Cap. 26 Gli apostoli traditori

Agrippa II era considerato da Paolo un grande conoscitore di cose ebraiche, a differenza evidentemente di Festo, nei cui confronti Paolo aveva scarsa fiducia. Ad Agrippa egli sta per dire delle cose che a Festo non erano minimamente interessate.

Oggi, dopo duemila anni di cristianesimo, siamo soliti attribuire ai romani molto più ateismo di quanto essi ne attribuissero ai cristiani, col loro rifiuto di considerare l’imperatore una sorta di divino-umanità; senza considerare che oggi il cristianesimo è vissuto da gran parte dei credenti in maniera ateistica, pur nella salvaguardia di alcuni postulati teorici irrinunciabili, il primo dei quali è l’esistenza di un Dio uno e trino.

Tuttavia qui bisogna rendersi conto che le questioni teoriche attorno a cui si svolgevano i dibattiti ai tempi di Paolo – questioni che, a motivo dei processi di secolarizzazione, oggi riteniamo quanto mai superate – costituivano una sorta di trasposizione simbolica di problemi molto concreti, sempre di natura sociale o economica.

In altre parole, non si deve pensare che duemila anni fa gli uomini non avessero consapevolezza del fatto che i problemi sociali andavano affrontati socialmente e politicamente. La predicazione di Paolo e se vogliamo tutti gli scritti del Nuovo Testamento stanno appunto a testimoniare che tale consapevolezza esisteva, ma che, non sapendo come concretarla operativamente, si preferiva circoscriverla entro discorsi di tipo religioso.

Dunque se da un lato le diatribe teologiche possono apparirci del tutto insensate o scontate le soluzioni che ad un certo punto sono prevalse, dall’altro però è bene sapere ch’esse rappresentano, seppure in maniera distorta se non addirittura mistificata, un’esigenza reale di giustizia, di eguaglianza sociale.

Il fatto che il cristianesimo paolino abbia finito col prevalere su ogni altra forma di cristianesimo deve farci riflettere non solo sulla grandezza del personaggio in questione, ma anche sulla scarsa capacità che gli uomini di allora sapevano dimostrare nell’affronto dei problemi socio-economici.

Questa scarsa capacità non può però essere attribuita a un livello primitivo dello sviluppo produttivo o ad altri fattori quantitativi (ivi incluso il livello delle conoscenze), altrimenti oggi non riusciremmo a spiegarci perché, nonostante i duemila anni di progresso storico continuino a permanere dei sistemi sociali antagonistici. Si tratta semplicemente di capire che gli uomini sono liberi di reagire alle situazioni di disagio o di accettarle passivamente; che poi, in questo secondo caso, si diano delle giustificazioni religiose o di altra natura, non fa molta differenza. Non esiste alcun processo storico che indichi con sicurezza che le attuali generazioni siano le più favorite nel cercare una soluzione ai loro problemi.

Questa premessa per dire che il dibattito che ora andremo a esaminare non va semplicemente visto come un dibattito a contenuto religioso in una sede giudiziaria, ma va anche visto come una forma di scontro simbolico tra due culture: greco-romana ed ebraico-cristiana, ognuna delle quali si sentiva autorizzata a negare all’altra le stesse possibilità di successo nella soluzione dei problemi sociali della gente. Essendo inficiato da argomentazioni di tipo religioso, lo scontro, evidentemente, ruota attorno a dei problemi e a delle soluzioni che solo indirettamente avrebbero potuto avere una ricaduta positiva o negativa sulla vita della gente.

Qui dunque non dobbiamo vedere Paolo solo come uno che dà sfoggio di tutta la propria arte da imbonitore, ma anche come uno che si sforza di cercare un’alternativa alla crisi della cultura dominante, ch’era pagana, cioè greco-romana e, per quanto riguarda la Palestina, giudaica. E Festo inizia a capire che forse si era sbagliato sul suo conto, che forse i giudei non avevano tutti i torti a volerlo eliminare e che la pretesa di Paolo d’insegnare a vivere ai pagani era a dir poco priva di senso, in quanto nessun romano avrebbe mai potuto credere a una versione dei fatti come quella raccontata da lui, in relazione alla propria conversione sulla strada di Damasco, per non parlare della teoria della resurrezione, qui presentata non come mito o leggenda, ma addirittura come un fatto assolutamente reale: una teoria che Paolo ha sempre predicato in stretta connessione al monoteismo assoluto, secondo la più schietta tradizione ebraica.

Tuttavia, la cosa più singolare è che Agrippa rimanga colpito molto favorevolmente dal racconto di Paolo. Infatti, visto ch’egli viene qui presentato come un re ebreo o semi-ebreo, che, diversamente da Festo, conosce «a perfezione tutte le usanze e questioni riguardanti i giudei» (v. 3), risulta ben strano ch’egli non si sia accorto quanto Paolo «vaneggiasse» (v. 24) quando diceva che i profeti e Mosè avevano predetto che il Cristo, cioè il messia liberatore, doveva soffrire e resuscitare dai morti (vv. 22-26). Anche perché qui è evidente che Paolo stava facendo un discorso rivolto più a un uditorio di tradizione o cultura ebraica che non pagana.

Sostenendo che il «Dio dei nostri padri» (v. 6) aveva fatto una promessa del genere, Paolo stravolge completamente l’esegesi canonica delle Scritture, e può farlo soltanto perché sa di avere di fronte uno che non s’intende granché di teologia ebraica, poiché in nessuna parte dell’Antico Testamento viene mai detto che il messia sarebbe dovuto morire e risorgere. Il concetto di «resurrezione» si fa strada solo al tempo dei Maccabei (2 Mac 7, 9 e Dn 12, 2) e non in riferimento al messia, ma solo in chiave escatologica, in relazione a una possibile resurrezione finale di tutti i morti della storia. Paolo invece ne parla come se gli ebrei vi credessero da sempre, e parla anche di dodici tribù (v. 7) quando ai suoi tempi ne esistevano solo due o poco più.

Se Agrippa ha accettato questa tesi e se addirittura si è lasciato scappare che volendo sarebbe anche potuto diventare «cristiano» (v. 28), evidentemente doveva essersi reso conto che il discorso di Paolo poteva tornargli politicamente comodo. La frase con cui egli chiude questo capitolo è significativa: «Costui poteva essere rimesso in libertà, se non si fosse appellato a Cesare» (v. 32). Non è da escludere, in tal senso, che Agrippa odiasse il giudaismo chiuso, aristocratico, settario e che preferisse decisamente il sincretismo etico-religioso tra ebraismo ed ellenismo.

Luca però non lascia capire bene se quella frase nascesse da una considerazione meramente politica o anche da una qualche convinzione interiore, o se invece non si trattasse di una mera battuta ironica, che si era voluta contrapporre all’ardore predicatorio dell’apostolo Paolo. Si riesce soltanto a intuire che, una volta deciso l’appello a Cesare, nessuno avrebbe più potuto far recedere Paolo, neanche se Festo o Agrippa in persona si fossero convinti della sua innocenza. Il che forse voleva dire che Paolo, piuttosto che accettare una libertà che avrebbe potuto mettere a repentaglio la propria vita, preferiva essere scortato fino a Roma e qui essere sottoposto a processo, dove sicuramente avrebbe vinto, avendo egli perfettamente capito che nella sua attività pratico-teorica non vi potevano essere appigli per un verdetto di colpevolezza in un tribunale romano.

Paolo al v. 27 dice: «Credi, o re Agrippa, nei profeti? So che ci credi». Pone una domanda in questi termini perché sarebbe sicuramente apparso troppo presuntuoso chiedere ad Agrippa se credeva in quello che fino a quel momento gli aveva detto. Pertanto non può che giocare d’astuzia e cercare di far passare un sillogismo sibillino: se Agrippa crede nei profeti (specialmente in Ezechiele, Isaia e Geremia) e la teoria di Paolo è conforme a quella dei profeti, allora Agrippa deve per forza credere anche nella teoria di Paolo.

Da un lato quindi si ha l’impressione che come uomo Agrippa sarebbe anche potuto diventare cristiano (o comunque lo si vuol far passare così da un punto di vista redazionale); dall’altro però è evidente ch’egli, come politico, avendo a che fare con la gestione delle cose ebraiche, al massimo avrebbe potuto tollerare pacificamente lo sviluppo del cristianesimo paolino, avendo capito che tra questa corrente e il dominio romano non esisteva una vera incompatibilità di sostanza. Il che però non significa che ad Agrippa sia sfuggito quanto fossero stridenti le divergenze tra cristianesimo paolino e giudaismo «classico».

Agrippa uscì dall’aula incerto sull’idea di diventare «cristiano», ma è fuor di dubbio che quanto più gli imperatori pretenderanno, per motivi politici, il riconoscimento del loro proprio carattere divino, tanto meno un personaggio come Agrippa avrebbe potuto rimanere incerto sull’atteggiamento da tenere nei confronti dei cristiani.

Ma torniamo a Festo. La reazione del governatore è stata meno intelligente di quella tenuta dal re Agrippa. È difficile qui capire se Festo abbia reagito più in quanto romano o più in quanto «padrone di casa» che chiede all’ospite di ascoltare un caso difficile. Temeva di aver fatto una brutta figura esponendo un caso che in quel momento stava diventando molto strampalato, oppure effettivamente Festo aveva cominciato a rendersi conto che Paolo fosse davvero pazzo e quindi pericoloso?

Sia come sia Festo non si rende conto che le cose dette da Paolo facevano un favore al dominio romano, anche se Paolo presumeva di poter insegnare ai pagani quale fosse il vero dio da adorare. È scritto infatti al v. 25: «Non sono pazzo, disse, eccellentissimo Festo, ma sto dicendo parole vere e sagge». Cioè parole per lui ideologicamente irrinunciabili e che per Roma potrebbero diventare politicamente convenienti.

Valutando le cose non come scaltro politico, ma come uomo che bada ai princìpi, Festo non s’è reso conto di avere torto proprio mentre il senso comune gli avrebbe dato pienamente ragione. Che Paolo infatti si comportasse come un «pazzo» era evidente, poiché nessuno avrebbe potuto credere alla storia della visione o della resurrezione del Cristo, eppure Paolo proponeva un’inedita soluzione di compromesso, che avrebbe potuto far convivere pacificamente romani ed ebreo-cristiani, in nome di una nuova illusione religiosa, più avanzata di quella pagana politeistica. E Festo sottovaluta, anticipando in questo l’atteggiamento di tutti gli imperatori romani fino a Costantino, la proposta politica di Paolo, anteponendole, pur senza farne esplicito riferimento, delle questioni di tipo ideologico (la prima delle quali era l’impossibilità di mettere sullo stesso piano romani e giudei).

Non era forse nell’interesse di un qualunque governatore romano credere nell’idea di un messia liberatore morto e sepolto? È vero, Paolo sosteneva che fosse «risorto», ma egli aggiungeva, per inciso, che il compito del messia risorto si limitava unicamente ad annunciare la «luce», cioè la «verità», alle nazioni del mondo. Il Cristo redivivo, in sostanza, non aveva più nulla del politico rivoluzionario, essendosi rivestito di panni esclusivamente filosofici e teologici.

Una proposta del genere avrebbe dovuto porre i cristiani a un gradino di credibilità molto più alto di quello in cui stavano gli ebrei nazionalisti, integralisti e politicamente ribelli. Invece Festo, che non è un politico scaltro, non riesce a soprassedere sui «vaneggiamenti» di Paolo e ha bisogno di schierarsi in maniera esplicita. D’altra parte come avrebbe potuto un romano separare così nettamente una «follia» espressa sul terreno ideologico, in virtù della quale si sarebbe dovuta mettere nel dimenticatoio tutta la pletora pagana degli dèi falsi e bugiardi, con la possibilità di utilizzare il cristianesimo come un’arma di dominio, come uno strumento di conservazione del potere? Ci vorranno secoli prima che si arrivi a sfruttare questa grande opportunità.

Il politico romano non è mai riuscito, neppure sotto Costantino e Teodosio, a separare nettamente le questioni religiose da quelle politiche. Lo Stato romano riconosceva piena libertà di religione solo fino al punto in cui poteva permetterlo la non-libertà politica. Cioè il potere pretendeva sempre dalla religione, in ultima istanza, un riconoscimento istituzionale. Il cittadino poteva credere negli dèi che voleva, ma non poteva non fare sacrifici sugli altari che legittimavano il suo status legale di cittadino.

Il cristianesimo paolino è la prima corrente ideologica ebraica che introduce, negando il proprio ebraismo, la separazione tra le questioni religiose e quelle politiche. Il cristiano avrebbe rispettato le leggi e le istituzioni, ma non fino al punto di dover rinnegare la propria convinzione, e cioè che l’unico vero dio era quello ebraico, nonché il figlio di lui, che gli ebrei non avevano voluto riconoscere.

Viceversa, per i romani la non-ammissione della divino-umanità dell’imperatore equivaleva, in sostanza, a un reato di tradimento, di lesa maestà, quindi a un reato politico. Le persecuzioni diventeranno sempre più inevitabili. Quanto più i cristiani professavano il loro dualismo, tanto meno gli integristi pagani del mondo romano sarebbero stati disposti a credervi. Paradossalmente questa situazione si capovolgerà subito dopo la svolta costantiniana: i cristiani diventeranno i nuovi integristi dei secoli futuri.

Prima di passare al capitolo successivo è bene spendere alcune parole sull’ultima versione che Paolo darà della propria conversione. Qui la crudezza con cui vengono esposti gli antefatti è notevole rispetto a quella che abbiamo letto al cap. 22.

Cap. 26

[4] La mia vita fin dalla mia giovinezza, vissuta tra il mio popolo e a Gerusalemme, la conoscono tutti i Giudei;
[5] essi sanno pure da tempo, se vogliono renderne testimonianza, che, come fariseo, sono vissuto nella setta più rigida della nostra religione.
[9] Anch’io credevo un tempo mio dovere di lavorare attivamente contro il nome di Gesù il Nazareno,
[10] come in realtà feci a Gerusalemme; molti dei fedeli li rinchiusi in prigione con l’autorizzazione avuta dai sommi sacerdoti e, quando venivano condannati a morte, anch’io ho votato contro di loro.
[11] In tutte le sinagoghe cercavo di costringerli con le torture a bestemmiare e, infuriando all’eccesso contro di loro, davo loro la caccia fin nelle città straniere.
[12] In tali circostanze, mentre stavo andando a Damasco con autorizzazione e pieni poteri da parte dei sommi sacerdoti, verso mezzogiorno…

Cap. 22

[3] Ed egli continuò: «Io sono un Giudeo, nato a Tarso di Cilicia, ma cresciuto in questa città, formato alla scuola di Gamaliele nelle più rigide norme della legge paterna, pieno di zelo per Dio, come oggi siete tutti voi.
[4] Io perseguitai a morte questa nuova dottrina, arrestando e gettando in prigione uomini e donne,
[5] come può darmi testimonianza il sommo sacerdote e tutto il collegio degli anziani. Da loro ricevetti lettere per i nostri fratelli di Damasco e partii per condurre anche quelli di là come prigionieri a Gerusalemme, per essere puniti.»

C’è una certa differenza tra il v. 11 del cap. 26 e il v. 4 del cap. 22: la prassi di torturare il prigioniero costringendolo a rinnegare il nome di Gesù, risparmiandogli quindi la vita, verrà adottata anche dai romani contro i cristiani. E, stando a 26,10, noi dobbiamo dare per scontato che Paolo non fosse solo favorevole alle torture, ma avesse chiesto l’eliminazione di quei non pochi cristiani che avevano resistito alle torture, sino al linciaggio di Stefano, che rappresentò probabilmente il caso più eclatante e l’ultimo nella carriera di «ottimo israelita» del fariseo Saulo.

Qui comunque appaiono evidenti due cose:

  • la prima è che Paolo vuole colpire il suo uditorio dicendo per filo e per segno tutto quello che aveva fatto ai danni dei cristiani, mostrando come sin dall’inizio i giudei ritenessero impossibile una qualunque intesa con questa nuova corrente;
  • la seconda è che Paolo si serve proprio di questa estrema crudezza della persecuzione per sentirsi più legittimato nel momento in cui avrà bisogno di usare toni non meno enfatici ed anzi molto fantasiosi per descrivere la propria conversione.

In sostanza è come se volesse far capire che doveva apparire assolutamente credibile una conversione miracolosa a un uomo che nella prima parte della sua vita era stato un acerrimo nemico del cristianesimo. Cioè preferisce passare per pazzo raccontando d’aver avuto una visione piuttosto che lasciare all’uditorio facoltà di dare una propria interpretazione a questo repentino mutamento di convinzioni ideali.

C’è da dire che è psicologicamente normale che uno preferisca attribuire a un particolare evento il motivo della propria subitanea trasformazione, piuttosto che cercare di spiegare pubblicamente tutto il percorso, intellettuale e morale, sicuramente molto complesso e tortuoso, che l’aveva portato a prendere una determinata decisione. Qui poi, avendo noi a che fare con un’ideologia di tipo religioso, che fa del «miracolo» una delle proprie ragioni d’essere, i fattori sensazionalistici sono ancor più giustificati a livello redazionale.

In ogni caso Paolo doveva essere una persona molto coraggiosa, poiché sapeva benissimo che, anche parlando di conversione miracolosa, i compagni d’un tempo avrebbero fatto di tutto per toglierlo di mezzo.

Relativamente alle altre incongruenze tra le versioni della conversione si rimanda a quanto già detto sul cap. 22. Qui però è interessante notare che quanto più ci si allontana dal giorno in cui si verificò l’evento fondamentale della vita di Paolo, tanto più diventa fantasiosa la versione con cui lo si racconta. E questo semplicemente perché sono sempre meno le persone in grado di smentirla. Questa metodologia redazionale verrà adottata per la stesura di tutto il Nuovo Testamento.

In sostanza Paolo propone una versione che legittimi in maniera univoca l’essenza della sua innovativa ideologia, che qui si può riassumere nei seguenti punti.

Anzitutto bisogna premettere la singolare pretesa di «autovocazione cristiana» rivendicata da Paolo, in netto contrasto coi principi di sequela e affiliazione riscontrati nella vita della comunità apostolica o, prima ancora, del movimento nazareno guidato dal Cristo. Nei racconti di Paolo non c’è per così dire una sorta di «apprendistato alla vita cristiana», ma una folgorazione improvvisa: il Cristo può parlare direttamente a Paolo appunto in quanto risorto, prescindendo quindi da qualunque altra mediazione, e questo è sufficiente per far sentire Paolo un «cristiano», cioè qualcosa di diverso dall’ebreo e dal pagano tradizionali, pur essendo egli, di etnia e di cultura, tanto l’uno quanto l’altro.

Questo modo di presentare le cose è funzionale al fatto che Paolo in realtà non è mai andato d’accordo con la comunità cristiana, né quando la perseguitava come fariseo integrista, né dopo (duri furono gli scontri con Pietro, Marco, Giacomo il Minore ecc.).

Detto questo, ecco in sintesi i punti salienti della teologia paolina:

  1. se il Gesù che è morto era anche il vero Cristo, cioè egli va considerato il messia proprio in quanto è risorto, e questo fatto clamoroso esclude che possano esservi altri messia, allora Israele non può più liberarsi dei romani. In altre parole, se il Cristo non ha liberato Israele quand’era in vita e non l’ha fatto subito dopo risorto, ciò significa non solo che nessun altro potrà mai farlo, ma anche che l’obiettivo stesso della liberazione d’Israele era sbagliato. Ciò in cui bisogna credere è la resurrezione di Cristo, ossia il fatto che la liberazione integrale dal male è possibile solo nell’aldilà.
  2. La liberazione offerta dal Cristo sulla terra non è socio-politica ma soltanto etico-religiosa: occorre credere, in coscienza, nella remissione dei peccati che si ottiene con la fede personale nella resurrezione e, oggettivamente, con la grazia divina: Dio non è più in collera con l’uomo a causa del peccato d’origine, che introdusse il male nella storia. Il Cristo, con la sua morte, ha espiato la colpa. Egli dunque non va visto come un liberatore nazionale ma come un redentore universale.

Una liberazione integrale dell’uomo, che riguardi non solo gli aspetti interiori ma anche quelli esteriori, è possibile solo alla fine della storia, quando ognuno verrà giudicato per le azioni che ha fatto. Il timore per il giudizio finale, unitamente alla perseveranza nella fede, permetteranno di ottenere l’eredità promessa.

  1. Prima di questo evento finale, occorre mettere sullo stesso piano tutti gli uomini della terra, sia che essi provengano dal mondo ebraico, sia che provengano da quello pagano. Israele ha perso ogni primato storico, ma d’ora in poi sono da bandire anche tutte le pretese pagane alla deificazione di un uomo come l’imperatore.
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Autore: laicusblog

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