“Dall’alto” chi o cosa? (Gv 19,10-12)

– Allora Pilato gli disse: Non mi parli? Non sai che ho il potere di liberarti e il potere di crocifiggerti?

– Gesù gli rispose: Tu non avresti alcun potere su di me, se non ti fosse stato dato dall’alto; per questo chi mi ha consegnato nelle tue mani ha più colpa di te.

– Da quel momento Pilato cercava di liberarlo, ma i Giudei gridavano: Se liberi costui, non sei amico di Cesare; chiunque si fa re, si oppone a Cesare.

Di questo dialogo due parole sicuramente non sono chiare: a cosa o a chi si riferiva Cristo dicendo a Pilato che il potere gli veniva “dall’alto”? Di frasi o anche solo di parole sibilline come queste i vangeli sono pieni. E ogni volta che ci si imbatte, gli atteggiamenti, da esegeta laico, che si possono assumere sono sempre due: o qualcuno ha assistito al dialogo e, pur avendolo riportato correttamente, ha dovuto subire una manipolazione interpretativa, in senso mistico, da parte dei redattori del vangelo; oppure tutto il dialogo è stato completamente inventato per sostenere tesi di tipo religioso.

Ora, che tra Cristo e Pilato non possa esserci stato alcun dialogo religioso è pacifico. Non vi sarebbe stato neppure se Cristo si fosse autodefinito “figlio di dio” o persona “divinoumana”. In tal caso, infatti, Pilato l’avrebbe considerato un folle. È vero che da qualche tempo i romani si stavano abituando all’idea che i loro imperatori (alla stregua di quelli orientali o ellenistici) potessero attribuirsi degli appellativi di carattere “divino”, ma si dava per scontato che non potevano essere presi alla lettera. Erano più che altro delle metafore da usarsi piano politico, onde rafforzare dei poteri dittatoriali, i quali, a loro volta, volevano apparire più equi di quelli, sommamente corrotti, dei senatori.

Vediamo quindi quale delle due suddette interpretazioni laiche calza maggiormente nel dialogo in oggetto. Supponiamo che il dialogo sia davvero avvenuto e che i redattori l’abbiano modificato in maniera strumentale. Che Pilato abbia potuto dire di avere il potere di emettere sentenze capitali, non ci piove. L’aveva già fatto prima di quella attuale e lo farà anche dopo. Disponeva di pieni poteri da parte dell’imperatore Tiberio, e in effetti avrebbe anche potuto liberarlo contro la volontà dei sommi sacerdoti, che accusavano il Cristo di ateismo e che temevano, in caso di rivoluzione politica anti-romana, di perdere il loro potere, in quanto Cristo aveva già tentato di detronizzarli in occasione della epurazione del Tempio.

Da come Pilato viene presentato in questo vangelo, non si può certo dire che fosse un gran credente o di una spiccata moralità: la sua stessa domanda scettica su che cosa sia la verità (18,38) lo lascia supporre. Al massimo si può pensare che Pilato usasse il paganesimo contro l’ebraismo per motivi politici. Se avesse visto in Cristo unicamente un avversario ideologico del giudaismo, sarebbe stato nel suo interesse liberarlo, anche se, così facendo, avrebbe scontentato i sommi sacerdoti e i sadducei, suoi alleati. Avrebbe cioè dovuto fare, preventivamente, un calcolo politico delle forze in campo e chiedersi se gli sarebbe convenuto cercare di avere Cristo dalla sua parte, visto il grande seguito popolare cui fruiva, ridimensionando di conseguenza il potere giudaico, il quale se da un lato era favorevole a collaborare, dall’altro s’impegnava poco nel reprimere la resistenza contro Roma; oppure se non sarebbe stato meglio far vedere che Roma confermare l’alleanza col potere giudaico così com’era, con tutte le sue tradizioni e culture lontanissime dalla sensibilità romana, le quali, volendo, avrebbero anche potuto essere utilizzate contro gli interessi imperiali.

Solo di una cosa siamo sicuri: Pilato temeva la popolarità di Gesù, sapeva benissimo ch’essa non era indirizzata solo contro il potere colluso e corrotto dei sommi sacerdoti e della casta sadducea, ma anche contro le legioni romane, viste come un occupante imperialista. Dunque per lui il vero problema da affrontare non aveva tanto degli addentellati di tipo religioso, ma consisteva soprattutto in questo: come eliminare un leader politico con ampio seguito, servendosi, senza dubbio, della complicità del potere giudaico, ma anche facendo molta attenzione a non scatenare una reazione popolare dalle conseguenze imprevedibili. Pilato doveva prendere una decisione sul filo del rasoio.

Ma se la situazione stava così, a che cosa o a chi si riferiva Cristo quando disse a Pilato che il potere di tenerlo prigioniero gli veniva “dall’alto”? E perché gli dice che chi l’aveva consegnato a lui, aveva una maggiore responsabilità?

Chi sta più in alto di Pilato non può certo essere Dio, poiché si tratta di qualcuno che viene considerato “colpevole”. Semmai potrebbe trattarsi di Satana, il “principe di questo mondo” (Gv 14,30; 16,11), il quale – secondo l’ideologia cristiana teorizzata da Paolo di Tarso – vede il Cristo, sulla Terra, come proprio irriducibile nemico. Secondo i cristiani, infatti, il demonio sa che, dopo il peccato originale, gli uomini non hanno più la possibilità di recuperare l’eden perduto, a meno che appunto non vengano aiutati da dio-padre (che però appare troppo lontano o troppo inflessibile) o dal dio-figlio, il quale, avendo una natura anche umana, può fare da paciere, anzi da mediatore, accettando il supremo sacrificio di sé (che è riparatore di ogni colpa) tra l’onnipotenza di un dio perfetto e l’impotenza degli uomini sempre peccatori. In tal caso la consegna di Gesù a Pilato sarebbe avvenuta col permesso di Dio, il quale, sapendo che gli uomini non sono in grado “liberarsi” da soli delle proprie colpe, avrebbe sperato d’indurli meglio al pentimento chiedendo al figlio di sacrificarsi. Satana quindi avrebbe compiuto qualcosa di mostruoso, ma senza rendersi conto che dietro di lui vi era una regia occulta, che avrebbe saputo trasformare la tragedia in un fatto positivo, provvidenziale.

In tal senso la frase “tu non avresti nessun potere su di me se non ti fosse stato dato dall’alto”, implicherebbe un riferimento a qualcosa di “metafisico”, di extraterreno. Cioè vi sarebbero almeno due entità superiori a Pilato: Dio e il Demonio. E il fatto che i redattori scrivano che “a partire da quel momento cercava di liberarlo”, induce a pensare ch’egli avesse interpretato le parole del Cristo in chiave religiosa, mostrandosi molto preoccupato. In tal caso Gesù avrebbe trasformato il dialogo con Pilato sul tema filosofico della “verità” in un dialogo teologico sul tema dell'”aldilà”. Alcuni esegeti hanno pensato che Gesù abbia approfittato di quella tendenza alla superstizione che caratterizza la sensibilità romana, per far capire che il potere politico di cui Pilato beneficiava aveva radici religiose di cui lui ignorava.

Ora però usciamo da questo campo mistico, del tutto irreale, e proviamo a identificare quel personaggio autorevole che avrebbe dato al giudice Pilato la facoltà di decidere quale fine far fare al Cristo in stato di arresto.

Supponiamo che il diretto superiore di Pilato fosse lo stesso imperatore Tiberio. Per quale motivo viene considerato da Gesù “più colpevole” del prefetto in carica, dotato di ampia autonomia? Qui è come se Cristo avesse detto a Pilato che non poteva esser lui a decidere se liberarlo o crocifiggerlo, in quanto a decidere era lo stesso sistema imperialistico ch’egli in Giudea rappresentava. E siccome era il sistema a decidere, Pilato, anche se sul piano personale pensava di avere un certo margine di scelta, di fatto, sul piano politico, non ne aveva alcuno.

Tale interpretazione la diamo ovviamente in chiave laica, per quanto tendiamo a escludere a priori che Pilato si fosse convinto, anche solo per un momento, che Cristo non andasse giustiziato o non meritasse di esserlo o non fosse colpevole delle accuse che gli venivano mosse. Qui si vuole semplicemente dire che se il dialogo in oggetto è davvero avvenuto, Cristo può aver fatto capire a Pilato che egli non aveva alcuna possibilità di decidere se liberarlo o crocifiggerlo, in quanto la sua posizione politica, in quel momento, così altamente caratterizzata dall’oppressione romana contro il popolo della Palestina, necessariamente lo obbligava a prendere una decisione favorevole alla sentenza capitale.

Questo ovviamente i redattori non potevano dirlo, proprio perché tutti i vangeli sono stati scritti per accusare soprattutto i Giudei, facendo passare Pilato per un uomo debole di carattere, per un opportunista che, per quieto vivere o per un calcolo politico, aveva emesso una sentenza contro la propria volontà. I vangeli sono testi che cercano col mondo romano un compromesso che permetta ai cristiani di poter essere accettati senza che nessuno li confonda coi Giudei.

Sotto questo aspetto l’interpretazione del dialogo non cambia molto se consideriamo che il potere che “dall’alto” ha consegnato Gesù a Pilato sia quello stesso giudaico dei sommi sacerdoti. In tal caso però bisognerebbe fare una precisazione. Il potere giudaico verrebbe considerato più forte di quello di Pilato proprio perché, invece di cercare lo scontro armato, l’opposizione risoluta, esso ha preferito l’accordo vergognoso. Gesù cioè avrebbe fatto capire a Pilato che se Israele fosse stata tutta unita, per i romani non ci sarebbe stato scampo. Ecco perché chi l’ha consegnato a lui merita d’essere considerato più colpevole.

Forse però l’aspetto più sconvolgente del dialogo in oggetto è il finale. Da un lato gli evangelisti scagionano Pilato sul piano soggettivo, in quanto affermano che dal dialogo col Cristo egli aveva avuto l’impressione che non meritasse di morire (e in ciò ovviamente essi mentono sapendo di mentire); dall’altro accusano l’intero popolo ebraico, presente in quel momento a Gerusalemme, di volere la sua morte (e in ciò non si fa alcuna distinzione tra popolo e istituzioni o tra i vari partiti politici); e, di nuovo, così dicendo mentono sapendo di mentire, come sempre succede quando si usa l’arma dell’antisemitismo per giustificare le proprie scelte politiche sbagliate o quando non si hanno argomenti sufficienti per sostenerle.

I redattori fanno passare gli ebrei più “realisti” del prefetto romano. Infatti vogliono fargli credere che Gesù fosse per gli ebrei un sovversivo politico quando per la cristianità petro-paolina era soltanto un sovversivo religioso, lontano dalle tradizioni giudaiche. La cosa incredibile di questa messa in scena è che davvero Gesù, agli occhi di Pilato, appariva come un sovversivo politico. Solo che qui, inserita in un contesto mistico, l’accusa di cui i redattori si fanno carico appare come una provocazione, una sfida che il popolo giudaico lancia a quello romano. Per i Giudei Cristo va ucciso in quanto ateo, ma siccome, se fosse stato soltanto per questo motivo Pilato non l’avrebbe condannato a morte, ecco che allora subentra l’altra accusa: Cristo vuol diventare re contro Tiberio. Pilato non può assolutamente difenderlo. Quindi lui lo giustizierà come sovversivo politico pur sapendo che non lo è: questa la tesi redazionale, altamente mistificante, la quale è tutta rovesciata rispetto a quella interpretazione laica che in effetti vede nel Cristo un uomo ateo sul piano religioso e sovversivo su quello politico.

Ecco dunque scoperto chi ha davvero più potere di Pilato, chi dall’alto gli ha consegnato Gesù per volerlo morto sia per motivi religiosi (in quanto ateo) che per motivi politici (in quanto sovversivo non solo contro Roma ma anche contro il potere giudaico collaborazionista). È lo stesso giudaismo, che in questo vangelo viene condannato senza appello. La comunità cristiana si può così vendicare del torto subìto, della grande occasione sprecata di creare una Palestina libera.

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Autore: laicusblog

webmaster www.homolaicus.com

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