto farsi giustiziare, visto che desiderava tanto il martirio? Non è forse stato perché aveva capito che la sua morte, in quel contesto, non sarebbe servita a niente?

Egli ad un certo punto arrivò alla conclusione che sarebbe stato meglio schierarsi decisamente dalla parte del mondo pagano, sfruttando sino in fondo il privilegio della sua cittadinanza romana, acquisita per nascita: questo peraltro gli avrebbe permesso di avvicinare persone autorevoli, di prestigio, disposte anche ad ascoltarlo.

Come si può facilmente notare, col suo rifiuto di farsi flagellare, appellandosi al diritto romano, Paolo non solo rompe definitivamente col mondo giudaico, ma anche con lo stesso mondo cristiano rappresentato dalla corrente di Giacomo. Egli non vorrà avere più niente a che fare né coi giudei nazionalisti, né coi cristiani tradizionalisti.

L’idea del tribuno di convocare il Sinedrio e tutti gli anziani non gli deve essere piaciuta granché, perché sa bene che il Sinedrio lo odia non meno della folla. È comunque evidente che il tribuno teme, rilasciandolo, che il tumulto peggiori, ma è altresì evidente che, essendo Paolo cittadino romano, non può permettere che un’istituzione giudaica lo possa condannare a morte, foss’anche per i peggiori crimini religiosi.

Il tribuno vuole convocare il Sinedrio per un’istanza interlocutoria, al fine di calmare gli esagitati e forse nella speranza di capire qualcosa di più di questo controverso caso, per il quale ha cominciato a sospettare l’esistenza di motivi religiosi che per i giudei avrebbero risvolti politici, ma sa benissimo che se Paolo vorrà appellarsi a un tribunale romano, non potrà certo impedirglielo. È comunque significativo il fatto che contro Paolo il tribuno non riesca a trovare capi d’imputazione analoghi a quelli che Pilato trovò per il Cristo.

Annunci

Autore: laicusblog

webmaster www.homolaicus.com

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...