Cap. 23 Gli apostoli traditori

Poter parlare davanti a un’assise così significativa per Paolo può essere stato un motivo d’orgoglio, ma lui sa bene che faranno di tutto per non farlo parlare: il Sinedrio non è l’Areopago, dove intellettuali sfaccendati amavano disquisire su tutto e dove l’avevano ascoltato per mera curiosità; sommi sacerdoti e anziani, sadducei e farisei integralisti conoscono bene Paolo e lo vorrebbero morto.

Basta vedere l’esordio: non fa neppur in tempo ad aprir bocca che il sommo sacerdote Anania[1] ordina a una guardia di percuoterlo. Paolo tuttavia non è tipo da farsi impressionare più di tanto e, di fronte ai torti, reagisce alla sua maniera, salvo poi mordersi la lingua per essere stato troppo impulsivo.

D’altra parte che Paolo non credesse possibile la libera espressione delle proprie idee, in un consesso come quello, è dimostrato anche dal fatto che si presenta autovalutando il proprio operato: «ho agito davanti a Dio in perfetta rettitudine di coscienza» (v. 1), senza aspettare che sia il Sinedrio a stabilirlo dopo un regolare dibattimento, cioè dopo aver ascoltato i fatti e interrogato l’imputato. Paolo era entrato nel Sinedrio coll’intenzione di appellarsi a Cesare, se le cose non fossero andate per il verso giusto.

Vista la situazione non gli rimane che giocare d’astuzia l’asso nella manica: cerca d’indurre il Sinedrio a esprimersi ufficialmente su un tema che da tempo i farisei volevano far diventare credo ufficiale: l’apocatastasi o resurrezione finale dei morti. Mira in sostanza a far capire che all’ordine del giorno vi era sì il suo operato, ma in rapporto a una convinzione che aveva il partito da cui egli stesso proveniva: quello farisaico, e ch’egli veniva perseguitato in quanto esponente di un partito che portava avanti un’ideologia avversata dal partito di governo.

È qui significativo il fatto che mentre di fronte al Cristo farisei e sadducei si siano trovati sostanzialmente d’accordo nel volere la sua esecuzione, al cospetto di Paolo invece si trovano divisi, come se le questioni religiose fossero per loro più gravi di quelle politiche, come se un’idea mitologica fosse più importante della liberazione della Palestina. Povero Paolo, lui ch’era andato a Gerusalemme coll’intenzione di finire come Cristo crocefisso, si ritrova a difendere gli interessi del suo vecchio partito.

È evidente ch’egli non fa alcuna paura sul piano politico: i farisei possono facilmente schierarsi dalla sua parte (anche perché lui non ha parlato di «resurrezione di Gesù» ma di «resurrezione dei morti» in generale, che sarebbe dovuta accadere alla fine dei tempi – cfr 2 Mac 7,9). Ciò che li separa è il fatto che Paolo ha tratto dall’idea di non poter realizzare nell’immediato la liberazione della Palestina le conseguenze più radicali, la prima delle quali è l’universalismo etico-spirituale a vantaggio dell’uguaglianza tra ebrei e gentili. I farisei, non meno dei cristiani seguaci di Giacomo, vogliono restare legati alle tradizioni d’Israele, proprio perché sperano che un giorno avvenga la liberazione politico-nazionale.

I sadducei sono contrari non tanto a questa visione politica delle cose, pur essendo essi noti collaborazionisti dei romani, quanto al fatto che vedono nella teoria della resurrezione qualcosa di «eretico», che potrebbe portare a ulteriori spaccature nella compagine ebraica. Il loro partito spera di conservare un certo potere e di salvaguardare il prestigio delle principali istituzioni della nazione (la prima delle quali è il tempio) attraverso le abilità diplomatiche, le mediazioni di vertice, i continui compromessi.

Ad un certo punto alcuni scribi-farisei s’alzano in piedi e fanno un ragionamento e concessis: sono disposti ad ammettere che la visione di Paolo sulla strada di Damasco possa essere stata vera, per quanto escludano trattarsi del Cristo in persona (al massimo uno «spirito» o un «angelo»).

Qui sarebbe sciocco schierarsi dalla parte di qualcuno: non è possibile infatti dar torto ai sadducei, che negavano l’esistenza di esseri sovrannaturali, capaci di interloquire con gli umani, ma è evidente che le motivazioni sottese a questo rifiuto sono per la conservazione dello status quo, e quindi dei loro privilegi di casta.

Qui l’unica cosa che merita d’essere evidenziata è il fatto che secondo i farisei Paolo non può meritare la morte solo per aver avuto una «visione». Se uno «spirito» gli aveva consigliato di andare a predicare presso i gentili un’idea sorta al tempo dei Maccabei, ciò non poteva costituire un pericolo per la nazione.

Sofismi belli e buoni. I farisei parteggiano per Paolo semplicemente perché hanno colto la palla al balzo per far sentire la loro voce in un parlamento che sempre meno li ascolta. Infatti sanno bene che la predicazione paolina è nociva agli interessi politici del paese, né potrebbe essere diversamente quando si va a predicare che il Cristo morto e risorto era il «messia» da tutti atteso.

Il dibattito – come si può facilmente notare – non era che una sorta di commedia degli equivoci e degli inganni, poiché ruotava attorno a pseudo-problemi e tutti evitavano di entrare nel merito delle cose per non far scoppiare una baraonda che, di fronte alle autorità romane (il tribuno era lì presente), avrebbe palesato tutta la pochezza del popolo ebraico e soprattutto della massima istituzione che lo rappresentava.

Non s’è mai discusso, neppure per un momento, se l’idea della resurrezione di Cristo potesse favorire od ostacolare la lotta per la liberazione nazionale. Nessuno ha il coraggio di affrontare l’argomento se la predicazione del Cristo fosse favorevole o contraria a tale liberazione. I termini della questione posti da Paolo (la teoria della «resurrezione finale dei morti») sono del tutto inutili ai fini di un affronto convincente delle problematiche più stringenti. Quanto in questo silenzio abbiano pesato le manovre redazionali degli Atti è difficile dirlo, ma lo si può immaginare.

Paolo comunque aveva ottenuto l’effetto desiderato: «La disputa si accese a tal punto che il tribuno, temendo che Paolo venisse linciato da costoro, ordinò che scendesse la truppa a portarlo via di mezzo a loro e ricondurlo nella fortezza» (v. 10). Paolo infatti è cittadino romano ed è sotto la tutela del tribuno, il quale da quel dibattito convulso al massimo può aver capito che i motivi del contendere, essendo religiosi, interessavano poco Roma, anche perché non sembravano avere conseguenze politiche dirette o specifiche. Paolo non aveva mai detto di voler fare una guerra santa contro Roma, promettendo ai martiri un premio nell’aldilà.

Il tribuno ovviamente non può immaginare che proprio le idee di Paolo costituiranno per tre secoli un ostacolo insormontabile ai rapporti politici tra impero e cristianesimo, in quanto l’ideologia pagana che a partire da Augusto andrà affermandosi sarà proprio quella di attribuire all’imperatore una ben precisa deificazione.

Paolo comunque in carcere si convince ancor di più quanto sia giusta l’idea di appellarsi a Cesare, per poter andare a Roma e, se possibile, iniziare a predicare direttamente nella capitale dell’impero. Qui, ancora una volta, viene diffusa la notizia di una sua visione, probabilmente per non farlo apparire un vile. Un ebreo che si appella a Cesare per essere giudicato è ancora un ebreo?

Ormai anche il tribuno s’è convinto che Paolo sta per rinnegare definitivamente il suo passato. È talmente impaurito all’idea che i giudei vogliano eliminarlo che quando gli viene svelata una congiura di quaranta sinedriti, organizza una scorta militare incredibilmente cospicua: «Preparate duecento soldati per andare a Cesarea insieme con settanta cavalieri e duecento lancieri» (v. 23). È difficile escludere che qui non vi siano state delle manomissioni redazionali.

Più interessante è la trafila della rivelazione del complotto. Qualche esponente del Sinedrio (un fariseo?) deve aver informato la sorella di Paolo, che per non dare nell’occhio s’è servita del figlioletto, il quale, ascoltato dal tribuno, su richiesta di questo, non ha raccontato niente a nessuno, salvando da morte certa non solo Paolo ma anche la madre. Il trasferimento, avvenuto nella stessa notte, restò senza incidenti di sorta: i fanti arrivarono sino ad Antipatride e i cavalieri proseguirono sino a Cesarea, sede del procuratore della Giudea, ieri di Pilato, oggi di Antonio Felice, che vi restò in carica dal 52 al 59-60.

Il tribuno aveva praticamente scaricato sul governatore la responsabilità dell’incolumità di Paolo, essendo ben certo che la fortezza Antonia non sarebbe stata sufficiente allo scopo e che, se l’avesse lasciato libero, sarebbe stato accusato di non aver fatto tutto il possibile per salvargli la vita, senza considerare il rischio di scatenare un vespaio in tutta la città.

L’unica cosa che Felice vuol sapere è da dove provenga Paolo, per aver modo di verificare s’egli è davvero cittadino romano. Il caso, in sé, non gli interessa, perché dalla lettera di Lisia ha già capito – ed è impossibile dargli torto – che si tratta del solito ebreo fanatico della religione, ma i romani, col loro emergente culto divino della personalità imperiale, erano forse meno fanatici?

Nota

[1] Anania fu sommo sacerdote nel 47. Tratto in arresto e inviato a Roma, fu destituito nel 51-52. Riabilitato, venne assassinato nel 66, all’inizio della guerra giudaica.

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Autore: laicusblog

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