Cap. 3 Gli apostoli traditori

Questo racconto viene messo, a livello redazionale, subito dopo quello che descrive la vita e l’organizzazione della primitiva comunità cristiana semplicemente per dimostrare che quest’ultima non si poneva nel contesto sociale dominato dallo schiavismo e dall’oppressione romana come una sorta di isola felice, immune dalle stridenti contraddizioni dell’epoca. Luca vuole anzi evidenziare come la comunità si considerasse al servizio di tutta la collettività, senza distinzioni di classe o di ceto, avendo come unico obiettivo quello di soddisfare dei bisogni sociali.

Il bisogno in questione è quello di uno «storpio fin dalla nascita» (v. 2), che chiedeva la carità ogni giorno «presso la porta del tempio detta Bella» (ib.): cosa che fece anche nei confronti di Pietro e Giovanni. I due apostoli si fermano e Pietro chiede allo storpio di «guardarli in faccia», come se Luca volesse mostrare che l’uomo era talmente abituato a ricevere pochissimo che le sue suppliche erano ormai solo un segno di disperazione. Probabilmente stupìto, lui si volse, aspettandosi in questo caso «di ricevere qualche cosa» (v. 5). Pietro però rinuncia a fargli la carità e anzi dichiara, non senza ostentazione, di non avere «né argento né oro» (v. 6) – come se lo storpio se li aspettasse! – ma di potergli elargire un bene molto più prezioso: la salute.

Il testo vuol mettere in evidenza una certa superiorità politica della comunità cristiana nei confronti di quella giudaica, la quale, ritenendo inadatto il questuante a una sequela, si sarebbe limitata esclusivamente all’elemosina. Pietro invece ha la pretesa di compiere un «miracolo», mostrando che il cristianesimo sa andare persino oltre le tradizionali questioni di stampo politico, la prima delle quali restava ovviamente quella della liberazione nazionale d’Israele. Il racconto infatti vuole porsi in maniera apologetica nei confronti della rinuncia alla lotta di liberazione, ovvero nei confronti della speranza di un regno solo «nei cieli».

La presenza del miracolo sublima l’assenza di un regno terreno impossibile, sicché la guarigione non viene data (come nei vangeli) per indurre fiducia in un regno terreno di giustizia e libertà prossimo venturo, ma proprio per rinunciarvi. Non è propositiva ma regressiva: questo prescindendo dal fatto che negli stessi vangeli le guarigioni e i prodigi in genere spesso venivano usati, in maniera redazionale, per mascherare situazioni politiche che avrebbero potuto risultare scomode al lettore romano, che andava invece rassicurato sulla natura del tutto pacifica di un movimento dal passato eversivo come quello cristiano (o nazareno).

La frase di Pietro è quanto mai illuminante in proposito: «non possiedo né argento né oro», cioè «non sono in grado di garantirti il benessere del regno che il messia aveva promesso di realizzare», «ma quello che ho te lo do», ed è il surrogato individuale alla mancata realizzazione di un regno per tutti.

La comunità cristiana, avendo consapevolezza delle esigenze forti di liberazione, non può dare l’elemosina, in quanto questa non risolverebbe il problema della povertà; può dare però l’illusione di credere che in nome di una giustizia ultraterrena la povertà non sia sulla terra un problema reale. Il miracolo della guarigione sarebbe la prova che l’illusione ha un fondamento.

Sotto questo aspetto è persino irrilevante sapere se la guarigione debba intendersi nel senso «fisico» della parola o non piuttosto in quello «psicologico-morale», come «salvezza interiore». Quando non sarà più necessario credere nei miracoli, in quanto la fede cristiana nella giustizia meramente ultraterrena avrà conquistato masse di seguaci, e si rinuncerà definitivamente, con Paolo, all’esigenza di un regno terreno di liberazione, l’elemosina tornerà ad essere l’unico modo di affrontare il problema della povertà.

Nel racconto il guarito è pago di sé, entra nel tempio insieme agli apostoli e mostra una fede quasi scontata, senza avere quella sensibilità, così tipica nei vangeli, che mette in relazione la guarigione con l’attesa del regno. Mentre nei vangeli le guarigioni si ponevano solo come «segni» di qualcos’altro, possibilmente da realizzazione hic et nunc; ora invece l’apostolo Pietro compie un miracolo per dimostrare la verità della resurrezione: infatti «nel nome di Gesù Cristo il Nazareno» lo compie; una pretesa che non ha nulla a che vedere con un’istanza politica di liberazione, ma esclusivamente con un messaggio di natura «teologica».

Fino al cap. 2 Pietro è convinto che la verità della resurrezione avrebbe dovuto essere dimostrata dallo stesso Cristo, col suo ritorno trionfale e imminente sulla terra. Ora invece egli sembra aver rinunciato alla possibilità, in tempi brevi, di questa dimostrazione, e siccome tra i fedeli serpeggia sempre più forte lo scetticismo, la guarigione miracolosa viene in soccorso alle incapacità di una debole leadership cristiana. Il miracolato infatti è totalmente privo di quella attesa messianica così caratteristica nei vangeli. È Pietro che deve convincerlo che il Nazareno è (ancora) il messia, seppure in forme e modi del tutto diversi: infatti è risorto e va pregato «nel tempio, lodando Dio» (v. 8). Pietro viene qui raffigurato in maniera caricaturale.

Mentre nei vangeli le guarigioni venivano concesse in via del tutto straordinaria, al fine di dare speranza a chi tra le fasce sociali più deboli manifestava maggiore rassegnazione o disperazione (anche se non è da escludere che questa prassi sia stata una mistificazione del vangelo di Marco, il prototipo di tutti gli altri), qui invece il miracolo viene usato come strumento per credere nella mistificazione operata dai capi della chiesa cristiana nei confronti del messaggio di Cristo.

*

Nel suo secondo discorso Pietro, dovendo ancora affrontare la questione della possibilità di ripristinare l’antico regno davidico, ha bisogno di usare con maggiore prodigalità i suoi sofismi religiosi. «I tempi della consolazione», cioè del regno davidico, giungeranno soltanto dopo che gli ebrei avranno accettato di credere nella resurrezione di Cristo, di cui il miracolo del questuante rappresenta una sorta di caparra. Il Cristo tarda a venire non perché tragicamente scomparso, ma semplicemente perché gli uomini non credono nella sconfitta della morte e quindi nel fatto ch’egli opera ancora per mezzo degli apostoli.

Questo modo un po’ goffo di procedere, in quanto l’incre-dulità religiosa viene usata come pretesto per rinunciare alla speranza politica, rende indirettamente Pietro latore di una inaspettata smentita circa la presunta autenticità dei racconti di apparizione descritti nei vangeli. Come noto, infatti (se diamo per scontato che i vangeli siano stati scritti prima degli Atti), il Cristo redivivo era apparso a decine se non centinaia di persone nelle ultime pericopi di Giovanni 21, Matteo 28 e Luca 24: qui invece Pietro lascia indirettamente intendere che nessuno l’aveva più rivisto e che si era necessariamente dovuti ricorrere a un miracolo di guarigione per indurre di nuovo a credere in una sua prossima venuta (altri miracoli in At 9,32 ss.).

Pietro anzi è addirittura esplicito nel sostenere che mentre il pentimento dei carnefici del Cristo è conditio sine qua non per poter sperare nel ritorno del Cristo, la funzione antiromana di tale pentimento e quindi di tale parusia resta una prerogativa del solo messia. In tal senso il v. 21 è collaterale ai vv. 19-20 e serve come aggancio biblico strumentale nei riguardi degli scritti antico-testamentari.

Cosa intende Pietro per «restaurazione di tutte le cose»? Sostanzialmente tre cose: 1. che Gesù ritornerà solo quando lo riterrà opportuno (quindi non fa più testo l’esigenza oggettiva di liberazione nazionale); 2. che fino ad allora gli uomini dovranno credere nella sua resurrezione; 3. che se Gesù, che era messia, è morto e risorto, allora il suo messaggio non riguardava affatto il compito di realizzare il regno davidico, ma piuttosto quello di come ottenere la conversione di tutti gli uomini. Pietro, con questo discorso (vv. 25-26), mostra d’aver intuito, ovviamente a modo suo, la portata universalistica del messaggio del Cristo, cioè il fatto che con la conversione degli ebrei al cristianesimo potevano aprirsi porte ben più grandi di quelle del tempio di Gerusalemme.

Singolare tuttavia è il fatto, in questo capitolo, che mentre da un lato gli apostoli dimostrano d’esser capaci di compiere prodigiose guarigioni e di farle per un fine di bene, esattamente come il loro maestro, dall’altro mettono subito le mani avanti per dichiarare la loro indisponibilità a sostituire un leader politico come Gesù.

Invero la singolarità è alquanto relativa. Pietro infatti dà di Gesù l’immagine di un uomo esemplare, impolitico per eccellenza: il «santo», il «giusto», l’«autore della vita», il «servo Gesù». Lo stesso carnefice, il procuratore Pilato, non è più la personificazione dell’o-diato impero romano, non è più l’«empio» di 2,23, ma anzi «colui che aveva deciso di liberarlo» (v. 13), proprio in quanto aveva capito, forse prima ancora degli stessi discepoli, che il Cristo era un uomo pacifico, un messia filosofo e moralista.

Politico rivoluzionario, anzi terrorista, era invece Barabba: costui sì giustamente incarcerato in quanto «assassino» (v. 14). Pietro in sostanza fa passare i giudei per autori di un orrendo delitto: avrebbero preferito un omicida senza scrupoli a un giusto timorato di Dio. Di lì a poco, cioè appena Paolo comincerà a predicare un’espli-cita discendenza divina del Cristo, scatterà, a carico dei giudei, l’accusa gravissima d’essere un popolo «deicida».

Gli Atti degli Apostoli sono ormai lontanissimi dalla consapevolezza dei reali termini del processo politico contro Gesù, i quali in definitiva si riducevano a due: 1. il popolo scelse Barabba perché sembrava offrire maggiori garanzie di opposizione antiromana; 2. i capi preferirono lasciar condannare Cristo perché avevano capito che Barabba costituiva per i loro interessi di potere un pericolo minore.

A questo punto ci si può chiedere se risalga allo stesso Pietro la tesi della strumentalizzazione di Pilato da parte dei capi giudei (così evidente nei sinottici), o se il suddetto v. 13 non sia stato aggiunto in un secondo momento al suo discorso.

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Autore: laicusblog

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