Cap. 28 Gli apostoli traditori

La baia fra la Punta di Koura e Salmonetta, presso l’isola di Malta, ove approdarono i naufraghi, si chiama ancora oggi «Baia di San Paolo».

Vengono accolti «con rara umanità» (v. 2) dagli abitanti del luogo, perché in genere i naufraghi venivano spogliati dei loro beni se non addirittura uccisi. Luca fa qui capire che, nonostante l’arretratezza di quegli indigeni, rispetto alla civiltà greco-romana, la loro umanità era spiccata e genuina.

L’isola di Malta era, originariamente, una colonia fenicia. Cadde nelle mani di Cartagine nel 402 a.C. e fu ceduta a Roma nel 241 a.C. Il suo tempio di Giunone, molto importante e ricco, fu saccheggiato da Verrei, pretore romano della Sicilia. I maltesi quindi parlavano o greco o latino, o addirittura entrambe le lingue, visto che erano quelle ufficiali di chi li governava. È strano che qui Luca li definisca col termine di «barbari», allora usato in maniera convenzionale, per indicare quanti non parlavano una di queste due lingue. Non è da escludere che questi indigeni siano popolazioni primitive, dedite a caccia e pesca.

Luca tuttavia approfitta della loro ignoranza per descrivere un episodio indegno di uno scrittore del suo talento, ma è probabile che i versetti siano stati aggiunti in un secondo tempo, in quanto non hanno un nesso organico col resto del capitolo. A meno che non si tratti di un racconto molto particolare, che cerca di mascherare la fine improvvisa e inaspettata dell’apostolo: una morte banale che non poteva essere divulgata in quanto non conforme alla sua grande personalità.

«Mentre Paolo raccoglieva un fascio di sarmenti e lo gettava sul fuoco, una vipera, risvegliata dal calore, lo morse a una mano. Al vedere la serpe pendergli dalla mano, gli indigeni dicevano tra loro: «Certamente costui è un assassino, se, anche scampato dal mare, la Giustizia non lo lascia vivere». Ma egli scosse la serpe nel fuoco e non ne patì alcun male. Quella gente si aspettava di vederlo gonfiare e cadere morto sul colpo, ma, dopo avere molto atteso senza vedere succedergli nulla di straordinario, cambiò parere e diceva che era un Dio» (vv. 3-6).

Luca parla proprio di «vipera» e non di un serpentello qualunque, per quanto nel testo greco non sia così evidente ch’egli fosse stato proprio morso (la serpe infatti, contrariamente al suo naturale comportamento, gli era rimasta attaccata alla mano). Qui comunque il redattore ha tutto l’interesse a mostrare la superiorità del cristianesimo sul paganesimo, che è idolatra per definizione (quando non videro gli effetti immediati del veleno, i maltesi cominciarono a pensare che Paolo fosse un dio, al pari di Apollo o Esculapio, che passavano per divinità con potestà sopra i serpenti).

Soprattutto Luca ha necessità di mostrare come Paolo si fosse comportato, durante il naufragio, da delatore, sventando il tentativo di liberazione dei prigionieri, proprio perché godeva di una particolare protezione divina, infinitamente superiore a quella che poteva offrire la dea «Giustizia» o Nemesi, figlia di Giove e di Temi.

L’altro episodio fantastico che accadde sull’isola e che vede protagonista, ovviamente, lo stesso Paolo, è relativo alla guarigione del padre di Publio (quest’ultimo rappresentante del pretore della provincia di Sicilia, da cui Malta dipendeva), che era stato colpito da febbre maltese.

Anche qui gli Atti non hanno dubbi di sorta nel paragonare Paolo a Gesù Cristo. Sembra anzi che quanto più egli frequenti gli ambienti pagani, tanto più sia facile far vedere a questi ambienti superstiziosi, di alto o di basso rango, quanto sia superiore la civiltà ebraico-cristiana. Ma se il primo racconto può essere un camuffamento della morte di Paolo, questo indubbiamente rappresenta una sorta di canonizzazione.

È straordinario vedere con quale spregiudicatezza Luca (o chi per lui) si prenda gioco della creduloneria degli abitanti dell’isola e degli stessi lettori degli Atti. Qui infatti è evidente che se anche Paolo fu in grado di risolvere, con la sua scienza, un caso di difficile soluzione per una cultura primitiva come quella degli abitanti dell’isola, ciò non avrebbe dovuto in alcun modo favorire atteggiamenti ancora più superstiziosi di quelli consueti: «anche gli altri isolani che avevano malattie accorrevano e venivano sanati» (v. 9). Questo poi senza considerare che tutte le culture primitive hanno sempre avuto conoscenze mediche di tutto rispetto, da cui allora dipendeva la medicina delle civiltà più avanzate.

A parte queste stravaganze, che difficilmente potrebbero essere attribuite a una persona seria come Luca, per di più medico di professione, non può certamente sfuggire al lettore che l’autore di questo capitolo non dice assolutamente nulla della fine che fecero i 276 naufraghi (che salparono dopo ben tre mesi), in quanto là dove si scrive che Publio li ospitò per tre giorni (v. 7), occorre intendere, al massimo, soltanto Paolo, Giulio e lo stesso Luca. Solo in alcuni manoscritti è stato aggiunto, evidentemente per colmare una lacuna macroscopica, che «il centurione, arrivato a Roma, consegnò i prigionieri al prefetto del Pretorio».

Sia come sia, la comitiva riuscì a riprendere il viaggio imbarcandosi su una nave alessandrina, che caricava il grano e faceva commerci fra Egitto e Italia e che aveva svernato sull’isola. La prima tappa fu Siracusa, una delle città più floride della Sicilia, dove stettero tre giorni, poiché aspettavano il vento favorevole al proseguimento del viaggio. La seconda tappa fu Reggio Calabria, dove si fermavano sempre le navi che da Alessandria venivano in Italia.

Poi, levatosi l’Austro, il vento di mezzogiorno, fu la volta di Pozzuoli, il porto principale di Roma e grande emporio ove convenivano la navi egizie recanti il grano che sostentava il popolo romano. Qui inspiegabilmente gli Atti affermano che Paolo e Luca (di Aristarco non si dice più nulla) furono ospiti, addirittura per una settimana, di «alcuni fratelli» (v. 14). Evidentemente Paolo godeva di ampia fiducia da parte di Giulio, anche se non doveva mancare la scorta, come infatti risulta al v. 16.

Ma chi siano queste persone non è dato sapere: molto probabilmente sono degli ebrei chiamati «fratelli» solo in senso lato, che non sapevano nulla di Paolo (come risulta dal v. 21) o che forse lo conoscevano solo come persona autorevole o addirittura come persecutore dei cristiani. Qui non viene neppure ricordata l’importan-tissima Lettera ai Romani ch’egli scrisse a Corinto negli anni 57-58. C’è però da dire che Luca non cita mai alcuna lettera di Paolo.

I «fratelli» di Pozzuoli avvisano quelli di Roma, affinché si preparino ad ospitare Paolo e Luca. A Roma s’incontrano, molto stranamente, con due diverse comitive nei pressi del Foro di Appio e alle Tre Taverne: il primo, a 43 miglia da Roma, era luogo dove i venditori girovaghi e i mercanti si fermavano a bere; le Tre Taverne invece distavano circa 33 miglia da Roma. E con questi Paolo ha una prima breve conferenza, in cui spiega loro, molto genericamente, ch’era a causa della speranza d’Israele ch’egli portava le catene, «senza aver fatto nulla contro il popolo e contro le usanze dei padri» (v. 17).

A Roma, nel suo alloggio, Paolo ha una seconda conferenza, e questa volta sono presenti anche i capi giudei della comunità locale, che vogliono conoscere in dettaglio il motivo del suo arresto. Naturalmente Paolo dà la sua versione dei fatti, che i giudei lì presenti, non conoscendoli, non possono smentire, non avendo avuto di lui – anche questo molto stranamente – alcuna notizia negativa, per quanto sappiano che la setta del cristianesimo incontri ovunque forti opposizioni (v. 22). Egli comunque presume di dimostrare che «la legge e i profeti» avevano trovato il loro lento, graduale e sicuro compimento non in un regno terreno, politico-nazionale, ma in un regno dei cieli, di tipo etico-religioso: Gesù è l’unico vero figlio di Dio, quindi più grande di tutti i patriarchi, di Mosè, di tutti i re e profeti che Israele abbia mai avuto, semplicemente perché è «risorto».

Come si può notare, Paolo iniziò a comportarsi coi giudei di Roma esattamente come fino a quel momento aveva fatto coi giudei della diaspora. Infatti, dopo aver parlato con lui «alcuni aderirono alle cose da lui dette, ma altri non vollero credere e se ne andavano discordi tra loro» (vv. 24-25).

La chiusa degli Atti è un semplice replay di altre analoghe conclusioni di precedenti capitoli, al punto che si ha l’impressione che Paolo sia già morto o sia diventato un soggetto che ormai ha fatto il suo tempo, in quanto i nuovi cristiani di origine pagana non cercano neppure un rapporto col mondo ebraico. Si ha quasi l’impres-sione che a Roma abbiano celebrato il suo funerale.

Luca e Paolo vogliono far sembrare il cristianesimo un inveramento o superamento dell’ebraismo classico, ma il tentativo – come al solito – viene condiviso solo da un’infima minoranza, al punto che viene citato Isaia ad uso e consumo della propaganda ideologica del cristianesimo paolino, cioè senza alcun riferimento contestuale. Il v. 28 infatti sarebbe stato improponibile anche per il profeta più progressista.

Ma la cosa più curiosa viene detta nell’ultimo versetto, in quanto Luca fa capire che Paolo a Roma poté sfruttare le sue conoscenze tra i romani, la sua stessa cittadinanza romana per poter predicare nel proprio alloggio preso in affitto per ben due anni, «con tutta franchezza e senza impedimento» (v. 31). Come se fosse la cosa più naturale di questo mondo che un accusato politico fosse tenuto prigioniero a Roma per ben due anni, senza che un qualche atto di procedura fosse fatto.

Gli esegeti si sono lamentati assai di questa laconicità di Luca, di questa conclusione repentina del romanzo, della voluta assenza di riferimenti circa la fine dell’apostolo. In realtà più chiaro di così Luca, che a Roma non andò mai, non poteva essere.

Secondo alcuni esegeti Paolo scrisse a Roma le Lettere agli Efesini e ai Colossesi, il biglietto a Filemone (con cui rimanda al padrone lo schiavo Onesimo, ch’era fuggito), e forse anche le Lettere ai Filippesi. Altri pensano che tutte queste lettere siano state scritte a Cesarea. Dopo i due suddetti anni sarebbe andato in Spagna (come da Rm 15,24). Dopo il 62-63 avrebbe scritto, forse dalla Macedonia, la prima Lettera a Timoteo e quella a Tito. Più tardi, di nuovo a Roma, la seconda Lettera a Timoteo, e nella capitale sarebbe morto sotto Nerone dopo una seconda prigionia.

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Autore: laicusblog

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