Differenze semantiche tra falsificazione e mistificazione

I

Se prendiamo un qualunque racconto evangelico sulle guarigioni del Cristo è relativamente facile individuare nel carattere miracoloso dell’intervento terapico l’aspetto falsificatorio introdotto consapevolmente dai redattori. Usiamo l’avverbio “relativamente” poiché non vogliamo escludere a priori la possibilità che talune guarigioni abbiano avuto per oggetto delle malattie psico-somatiche, per le quali non era indispensabile alcuna terapia di tipo “religioso”.

Tuttavia in questi racconti quel che è molto più difficile accertare non è tanto la differenza tra “falso miracolo” e “terapia psico-somatica”, quanto la differenza tra “falsificazione” e “mistificazione”. Quest’ultima in genere sta nel tentativo di alterare, reinterpretandolo in chiave mistica, un contenuto che nella realtà originaria era politico o semplicemente umano. Proviamo ora a dare delle definizioni astratte e vediamo se in qualche modo possono trovare riscontro nei vangeli.

Noi sappiamo che quando una cosa è completamente inventata, si deve parlare di “invenzione” non di “falsificazione”. Si “scopre” qualcosa che era in natura, ma si “inventa” qualcosa attraverso la mente umana.

Di nessuna fiaba o favola si potrebbe mai parlare di “falsificazione”. Anche i miti e le leggende sono stati completamente inventati, per quanto dietro di essi vi possono essere state delle situazioni reali, cioè delle vicende andate perdute nella notte dei tempi, che magari non si volevano ricordare esattamente com’erano avvenute. Solo in maniera molto limitata i miti e le leggende possono rispecchiare quelle vicende.

D’altra parte anche certe fiabe popolari possono aver avuto delle radici storiche, per noi impossibili da individuare e da decifrare. Faremmo un favore troppo grande ai poeti, ai narratori e agli scrittori in generale dicendo che il loro parto di fantasia è stato assolutamente autonomo rispetto al dato sociale, ai condizionamenti del loro tempo.

Però in tutti questi casi non parliamo mai di “falsificazione” ma solo di “invenzione”. Gli uomini, con la loro fantasia e immaginazione, s’inventano delle cose per cercare d’interpretare se stessi e il mondo che li circonda, lasciando ai posteri tutte le operazioni ermeneutiche che vogliono.

Tutti sanno che si tratta soltanto di “invenzioni”, tutti possono sospettare che dietro ci sia qualcosa di vero, che è stato tramandato, attraverso le generazioni, in maniera distorta o poco chiara, o magari in maniera metaforica, simbolica, allegorica…, ma nessuno parlerà mai di “falsificazioni”. Sono soltanto “invenzioni” non “realtà”: lo si sa sin dall’inizio o comunque lo si intuisce, lo si sospetta, per cui si sta al gioco, anche perché, in ultima istanza, non si dà loro un gran peso rispetto all’esigenza che si ha di vivere in maniera dignitosa.

Anche il 99% della cinematografia è fiction, eppure davanti a molte scene ci si commuove o ci si altera, e si ha piacere di provare una certa empatia per questo o quell’attore; si arriva persino a immedesimarsi nel suo comportamento, nel suo linguaggio, nel suo abbigliamento… I film piacciono quando fanno provare sensazioni, emozioni, pur essendo noi consapevoli che gli attori stanno soltanto recitando una parte. Nel Medioevo non era ben visto il mestiere dell’attore, proprio perché si sapeva che poteva trarre in inganno. Non a caso negli Stati Uniti, il paese che più di ogni altro ama creare miti, quando un attore entra in politica riesce facilmente ad avere successo, a testimonianza che l’elettore medio fa poca differenza tra realtà e fiction: la politica è spettacolo come un concerto di musica leggera ed essa è strettamente legata al business, come il lancio pubblicitario di un film.

I miti son come le mode: dopo un po’ passano e dopo un altro po’ ritornano, con qualche variante, di forma, di stile… I miti sono forse “falsificazioni” della realtà? In parte sì, poiché tendono a edulcorare le cose, a semplificarle, a creare situazioni e personaggi che in fondo si somigliano, dovendo essi personificare degli atteggiamenti standardizzati (gli americani, in questo, son davvero dei maestri, paragonabili solo agli antichi greci: quanti serial polizieschi hanno saputo fare sulla base del semplice cliché che vedeva nel poliziotto protagonista un tipo “burbero ma bonario”?).

Nei miti infatti si trasferisce il desiderio di ciò che non si ha e che si spera, con una buona dose di fortuna, di poter un giorno avere. Gli americani sono anche tra i più grandi giocatori al mondo, quelli a cui piace sommamente scommettere, azzardare, rischiare, illudersi fino all’eccesso. Per rinsavire da questa sbornia del mito hanno bisogno di eventi catastrofici, come p. es. un crollo borsistico.

Il mito, le fiabe, le favole…, persino gli spot pubblicitari: tutto serve per far sognare e quindi, in un certo senso, essi danno dipendenza, seppure più che altro a livello psicologico, anche se le conseguenze si possono far sentire sulle proprie condizioni sociali ed economiche. Sono invenzioni e forse anche delle falsificazioni e mistificazioni, però ci si continua a credere senza tanti problemi, non ci si accorge neppure dell’influenza che questi oppiacei hanno sulla nostra psicologia, se non quando è troppo tardi. Di regola ci piace ridere e scherzare con queste cose, ci piace passare il nostro tempo libero, illudendoci che, au fond, ci sia qualcosa di vero e che questo qualcosa possa in qualche modo coinvolgere anche noi. I più disincantati sopportano queste cose come un male inevitabile.

Oggi l’insieme dei miti e delle leggende, delle fiabe e delle favole passa attraverso la cinematografia, la musica leggera, lo sport (soprattutto il calcio), la pubblicità (in cui prevale quella dedicata a creare uno status symbol: l’automobile, la bellezza estetica del corpo, la soddisfazione dei sensi). In misura minore resta la religione, con la sua ideologia schematica, coi suoi fenomeni cosiddetti “paranormali”.

Se vogliamo, nelle nostre società è tutto un mito: dalle sedute spiritiche agli avvistamenti degli Ufo. Il fatto che si sia sviluppata la scienza e la tecnica non ha certo reso meno frequente il desiderio di illudersi sulla propria condizione di vita: ne ha soltanto mutate le forme espressive. Basta vedere con quanta forza viene alimentata dai mass-media l’idea di poter realizzare una vincita colossale che permetta di vivere di rendita. Non è forse questa una forma legalizzata di abuso della credulità popolare?

Eppure se qualcuno si mettesse a dire che tutti i miti sono falsi e bugiardi chi lo ascolterebbe? Finché non ci sarà una catastrofe epocale, ci si continuerà a credere, negando ogni evidenza, e forse non senza una qualche ragione, poiché ogni popolo ha bisogno di darsi dei miti. Dunque quand’è che parliamo di “falsificazione” vera e propria? Quand’è che diciamo che su una certa cosa fantastica, irreale, si può anche soprassedere, mentre su un’altra, che consideriamo più reale, no?

Quanti episodi di violenza sono stati scritti o rappresentati sullo schermo avendo per tema la falsificazione dei gioielli di una persona facoltosa, o quella di un testamento o di un atto di proprietà? Se per la nostra automobile ci venissero vendute delle ruote rigenerate come originali, lo accetteremmo con rassegnazione? Non sono forse innumerevoli le cose che si possono falsificare? I cinesi stanno diventando la prima economia del mondo anche per la loro grande capacità di creare copie più o meno fedeli all’originale.

È bene dunque parlare di “falsificazione” solo in presenza di una cosa vera. Un diamante, un dipinto, un assegno… possono essere falsificati perché da qualche parte esiste un originale, qualcosa di autentico. Falsificare gli originali è un reato, a meno che chi li acquista non sia a conoscenza della loro falsità, oppure non si sia autorizzati a venderli come falsi. Può far piacere avere un van Gogh in casa sapendo benissimo che è un falso.

P. es. quando, verso la metà del secolo scorso, furono trovati a Qumrân molti importanti rotoli risalenti a duemila anni fa, si scoprì che tutta la parte “sacramentaria” dei vangeli era di origine essenica. Per venti secoli s’era creduto fosse originaria dello stesso cristianesimo. Ma si può parlare in questo caso di “falsificazione cristiana”? Omettere di citare una fonte o attribuire a se stessi opere di ingegno altrui non è esattamente come falsificare un originale. Se chi ha in mano l’opera autentica denuncia il manipolatore di dati relativi alla paternità della stessa, facilmente l’avrà vinta. Non a caso la versione definitiva dei vangeli è stata elaborata quando nessuno era più in grado di contraddire i loro contenuti né di mettere in discussione la vera identità dei loro autori.

Nell’VIII secolo la chiesa romana produsse la famosa Donazione di Costantino, che circa settecento anni dopo si scoprì essere un falso. Un falso di qualcosa di autentico? No, un falso nel senso che quando si produsse quel documento si volle a tutti i costi far credere che fosse autentico. La falsità non era solo nel documento in sé (fatto risalire al IV secolo), ma anche nel tipo di contenuto che si voleva far credere come autentico. Al falso materiale si univa quello ideologico.

Falsificare dunque vuol dire “far credere vera una cosa falsa”, che esista o meno un originale autentico. L’invenzione è una cosa bonaria, la falsificazione è un reato o comunque un’azione moralmente riprovevole, che non può giustificarsi neppure quando ha un fine superiore (p. es. la sicurezza dello Stato).

II

Ma cos’è la mistificazione? La mistificazione è una forma ulteriore di falsificazione, o forse sarebbe meglio dire ad essa “precedente”, poiché è quella che viene usata non soltanto per “far credere vera una cosa falsa”, ma anche per “far credere falsa una cosa vera”. La mistificazione interviene là dove non è possibile eliminare completamente la verità dei fatti. Essa infatti insinua un dubbio, un sospetto su una cosa acquisita, data per certa. Ecco perché diciamo che la mistificazione viene generalmente usata all’inizio di quel processo di più generale falsificazione della verità.

Ovviamente il dubbio in sé non è negativo. Porre un dubbio nei confronti di una ideologia dittatoriale non è lo stesso che farlo nei confronti di una ideologia democratica. La mistificazione va considerata sempre come un aspetto negativo che si compie nei confronti della verità delle cose.

È un procedimento subdolo che si fa con maestria e piena consapevolezza degli obiettivi che si vogliono perseguire. Non avviene mai in maniera spontanea, istintiva, anche se può diventare una “seconda natura” in chi è abituato a vivere un’esistenza “falsa”, non conforme a esigenze umane e naturali. La mistificazione è un’operazione intellettuale (tanto più efficace quanto più è frutto di un collettivo) che deve indurre le masse a credere non solo vera una cosa falsa, ma, prima di tutto, a credere falsa una cosa vera.

La mistificazione non è necessariamente in relazione al trascorrere del tempo: infatti se si trovasse il Vangelo di Marco originario, sarebbe sicuramente già mistificato, seppur in forma minore rispetto all’attuale, mentre non lo sarebbe affatto quello originario di Giovanni, pur essendo stato scritto successivamente, anche se l’attuale quarto Vangelo ha subìto le manipolazioni più sofisticate.

Facciamo un esempio di subdola mistificazione prendendo in esame il Vangelo di Marco. Nel racconto del processo a carico di Gesù, ad un certo punto viene fatta un’affermazione che da sempre la chiesa considera corrispondente al vero: “Pilato sapeva che i capi dei sacerdoti glielo avevano consegnato per invidia” (15,10).

Alcuni esegeti hanno ritenuto interpolato il versetto, in quanto quello ad esso precedente e quello successivo risultano già perfettamente coerenti, per cui non c’era alcun bisogno di fare questa puntualizzazione dal sapore così moralistico. Peraltro avrebbe avuto poco senso, nel mentre si descrive un’istruttoria pubblica, fare una considerazione sugli aspetti personali, di coscienza, del giudice, meno che mai da parte di un redattore sobrio come Marco. E poi non si spiega perché mettere Pilato in così cattiva luce quando tutto il Vangelo marciano fu scritto per dimostrare che i cristiani erano politicamente inoffensivi. Se Pilato sapeva che Gesù era innocente, che le accuse a suo carico erano false o comunque non sufficienti per comminare la pena capitale; se sapeva che le motivazioni della condanna non erano né politiche né giuridiche, ma soltanto religiose o addirittura di un così basso livello morale come l’invidia, perché s’è prestato al gioco dei capi-giudei e lo ha lasciato condannare? Se l’ha fatto per un puro e semplice calcolo politico, egli non ne esce certamente bene come giudice.

Vien quasi da pensare che in quella aggiunta vi sia stata una mano piuttosto antisemita, una mano che non voleva tanto mettere in cattiva luce Pilato, il quale sin dall’inizio appare come una vittima delle circostanze, un burattino nelle mani della perfidia giudaica, quanto mostrare che le motivazioni dei sacerdoti relative alla morte di Gesù erano particolarmente meschine.

Sia come sia, in questo Vangelo Marco sta dicendo, ai suoi lettori romani o comunque pagani, che un loro prefetto aveva lasciato morire un innocente, pur sapendo che lo era. Un’accusa, questa, molto pesante, interamente rivolta alla capacità di “giustizia” del diritto romano. Tuttavia la comunità cristiana di Marco vuole anche farsi accettare a tutti i costi da Roma. Dunque ecco il compromesso: essa è disposta a perdonare l’errore giudiziario se in cambio le si permetterà di agire indisturbata, cioè di diffondere il vangelo della resurrezione, quello di Pietro e di Paolo.

E così tutta la principale colpa della morte del Cristo viene scaricata sui giudei, i quali – stando ai vangeli canonici – seppero astutamente servirsi dell’autorità pagana per coinvolgerla in un’esecuzione che per la legislazione imperiale avrebbe avuto poco senso, come spesso diranno i funzionari romani nei confronti della predicazione paolina e delle accuse che contro questa muoveva il giudaismo ortodosso. L’esperienza del Nazareno – secondo il Vangelo di Marco – rientrava nella sfera della religiosità, non della politica e, per questa ragione, le autorità romane non avrebbero dovuto avere alcuna difficoltà ad accettarla.

Sull’effettiva benevolenza romana circa gli affari religiosi bisogna in verità essere sempre prudenti, in quanto con la predicazione petro-paolina, che distingueva dio da Cesare, non sarebbe stato possibile per un sistema teocratico, quale quello romano-imperiale, che arrivò ad un certo punto a divinizzare persino gli imperatori, ritenere tranquillamente “lecita” una religione diarchica come quella cristiana. Non a caso ci vollero tre secoli prima che si rendessero conto ch’essa era politicamente “conservativa”. Ed è stata una grandissima fortuna per il cristianesimo petro-paolino quella di poter apparire rivoluzionario a causa delle persecuzioni subite, quando in realtà esso si poneva in maniera particolarmente regressiva rispetto al movimento rivoluzionario del Nazareno.

In ogni caso nel Vangelo di Marco gli insofferenti nei confronti del credo del Nazareno appaiono non i romani (che col centurione credono addirittura nella divinità di Gesù crocifisso) bensì i giudei, intenzionati a difendere in qualunque maniera la loro religione esclusivista, tradizionalista e nazionalista. Cioè siccome i giudei vedevano che la popolarità del Cristo cresceva a dismisura, avevano preso a temerlo, a essere “invidiosi” del suo successo. Questa in sintesi la trama del giallo politico.

*

Ora perché questa ricostruzione dei fatti è mistificante? Forse perché la motivazione dell’invidia è insussistente? In realtà è proprio il contrario. Se quella motivazione fosse stata completamente inventata, non ci sarebbero voluti duemila anni prima di accorgersene. Essa dunque pesca nel vero, ma – come direbbe Pascal – “sino a un certo punto”.

Ognuno di noi ricorda il racconto della Genesi e le parole che il serpente disse alla donna per indurla in tentazione: “Dio vi ha detto di non mangiare alcun frutto degli alberi del giardino” (Gn 3,1). Ecco la mistificazione: il senso di un divieto viene reinterpretato per confondere le acque.

La donna però rispose dando l’interpretazione esatta: “No, noi possiamo mangiare i frutti degli alberi del giardino. Soltanto dell’albero che è in mezzo al giardino Dio ha detto: Non mangiatene il frutto, anzi non toccatelo, altrimenti morirete!” (Gn 3,2 s.).

Il serpente aveva insinuato un dubbio, offrendo una lettura parziale, riduttiva, semplicistica del divieto. La donna aveva reagito puntualizzando a dovere le cose, specificando le priorità, distinguendo il lecito dall’illecito.

Fin qui ovviamente non c’è colpa, anche se il fatto di scendere a discutere col nemico può diventare pericoloso. Infatti il serpente seppe approfittarne, rincarando la dose della mistificazione: “Non è vero che morirete, anzi, Dio sa bene che se ne mangerete i vostri occhi si apriranno, diventerete come lui: avrete la conoscenza del bene e del male” (Gn 3,4 s.).

Era una verità o una falsità? Era ovviamente una mezza verità, altrimenti sarebbe stato impossibile indurre in tentazione chi sapeva come stavano esattamente le cose. Era un’ambiguità semantica, detta con un fine falsificatorio: per poter sottomettere l’interlocutore bisognava prima ingannarlo. Il peccato d’origine non è altro che la nascita dello schiavismo in un ambiente che fino a quel momento aveva conosciuto rapporti di tipo egualitario.

La mistificazione serve sempre per far credere necessario desiderare qualcosa che in un determinato momento non si possiede o non si possiede come si vorrebbe. Questo “qualcosa” è sempre riferito all’arbitrio soggettivo che vuole imporsi su una dinamica collettiva. Quando i borghesi dicevano ai contadini che “l’aria di città rende liberi”, sperando che abbandonassero i feudi e accettassero di diventare operai nei loro opifici, dicevano in sostanza le stesse cose del serpente edenico.

La mistificazione agisce là dove vi è una situazione di debolezza o di difficoltà e diventa falsificazione vera e propria soltanto quando sfrutta l’impazienza nel risolvere i problemi, quando cioè fa leva sugli istinti per vincere la ragione.

L’uomo e la donna erano certamente destinati alla conoscenza completa delle cose, ma in tempi e modi che non potevano essere quelli di chi voleva assoggettarli con l’inganno, sfruttandone la debolezza, l’ingenua innocenza.

Si avvidero ch’erano nudi dopo aver accettato il primato dell’arbitrio, cioè si accorsero di aver perso l’innocenza dei rapporti umani e naturali e di aver cominciato a guardare le cose come il loro nemico, con malizia.

*

Ora però cerchiamo di capire meglio dove sta la mistificazione nell’uso redazionale della colpa dell’invidia. Che i sommi sacerdoti, gli anziani, i sadducei, buona parte dei farisei e degli scribi avessero “invidia” del successo popolare di Gesù, accolto in maniera trionfale durante l’ingresso delle palme a Gerusalemme, appare pacifico.

Ma poteva essere solo questa la motivazione della condanna a morte? Evidentemente no. E non perché il potere non possa condannare a morte una persona di cui “invidia” il carisma, l’ascendente sulle masse popolari. Stalin fece sterminare migliaia di leader politici e militari del suo partito per molto meno.

La motivazione dell’invidia, che fa ricadere ogni responsabilità della morte del Cristo su tutti i capi-giudei, nasconde in realtà altre motivazioni, come nelle scatole cinesi. E la principale, quella che assolutamente si doveva mistificare, adulterare, nascondere il più possibile era che il Cristo non voleva affatto anteporre alla religione giudaica una propria religione, ma voleva creare un sistema di vita sociale in cui la presenza della religione apparisse del tutto superflua. L’ateismo del Cristo poteva essere mistificato nel modo migliore non semplicemente negandolo, ma facendo credere ch’egli si proponeva come unico vero figlio di dio.1

E forse per questa sua dichiarazione i romani l’avrebbero crocifisso? Probabilmente no, benché un’autorità politica non veda mai di buon occhio un leader politico non professante alcuna religione. Al tempo della Repubblica e ancor più dell’Impero l’ateismo era al massimo l’acquisizione intellettuale di qualche filosofo, certamente non di un politico in carriera, che poteva sì essere ateo in coscienza (come p. es. Cicerone), ma a condizione che in pubblico svolgesse formalmente i riti previsti. Gli atei erano generalmente guardati con sospetto. Persino il monoteismo ebraico-cristiano, messo a confronto col politeismo pagano, passava per una pericolosa forma di ateismo (pericolosa in quanto si temeva che l’ateismo non offrisse garanzie sufficienti per una lealtà politica nei confronti delle istituzioni).

In ogni caso nei vangeli Gesù non viene giustiziato dai romani né si proclama ateo, né perché si proclama figlio di dio, ma perché il prefetto Pilato, preposto a garantire con tutti i mezzi l’ordine pubblico, volle fare un favore ai sommi sacerdoti, che odiavano Gesù quale eretico che minacciava la sicurezza del Tempio e della classe sacerdotale in generale, anche se la motivazione formale posta sulla croce dovette essere, agli occhi del funzionario romano, di natura politica (“re dei Giudei”, cioè sedizioso, sovversivo). In questa maniera i redattori cristiani si sono risparmiati di chiamare in causa le ragioni, ben più importanti, che politicamente avevano portato Gesù a morire.

L’unica differenza tra i Sinottici e il quarto Vangelo sta nel fatto che per i primi Gesù doveva morire in quanto s’era fatto “figlio di dio” (e quindi agli occhi dei giudei osservanti appariva ateo), mentre per il Giovanni manipolato il Sinedrio decise di condannarlo a morte, temendo che la sua popolarità avrebbe compromesso le sorti della nazione, nella convinzione che i romani sarebbero stati meno autoritari vedendo le autorità collaborare così fattivamente.

Si tratta di una considerazione aggiuntiva rispetto all’altra teologica di Marco, non destinata a contraddire l’idea che il Cristo si fosse ripetutamente dichiarato “figlio di dio”. Di fatto in nessun vangelo Gesù appare ateo e sovversivo, non nei confronti dei propri seguaci e neppure agli occhi dei romani.

Da tempo l’esegesi laicista ha chiarito che Gesù può anche essere stato un politico rivoluzionario non solo contro qualunque forma di uso politico della religione, ma anche contro le istituzioni di potere basate sullo schiavismo. Ora non le resta che azzardare l’idea ch’egli fu anche un umanista ateo, sia per gli ebrei che per il movimento nazareno che dirigeva.

1 Da notare che anche gli imperatori romani stavano cominciando ad appropriarsi di un titolo del genere, sicché, se il Cristo l’avesse effettivamente usato, sarebbe apparso ugualmente un sovversivo, proprio per motivi “teologici”, che, in tal caso, sarebbero stati strettamente connessi a quelli “politici”. Consapevole che nell’umanesimo laico del Cristo vi era un aspetto politico rivoluzionario che si doveva sì censurare ma non del tutto, il cristianesimo petro-paolino, per non apparire alla stregua di una delle tante religioni, è stato costretto, nella propria opera di mistificazione, a porsi, sin dall’inizio, come una “teologia politica”.

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Autore: laicusblog

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