Cap. 24 Gli apostoli traditori

Sadducei, anziani e sommi sacerdoti rinunciano forse ad accusare Paolo, ora che sanno del suo trasferimento a Cesarea, presso il governatore Felice? Assolutamente no. Anzi, la presenza del capo del clero conferisce a questa delegazione quasi un carattere di solenne ufficialità. I giudei sanno bene che, muovendosi in pompa magna per riavere Paolo, individuo che per Felice ha un’importanza minima, possono facilmente far capire al governatore che se non lo riavranno, la responsabilità di eventuali disordini ricadrà unicamente su di lui. La presenza dell’avvocato Tertullo, un ellenista che parla greco e forse latino, è indispensabile quando si ha a che fare con la giurisprudenza romana.

Le parole di Tertullo sono del tutto convenzionali e sostanzialmente contrarie alla realtà dei fatti, non solo perché il popolo giudaico odia a morte i romani, pur avendo dei capi che hanno il coraggio di sostenere che il benessere della Giudea dipende dalle riforme socioeconomiche di Felice, ma anche perché, storicamente, Felice non fu affatto migliore dei suoi predecessori. Infatti, appena insediato nel 52 represse un brigantaggio giudaico; nel 58 disperse sul Getsemani il movimento del profeta egiziano (quello per cui erano sorti dei malintesi su Paolo); l’anno dopo fece pugnalare il sommo sacerdote Gionata, che pur doveva a lui la carica; durante i due anni di prigionia di Paolo, Cesarea sarà teatro di gravi disordini tra giudei e siri; nel 60 comparirà davanti a Festo e si appellerà a Cesare.

Insomma, da bravo avvocato, Tertullo non fa che accattivarsi le simpatie di Felice, poiché sta per chiedergli una cosa che sicuramente lo metterà in imbarazzo: la riconsegna di un cittadino romano, affinché venga giudicato da un tribunale giudaico, dove non meno sicuramente verrà condannato.

Le accuse di Tertullo si pongono a un triplice livello: 1. Paolo con la sua predicazione provoca rivolte e sedizioni tra i giudei sparsi nel mondo: il che mina l’ordine pubblico voluto dai romani; 2. Paolo è a capo di una setta: i nazorei, che per le istituzioni giudaiche va considerate alla stregua di un movimento eversivo ed eretico; 3. Paolo ha profanato il tempio introducendovi persone non ebraiche. Ora, se non fosse stato per il tribuno Lisia, il problema sarebbe già stato risolto, fa capire esplicitamente Tertullo, seppure questi versetti non siano riportati in tutti i manoscritti.

Come s’è precedentemente visto, la profanazione del tempio era stata un’accusa inventata a bella posta per poter immediatamente giustiziare Paolo sul posto, e il linciaggio sarebbe avvenuto se non fossero intervenuti i romani. Roma tuttavia aveva concesso alle guardie del tempio di arrestare chiunque lo violasse.

Il riferimento alla setta dei nazorei probabilmente è stato fatto perché ai tempi di Pilato questa setta, guidata da Gesù, costituì per i romani un problema politico di non poco conto, e prima che i cristiani venissero chiamati «cristiani» (ciò che accadde per la prima volta ad Antiochia, cfr At 11,26), essi venivano appunto chiamati «nazareni» o «nazorei».

Tuttavia, questa «setta» non esisteva più, in quanto la comunità guidata da Giacomo, che pur ne aveva ereditato le motivazioni ideali, era diventata un’altra cosa, e quella guidata da Paolo una cosa ancora più lontana da quelle motivazioni, tant’è che se davvero avesse «fomentato continue rivolte tra tutti i Giudei» (v. 5), al punto da costituire una minaccia per l’ordine pubblico, difficilmente i romani sarebbero rimasti a guardare, come infatti non fecero a Filippi (At 16,22) e come invece fecero nell’Acaia (At 19,14), rendendosi conto che Paolo era politicamente inoffensivo.

Quando Paolo inizia a difendersi, appare evidente che, prima dell’arrivo di questa delegazione, Felice non l’aveva mai interrogato. Anche l’apostolo, avvocato di se stesso, cerca di accattivarsi le simpatie di Felice, esaltando di quest’ultimo il ruolo di giudice (tralasciando quello di riformatore), cioè sostanzialmente facendogli capire, visto che governa «da molti anni» (v. 10), che in un territorio difficile come quello, non può che essere un «buon giudice».

Paolo si discolpa dalla principale accusa che può interessare un giudice romano: aver provocato sommosse e sedizioni, dando come prova il fatto che a Gerusalemme egli si era recato solo dodici giorni prima, venendo da un lungo viaggio compiuto in luoghi remoti e coll’intenzione di «portare elemosine» al suo popolo e «per offrire sacrifici (al tempio)» (v. 17). Neanche se avesse voluto, avrebbe potuto fare ciò di cui l’accusavano.

Comunque Paolo fa ben capire a Felice che se anche avesse avuto tempo e modo per ordire sommosse antiromane, non l’avrebbe fatto, poiché la sua principale motivazione all’agire non era politica bensì religiosa, in particolare il tema della resurrezione dei morti, in cui – precisa Paolo – anche i farisei credono.

Paolo è un uomo astuto, poiché davanti ai romani si dichiara giudeo e davanti ai giudei si dichiara romano. Qui infatti ribadisce vecchie idee giudaiche in cui da tempo ha smesso di credere: il monoteismo assoluto (che per lui è diventato relativo, in quanto il Cristo, risorgendo, ha dimostrato d’avere una natura non meno «divina»); la legge mosaica (cui egli contrappone la teoria della grazia e della fede superiore alle opere della legge); il valore dei profeti (che per lui e per gli altri cristiani è tale solo in quanto giustifica la nuova ideologia cristiana).

Si può qui facilmente immaginare lo sguardo di Felice quando Paolo, sapendo di rischiare di passare per un mentecatto, concluse la sua arringa affermando che avevano cercato di linciarlo semplicemente perché credeva nella resurrezione dei morti.

Neanche la giuria più sprovveduta avrebbe potuto credere in una stupidaggine del genere, non foss’altro perché, se fosse stata vera, non pochi farisei avrebbero dovuto sentirsi in pericolo. È evidente che qui è intervenuta una mano redazionale che ha voluto sintetizzare al massimo una diatriba ben più complessa, in cui non era tanto in gioco un’idea opinabile ma il destino dell’intera nazione. Si sarebbe forse scomodata una delegazione di così alto rango se i motivi non fossero stati gravi?

Tutto ciò ovviamente non esclude che Paolo abbia cercato di minimizzare a bella posta i suoi capi d’accusa, nella speranza che il governatore rimandasse a casa la delegazione. L’importante per Paolo è che Felice creda nella sua incapacità di nuocere sul piano politico o che la sua strategia missionaria non ha alcuna finalità eversiva contro Roma.

Certamente pesca nel vero la frase di Paolo secondo cui avrebbero dovuto essere alcuni «giudei della provincia d’Asia» (v. 19) ad accusarlo in quel momento (col che egli vuol far capire a Felice che le accuse della delegazione non erano che dettate da motivi di risentimento personale); ma ha favore dell’accusa restava il fatto che i viaggi di Paolo erano durati molti anni, durante i quali, dai luoghi remoti della sua missione alla città di Gerusalemme, erano circolate voci coerenti e insistenti circa la pericolosità del suo messaggio per le sorti politiche di Israele. La delegazione era lì perché in sostanza rappresentava non solo gli interessi della Palestina ma anche quelli dei giudei della diaspora, che non avevano rinunciato a credere in una liberazione nazionale della Palestina.

Si ha in sostanza l’impressione che Paolo, con la sua decisione di far valere la cittadinanza romana, sia finito per condurre una difesa piuttosto rocambolesca, cacciandosi in una sorta di cul de sac, da cui egli pensa di poter uscire allontanandosi sempre più dal mondo ebraico, che con le sue problematiche emancipative e indipendentiste ormai gli era diventato del tutto estraneo. Egli può tuttavia avvalersi del fatto che gli accusatori non possono esplicitamente sostenere le loro rivendicazioni di «liberazione nazionale» al cospetto di un’autorità che fa chiaramente gli interessi di Roma.

Ciò forse può spiegare il motivo per cui egli, apparentemente, non voglia porre alcuna differenza tra il fariseismo progressista e la sua versione di cristianesimo: il che assai difficilmente sarebbe stato accettato dai seguaci di Giacomo, memori delle responsabilità del partito farisaico nell’esecuzione del Cristo; e neppure i farisei avrebbero potuto accettarlo, non avendo essi alcuna intenzione di mettere ebrei e pagani sullo stesso piano, di considerare la fede superiore alla legge e obsolete tutte le prescrizioni alimentari o quelle risalenti al patriarca Abramo. Pur di non aver più nulla a che fare con i giudei, Paolo sembra essere disposto ad arrampicarsi sugli specchi.

A questo punto l’unico problema che Felice deve risolvere è quello di come soddisfare le richieste della delegazione senza contravvenire alle leggi romane, cui l’imputato vuole appellarsi. E qui dimostra davvero d’essere un «buon giudice». Da un lato infatti non consegna Paolo ai giudei, dall’altro, col pretesto che vuole ascoltare anche la versione del tribuno Lisia (come se la missiva non gli fosse bastata), afferma di voler tenere Paolo in carcere. Cioè in sostanza non prende alcuna vera decisione. Il fatto d’essere «bene informato circa la nuova dottrina» (v. 22) non è sufficiente né per affermare né per negare un valore probatorio alle accuse della delegazione.

Di sicuro Paolo non è pericoloso politicamente, ma se Felice non lo consegna ai giudei rischia di farlo diventare indirettamente causa di rimostranze, le quali potrebbero portare a inconvenienti anche sul piano politico. Davvero un «buon giudice» questo Felice, come meglio non avrebbe potuto essere un rappresentante legale di una potenza imperiale.

Quando la delegazione se ne andò, Felice non ebbe alcuna difficoltà a ordinare al centurione che al prigioniero Paolo, essendo questi cittadino romano (che avrebbe anche potuto dargli delle noie), gli venisse concessa «una certa libertà», «senza impedire a nessuno dei suoi amici di dargli assistenza» (v. 23). E in questa situazione Paolo resterà per più di due anni.

Alcuni esegeti hanno voluto paragonare l’atteggiamento di Felice a quello che tenne Erode nei confronti del Battista, ma il paragone non regge, semplicemente perché Erode temeva Giovanni per la sua popolarità e perché questi aveva trasformato una rivendicazione giuridica (relativa all’adulterio) in una possibile rivendicazione politica; viceversa, l’unico timore che Felice aveva era in relazione alla cittadinanza romana di Paolo, un privilegio per quei tempi davvero considerevole.

Come noto il paragone è stato orchestrato dagli stessi redattori degli Atti, i quali hanno voluto concludere questo episodio citando Felice che, insieme alla moglie ebrea Drusilla, ascolta, apparentemente interessato, la dottrina di Paolo. Non potendo considerare Paolo un emulo di Gesù, la comunità cristiana ha preferito cercare dei collegamenti con la vicenda del Precursore incarcerato da Erode.

Qui in sostanza s’è voluto far credere che Felice teneva in carcere Paolo anche per fare un piacere alla moglie, che, per potersi sposare con lui, aveva dovuto divorziare dal re di Emesa. Quando Paolo si mette a parlare «di giustizia, di continenza e del giudizio futuro» (v. 25), il brutale e dissoluto Felice fa presto a farlo tacere. Un cristiano non faceva paura politicamente ma era pur sempre uno «scocciatore» sul piano etico.

E Felice non era solo brutale e dissoluto, ma anche venale. Infatti, poiché la durata massima della detenzione era di un biennio, scaduto il quale, se non era intervenuta alcuna condanna, Paolo avrebbe dovuto riguadagnare la libertà, egli sperava di ottenere una forte cauzione prima dello scadere dei termini di carcerazione. Della dottrina di Paolo non gli era mai interessato nulla.

Paolo comunque sapeva di avere, col privilegio della cittadinanza romana, un asso nella manica e anche se Felice chiese al suo sostituto Porcio Festo di continuare a tenerlo in carcere per non scontentare i giudei, sapeva bene che prima o poi avrebbero dovuto o liberarlo o trasferirlo a Roma.

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Autore: laicusblog

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