Cap. 25 Gli apostoli traditori

Porcio Festo entra in carica nel 60 e morirà due anni dopo. Come di consueto la sua residenza era a Cesarea e il suo viaggio a Gerusalemme aveva unicamente lo scopo di ufficializzare ai giudei l’avvenuta sostituzione del precedente prefetto.

Era già passato un biennio da quando il governatore Felice aveva incarcerato Paolo, ma le autorità giudaiche – testimoni, evidentemente, del crescente successo della corrente cristiana – continuano a chiedere con insistenza che venga loro consegnato. Anzi, pensano di poter approfittare proprio dell’avvicendamento offrendo in cambio il loro rinnovato appoggio, come segno di reciproca fiducia.

Festo, che come tutti i neo-insediati ha bisogno di dimostrare la propria magnanimità, non può essere rimasto insensibile all’offerta di complicità da parte delle autorità giudaiche. Tuttavia, rendendosi conto che non avrebbero permesso a Paolo, cittadino romano, di avere un regolare processo, propone loro una soluzione di convenienza: ripetere a Cesarea il dibattimento che già s’era svolto sotto Felice. La proposta viene accettata.

Qui Luca si limita a scrivere che Paolo veniva accusato di «numerose e gravi colpe» (v. 7), senza specificare altro, probabilmente perché erano le stesse della volta precedente. Infatti Paolo non cambia strategia e si limita a dire che secondo la legge non ha compiuto alcun reato che giustifichi la sua carcerazione. Se di «reato» si può parlare si tratta semplicemente di un reato di «opinione». Ed egli sa benissimo che di fronte a un reato di opinione «religiosa», nessun tribunale romano l’avrebbe mai condannato.

Perciò non ha dubbi nel rifiutare la proposta che Festo gli fa di lasciarsi giudicare da un tribunale ebraico. Festo ovviamente non può obbligarlo ad accettare una soluzione del genere, essendo Paolo libero di appellarsi a Cesare. Può soltanto far vedere ai giudei tutta la sua buona volontà nel cercare di soddisfare le loro richieste.

Paolo, che conosce i giudei molto meglio di qualunque romano, sa benissimo che, nonostante tutte le assicurazioni e le protezioni di Festo, al processo non sarebbe mai arrivato vivo. Anzi, temendo che Festo voglia complottare con i giudei, preferisce decisamente appellarsi a Cesare e quindi di essere trasferito a Roma.

Ora qui bisogna fare alcune considerazioni. Anzitutto è bene evitare con cura di fare un torto all’intelligenza dei capi giudei, poiché se è del tutto verosimile che volessero eliminare Paolo in gran segreto, senza neppure imbastire un processo analogo a quello del Cristo, la cui popolarità e pericolosità politica erano infinitamente superiori a quelle di Paolo; è altresì vero che la dichiarazione d’innocenza di Paolo si poneva in maniera del tutto convenzionale e retorica, in quanto di fatto la predicazione di Paolo risultava particolarmente dannosa agli interessi non solo religiosi ma anche politici della nazione di Israele.

Sostenere la fine del primato della legge mosaica e soprattutto del valore del tempio, nonché il superamento delle tradizioni secolari relative a riti e regole di vario tipo significava in sostanza minacciare l’esistenza di Israele come nazione. Se si vuole accettare la tesi cristiana secondo cui la predicazione paolina era unicamente «religiosa», si deve comunque convenire con gli ebrei ch’essa aveva, indirettamente, delle conseguenze di tipo politico.

In secondo luogo, sia Festo che, prima di lui, Felice non si erano resi conto che la predicazione di Paolo, portata alle conseguenze più logiche, costituiva una minaccia politica anche per l’ideologia romana, in quanto, se da un lato è vero che il «dio» di Paolo veniva a porsi come un’entità in mezzo a tante altre, dall’altro è non meno vero che, facendo dell’uomo-Cristo un «dio» e per giunta l’unico vero dio apparso sulla terra, Paolo veniva a mettere in discussione la tesi secondo cui ogni imperatore andava venerato come una divinità (cosa già iniziata con Augusto nella parte orientale dell’impero). Il rifiuto di considerare gli imperatori un simbolo concreto, terrestre, della divinità celeste verrà scambiato dai giuristi e dai politici romani, che su questo punto non erano meno integralisti dei più integralisti giudei, come una forma intollerabile di «ateismo» e quindi come una forma di slealtà nei confronti delle istituzioni.

Quanto a Paolo, egli da tempo era giunto a conclusioni che potremmo definire «chiare e distinte»: Israele non ha la forza per liberarsi dei romani e rischia anzi di scomparire come nazione; tuttavia lo spirito d’Israele, riveduto e corretto alla luce di quanto avvenuto con le vicende del Cristo, può continuare a sopravvivere e anzi a diffondersi nel mondo intero, come mai prima era successo.

Paolo non ha e non vuole avere un progetto politico-rivoluzionario favorevole alla liberazione nazionale della Palestina, però ne ha uno di tipo culturale, a sfondo religioso, sicuramente cosmopolitico, che presume d’essere alternativo sia alla sapienza greca che alla legge ebraica.

Le autorità giudaiche lo vogliono morto non solo perché vedono in lui una minaccia alla causa della liberazione dal dominio straniero, ma anche perché sono tenacemente legate ai loro privilegi di casta, al loro stretto nazionalismo, alla loro politica e cultura conservatrice.

Per Paolo non ha più alcun senso morire martire per un popolo che non sente più suo, o per una comunità – come quella capeggiata da Giacomo il Minore – che si differenzia dai giudei tradizionali solo in un aspetto: l’attesa del ritorno trionfale del Cristo, un ritorno ch’essi credono ancora imminente, mentre per Paolo occorre procrastinarlo sine die, addirittura per la fine dei tempi.

Ci si può facilmente immaginare la reazione di Festo, che, appena nominato, aveva già un serio grattacapo da affrontare: da un lato non vuole scontentare l’autorevole delegazione giudaica, dall’altro non può rischiare, specie per la sua carriera, che un cittadino romano lo denunci di aver violato la legge. Sicché, previa consultazione del consiglio, decide di trasferirlo a Roma (l’imperatore in carica era Nerone: 54-68).

Si stava ancora provvedendo a organizzare il lungo viaggio, quand’ecco giungere a Cesarea il re Agrippa con la moglie Berenice, ch’erano venuti per conoscere il nuovo governatore romano. Festo ne approfitta per sottoporre ad Agrippa il caso di Paolo e per avere da lui qualche consiglio. Agrippa e Berenice (e anche Drusilla) erano figli di Erode-Agrippa I. Nel 49 Agrippa II era stato nominato dai romani ispettore del tempio di Gerusalemme, col diritto di designare il sommo sacerdote.

Di tutto quello che Festo dice ad Agrippa una frase, in particolare, pare messa apposta dai redattori degli Atti per far sembrare i romani più equi degli ebrei, ed è questa: «Risposi che i romani non usano consegnare una persona, prima che l’accusato sia stato messo a confronto con i suoi accusatori e possa aver modo di difendersi dall’accusa» (v. 16).

Un’affermazione del genere non avrebbe potuto essere detta davanti alle autorità giudaiche, perché anche nella prassi giudaica era prevista la stessa cosa (cfr p. es. Gv 7,51). Festo può aver detto che un cittadino «romano» non avrebbe potuto essere giudicato, contro la propria volontà, da un tribunale giudaico. Ma anche in questo caso difficilmente sarebbe potuto sfuggire a un qualunque cittadino la considerazione che il diritto romano, non meno di quello giudaico, era al servizio del potere politico ed economico.

E anche se Festo avesse detto di non poter consegnare un imputato al boia prima di un regolare processo, specie se questo imputato non ha commesso crimini contro il patrimonio o contro le istituzioni, neppure in questo caso la giustizia ebraica avrebbe avuto qualcosa da imparare da quella romana.

Qui insomma si ha l’impressione che i redattori cristiani abbiano voluto ridicolizzare le accuse dei capi giudei, mostrando che le loro vere intenzioni erano omicide e che un cristiano come Paolo non avrebbe avuto nulla da temere da parte delle autorità romane.

Solo che così facendo essi sono incappati in due contraddizioni di non poco conto: la prima è che invece di far vedere le autorità romane all’altezza di un caso come quello di Paolo, hanno fatto di Festo un incapace, un inetto, in quanto non ha saputo reagire subito, con la dovuta perspicacia, alle false accuse dei giudei, di cui conosceva bene le reali intenzioni; la seconda è che, mostrando Festo non solo incapace ma anche imbelle, hanno indirettamente fatto vedere che il potere giudaico era piuttosto temuto dai romani, evidentemente perché le sommosse erano all’ordine del giorno, per quanto in questi racconti ci si guardi bene dal farle apparire.

La parte finale di questo episodio rasenta la comicità. Festo s’immaginava accuse politicamente o giuridicamente terribili contro Paolo, come l’omicidio, il terrorismo, la sedizione… Poi aveva capito che Paolo non solo non era politicamente pericoloso, ma che anche le accuse giuridiche non riguardavano direttamente la legge romana, quanto una semplice questione «religiosa»: la resurrezione di un uomo. Dunque perché non liberarlo? perché lamentarsi con Agrippa che sul conto di Paolo non aveva «nulla di preciso da scrivere al sovrano» (v. 26)?

È che Festo non riesce a comportarsi come un giudice imparziale, non riesce ad evitare la connotazione politica che i giudei vogliono dare a questo processo, non riesce a scrollarsi di dosso i condizionamenti istituzionali che dietro questo processo legano i rapporti di Roma con la Giudea.

Agrippa vuol conoscere Paolo semplicemente per curiosità, forse l’avrà sentito nominare: in fondo un suo prozio, Erode Antipa, aveva fatto uccidere il Battista e aveva desiderato catturare Gesù (Lc 9,9); qui viene interpellato da Festo, cui piace ostentare il proprio senso della giustizia, semplicemente perché esprima un parere personale, quale stimato alleato di Roma.

A partire dal v. 23 si ha l’impressione di trovarsi al cospetto di un’udienza molto importante, ma è evidente che si tratta di un’esagerazione redazionale. E non è da escludere che Festo abbia voluto far vedere ad Agrippa che il suo prigioniero era molto importante, visto che lo volevano morto a tutti i costi.

È curioso qui il fatto che mentre da un lato Festo affermi che tutto il popolo ebraico vuole Paolo lapidato, dall’altro dichiari che secondo lui egli è innocente, sicché nello stesso tempo egli evita di consegnarlo e di liberarlo. L’ha tenuto in catene solo per motivi politici e non l’ha consegnato ai giudei solo per motivi personali, in quanto avrebbe rischiato una denuncia di violazione della legge, comportandosi, in questo, esattamente come i suoi predecessori. E si noti come qui i redattori cristiani vogliano far passare questa prassi come decisamente superiore a quella giudaica.

Festo sembra addirittura supplicare Agrippa di trovargli un capo d’accusa convincente, per cui abbia un senso trasferire Paolo a Roma, altrimenti teme di fare nei confronti dei suoi superiori una figura non meno meschina di quella che avrebbe fatto consegnando nelle mani degli aguzzini giudei un uomo con la cittadinanza romana, di cui sapeva con sicurezza non essere colpevole di nulla.

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Autore: laicusblog

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