Cap. 6 Gli apostoli traditori

La goccia che fece traboccare il vaso di questa situazione precaria fu causata dalla conversione dei cosiddetti «ellenisti» (giudei della diaspora) al cristianesimo.

Come noto, durante l’edificazione del «secondo tempio», dopo la cattività babilonese, si erano sviluppate a Gerusalemme, sotto il dominio incontrastato della casta sacerdotale, due tendenze che si condizionavano a vicenda: un rigoroso monoteismo dottrinale (conseguente alla centralizzazione del culto nella capitale) e l’ideologia del popolo eletto, della nazione santa ecc.

Le radici di queste tendenze erano senz’altro anteriori a quel periodo, ma solo con le riforme di Neemia esse trovarono un certo riscontro. In particolare con esse si richiese la proibizione dei matrimoni misti e lo scioglimento di quelli già contratti, una rigida separazione dei giudei da tutti gli altri popoli limitrofi, e appunto una centralizzazione cultuale nel tempio: si favorì così una sorta di autoisolamento nazionale dei giudei, nella convinzione di poter avere con Jahvè un rapporto esclusivo, privilegiato.

Questa situazione, per molti versi paradossale, in quanto gli «eletti» giudei altro non erano che un popolo numericamente insignificante, per lo più oppresso da altri popoli, si trascinò per diversi secoli.

Le popolazioni di religione ebraica, che col passar del tempo cominciarono ad avvertire in maniera sempre più netta il contrasto fra l’ideologia dell’elezione e la realtà dell’oppressione, furono proprio quelle della diaspora. La dispersione degli ebrei oltre i confini della Palestina era iniziata negli anni della dominazione assiro-babilonese (secoli VII-VI a.C.), ma fu soprattutto nel periodo ellenistico (333-63 a.C.) ch’essa assunse vaste proporzioni, promuovendo altresì quel sincretismo culturale fra la religiosità giudaica e l’ideologia religiosa e filosofica dell’ellenismo che porterà alla nascita di un ebraismo fortemente ellenizzato e, se vogliamo, dello stesso cristianesimo, almeno nella forma che assunse sotto la predicazione paolina.

Ebrei ellenisti vivevano in Egitto, Siria, Asia Minore e in altri paesi del Mediterraneo. Essi organizzavano la loro vita religiosa sostanzialmente intorno alle sinagoghe, già presenti in tutta la Palestina ai tempi di Gesù. Parlavano il greco e in questa lingua tradussero tutta la Bibbia ebraica: il che poi farà sviluppare i sistemi sincretici filosofico-religiosi come quello di Filone Alessandrino o come quelli degli gnostici.

Rispetto agli ebrei residenti in Giudea, poco disposti a lasciarsi condizionare dai costumi della civiltà greco-romana, specie in considerazione del fatto che vi dovevano stare soggetti a motivo dell’oppressione politico-militare, molti ellenisti si rendevano conto che la centralizzazione del culto a Gerusalemme e lo stesso concetto di «popolo eletto» avrebbero potuto continuare ad avere un senso solo a condizione di ripristinare in tempi brevi l’indipendenza nazionale, altrimenti sarebbe stato meglio rinunciarvi definitivamente.

Di qui il conflitto latente, destinato a scoppiare, tra quei gruppi giudaici che ancora attendevano il messia trionfatore sui romani e quelli che credevano invece d’averlo trovato, in forme diverse da quelle sperate, nel Cristo morto e risorto. In mezzo stavano i cristiani residenti in Giudea (la terra più ortodossa di tutta la Palestina), che, dovendo convivere coi giudei locali, non se la sentivano di dover rinunciare, senza soluzione di continuità, alla specificità delle tradizioni classiche del giudaismo, nonostante fosse chiara la loro connotazione di «setta» sul piano sociale e di «eresia» su quello dottrinale.

Stefano capeggiava un gruppo estremista degli ellenisti: la sua opposizione netta al tempio poteva trovare facilmente seguaci tra i samaritani, gli esseni, la setta di Qumran, i battisti e anche tra gli stessi nazareni, ora divenuti «cristiani».

Il motivo che introduce il cap. 6: la discriminazione delle vedove elleniste nella distribuzione quotidiana delle offerte, non era una banalità. La condizione socioeconomica di questa categoria di persone era allora drammatica. Nel Nuovo Testamento vi sono due episodi in cui i redattori si sono sentiti in dovere d’introdurre degli elementi mitologici per poterne parlare: in Lc 7,11 ss., ove si narra della resurrezione del figlio della vedova di Nain, e At 9,36 ss., che riprende il racconto di Luca, sostituendo Pietro taumaturgo a Gesù.

Il fatto descritto in questo capitolo rispecchia quanto già detto sopra, e cioè che gli ebrei della Giudea, fossero essi ortodossi o, come appunto i cristiani, eretici, tendevano a considerare quelli della diaspora come credenti di secondo rango, proprio per il principio della «elezione» del popolo giudaico. Naturalmente gli ellenisti in oggetto non erano più residenti all’estero, altrimenti la distribuzione delle offerte non avrebbe potuto essere «quotidiana»: essi quasi sicuramente avevano a Gerusalemme delle sinagoghe ove leggevano la bibbia in greco.

In pratica era successo che con l’ampliarsi della comunità cristiana erano aumentati i problemi di carattere organizzativo, la cui mancata soluzione s’intersecava con aspetti di carattere soggettivo, quale appunto la discriminazione per motivi ideologici.

Se si considera che il regime economico della comunità primitiva era basato su offerte, lasciti e donazioni, diventa del tutto naturale che all’aumentare dei suoi seguaci aumentassero progressivamente anche i bisogni materiali. Inevitabilmente risultavano maggiori le persone disposte a ricevere che non quelle disposte a dare.

La decisione dei Dodici di separare le loro responsabilità materiali da quelle morali e ideali riflette appunto il limite strutturale della comunità, incapace di garantire l’effettiva uguaglianza economica ai suoi aderenti.

In realtà nel contesto dell’episodio sembra avvenga il contrario, e cioè che gli apostoli, già coinvolti nelle difficoltà emerse con l’episodio di Anania e Saffira, affidano l’incarico della gestione delle risorse economiche ai sette diaconi al fine di meglio garantire l’eguaglianza economica. E si tratta di un incarico di carattere generale, che va ben oltre l’assistenza alle vedove.

Il momento è significativo poiché viene sancita la separazione, all’interno della comunità, tra aspetti morali e aspetti materiali: cosa che prima d’allora non era mai avvenuta. Nella fattispecie gli apostoli evitano di nominare gli incaricati al servizio delle mense, temendo di apparire parziali, e preferiscono che sia la comunità a proporre i candidati. Tuttavia sono sempre i Dodici che stabiliscono il numero di «sette» e che decidono, in ultima istanza, di confermare ai diaconi la mansione.

Si ha qui l’impressione che gli apostoli costituiscano una sorta di «potere separato», in cui il numero stesso di dodici evochi una sorta di particolare privilegio. Cosa che, come noto, genererà, da qui a breve, delle tensioni con Paolo, che si autoproclamerà «tredicesimo apostolo». Questo poi senza considerare che i «Dodici» non esistevano più al tempo in cui gli Atti presumono di riferirsi, e forse non sono mai esistiti in quel numero così simbolico.

In sostanza è come se la predicazione e l’insegnamento fossero diventati, ope legis, patrimonio esclusivo della cerchia dei Dodici, tant’è che qui per la prima volta si usa l’espressione «ministero della parola» (v. 4). L’incapacità di risolvere le contraddizioni di fondo della sfera economica sembra abbia portato alla nascita di una particolare categoria di intellettuali della religione o della teologia: i cosiddetti «sacerdoti» (qui certamente più «laicizzati» di quelli giudeo-ortodossi), le cui idee, oltre a garantire la correttezza formale delle pratiche cultuali e la retta dottrina, tenderanno a diventare, inevitabilmente, sempre più astratte, moralistiche e apologetiche.

Che in questo capitolo nasca la figura del «sacerdote cristiano» è testimoniato anche dal fatto che al momento di ratificare la scelta comunitaria dei diaconi, i Dodici per la prima volta compiono un gesto tipicamente religioso: «l’imposizione delle mani» (v. 6). Questo conferma che è stato proprio nel momento in cui si sono separati gli aspetti morali da quelli materiali, dietro il pretesto che non si poteva trascurare «la parola di dio per il servizio delle mense» (v. 2), che i Dodici si sono specializzati nel ruolo alienato e alienante del «sacerdote». Nulla di strano quindi che Luca concluda questa prima parte sottolineando che «anche un gran numero di sacerdoti aderiva alla fede» (v. 7).

Fra i sette diaconi scelti, uno, probabilmente il più importante, in quanto citato per primo e anche perché di tutti gli altri, a parte Filippo, non si saprà più nulla, si attirava coi suoi polemici discorsi l’inimicizia di altri ellenisti come lui, non seguaci però dei cristiani. Luca dice, esagerando, che mentre discutevano con lui «non riuscivano a resistere alla sapienza ispirata con cui egli parlava» (v. 10), per cui si risolsero di denunciarlo.

Siccome Stefano era un cristiano agguerrito, per quanto assai poco diplomatico, gli autori degli Atti hanno ovviamente tutto l’interesse a mettere in buona luce l’intero suo operato e, a tale scopo, non risparmiano gli argomenti.

Già al v. 5, in un banale elenco di nomi, si era precisato, solo per lui, che si trattava di «un uomo pieno di fede e di spirito santo». Elogi del genere non si erano mai fatti neppure negli elenchi evangelici dei Dodici, dove anzi si era cercato di nascondere il più possibile le loro origini politicamente rivoluzionarie.

Si prosegue al v. 8 presentando di nuovo la personalità di Stefano come quella di un santo taumaturgo, alla stregua del Gesù evangelico più edulcorato, addirittura «pieno di grazia e di potere», poiché «faceva grandi prodigi e miracoli tra il popolo» (descrizione che in verità risente poco dello stile di Luca).

Si continua dicendo che, a motivo della sua irresistibile dialettica, furono costretti a «sobillare» dei «falsi testimoni» (vv. 11 e 13). E si conclude con una frase degna d’essere riportata per intero: «E tutti quelli che sedevano nel Sinedrio, fissando gli occhi su di lui, videro il suo volto come quello di un angelo» (v. 15).

Da notare che descrizioni analoghe si trovano solo in Es. 34,29-35, allorché si parla dello splendore del volto di Mosè, e nella trasfigurazione di Gesù, che riprende appunto il racconto veterotestamentario. Il che fa pensare a due cose: sia che negli ambienti ellenistici era relativamente facile idealizzare il messia e promuovere un culto della sua personalità debitamente trasformata in un’entità mitologica; sia che questa accentuata identificazione con l’immagine divinizzata del messia è inversamente proporzionale alla credibilità del messaggio di Stefano, per cui essa altro non è che un elemento apologetico usato in modo strumentale.

Un’ovazione così solenne in così poche righe non è riscontrabile in alcuna parte del Nuovo Testamento. Essa si spiega appunto con la necessità di mascherare un delitto che agli occhi dei contemporanei (ebrei e probabilmente anche cristiani) dovette risultare ampiamente giustificato.

A questi meccanismi redazionali di autodifesa la chiesa si sentì costretta per motivi di opportunità, in quanto era nell’interesse di tutti accontentare i cristiani provenienti dall’ebraismo ellenistico di vedersi rappresentare in questo libro di memorie storiche da alcuni loro significativi esponenti. Questo peraltro spiega perché esista nei sinottici un doppione del racconto della moltiplicazione dei pani.

Ciò che c’è di vero nel racconto dell’arresto di Stefano è, probabilmente, solo l’accusa dei «falsi testimoni», che forse tanto «falsi» non erano, nel senso che è possibilissimo che Stefano abbia detto qualche parola di troppo contro il tempio e la legge, e che abbia altresì esagerato nel dichiarare che Gesù il Nazareno avrebbe distrutto il tempio e sovvertito i costumi tramandati da Mosè.

Forse Stefano può aver esagerato nel dire che il tempio sarebbe finito materialmente distrutto, forse questa era solo l’accusa dei suoi detrattori, mentr’egli in realtà intendeva riferirsi a una distruzione di tipo simbolico. Fatto sta che la decisione è quella di condannarlo a morte per un semplice «reato d’opinione».

A dir il vero però le sue filippiche contro i giudei ortodossi si trascinavano già da lungo tempo: dapprima l’avevano contestato i Liberti, i Cirenei e gli Alessandrini, in seguito i più agguerriti della Cilicia e dell’Asia: fra questi c’era il fariseo Saulo, futuro grande persecutore dei cristiani.

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Autore: laicusblog

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