I discorsi di addio nel IV vangelo

I capitoli 14-17 del vangelo di Giovanni sono il manifesto politico-religioso di una comunità monastica che, dopo la distruzione di Gerusalemme, si era definitivamente “ritirata dal mondo”, cioè si era isolata in un luogo poco frequentato in cui vivere valori come l’autoconsumo, l’uguaglianza sociale, la comunione dei beni, il senso della fratellanza e la democrazia diretta, nel rispetto integrale della natura. È una comunità di uomini politicamente sconfitti, in quanto la rivoluzione del Cristo era fallita. Essi, per poter sopravvivere dignitosamente, senza cadere nella disperazione, si erano dati degli ideali socioreligiosi in cui credere, in opposizione al “mondo”, qui considerato in un’accezione sempre negativa.

“Il vostro cuore non sia turbato” (14,1), “nella casa del Padre mio vi sono molte dimore” (v. 2). Queste parole, introduttive a tutto il lungo discorso di un Cristo completamente immaginato, sono eloquenti. La comunità cristiana si sente irrimediabilmente sconfitta sul piano politico, ma vuol dare per scontato che, nel giorno del giudizio (quello in cui il Cristo risorto tornerà) si salverà ugualmente.

Esistono infatti vari modi per essere “salvati”, secondo i criteri mistici e mistificanti di tale comunità: uno è quello di continuare ad aver fede in Dio e in Gesù Cristo, previa trasformazione di quest’ultimo da “Gesù della storia” a “Cristo della fede”. Questa infatti è una comunità che spera di poter essere accolta nella “Gerusalemme celeste”, pur essendo consapevole di non aver saputo realizzare il progetto di liberazione nazionale voluto dal proprio maestro. Ecco perché spera d’essere perdonata della propria pochezza, della propria pusillanimità.

Il Cristo che qui viene tratteggiato è quello di un leader buonista, che sa perdonare gli incapaci, gli inetti, coloro che non hanno abbastanza fede politica e coraggio rivoluzionario. Siccome però è una comunità che vuole autogiustificarsi, ha bisogno di presentare le cose in maniera mistificata, come d’altra parte si addice a quelle esperienze che vogliono mescolare le sconfitte politiche con motivazioni di tipo mistico.

La prima mistificazione è tipica di tutte le esperienze religiose, in particolare di quella cristiana: Cristo è stato tradito perché non si era capita subito la sua natura divina, la sua identità di “figlio” rispetto a un dio-padre. Cioè non si era capito che il suo vero messaggio di liberazione non era politico, bensì religioso. Egli voleva dare di dio una nuova immagine o rappresentazione. Alla divinità, d’ora in poi, ci si sarebbe arrivati solo passando attraverso la persona del Cristo, che di lui si considerava “figlio unigenito”, in maniera esclusiva, avendo medesima natura.

Tra padre e figlio non c’è più alcuna differenza se, guardando il figlio, si vede il padre, ovvero se ci si convince che per credere nel padre è sufficiente credere nel figlio. Questo il senso del rimprovero di Gesù a Tommaso, che qui viene fatto passare per una sorta di ateo. Filippo invece è più agnostico: si accontenterebbe di vedere Dio per potervi credere. Ma Gesù gli muove lo stesso rimprovero: padre e figlio coincidono; poiché il figlio è stato fisicamente visto, gli uomini dovrebbero di conseguenza credere anche nel padre. È, questa, una pretesa di non poco conto: un uomo, fatto passare per una divinità, presume d’identificarsi col dio supremo, ch’egli chiama “padre”. E dice questo come se fosse una prova inconfutabile, cioè come se gli apostoli avessero già avuto ampie testimonianze per credervi. Siamo nella mistificazione più completa.

Qualche redattore deve essersi reso conto che il ragionamento del Cristo poteva essere fatto anche da un esaltato, affetto da delirio di onnipotenza; e ha allora smorzato la pretesa facendo le seguenti precisazioni: 1) chi non crede nell’identità padre-figlio sulla base delle autodichiarazioni del figlio, vi creda almeno in rapporto a ciò che egli ha compiuto nel mondo; 2) se crede in tale identificazione, potrà arrivare a compiere delle opere anche più grandi di quelle del Cristo, poiché all’uomo di fede nulla è impossibile (sempre che la fede, ovviamente, sia autentica e sincera).

La genuinità di questa fede non potrà più essere garantita dal Cristo, che tornerà sulla Terra solo alla fine dei tempi, ma verrà garantita da un’entità metafisica, qui introdotta dal cristianesimo per la prima volta come terza figura divina: lo Spirito di verità, il Consolatore o Paraclito. Non si tratta di una persona fisica, ma di una sostanza eterea, che il padre manda su richiesta del figlio, affinché gli apostoli non si sentano orfani, abbandonati, sapendo bene che la fragilità umana impedisce di avere delle certezze.

È una sostanza che il mondo non può conoscere, poiché non è in grado di comprendere la divinità del Cristo. Il mondo non l’ha riconosciuto proprio perché resta incapace di “amore”. L’obiettivo degli apostoli, infatti, il comandamento che devono rispettare è uno solo: amarsi. Là dove esiste amore, ogni comandamento si può facilmente rispettare. Il mondo quindi è destinato a vivere nell’odio? – chiede Giuda (non l’Iscariota) al Cristo. La risposta è tassativa: non c’è vero amore là dove manca l’amore per il Cristo.

Questa comunità si ritiene autosufficiente: non ha bisogno del mondo per poter sussistere. Ciò di cui ha bisogno è soltanto amore e spirito di verità (cioè convinzione d’essere nel giusto facendo della fratellanza comune un criterio di vita). Il mondo è gestito da un “principe” che non riconosce né Dio-padre, né Dio-figlio né lo Spirito Santo. E su questa Terra il suo destino è quello di vincere, ma solo perché venga messa alla prova la fede dei cristiani. Non ci si può disperare di questo, poiché fa parte di un “disegno divino”. Le parole del Cristo, infatti, non sono sue ma provengono direttamente “dal Padre” che l’ha mandato (14,24).

La mistificazione qui è sofisticata. Il Cristo avrebbe perso la partita politica perché nel disegno di Dio vi era una prova da superare. Egli doveva dimostrare di amare Dio fino al punto da lasciarsi crocifiggere dagli uomini, cioè da coloro che avrebbero potuto essere facilmente vinti. Nella contesa contro il mondo (a quel tempo i romani e gli ebrei collaborazionisti) il figlio non poteva dimostrare le sue caratteristiche divine (se non ai discepoli più stretti), proprio perché il padre voleva far vedere agli uomini, incapaci d’essere se stessi, fin dove è possibile amare.

L’idea originaria non era quella di vincere “il principe di questo mondo”, poiché, se così fosse avvenuto, gli uomini avrebbero facilmente creduto nella divinità. L’idea era invece quella di indurli a credere nel valore soteriologico della sconfitta politica, la quale, davanti a dio, si trasforma in una vittoria religiosa. Il Cristo di Giovanni sulla croce vince proprio in quanto ha adempiuto sino in fondo il compito che gli era stato assegnato.

Da soli gli uomini non riescono a realizzare alcuna liberazione (il peccato originale li ha resi, col tempo, sempre più impotenti); ma non possono neppure sperare che un dio faccia ciò che loro non riescono più a fare. L’unica quindi è che accettino l’idea che su questa Terra nessuna liberazione politica è possibile. Su questa Terra si può soltanto resistere alla tentazione di compierla. L’unica vera liberazione è oltremondana, ultraterrena, in attesa della quale è sufficiente conservare un atteggiamento di fede, vivendo nella pratica dell’amore reciproco.

Alla fine dei tempi, quando il mondo sarà completamente devastato e gli uomini di fede saranno diventati uno sparuto gruppo in un luogo remoto del pianeta, tornerà il Cristo ad annunciare la liberazione finale e definitiva, a disposizione di chiunque abbia fede. Tale strategia salvifica è stata decisa da Dio-padre e il figlio non ha fatto altro che condividerla, pur potendo agire diversamente. In fondo il figlio voleva soltanto insegnare il valore dell’obbedienza, che nasce dall’amore, quel valore che il primo uomo e la prima donna non avevano saputo rispettare.

Il concetto di obbedienza è ben visibile nella lunga allegoria della vite e dei tralci del cap. 15. Se Cristo è la vite, il padre è il vignaiolo e i credenti sono i tralci. Senza la vite, i tralci non possono far nulla (v. 5), ma restando nella vite essi portano molto frutto, e il frutto più importante è l’amore reciproco. Chi pensa che l’amore sia lo scopo della vita, non si sente mai servo di nessuno, neppure quando deve obbedire.

Qui la mistificazione raggiunge un altro picco. Infatti al v. 13 viene detto che l’amore più grande è quello di chi dona la vita per i propri amici. Si badi: non che questo non sia meritevole e degno d’onore. Il problema è che qui il sacrificio di sé viene messo in alternativa al tentativo di liberare gli uomini dai mali sociali. Ci si autoimmola per non compiere alcuna rivoluzione politica, alcuna trasformazione sociale del sistema. Cristiani del genere non vengono più chiamati “servi” (v. 15): questo è vero, ma solo sul piano morale. Su quello fisico, sociale e materiale possono tranquillamente continuare ad esserlo.

Il cristianesimo è la religione degli sconfitti e di chi s’illude di poter praticare l’amore in una società piena di odio, semplicemente limitandosi a resistere alle tentazioni del mondo, ai condizionamenti negativi, quando addirittura non si pensa di poter dimostrare la propria diversità o superiorità accettando il martirio, cioè volendo far credere che se si viene giustiziati è perché la ragione sta dalla propria parte.

Qui il concetto di “mondo” è assunto in una valenza metafisica che di positivo non ha nulla. Il mondo è irrimediabilmente malvagio: lo ha dimostrato eliminando l’unica persona che avrebbe potuto salvarlo. Sotto questo aspetto il mondo non può più compiere un delitto superiore a quello che ha già fatto. Gli uomini si sono messi esplicitamente al servizio del demonio, uccidendo chi li ha creati e amati fin dall’inizio. Non può quindi esserci salvezza per il mondo, ma solo per una sua piccolissima parte, quella che ha creduto nella figliolanza divina del Cristo, esclusiva a lui per natura.

Perché il mondo si sia comportato così e continui a farlo non è dato sapere: fa parte della libertà umana. Questo vangelo, che non fa analisi sugli effetti della proprietà privata, si limita a dire: “Mi hanno odiato senza motivo” (v. 25). E siccome è un vangelo religioso, che vuole rinnegare il valore della politica, non gli resta che concludere dicendo: il motivo per cui odiano il Cristo è perché non vogliono riconoscerlo nella sua divinità (vv. 26-27), quando proprio tale riconoscimento è una conseguenza della poca fiducia nel suo senso della giustizia sociale e della democrazia politica. La politica degli Stati autoritari, schiavistici e imperiali non pratica l’amore proprio perché nel Cristo non vede alcun lato divino e quindi si sente autorizzata a non credere nei valori umani. Chi non ha fede in Cristo è votato al male, morale e intellettuale.

Il cap. 16 insiste su questa problematica, drammatizzandola ulteriormente. La sorte dei cristiani è segnata, esattamente come quella del Cristo. Anzi, saranno proprio le persecuzioni a dimostrare la giustezza della loro fede. “Vi espelleranno dalle sinagoghe; anzi, l’ora viene che chiunque vi ucciderà, crederà di rendere un culto a Dio” (16,2). Qui il riferimento alla perfidia dei giudei è evidente. I romani non uccidevano in nome di dio.

Tuttavia resta interessante il fatto che questa comunità cristiana abbia previsto che il martirio dei credenti può anche avvenire in nome di un dio diverso dal proprio, o addirittura in nome di una diversa interpretazione dello stesso dio1. Di nuovo qui c’è il particolare ruolo attribuito allo Spirito di verità. Nei capitoli precedenti appariva nella veste di un mero “Consolatore morale”. Ora invece sembra avere una pretesa politica, seppur gestita in chiave teologica. Sembra essere addirittura più importante dello stesso Cristo, quasi a indicare una progressione (o meglio una involuzione) spiritualistica della comunità monastica: “è utile per voi che io me ne vada; perché, se non me ne vado, non verrà a voi il Consolatore” (v. 7).

Questa volta il compito che il Paraclito ha è del tutto rivolto al mondo: “Quando sarà venuto, convincerà il mondo quanto al peccato, alla giustizia e al giudizio” (v. 8). È detto “convincerà”, come se fosse una cosa certa, lasciando così credere che il mondo non potrà agire impunemente contro i cristiani, e che anzi forse riuscirà persino a convertirsi, vedendo la loro risolutezza.

“Quanto al peccato, perché non credono in me; quanto alla giustizia, perché vado al Padre e non mi vedrete più; quanto al giudizio, perché il principe di questo mondo è stato giudicato” (vv. 9-11). Detto questo, per il mondo c’è poca speranza: se non si converte, la sua sorte è segnata, esattamente come quella dei cristiani, ma per motivi opposti.

Sono parole difficili da comprendere, anche perché il momento in cui il mondo si “convincerà” di questo non è chiaro. Possiamo soltanto presumere che per i cristiani avverrà alla fine dei tempi. Il Paraclito infatti si assumerà l’onere di dimostrare che chi non crede nella divinità del figlio, è destinato alla perdizione (è una critica quindi all’ateismo e alle false teologie).

La giustizia sembra essere citata in due maniere: una è riferita al Cristo, la cui morte non può voler dire la fine della speranza; ovvero giustizia vuole ch’egli ritorni presso chi l’ha inviato sulla Terra, al fine di rendere conto del proprio operato. Ma può anche voler dire che, poiché il Cristo, tradito e giustiziato, non lo si vedrà più sulla Terra (sino alla fine dei giorni), è escluso che gli uomini possano realizzare il loro senso della giustizia.

Il significato della parola “giudizio” appare invece più chiaro: anche se il Cristo è uscito sconfitto nello scontro col mondo, il fatto stesso ch’egli sia risorto (in quanto essere divino) dimostra che, in ultima istanza, sarà il mondo a perdere la partita. In altre parole, il mondo ha vinto una battaglia ma è destinato a perdere la guerra.

Quindi lo Spirito non ha il compito di “convincere” nell’immediato, ma solo di aiutare i cristiani ad avere sempre maggiore consapevolezza dei limiti del mondo, che gli sono strutturali, cioè insuperabili con gli strumenti meramente umani. Più che “convincere” il mondo, lo Spirito dovrà “convincere” i cristiani della giustezza della loro fede. Essi infatti sono destinati a soffrire, come la partoriente, che però alla vista del neonato dimenticherà presto tutto il proprio dolore. Devono quindi guardare il futuro con ottimismo, poiché nessuno potrà togliere loro ciò in cui credono, ben sapendo che Cristo “ha vinto il mondo” (v. 33).

L’ultimo capitolo, di questa serie di commiato da parte di Gesù, è forse il più struggente, il più mistico, a testimonianza che questo vangelo è stato scritto in tempi diversi e da più redattori. Qui i riferimenti alla politica riguardano soltanto il tipo di organizzazione interna che la comunità deve realizzare, sulla base di semplici princìpi etico-religiosi, facilmente condivisibili. Non a caso la chiesa ha voluto denominarlo “La preghiera sacerdotale”. In effetti sembra essere la preghiera che un sacerdote, autoidentificatosi col Cristo, fa in una funzione liturgica. In realtà è la preghiera di un morto, la cui anima, al cospetto di Dio, rende conto del proprio operato sulla Terra, come facevano i faraoni nel mondo egizio.

In essa rimane ferma la distinzione categorica tra “mondo” e “discepoli”: Gesù prega per loro, non per il mondo (v. 9). Ribadisce d’aver insegnato ai discepoli la comunione dei beni, materiali e spirituali: “tutte le cose mie sono tue [in riferimento al padre], e le cose tue sono mie” (v. 10). Afferma l’esigenza dell’amore reciproco, “affinché siano uno, come noi” (v. 11). Non chiede che i discepoli vengano “tolti dal mondo”, ma soltanto “preservati dal maligno” (v. 15).

La comunità cristiana non può isolarsi completamente, né ricercare il suicidio (come gli ebrei nella fortezza di Masada): deve solo resistere alle tentazioni, cercando possibilmente di ampliare la cerchia dei credenti, affinché “siano tutti uno” (v. 20). L’unità deve prevalere sulla divisione e l’amore sull’odio. Questo messaggio va, in qualche maniera, lanciato al mondo. La premessa di questi addii, quella di autoisolarsi, viene quindi contraddetta, almeno in parte, ma proprio perché si è rinunciato definitivamente a qualunque progetto politico di liberazione.

Nota

1 Si provi ora a sostituire la parola “dio” con la parola “democrazia”, e ci si accorgerà facilmente di quanto siano ancora moderne queste parole.

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Autore: laicusblog

webmaster www.homolaicus.com

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