Il concetto di “Padre” nel IV vangelo

Il concetto di “Padre” nel vangelo di Giovanni apparentemente sembra essere usato in chiave teologica. Esso in realtà ha degli addentellati che potrebbero essere interpretati in chiave ateistica, seppur non in maniera convenzionale. Ciò fa pensare che nei suoi discorsi originari Cristo non abbia mai parlato di dio, ma solo di uomo, e che poi, quando si iniziò a mistificare il “suo” vangelo, si fece in modo ch’egli si riferisse a dio come a qualcuno dotato di “personalità”, effettivamente esistente, ancorché presente in un luogo conosciuto solo al figlio.

Tuttavia, se la cosa viene interpretata secondo un certo criterio laico, ci si accorgerà che la lettura teologica non è così “pura”, così scontata ed evidente. Prendiamo ad es. quando, nel capitolo 14, Gesù dice a Tommaso: “Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me” (v. 6b), e subito dopo: “Se mi aveste conosciuto, avreste conosciuto anche mio Padre, e fin da ora lo conoscete, e l’avete visto” (v. 7). È difficile credere che queste affermazioni non possano essere interpretate in chiave ateistica, seppur nel senso di un ateismo mistificato.

Al v. 6a aveva detto, con tutta la sicurezza possibile e immaginabile: “Io sono la via, la verità e la vita”, cioè il modello assoluto da imitare. Non ce ne sono altri. Non ha detto: “Io sono un semplice strumento”, ovvero un “profeta”, una sorta di Giovanni Battista redivivo. Poteva limitarsi a dire d’essere la “via”; invece ha voluto aggiungere d’essere anche la “verità” e la “vita”. Cosa si può essere di più? Chi segue lui non ha bisogno d’altro.

L’obiezione di Tommaso non è peregrina, anzi è politica: “Non sappiamo dove vai; come possiamo sapere la via?” (v. 5). È come se gli avesse detto: “Se sei la via, la verità e la vita, perché non hai realizzato la liberazione su questa Terra?”.

La risposta di Gesù è quella che può dare una comunità che si sente politicamente sconfitta. La liberazione su questa Terra non è possibile in quanto gli uomini non sono in grado di volerla sino in fondo, in maniera coerente, e l’hanno dimostrato eliminando appunto chi avrebbe potuto aiutarli a realizzarla. Gli esseri umani sono irrimediabilmente corrotti.

Infatti qui la comunità lo costringe a dire che deve andarsene nei cieli, a preparare un luogo, una dimora ove far vivere, quando verrà il momento, i discepoli sconfitti e tutti quelli che in lui avranno creduto. Gli apostoli quindi devono abituarsi all’idea che la libertà è possibile solo al di fuori della Terra. Ecco perché Gesù parla di “dio-padre”. Il concetto di “padre” indica il lato mistico e quindi mistificante di tutti i vangeli.

I discepoli devono semplicemente capire che nel Cristo vi è anche una natura divina, da lui chiamata “padre” e con la quale egli s’identifica completamente. Se poi il discepolo vuole pensare che tra il “dio-figlio” e il “dio-padre” non vi sia alcuna differenza, va bene lo stesso. L’importante è che abbia chiaro che nel Cristo la natura “divina” ha una netta priorità su quella “umana”. L’incarnazione, la crocifissione e la resurrezione dovevano appunto servire per dimostrarlo. Solo successivamente in questo vangelo si porrà una certa differenza tra “padre”, “figlio” e “spirito santo”, forse proprio per evitare il rischio di credere che l’unico vero dio fosse lo stesso Cristo.

In ogni caso là dove si afferma che chi vede Cristo non solo come “uomo” ma anche come “dio”, si sta in realtà sostenendo, seppur in maniera mistificata, una sorta di ateismo. Il concetto di “dio” viene usato a titolo consolatorio (come più avanti si farà del concetto di “spirito”), al fine d’indurre gli ebreo-cristiani a rinunciare definitivamente all’idea di liberare la Palestina dai romani. Per i primi cristiani sembra non esserci altro dio che Cristo risorto, morto in croce per convincere l’umanità che una liberazione terrena è impossibile. Il suo rapporto col “dio-padre”, come persona distinta da sé, sembra appartenere a un’elaborazione teologica successiva.

Il dio-padre che qui gli apostoli devono aspettarsi di vedere nell’aldilà avrà le stesse fattezze del dio-figlio, o comunque sarà un modo diverso che questi avrà di presentarsi. Cioè – diremmo in chiave laica – dovrà essere caratterizzato dalla medesima mistificazione. Dovrà per forza esserci un dio che li premierà per non aver ceduto alla tentazione di credere possibile una liberazione dell’umanità dalle sofferenze che patisce su questa Terra.

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Questa tesi viene ribadita anche quando, subito dopo, i redattori fanno parlare Gesù con Filippo. È probabile, in tal senso, che se essi ne hanno avvertito la necessità, significa che le obiezioni che si potevano rivolgere a tale mistificazione dell’operato di Gesù, riguardavano non uno bensì due livelli.

L’affermazione che fa Filippo è unica e perentoria: “Mostraci il Padre e ci basta” (v. 8); che è come se avesse detto: “Possiamo rinunciare alla liberazione politica se ci dimostri concretamente, qui ed ora, che la redenzione religiosa è quella decisiva per la nostra salvezza”. Se vogliamo questa è un’obiezione di tipo ateistico, nel senso che non è possibile credere in dio, o nel valore dell’aldilà, se non si hanno delle certezze concrete.

La risposta di Gesù è però la stessa di quella data a Tommaso (e forse questo lascia capire perché nella pericope successiva si sia per così dire alzato il tiro introducendo una nuova figura teologica: lo spirito santo): “Chi ha visto me ha visto il Padre” (v. 9).

Il Cristo qui si presenta come “incarnazione del padre”, cioè dell’idea di un dio che non ritiene possibile che l’uomo possa salvarsi con la propria volontà e che, non per questo, merita d’essere condannato. In altre parole Gesù si presenta qui come un ambasciatore che compie alla lettera la missione a cui dio-padre l’ha incaricato.

Se in questo assunto è difficile credere – in quanto materialmente non è ancora possibile vedere il padre -, vi si creda – sembra dire il Cristo al v. 11 – in nome delle stesse “opere” che compie suo figlio. Incarnazione, crocifissione, resurrezione, oltre a tutte le prodigiose guarigioni compiute, dovrebbero essere considerate un motivo sufficiente per credere che il Cristo non sta mentendo. Anzi, per convincere i discepoli della bontà di queste asserzioni, Cristo assicura i discepoli che anch’essi potranno compiere opere di pari livello e persino di superiori, poiché la forza per compierle verrà loro data da lui stesso. “Chi crede in me farà anch’egli le opere che faccio io, e ne farà di maggiori, poiché io me ne vado al Padre; e quello che chiederete nel mio nome, lo farò, affinché il Padre sia glorificato nel Figlio” (vv. 12-13).

Qui l’invito è chiaramente rivolto ad accettare il martirio personale. L’importante è che qualunque cosa si faccia, non si neghi l’idea della superiorità della redenzione morale rispetto alla liberazione politica.

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Autore: laicusblog

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