Cap. 27 Gli apostoli traditori

In questo capitolo viene descritto il quarto e ultimo viaggio di Paolo, il primo da prigioniero, da Cesarea a Roma. Stando agli esegeti qui si è in presenza di uno dei più importanti diari di bordo dell’antichità. Ne è autore lo stesso Luca, che appare presente sin dal v. 1 («ci imbarcassimo»).

La comitiva era composta di 276 persone, quindi almeno la metà era costituita da prigionieri (per lo più ebrei) destinati ai mercati romani di schiavi. Capo della spedizione era un centurione chiamato Giulio, appartenente alla coorte Augusta, una delle cinque di stanza a Cesarea, ai tempi del governatore Quirino. Forse si tratta di quel Giulio Prisco che Vitellio avrebbe nominato prefetto delle coorti pretoriane.

Aristarco, un macedone di Tessalonica, già incontrato in At 19,29 e 20,4, viene qui citato in quanto accompagnatore di Paolo (era uno dei suoi principali collaboratori), quindi come persona libera. Sarà anche compagno di prigionia di Paolo, come da Col 4,10.

La prima tappa è Sidone e qui già si può notare come Paolo, cittadino romano, potesse fruire, col consenso del centurione, di privilegi impensabili agli altri prigionieri. Giulio sa bene che Paolo non è un prigioniero di guerra o un criminale comune e anche in quanto detenuto politico sa che non è un tipo pericoloso. Qui è da presumere che Paolo abbia ricevuto da alcuni discepoli di Sidone tutto quanto gli occorresse per intraprendere un viaggio piuttosto lungo.

La nave passa a nord di Cipro, allungando il viaggio, affinché l’isola li protegga dall’urto dei venti che soffiavano da ponente, poi tocca il mare della Cilicia e della Panfilia, e giunge dopo 15 giorni a Mira di Licia. Già da questi versetti si comprende bene che la nave stava compiendo un percorso molto noto a Paolo, infaticabile predicatore proprio in quelle e altre zone limitrofe.

A Mira di Licia Giulio trova una di quelle navi mercantili che portavano in Italia il grano d’Egitto: erano navi grandi che facevano regolarmente la traversata. Tuttavia, poiché il vento soffiava da ponente (da nord-ovest), non riuscivano a dirigersi direttamente verso la Sicilia, ma piuttosto in direzione sud-ovest, verso il promontorio all’estremità nord-orientale dell’isola di Creta, il capo Salmone. Creta viene poi costeggiata, a fatica, nella parte meridionale, nella speranza di potersi dirigere verso la Sicilia.

Viaggi come quello qui descritto si facevano soltanto in determinati momenti dell’anno (dall’11 novembre al 10 marzo il mare era clausum). Luca ci fa capire che stava cominciando l’equinozio d’autunno, cioè che si era verso la fine di ottobre, e il rischio di finire in una tempesta era diventato molto serio, per cui bisognava cercare un rifugio sicuro per l’inverno. Paolo, già reduce da tre naufragi (2 Cor 12,25), consiglia all’equipaggio romano di sospendere il viaggio e di fermarsi a Buoni Porti, ma il capitano e il suo pilota non ritengono adatto il luogo e, col consenso del centurione, decidono che si debba tentare di giungere, verso ovest, a un porto migliore (Fenice), riparato dai colpi di vento e che distava circa 34 miglia. Forse Fenice, rispetto a Buoni Porti, offriva maggiori garanzie di sicurezza anche per la detenzione dei prigionieri, in quanto per tutto l’inverno non sarebbero più potuti ripartire.

Appena doppiato il capo di Matala, poco dopo Buoni Porti, la nave venne colpita da un tifone che soffiava verso nord-est, detto Euroaquilone, ben conosciuto, e avendo la prua controvento evidentemente la nave non poteva proseguire e anzi finì alla deriva.

Ad un certo punto si decise di tirare a bordo la scialuppa di salvataggio, tenuta al traino, per non perderla o per impedire che si sfasciasse contro la stessa nave. Poi si cercò di rafforzare con robuste corde (le gomene) la chiglia della nave, introducendo tra le pareti dei fianchi alcune travi o dei legni per attutire i colpi in caso d’urto contro gli scogli; infine ammainarono le vele per diminuire al massimo la velocità e calarono il galleggiante per evitare il fondale basso della Sirti maggiore, al largo della costa di Cirene.

Il secondo giorno, per rendere la nave più leggera, buttarono a mare tutto quello che del carico potevano sacrificare; ma il terzo giorno bisognò dar mano anche alla mobilia, alle masserizie della nave. La tempesta però non accennava a diminuire e, poiché non lasciava neppure vedere il sole e le stelle per orientarsi, il timore di non farcela era divenuto grande.

Paolo, a quel punto, si rende conto che il rischio di un ammutinamento è molto forte: annegare o finire in qualche circo come gladiatore o presso qualche padrone romano come schiavo rurale o servo domestico, non sarebbe stato molto diverso per quei detenuti. Ecco perché di sua iniziativa si rivolge ai comandanti della nave, facendo capire di saperne più di loro.

La seconda parte di questo racconto è un esempio molto eloquente di cosa volesse dire, nel concreto, diventare seguaci del cristianesimo paolino.

Paolo non vuole che i prigionieri si ribellino approfittando dell’occasione, ma preferisce cercare un compromesso tra oppressi e oppressori. Proprio mentre parla ai comandanti della nave, egli in realtà sembra rivolgersi ai detenuti ebrei come portavoce del mondo romano e, come spesso succede in casi del genere, prende a svolgere un ruolo da imbonitore, raccontando fatti straordinari capitati solo a lui, i soliti sogni e le solite visioni. In tal modo ha anche la possibilità di fare propaganda del proprio vangelo, evitando tuttavia di citare il nome di Cristo, a cui probabilmente nessun detenuto ebreo lì presente credeva.

Scopo di Paolo è quello di far credere agli ebrei ch’egli era uno di loro, o quasi, in quanto, sebbene non incatenato come uno schiavo, era comunque costretto ad affrontare un processo a Roma in nome di una fede religiosa sconosciuta al mondo pagano.

C’è da dire che in racconti analoghi (si pensi p. es. a quelli omerici), appartenenti al mondo ellenico, gli aspetti mitologici sarebbero stati introdotti sin dall’inizio dell’evento, mentre qui, al contrario, è molto forte il realismo. Il genere fantastico, nei testi di ispirazione ebraica, appare più accettabile semplicemente perché inserito in un contesto in cui ci si può più facilmente immedesimare.

Le forze cosiddette «extraterrestri», in ciò che Paolo dice, non appaiono come indipendenti dalla volontà degli uomini, non trattano gli uomini come oggetto dei loro capricci, ma anzi sono un elemento di conforto, di sicuro aiuto, per quanto indimostrabile, ovvero accettabile solo con un atteggiamento di fede: anche da questo si può capire come il passaggio dall’ingenuo politeismo pagano (in cui il concetto di fato dominava incontrastato su qualunque altro concetto religioso) al più smaliziato monoteismo ebraico-cristiano vada qui considerato come una delle tappe dello sviluppo della coscienza umana verso l’ateismo o l’umanesimo laico.

In un primo momento i prigionieri sembrano accettare il compromesso, probabilmente perché si rendevano conto che se anche fossero riusciti a sopraffare la scorta armata, non per questo avrebbero ottenuto maggiori garanzie di sopravvivere al naufragio. Non a caso Paolo, facendo vedere d’avere più esperienza di tutti, aveva assicurato che la nave sarebbe comunque affondata.

L’occasione buona infatti giunge dopo quattordici giorni (dalla partenza di Buoni Porti) di deriva nell’Adriatico, come allora si chiamava tutta la parte del Mediterraneo fra Creta e la Sicilia. I marinai ebbero l’impressione, dal rumore delle onde che s’infrangevano contro la riva o dalle linee bianche della spuma, scorte, in qualche modo, malgrado l’oscurità della notte, o forse dai versi di alcuni volatili, che la terra fosse vicina. E ne hanno conferma usando lo scandaglio (20 braccia erano circa 37 metri di profondità).

Temendo di finire contro gli scogli, un gruppo di marinai getta da poppa quattro ancore, per fermare la nave, poi cerca di calare di nascosto la scialuppa in mare, pensando soltanto a fuggire. Tutto ciò deve essersi svolto in maniera molto repentina, coi favori dell’oscurità, facendo il minimo rumore.

Paolo, che s’era esposto facendosi portavoce dei prigionieri ebrei, garantendo che non si sarebbero ammutinati, non può ora rischiare l’accusa di tradimento o comunque di fare una pessima figura al cospetto del centurione, per cui avvisa quest’ultimo delle intenzioni dei fuggitivi. Sicché i soldati, che sicuramente sarebbero stati uccisi dai loro superiori se avessero lasciato fuggire i prigionieri, recidono le corde che sorreggevano la scialuppa e l’abbandonano in mare.

Cosa sia accaduto dopo questa sortita infelice di Paolo, che pensò anzitutto a mettersi dalla parte dei romani, è difficile dirlo. Se prima il compromesso poteva starci, in quanto l’ammutinamento non avrebbe assicurato una salvezza dal naufragio, che dire ora di questo atteggiamento delatorio? È difficile pensare che i marinai fuggitivi non abbiano pagato con la vita il loro sfortunato tentativo.

Spesso infatti quando non si ha il coraggio di dire la verità, i redattori del Nuovo Testamento la nascondono parlando di cose fantastiche, come quelle che si notano nei versetti 33-38, che sembrano un’edizione riveduta del miracolo evangelico dei pani, dove Paolo assume le sembianze di un novello Gesù di Nazareth (ma sono evidenti anche i riferimenti ai racconti sinottici dell’ultima cena). E questo al cospetto di un uditorio che tutto era meno che «cristiano»!

La contraddizione più stridente riguarda proprio il motivo del digiuno, poiché mentre al v. 21 il fatto sembra dovuto alla sfiducia di potersi salvare e forse anche alla scarsezza di viveri, in quanto molte cose erano state gettate in mare; al v. 33 invece si ha l’impressione che il digiuno sia volontario, cioè voluto per motivi più che altro religiosi o forse per protesta. Ma è impensabile un digiuno prolungato per quattordici giorni di 276 persone in balìa del mare (un numero già in sé molto elevato e poco credibile).

Inoltre mentre ai vv. 22-25 Paolo aveva promesso, in nome del suo Dio o dell’angelo avuto in visione, la vita salva a tutto l’equipaggio, senza condizioni, proprio perché egli avrebbe dovuto essere processato davanti a Cesare; al v. 31 invece dichiara che la presenza dei marinai è assolutamente necessaria ad assicurare la salvezza di tutti. (Da notare che il v. 34 è identico a Lc 21,18 s.)

È probabile che dopo la spiata di Paolo, Giulio si fosse convinto di poter contare su di lui al 100%, ma è non meno probabile che i giudei rimasti a guardare la fine dei fuggitivi, abbiano pensato che di Paolo non ci si potesse più fidare e che alla prossima occasione avrebbero dovuto essere più scaltri e risoluti.

Paolo, il cui cristianesimo qui vuole porsi al servizio dell’impero romano, sembra voglia convincere i detenuti ebrei che si salveranno non grazie alla fuga o alla ribellione, ma grazie alla sua intercessione (tra lui e il potere romano, tra lui e il Dio che lo protegge, diverso da quello tradizionale degli ebrei). Successivamente, coi versetti aggiunti dal 33 al 38, il redattore ha voluto far vedere che i detenuti potevano trasgredire o rinunciare al lungo digiuno di precetto, diventando così cristiani a tutti gli effetti. La «salvezza» dei detenuti qui viene interpretata in maniera del tutto distorta: come un qualcosa di fisico e di morale, lontano mille miglia da considerazioni di liberazione sociale, civile, politica.

Quando vedono la terra abbastanza vicina cominciano a organizzarsi diversamente: buttano via il frumento e le ancore, che ormai costituivano solo un’inutile zavorra (anche se c’era sempre il pericolo di sfracellarsi contro gli scogli), sciolgono le funi che tengono legati i due timoni (cioè i due remi di pala larga posti ai due fianchi di poppa) e li rimettono al loro posto per manovrarli (infatti erano stati tirati su e legati mentre la nave era ancorata) e, spiegata al vento la vela maestra (o di mezzana), si dirigono verso la spiaggia.

La nave s’incaglia in un fondale basso: evidentemente non avevano avuto modo di fermarla in tempo, pur usando lo scandaglio. Ora il pericolo è che si sfasci la poppa sotto il peso delle onde. Di fronte a ciò i detenuti pensano subito di fuggire, in quanto sarebbero bastate poche nuotate per ottenere la libertà.

La legge romana però parlava chiaro: il soldato che lasciava fuggire il prigioniero affidatogli, pagava la sua negligenza con la vita (cfr At 12,19; 16,27). Di qui l’idea di uccidere preventivamente tutti i prigionieri. Tuttavia il centurione scongiura la carneficina, ordinando che i capaci a nuotare si buttino in acqua per primi, seguiti dagli altri, con l’aiuto dei rottami della nave.

Incomprensibile, almeno apparentemente, che l’intervento di Giulio sia stato mosso dall’intenzione di salvare la vita di Paolo. Cioè quel che appare strano non è tanto che Giulio volesse salvare Paolo, quanto che i militari non sapessero già che andava risparmiato.

Un uomo che scongiura il pericolo di un ammutinamento e di una fuga dei prigionieri, che dichiara la propria lealtà a Roma e che per di più non avrebbe avuto alcuna intenzione di approfittare dell’occasione per mettersi in salvo, e che oltre tutto era cittadino romano, per quale motivo avrebbe dovuto essere ucciso?

Il motivo in realtà è uno solo: considerando Paolo un prigioniero come gli altri, lo si sarebbe aiutato a riscattarsi dalla colpa d’aver fatto il delatore per i romani e il traditore della causa ebraica. È stato necessario dirlo perché il finale è a doppio senso: «tutti poterono mettersi in salvo a terra» (v. 44), nessuno ovviamente riuscì a mettersi in salvo dal proprio destino.

Annunci

Autore: laicusblog

webmaster www.homolaicus.com

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...