Cap. 8 Gli apostoli traditori

Approfittando della diatriba violenta inaugurata dalle filippiche di Stefano, le autorità del tempio, in primis i sadducei, organizzano una repressione di massa contro i cristiani, in specie ovviamente gli ellenisti, cui aderirono anche i farisei, sebbene proprio questi permisero ai Dodici d’essere risparmiati.

«Quelli però che [a seguito delle retate] erano stati dispersi (nelle regioni della Giudea e della Samaria) – rassicura Luca – diffondevano la parola di Dio» (v. 4). Col che, beninteso, egli non pensa affatto a sostenere che, siccome la persecuzione favoriva indirettamente la diffusione del vangelo, allora l’operato di Stefano va visto con entusiastico apprezzamento. Luca è uno scrittore troppo equilibrato per poter cadere in simili ingenuità. In tempi e modi diversi i cristiani avrebbero compreso ugualmente l’esigenza di diffondere il loro messaggio anche agli ebrei non ortodossi, come appunto, p.es., i samaritani. Sappiamo tuttavia che gli Acta Apostolorum sono il frutto di un compromesso di varie tendenze.

È inevitabile supporre che anche in una situazione di relativa convivenza pacifica, i cristiani, soprattutto gli ellenisti, di fronte al rifiuto delle autorità del tempio di accettare un confronto con la teologia emergente del cristianesimo apostolico, avrebbero ad un certo punto optato per una diversificazione dei propri interlocutori, visto e considerato che difficilmente si sarebbero spinti verso un’esplicita azione politica destabilizzante. Già nel suo vangelo Luca l’aveva fatto dire a Gesù: «Quanto a coloro che non vi accolgono, nell’uscire dalla loro città, scuotete la polvere dai vostri piedi, a testimonianza contro di essi» (9,5).

Dal punto di vista politico, la situazione dei cristiani era diventata così ambigua che probabilmente essi si sarebbero dati all’attività missionaria anche dopo aver realizzato con le autorità giudaiche un’intesa reciprocamente vantaggiosa.

Fra gli ellenisti che scelgono la predicazione itinerante in luogo del carcere nella capitale, va annoverato il diacono Filippo, il secondo citato nella lista di 6,5, il quale «sceso in una città della Samaria, cominciò a predicare loro il Cristo» (v. 5), riscuotendo uno strabiliante successo, al punto che un redattore assai più limitato di Luca non ha riserve nel descrivere fantastici miracoli e prodigi di varia natura (vv. 6-8), salvo tacere sull’identità del luogo in cui avvenivano.

Il successo fu così grande che anche il popolarissimo mago Simone – presumiamo di quella stessa anonima città – decise di aderire alla predicazione di Filippo. Simone – scrive Luca – «mandava in visibilio la popolazione di Samaria, spacciandosi per un gran personaggio» (v. 9). «Ma quando cominciarono a credere a Filippo, che recava la buona novella del regno di Dio e del nome di Gesù Cristo, uomini e donne si facevano battezzare. Anche Simone credette, fu battezzato e non si staccava più da Filippo» (vv. 12-13).

Forse memori di quanto Cristo aveva loro promesso, negli anni passati, e della buona accoglienza che avevano tributato a un messia di origine giudaica che non aveva difficoltà a considerare gli «eretici» samaritani come partner politici a tutti gli effetti nella lotta antiromana, la popolazione di questa e forse di altre città decise di accettare la predicazione di Filippo in luogo di quella di Simone. A queste folle, con esigenze di tipo politico-sociale, l’imbonitore Simone, confrontato a Filippo, appariva troppo limitato e superficiale; ancora purtroppo esse non erano in grado di rendersi conto che il contenuto della predicazione di Filippo, non avendo nulla di politicamente significativo, non era meno illusorio del messaggio magico del suo avversario.

Probabilmente Simone credette e si fece battezzare perché il background culturale della predicazione di Filippo mostrava aspetti di maggiore concretezza e di maggiore socializzazione del bisogno, e quindi risultava più convincente.

Tuttavia la cosa singolare non è tanto questa improvvisa e sospetta conversione, quanto il fatto che Filippo era in grado di «battezzare». Proseguendo la linea autonomistica (rispetto al potere accentratore dei Dodici) inaugurata da Stefano con la sua battaglia contro le autorità del tempio, Filippo considera come naturale il diritto di battezzare quanti accettavano senza condizioni il suo messaggio evangelico. Non sono più soltanto i Dodici ad autorizzare l’ingresso in comunità, ma, a partire da questo momento, s’è fatta avanti una pretesa che, pur non avendo ancora trovato un consenso esplicito da parte del collegio apostolico, diverrà in certo qual modo irreversibile.

Da notare che Filippo condivise senza particolari problemi l’adesione di Simone alla sua comunità, forse nella speranza di poter svolgere più agevolmente la propria missione propagandistica. Ma proprio questo fatto incontrerà – come vedremo – ostacoli di non poco conto da parte dell’ufficialità cristiana.

I Dodici, rimasti a Gerusalemme in occasione della repressione antiellenistica, saputo «che la Samaria aveva accolto la parola di Dio vi inviarono Pietro e Giovanni» (v. 14). Significativo è qui il fatto che gli apostoli rivendicano il potere di stabilire, in ultima istanza, quanto la predicazione di Filippo, che evidentemente non era stato mandato in missione, fosse giusta o sbagliata. Luca dice chiaramente, smentendo le pretese degli ellenisti, che il battesimo amministrato da Filippo non aveva l’autorità e quindi l’efficacia di quello amministrato dagli apostoli. Solo i Dodici infatti potevano concedere lo «spirito santo» (vv. 15-17), cioè la verità interpretativa del messaggio cristico.

È evidente che si deve far risalire a questo episodio l’esigenza egemonica di controllo centralizzato della divulgazione del vangelo e del primo sacramento, il battesimo, che la chiesa adottò sulla scia della obsoleta prassi essenica del Precursore. Il conflitto con gli ellenisti era divenuto così preoccupante che i Dodici furono costretti a inventarsi un nuovo sacramento col quale confermare l’operato di Filippo, e cioè la cresima.

Luca infatti è costretto ad affermare che il battesimo del cristiano Filippo, pur concesso «nel nome del Signore Gesù» (v. 16), era privo del dono dello Spirito santo. È sottile la distinzione tra «battesimo nel nome di Gesù» e «battesimo in nome dello Spirito»: essa è appunto servita ai Dodici per salvaguardare il loro potere specifico di depositari di una verità indiscutibile. Nelle loro mani lo Spirito era diventato una forma di proprietà specifica appartenente a una casta intoccabile, la cui autorità proveniva unicamente dal fatto d’essere stati diretti discepoli del Cristo e d’aver condiviso la tesi della resurrezione. Tutto ciò, o meglio, la prima parte di tutto ciò – come vedremo – verrà messa profondamente in discussione da Paolo di Tarso.

Che il dissenso nei confronti della tattica dirompente degli ellenisti avesse raggiunto il colmo, è qui testimoniato anche dal fatto che i Dodici non inviarono due apostoli qualsiasi ma addirittura i loro capi, Pietro e Giovanni (ma è dubbio che quest’ultimo fosse proprio l’apostolo), che avrebbero dovuto convincere Filippo e gli altri ellenisti, e al v. 17 pare vi siano riusciti, ad accettare l’idea, ridimensionando così la portata del sacrificio di Stefano, che il loro battesimo non poteva avere la stessa autorevolezza né poteva offrire le stesse garanzie di quello amministrato dagli apostoli.

È a questo punto che scoppia, com’era facile prevedere, un forte contrasto tra Simone e Pietro. Resosi conto che i poteri di Pietro e Giovanni erano maggiori di quelli di Filippo e che i due apostoli, a differenza del diacono ellenista, erano meno disposti a spartirli con altri, Simone, che non voleva perdere il proprio protagonismo, pensò di poter corrompere i due leader dietro un certo compenso in denaro. Abituato a trucchi ed espedienti di vario genere, egli ricorre, in maniera del tutto irresponsabile, ma in linea con l’arrivismo di chi vuole emergere a tutti i costi, a una prassi tipica delle società antagonistiche: vuole comprare col denaro l’autorità del potere (nella fattispecie la carica stessa di apostolo o di amministratore dei sacramenti). Di qui il termine spregiativo di «simonia», che la chiesa cristiana applicherà al commercio delle cose sacre o delle cariche ecclesiastiche.

Gli apostoli tuttavia consideravano, almeno in questa fase, i loro poteri intrasmissibili e molto probabilmente non avrebbero mai accettato di condividerli in forme così meschine. Ma a parte questo, che fa comunque onore ai due leader cristiani, l’esplicito rifiuto di patteggiare stava anche ad indicare che nel complesso le condizioni che gli apostoli ponevano ai neoconvertiti restavano di livello superiore a quelle poste dagli ellenisti: il che non può non aver influito sui futuri rapporti dei due apostoli con Filippo.

Dunque Pietro, nella convinzione che l’autorità apostolica non possa essere ceduta a chicchessia, tanto meno barattata in cambio del vile denaro, rifiuta offeso e scandalizzato. Tuttavia egli non specifica che detta autorità possa essere acquistata «eticamente», cioè sulla base di virtù personali, in stretta aderenza alla vita e agli ideali della comunità d’origine (come invece si preoccuperà di sostenere Paolo), altrimenti non avrebbe potuto giustificare la propria ingerenza nella missione degli ellenisti.

Egli si limita semplicemente a far capire che la loro autorità è intangibile, voluta direttamente dal Cristo; lo stesso Spirito santo è un dono conferito, in uso esclusivo, agli apostoli, senza che ne abbiano la proprietà personale, cedibile a terzi. Lo Spirito resta proprietà di Dio e come tale può essere conferito solo attraverso la loro mediazione.

Simone ovviamente non poteva sapere che queste motivazioni traevano origine da complessi fattori politici, che andavano ben oltre le priorità concesse da Pietro all’etica sull’economia. Proprio nel momento stesso in cui gli apostoli avevano creduto di non potersi sostituire al Cristo proseguendone il messaggio rivoluzionario, essi avevano avuto bisogno di affermare una stretta dipendenza del loro operato direttamente da Dio e dai privilegi che questa astratta entità poteva elargire: in tal modo si premunivano dall’accusa di aver tradito gli ideali del loro leader.

È forse in grado Simone di accettare questi principi perentori, che sembrano non avere alcuna soluzione di continuità? Solo in parte. All’invito fattogli da Pietro di pentirsi e di pregare Dio che lo perdoni, Simone, troppo abituato a calcare le scene da protagonista, risponde ambiguamente, quasi temendo che i rimproveri di Pietro possano fargli perdere la poca credibilità rimastagli, l’ultima risicata ascendenza sulle folle: «Pregate voi per me il Signore, perché non mi accada nulla di ciò che avete detto» (v. 24).

È da presumere che da allora Simone non abbia più continuato a partecipare alla vita della comunità, avvertendo come irrimediabilmente compromessa la sua posizione ufficiale. Proprio nel momento in cui aveva pensato, aderendo al messaggio di Filippo, di poter continuare una carriera ancora più gloriosa di quella di prima, si era praticamente ritrovato con un pugno di mosche.

Pietro e Giovanni tuttavia non rimasero in Samaria, ma – dice Luca – «dopo aver testimoniato e annunziato la parola di Dio [quasi volessero far concorrenza alla predicazione di Filippo], ritornarono a Gerusalemme» (v. 25).

La vittoria però fu di breve durata. Gli Atti di Filippo infatti si dividono in due parti: nella seconda, l’ultima, la medesima tradizione ellenistica confluita negli Atti di Luca cerca una rivalsa nei confronti dei Dodici.

Vediamo la chiusa del capitolo. Filippo torna di nuovo a predicare, inviato questa volta «da un angelo del Signore» (v. 26), che sostituisce lo «Spirito» del v. 29, di cui Filippo – avevano detto i due apostoli – non poteva essere titolare. Lo fa, questa volta, a sud della Palestina, ai confini tra la Giudea e l’Idumea; il v. 26 parla di una «strada deserta [nei pressi infatti esiste il deserto di Giuda] che discende da Gerusalemme a Gaza» (ex città filistea situata sulla costa mediterranea).

Qui Filippo incontra un etiope (del Sudan settentrionale) molto importante, in quanto amministratore generale di tutti i tesori di Candàce (che è titolo non nome di persona), regina d’Etiopia. Il funzionario, che stava tornando al suo paese, non era evidentemente un pagano, poiché aveva partecipato a un culto nella città di Gerusalemme (sebbene qui non precisato), inoltre nel testo viene detto che leggeva, per strada, il profeta Isaia (v. 28), e molto probabilmente non era neppure ebreo, in quanto eunuco (v. 27); gli esegeti pensano fosse di origine araba.

I versetti che in lingua greca stava leggendo sono, almeno per come li riporta Luca, una traduzione poco chiara d’un testo ebraico oscuro o alterato: sicché ancora una volta ci troviamo alle prese con le manipolazioni esegetiche dei redattori cristiani (in questo caso ellenisti) ai danni di quei passi veterotestamentari utilizzabili in maniera apologetica, a motivo della loro ambiguità o genericità o anche poeticità.

Isaia 53, in particolare, è stato sin dagli inizi della predicazione cristiana, abbondantemente travisato e strumentalizzato, al fine di dimostrare a quegli ebrei che attendevano la venuta del messia restauratore del regno davidico, che questi in realtà era già venuto nella persona del Cristo morto e risorto.

Il funzionario non riusciva a comprendere in maniera adeguata il senso del brano che stava leggendo, il cui motivo fondamentale era l’ingiusta sofferenza d’un uomo importante, una sofferenza – direbbe Kierkegaard – che porta alla morte.

Filippo, «partendo da quel passo della Scrittura, gli annunciò la buona novella di Gesù» (v. 35), cioè il fatto che pur nella sofferenza e persino nella morte di un grande uomo è possibile vedere l’occasione per iniziare un discorso che dia speranza ai viventi. Nulla infatti potrà impedire alle giuste idee di una persona di trovare dei seguaci dopo la sua morte.

L’etiope non attendeva il messia, né pensava a una liberazione sociale o politica degli oppressi dalla schiavitù, però si rendeva conto che il tema dell’ingiusta sofferenza (facilmente collegabile, peraltro, alla sua condizione di eunuco) non trovava nella letteratura del suo tempo una spiegazione convincente.

Filippo accetta di battezzarlo, mostrandogli che il sacrificio dell’evirazione per il bene della regina e del suo regno sarebbe stato umanamente ed eternamente riscattato nell’aldilà, ad immagine del Cristo risorto, il cui sacrificio era stato infinitamente più grande.

La cosa più importante però è che in questo battesimo, a differenza dei precedenti in Samaria, lo Spirito – viene detto nel racconto – scese sull’etiope: nella variante occidentale del v. 39 questo è chiarissimo. Alla domanda del funzionario: «che cosa m’impedisce d’essere battezzato?» (v. 36), l’antica glossa conservata nel testo occidentale riporta l’interessante risposta di Filippo: «Se credi con tutto il cuore, è permesso» (v. 37). Al che quello rispose: «Credo che Gesù Cristo è il Figlio di Dio» (v. 37).

Questo scambio di battute ha un significato evidente: gli ellenisti, ad un certo punto, si convinsero che per ottenere lo Spirito era sufficiente credere in coscienza nella divinità di Gesù. Una qualsiasi altra conferma da parte degli apostoli sarebbe stata inutile, anzi inopportuna, e Paolo, di lì a poco, lo dirà senza mezzi termini.

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Autore: laicusblog

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