Il riscatto nazionale. Giovanni ritrovato

Premessa

I Vangeli sono una storia romanzata in cui hanno creduto, da quando sono apparsi, miliardi di persone. Non solo i loro autori hanno inventato una certa sequenza dei fatti, che videro il Cristo come protagonista, ma anche su quelli verosimili hanno dato le interpretazioni più fantasiose.

Eppure, chiunque provi a contestarli, senza esibire sommi criteri di scientificità esegetica, passa per un volgare esibizionista, per un mitomane.

Ebbene, noi abbiamo rinunciato in partenza alla pretesa di voler dimostrare qualcosa a qualcuno. Noi offriamo soltanto una nuova suggestione interpretativa, lasciando al lettore il diritto di giudicarla se attendibile o meno. Altri si periteranno con maggior cognizione di causa. Aspiriamo soltanto a impostare un nuovo discorso per riattualizzare una cosa vecchia, il cui significato viene eccessivamente dato per scontato.

Non vogliamo offendere il credente: vogliamo soltanto dare all’umano ciò che gli compete e che però non gli viene riconosciuto in maniera adeguata. L’umano non dipende dal religioso più di quanto non dipenda da se stesso. Il credente intellettualmente onesto e di buona volontà non ha nulla da temere da un’operazione del genere.

L’intera vicenda del Cristo qui viene presentata come se si fosse ritrovato il vero Vangelo di Giovanni, che la chiesa primitiva volle tenere nascosto (è una supposizione naturalmente) perché ritenuto non conforme alla versione dei fatti presentata nel Vangelo di Marco, e ripresa dagli altri due.

Il quarto Vangelo che oggi leggiamo è stato elaborato da redattori che si ispiravano ai Sinottici e che in più avevano conoscenze specialistiche in campo filosofico. Hanno pubblicato qualcosa in forma riveduta e corretta, in modo che i suoi contenuti fossero in linea con quelli ufficiali, almeno negli aspetti più essenziali.

In questo capitolo si può quindi leggere un’ipotetica ricostruzione di un ipotetico ritrovamento dell’autentico Vangelo di Giovanni.

Sin da adesso s’accettano scommesse sulla sua attendibilità. Naturalmente fin quando non vi sarà alcuna prova archeologica, non potranno esserci né vinti né vincitori.

Se però facciamo un ragionamento alla Pascal, le cose cambiano: chi punta sulla veridicità e vince, vince per l’umanità intera; chi invece punta sulla veridicità e perde, vince lo stesso, perché ha comunque aiutato il genere umano a pensare.

La separazione dal Battista

In quel tempo quasi tutta la Palestina era dominata dai romani, se non in maniera diretta, come nel caso di Pilato, quinto governatore di Giudea, Samaria e Idumea, almeno indirettamente, come nel caso sia di Erode Antipa, tetrarca della Galilea e della Perea, che dei sommi sacerdoti del Tempio di Gerusalemme, i quali, pur predicando un riscatto nazionale, di fatto non facevano nulla per realizzarlo, anche perché la loro nomina dipendeva dalla volontà dei procuratori romani.

Vi erano vari movimenti e partiti che cercavano di opporsi a quello stato di cose, ma su uno in particolare s’era concentrata la nostra attenzione, quello giudeo di Giovanni, figlio di Zaccaria, detto il Battezzatore.

Anche lui era destinato alla carriera ecclesiastica, ma, vedendo la corruzione del Tempio, aveva preferito ritirarsi nel deserto, là dove agiva la comunità degli Esseni, a Qumrân, che viveva secondo il principio della comunione dei beni.

Vedendo però peggiorare la situazione della Giudea, Giovanni decise di uscire dal deserto e di andare a predicare il regno di liberazione lungo il fiume Giordano. E lì s’era messo a chiamare tutti gli uomini di buona volontà, invitandoli a guardare con ottimismo la possibilità di un riscatto nazionale. Ciò che più stupiva del suo messaggio era ch’egli metteva tutti sullo stesso piano, non facendo differenze tra potenti e umili e spesso anzi lo si sentiva dire: “Perfino da queste pietre possono sorgere dei figli di Abramo”.

Il suo programma era semplice e radicale: comunione dei beni, rispetto della legge, no alla violenza. Molti lo seguivano perché volevano che diventasse il messia liberatore, ma Giovanni si limitava a criticare i sacerdoti corrotti, gli orgogliosi farisei e soprattutto il cinico Erode Antipa, che fingeva di tutelare le tradizioni ebraiche, ma che in realtà pensava solo ai suoi interessi.

Sul piano pratico Giovanni, con un battesimo di penitenza, chiedeva a tutti di purificarsi nelle acque del Giordano, tenendosi pronti a cacciare i romani e quanti collaboravano attivamente con loro. Era diventato così famoso che i potenti cominciavano a temerlo.

Il successo era dovuto al fatto che agiva allo scoperto, disarmato, con molto coraggio e umiltà, come gli antichi profeti. Si serviva solo della sua parola e di uno stile di vita molto austero, rigoroso. Molti di noi, prima di iniziare a seguire Joshua, figlio di Giuseppe, appartenevano al suo ambiente.

Joshua era suo parente e apprezzava il suo operato, ma non riteneva sufficiente la critica della corruzione dei sacerdoti e di Erode, né la semplice pratica del battesimo. Sicché un giorno s’incontrarono e glielo disse.

– Ascolta Giovanni, secondo me dobbiamo fare qualcosa contro il Tempio.

– E cosa vuoi fare più di quello che stiamo facendo?

– Il consenso ce l’hai, ora possiamo compiere un atto dimostrativo, giusto per far capire a quella spelonca di ladri che alle parole seguono i fatti.

– Ma di preciso cosa vorresti fare?

– Lo capisci da solo: con quei sacerdoti al potere non ci libereremo mai dei romani. Nessuno di loro s’è convinto delle tue parole, nessuno ti ha preso sul serio, neppure i farisei, che pur odiano i sadducei.

– Lo vedo, ma in questa maniera rischiamo uno scontro armato e noi non siamo pronti. Le loro guardie avrebbero sicuramente la meglio e in ogni caso chiederebbero aiuto alla guarnigione romana.

– Io invece ti dico che dobbiamo dimostrare al potere che non stiamo scherzando. Tu non sei una canna che si agita al vento. Se non accettano le tue proposte con le buone, li metteremo alle strette con un gesto esemplare. Non possono far finta che tu non esista.

– Un attacco contro la principale istituzione del paese scandalizzerà le masse, poiché nessun giudeo ha mai avuto il coraggio di farlo.

– La corruzione ha raggiunto livelli assolutamente insopportabili. Si è trasformata in tradimento. Chi non capirà subito il significato di questa insurrezione, lo capirà strada facendo. Io so solo che più tardiamo a compierla, più la situazione peggiora; il popolo si demoralizzerà sempre di più, finirà col credere che a questa tragedia nazionale non vi sia alcuna via d’uscita.

– Se agiamo armati, rischiamo di passare per un gruppo terroristico, come i sicarii, o comunque estremistico, come gli zeloti. È troppo rischioso. Se partiamo, non possiamo più tornare indietro. Non credo che abbiamo forze sufficienti per compiere una cosa del genere.

– Non dimenticare l’effetto sorpresa. Le guardie del Tempio non se l’aspettano di sicuro e quelle romane della fortezza Antonia non s’arrischieranno a intervenire, perché penseranno di poterlo fare a loro comodo in un secondo momento. In fondo non sarà un attacco contro di loro, ma solo contro i grandi sacerdoti, partendo dalla forma più evidente della loro corruzione: i mercanti del Tempio. Prima di fare una liberazione nazionale bisogna togliere il potere a chi collabora col nemico.

– Non ha senso cambiare politicamente le cose se prima non cambiano le persone.

– E tu pensi davvero ch’esista un prima e un dopo? L’umano e il politico son come i tuoi piedi quando cammini. Tu rischi di farlo con uno solo.

– Non me la sento di agire in maniera così risoluta. Temo di scandalizzare le anime semplici, quelle che credono nel Tempio in buona fede, a prescindere da chi lo governa. Fino adesso ho svolto la critica morale contro il clero e legale contro Erode, a causa del suo matrimonio illecito. Se accetto di epurare il Tempio, poi mi chiederanno di diventare messia contro i romani, e questo va oltre il mio mandato.

– Come vuoi, ma lascia che i tuoi discepoli decidano da soli.

E fu così che molti di noi se ne andarono da Giovanni, per seguire definitivamente Joshua, il quale era molto amico anche di un altro leader politico giudeo, chiamato Eleazar.

L’epurazione del Tempio

Quando entrammo a Gerusalemme per ripulire il Tempio dagli elementi corrotti, cadevano le festività pasquali. Eravamo in tanti, ma non abbastanza per compiere un rivolgimento istituzionale. Volevamo dare un segnale forte e chiaro affinché altri ci aiutassero ad andare avanti. Ma i giudei, che pur sono sempre stati molto coraggiosi, quella volta non lo furono abbastanza.

Molti approvarono l’iniziativa, ma non il partito che più avrebbe dovuto farlo: quello farisaico.

Quando Joshua cacciò tutti i mercanti a colpi di frusta, noi eravamo pronti a difenderlo e chiedevamo alla gente d’insorgere contro il clero corrotto. Ma se anche molti si misero dalla nostra parte, i farisei non lo fecero, se non una piccola parte e in gran segreto, per non esporsi.

Allora i farisei rappresentavano il partito più importante, essendo stati molto perseguitati nel passato da Erode il Grande, poiché non avevano intenzione di pagare le tasse a Cesare. Uno dei loro capi, chiamato Nicodemo, volle parlare con Joshua e questo è quanto si dissero.

– Abbiamo visto quello che hai fatto e, pur condividendolo nella sostanza, non possiamo accettarlo nella forma.

– Cos’è che vi ha dato più fastidio?

– L’improvvisazione, cioè il fatto che tu non abbia l’autorità per comportarti così. Non basta far vedere che le cose non vanno, bisogna anche dimostrare che si è in grado di farle funzionare diversamente.

– Non sono io che posso fare questo da solo, né possiamo cambiare delle istituzioni corrotte passando attraverso le stesse istituzioni.

– Se tutti facessero come te, sprofonderemmo nel caos e nei confronti dei romani saremmo ancora più deboli. Non si può prescindere dalle istituzioni, per quanto corrotte esse siano.

– Finché i corrotti restano a capo delle istituzioni, qualsiasi autorevolezza è impossibile. Perché la chiedete a me? Aiutateci a cacciarli e insieme ridaremo alle istituzioni l’importanza che hanno perduto. Voi state facendo un’opposizione solo dentro il Sinedrio e nelle sinagoghe e non vi accorgete del nuovo che avanza, non vi accorgete di quanto il potere sia indietro rispetto alle esigenze del popolo. Rischiate di fare la fine dei vostri avversari corrotti.

Nicodemo però, per quanto giusto fosse, non si convinse, poiché credeva che il valore delle tradizioni avrebbe finito, in ultima istanza, col prevalere sulle contraddizioni del potere. Questo il motivo per cui l’insurrezione fallì e chi di noi s’era più esposto fu costretto a espatriare.

Ora, siccome i galilei, soprattutto quelli del partito zelota, erano rimasti molto soddisfatti di ciò che noi giudei avevamo fatto, decidemmo di andare a vivere in Galilea, che in quel momento era meno sottoposta al dominio romano di quanto non lo fosse la Giudea.

Tuttavia, temendo di essere inseguiti lungo il Giordano, preferimmo passare per la Samaria, dove di sicuro la polizia giudaica non ci avrebbe dato alcun fastidio. I giudei infatti non solo detestavano i galilei, a motivo delle loro tendenze ellenistiche, ma ancor più detestavano i samaritani, che col loro monte Garizim avevano costituito un’alternativa al Tempio di Salomone, e anche perché credevano solo nei cinque libri di Mosè, rifiutando tutto il resto.

In Samaria Joshua disse una cosa che suscitò grande entusiasmo. Poiché, cacciando i mercanti dal Tempio, aveva preso una decisione molto importante nei confronti della sua gente, inevitabilmente gli chiesero se riteneva più importante il culto sul loro monte o quello presso il Tempio. E lui così rispose:

– Di fronte al compito che ci attende, quello di rendere la Palestina indipendente e libera da ogni oppressione, interna ed esterna, non è importante stabilire un primato d’onore per il culto religioso. Ognuno va lasciato libero di pregare dove vuole, di credere come vuole, su un piede di parità. Io proclamo come valore assoluto, sul piano religioso, la libertà di coscienza e ritengo che la Giudea non possa più rivendicare alcun primato, né morale né giurisdizionale.

La reazione dei samaritani fu così entusiasta che quasi non volevano farci partire, anzi molti di loro presero a considerarlo come il messia tanto atteso. Noi però promettemmo loro di rivederci e riprendemmo il cammino verso la Galilea.

L’esilio in Galilea

Quando giungemmo in Galilea ci fecero una gran festa, perché i seguaci del partito zelota, che in quella terra era molto forte, dissero ai loro compatrioti quel che Joshua e i suoi discepoli giudei avevano fatto a Gerusalemme. Non avemmo alcuna difficoltà a essere ospitati come esuli.

Da tempo i galilei erano abituati a sentirsi dire dai farisei che dalla loro regione non poteva venir fuori alcun messia nazionale. Ora, al vedere che un messia giudaico veniva cacciato dalla stessa Giudea, si sentivano particolarmente felici: avevano un motivo in più per dire ai giudei che il loro esclusivismo non li avrebbe portati da nessuna parte, e che anzi, senza l’aiuto dei galilei, sarebbero rimasti ancora più oppressi di loro.

In Galilea restammo più di tre anni, affrontando difficoltà di non poco conto, sia perché Erode Antipa, che aveva già decapitato il Battista, voleva eliminare anche Gesù; sia perché i sommi sacerdoti, di tanto in tanto, mandavano degli scribi, molto competenti, allo scopo di trovare in Joshua degli elementi di eresia.

La fine di Giovanni ci colse di sorpresa, perché pensavamo fosse stato sufficiente rinchiuderlo nella fortezza del Macheronte, una delle due fortezze (l’altra era Masada) fatte costruire da Erode il Grande come luogo di rifugio in caso di insurrezione popolare.

D’altra parte il suo movimento s’era notevolmente indebolito, proprio per la scarsa determinazione politica, e non aveva incontrato significativi appoggi contro Erode Antipa, sicché questi, pur temendolo, non ebbe difficoltà a esaudire una richiesta della moglie, che non sopportava le critiche sul suo matrimonio, per impedirgli definitivamente di parlare.

Avrebbe messo le mani anche su Joshua se alcuni farisei non l’avessero avvisato in tempo, predisponendogli un piano di fuga. Altri farisei invece lo volevano arrestare perché non accettavano di vederlo prestare assistenza, di sabato, alle persone malate. Spesso questi farisei gli dicevano: “I malati che tu curi non sono in pericolo di vita, che è l’unico caso che ti permette di soprassedere al divieto del sabato. Perché dunque non ti comporti così in un qualunque giorno feriale? Nessuno te lo impedisce”.

Ma lui rispondeva sempre la stessa cosa: “Il sabato è fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato”. Non capivano che la trasgressione della legge, in questo caso, non era per affermare un arbitrio personale ma per compiere un’opera di bene.

La mancanza di rispetto del sabato era, per i farisei, insopportabile tanto quanto la mancanza di rispetto delle regole dietetiche. E quando Joshua diceva: “Non è ciò che entra nella bocca nell’uomo che lo contamina, ma ciò che esce dal suo cuore”, diventavano furiosi, perché si sentivano presi in giro. Non erano forse stati i giudei a formulare il principio Ama il prossimo tuo come te stesso?

Quando frequentava i pubblici peccatori, chiedendo loro di convertirsi e di seguirlo nel suo movimento di liberazione nazionale, lo accusavano di essere privo di moralità. E quando diceva: “Non sono venuto per i sani ma per i malati”, i farisei capivano bene chi erano per lui i veri malati.

D’altra parte per i farisei ci voleva poco per essere un “pubblico peccatore”: erano tanti i mestieri proibiti. Forse il giorno in cui rimasero più scandalizzati fu in occasione della chiamata all’apostolato del pubblicano Levi, che riscuoteva le tasse in nome di quel potere che loro volevano giustamente abbattere. E si chiedevano come potesse diventare messia uno che frequentava gli impuri. Pensavano di poter essere in diritto di scegliersi gli elementi migliori della Palestina per liberarsi dei romani.

Erano così furiosi contro di lui che gli impedivano di commentare le Sacre Scritture nelle loro sinagoghe, pur riconoscendogli l’intelligenza di un rabbino. E si chiedevano sempre: “Quali scuole ha fatto costui? Suo padre non è forse il carpentiere Giuseppe?”.

Stavano tutto il tempo a disquisire sulle sue origini, gli chiedevano di esibire l’albero genealogico e non capivano che per lui tutto ciò non aveva alcuna importanza. Una volta i farisei della Giudea se la presero con uno dei loro capi, Nicodemo, solo perché aveva detto: “La nostra legge giudica un uomo prima che sia stato ascoltato e che si sappia quel che ha fatto?”. Essi gli risposero: “Sei anche tu della Galilea? Studia e vedrai che da quella regione non è mai sorto alcun vero profeta!”.

Un’altra volta furono i suoi stessi parenti a venirlo a prendere per riportarlo a casa: non volevano essere coinvolti nelle terribili accuse che dall’alto gli piovevano. Ma lui, come se nulla fosse, reagì dicendo: “Chi è mia madre? Chi sono i miei fratelli e le mie sorelle?”. Poi, guardando i suoi discepoli, disse: “Ecco mia madre e i miei fratelli e le mie sorelle”.

Ma forse quel che più meravigliava gli scribi e i farisei era la sua indifferenza per le pratiche religiose. Non lo si vedeva mai pregare, rendere grazie a Jahvè, rispettare scrupolosamente i precetti rituali, tanto meno lo si vedeva fare offerte al Tempio. E anche quando frequentava le grandi festività ebraiche, lo faceva solo per incontrare la sua gente, cui spiegava come impegnarsi per il regno di liberazione nazionale.

Ovunque andasse diceva sempre: “Il riscatto è vicino: accogliete la buona notizia”. E in molti gli credevano, anche perché quando parlava sapeva essere convincente. Come quella volta sul monte Tabor, dove espose i punti fondamentali del suo programma, sembrando, agli occhi di tutti, un nuovo Mosè.

“Non ho intenzione di abolire, ma di completare”, diceva. “Son venuto a portare il fuoco e quanto vorrei fosse acceso!”.

Stava preparando i galilei all’insurrezione contro Roma e quando cominciò a dividerli in gruppi da cinquanta ben armati, molti pensarono che fosse giunto il tempo per marciare su Gerusalemme, cacciando i sacerdoti dal Tempio e i romani dalla fortezza Antonia, che dominava dall’alto i cortili dello stesso Tempio, poi dal loro quartier generale presso Cesarea e infine da tutta la Palestina.

Quello del monte Tabor fu un momento cruciale, perché quando vi sono migliaia e migliaia di patrioti pronti a combattere per la liberazione nazionale, la vittoria è sicura. Infatti, bastano alcuni significativi successi per vedere poi le fila del movimento allargarsi facilmente di volontari.

Tuttavia voleva esser lui a decidere il momento giusto per l’insurrezione. Sapeva di avere dalla sua molti samaritani e moltissimi galilei, ma non riteneva sufficienti le forze giudaiche. Quello che aveva poteva bastare per vincere i romani stanziati a Cesarea, ma non per resistere ai rinforzi che sicuramente sarebbero arrivati da Roma.

Già al tempo di Pompeo i giudei avevano sopravvalutato l’imponenza delle mura della loro Città Santa e sottovalutato l’abilità e la forza delle legioni romane. Compiere una seconda volta un errore del genere sarebbe stato fatale.

Ecco perché quando sul Tabor i galilei pretesero che lui diventasse re e salisse a Gerusalemme con loro, improvvisamente decise di nascondersi, lasciando tutti sconcertati. Persino ai suoi più fidati discepoli fu costretto a dire: “Volete andarvene anche voi?”.

Secondo lui i tempi non erano ancora maturi, le forze non erano sufficienti. Pretendeva un’adesione anche da parte giudaica, perché sapeva di poterla ottenere. I giudei però dovevano convincersi di non poter porre condizioni di sorta agli altri gruppi tribali, né ai samaritani né ai galilei, e neppure ai pagani che avessero voluto aderire al movimento di liberazione. Voleva che tutte le tribù fossero unite, sullo stesso piano. Ecco perché decise di riprendere a frequentare i giudei, facendo bene attenzione a non lasciarsi catturare.

Il ritorno in Giudea

Ogni volta che, durante le grandi festività ebraiche, entrava a Gerusalemme rischiava parecchio, perché su di lui pesava un mandato di cattura e spesso doveva nascondersi nel deserto, oltre il Giordano, dalle parti di Efraim.

Un giorno litigò coi suoi parenti, i quali, vedendo la sua enorme popolarità in Galilea, non riuscivano a capire perché non volesse approfittarne e gli dicevano che se per lui era così importante avere il consenso dei giudei, allora doveva andare a predicare anche in Giudea, costasse quel che costasse.

Lui invece in quell’occasione rispose: “Voi la fate facile, ma il compito che abbiamo da realizzare è troppo importante perché io possa rischiare di comprometterlo con una imprudenza. Non sono così sicuro che in caso di arresto i giudei mi difenderebbero”.

Ma poi alle feste ci andava lo stesso, seppure in forma privata, non al seguito dei suoi parenti e con pochissimi discepoli. Due meritano di essere ricordate: Capanne e Dedicazione, poiché in esse tastò l’effettiva disponibilità dei giudei a seguirlo come messia nazionale per una insurrezione anti-romana.

E aveva ragione lui, poiché nella prima rischiò di essere arrestato e nella seconda addirittura lapidato. Infatti durante la festa delle Capanne i giudei non sopportavano assolutamente ch’egli anteponesse le necessità del bisogno al rispetto del sabato, né che lui non vedesse alcun primato d’onore dei giudei rispetto alle altre nazionalità.

Sul sabato erano categorici: “Quando ci si dirà esplicitamente che, poste determinate condizioni, la regola può essere trasgredita, bene, potremo farlo tutti, ma tu non puoi farlo prima degli altri, prima che esista un permesso ufficiale”. Così gli dicevano. Erano soprattutto i capi del partito farisaico a contestarlo e quella volta fu davvero una fortuna che la gente intenta ad ascoltarlo impedisse il suo arresto.

Per Joshua il bisogno e l’uguaglianza erano le basi della verità. E mentre sulla questione del sabato i suoi discepoli s’erano facilmente convinti, a volte rimanevano sconcertati quando arrivava a dire che neppure tra uomo e donna bisognava fare differenze. Ecco perché il suo movimento non era composto di soli uomini, ma anche di molte donne, tra cui la più attiva era sicuramente Maria di Magdala.

Tuttavia lo scandalo più grande i giudei lo ebbero durante la festa della Dedicazione. Quand’erano in gioco i princìpi, i giudei non andavano a cercare vie traverse. Quelli che la volta precedente l’avevano protetto e che sarebbero stati disposti a credergli, cioè non i capi dei farisei ma la gente comune, gli chiesero: “Fino a quando terrai l’animo nostro in sospeso? Se tu sei il Cristo, dillo a noi apertamente”.

Lui rispose così: “Lo sono, ma non secondo le vostre aspettative. Voi volete un messia religioso. Io invece mi rifaccio a quel passo della legge che dice: Gli uomini sono dèi”.

Al sentire tale professione di ateismo cercarono immediatamente di lapidarlo (in casi del genere non serviva neppure denunciarlo), e noi tutti con lui fuggimmo di nuovo a Efraim.

I giudei avevano dimostrato di non essere ancora pronti a riconoscerlo come messia: avevano bisogno di una lezione più severa per capirlo. E questa venne qualche tempo dopo, mentre eravamo nascosti oltre il Giordano.

Loro erano convinti che, contro i romani, non avessero bisogno dell’aiuto dei galilei, proprio perché dicevano di avere già un loro messia, che si chiamava Eleazar e che Joshua aveva conosciuto quando poteva frequentare tranquillamente la Giudea. Poi s’erano persi di vista, poiché Joshua aveva dovuto espatriare in Galilea, rientrando in Giudea solo da clandestino.

Joshua amava molto Eleazar e quando poteva andava a trovarlo, parlando sempre del momento e del modo in cui insorgere. Si rispettavano a vicenda, anche se Eleazar era convinto che i giudei avessero forze sufficienti per togliere di mezzo i romani. E in ogni caso, quando s’incontravano in Giudea, Eleazar aveva il suo seguito, mentre Joshua era accompagnato da pochi discepoli, sicché tra i due non poteva esserci una piena collaborazione.

In uno scontro armato con le forze romane Eleazar fu sconfitto e ucciso. Noi venimmo avvisati troppo tardi e non avremmo comunque potuto far nulla, se non dirgli di avere pazienza e di aspettare un momento più favorevole.

Quei giorni furono pieni di angoscia, poiché tutti noi sapevamo che se fossimo usciti dal nostro nascondiglio, saremmo stati un bersaglio molto facile. D’altra parte Joshua non poteva far vedere di restare insensibile ai richiami delle sorelle di Lazzaro, Marta e Maria, che lo supplicavano di dare l’ultimo saluto al suo caro amico.

Quando lo videro, entrambe gli dissero: “Se tu fossi stato vicino a lui, non sarebbe morto”. Joshua pianse perché come uomo avrebbe voluto stargli vicino, ma come messia non poteva, perché avrebbe compromesso la sua missione. Quella volta purtroppo pochi giudei riuscivano a capire che contro i romani tutta la Palestina doveva restare unita, rinunciando a qualunque considerazione che potesse dividere.

Tuttavia, secondo Joshua quello poteva essere il momento favorevole per far capire ai giudei che, se davvero volevano liberarsi dei romani e dei sacerdoti collaborazionisti, dovevano prestargli fiducia, ritenendolo un messia nazionale, di ogni etnia e tribù.

Infatti fu proprio in occasione della morte di Eleazar che nacque l’intesa tra giudei, galilei e samaritani. Si decise che il momento buono per intervenire sarebbe stata la festa della Pasqua, quando l’affluenza dei pellegrini a Gerusalemme era massima. Avevamo una settimana di tempo per insorgere contro Roma.

L’ingresso nella capitale fu trionfale. Joshua volle mostrare subito le sue buone intenzioni scegliendo di salire in groppa a un asino e non a un cavallo. Il popolo apprezzò e capì, tant’è che persino i capi farisei furono costretti ad ammettere: “Ecco, vedete che non combinate nulla? Tutto il mondo gli va dietro!”. Ora era davvero impossibile arrestarlo.

L’insurrezione fallita

Quando Joshua entrò trionfalmente a Gerusalemme, nessuno tra i suoi seguaci ed estimatori ebbe il dubbio che lui sarebbe diventato il messia nazionale. Persino le autorità religiose e la guarnigione romana paventavano questa possibilità e la temevano. Nessuno però poté intervenire contro il movimento nazareno: il rischio era troppo grande. Noi eravamo tutti armati. Joshua aveva dato un ordine preciso: “Chi ha un mantello, lo venda e si compri una spada”.

D’altra parte, una volta entrati nella Città Santa, lui non chiese di procedere con risolutezza contro gli occupanti e i sommi sacerdoti. Voleva prendersi ancora un giorno per parlamentare, per convincere con le buone maniere gli uni a dimettersi e gli altri ad arrendersi, senza spargimento di sangue.

Tuttavia le polemiche ripresero con maggior vigore. A molti farisei non piaceva l’idea che insurrezione contro i romani volesse dire anche epurazione del Tempio dalle corrotte autorità religiose. Attendevano che dal Sinedrio giungesse una parola autorevole a favore del movimento nazareno, benché il tempo a disposizione fosse molto poco.

In ogni caso dal Sinedrio venne solo una parola di condanna: il sommo sacerdote Caifa (ch’era stato nominato dal procuratore Valerio Grato) e suo suocero Anna (nominato invece da Quirinio, legato della Siria), che, per quanto non fosse ufficialmente in carica, restava ancora molto influente, avendo avuto cinque suoi figli sommi sacerdoti, erano dell’avviso che per salvare Israele dall’inevitabile ritorsione di Roma, in caso di tentata insurrezione, sarebbe stato meglio eliminare Joshua, consegnandolo direttamente nelle mani dell’odiato nemico. E la maggioranza del Sinedrio si mise dalla loro parte.

Molti giudei, temendo di essere espulsi dalle sinagoghe per aver parteggiato per Joshua, rimasero incerti, obbligando lui e gli apostoli a nascondersi in città. Ormai però non si poteva più tornare indietro: ci si era esposti troppo. L’insurrezione doveva avvenire nei giorni della Pasqua, poiché quello era il momento politicamente migliore, con o senza il consenso delle autorità giudaiche. Noi eravamo tutti in ansia, in quanto consapevoli ch’era in gioco la nostra vita.

Avevamo soltanto bisogno di sapere su quanti effettivi alleati potevamo contare, ovvero se quelli che avevano già dato il loro assenso erano pronti a insorgere durante la notte, quando il nemico è meno pronto per difendersi.

Per sincerarsene definitivamente fu mandato in ambasciata uno dei nostri, Giuda, che aveva conservato agganci significativi coi farisei più democratici. “Quello che devi fare, fallo presto”, gli aveva detto Joshua. I tempi per agire erano molto stretti.

Giuda però tradì. Non ne sappiamo le ragioni. Probabilmente anche lui s’era convinto che l’impresa fosse troppo rischiosa e che se la parte migliore dei farisei non avesse dato il proprio consenso, non ci sarebbero state le condizioni per avere successo. Forse gli avevano assicurato l’incolumità di Joshua e lui vi avrà creduto ingenuamente.

Fatto sta che proprio nel momento cruciale dell’insurrezione, Joshua fu arrestato nel Getsemani, ultimo nostro rifugio nei pressi della città, che anche Giuda conosceva bene.

Grazie alla mediazione pacifica di Joshua, che propose di consegnarsi alla coorte romana senza reagire se avessero lasciato andare i propri discepoli, non ci fu alcun combattimento, salvo il tentativo scriteriato di reazione di Simon Pietro, che cercò di spaccare la testa a Malco, un servo del sommo sacerdote Anna. Malco per fortuna si scansò e Pietro poté recidergli solo l’orecchio. Ma Joshua, essendo ben consapevole che in quello scontro armato nessuno di noi ne sarebbe uscito vivo, ordinò a Pietro di riporre la spada nel fodero e si consegnò spontaneamente, dopodiché tutti noi fuggimmo.

Rientrammo in città, di nascosto, solo in due: io e Pietro. E ci mettemmo a seguire la coorte da lontano, senza farci vedere. Era notte fonda.

L’interrogatorio e il processo

In mezzo ai soldati romani che catturarono Joshua vi erano anche molte guardie del Tempio e, per rispetto o per salvare le apparenze, il prefetto Pilato aveva concesso che la prima udienza informale si tenesse presso i sommi sacerdoti Anna e Caifa. In fondo senza il concorso dei giudei traditori, i romani non avrebbero potuto catturarlo, in ogni caso non così facilmente.

Il primo interrogatorio avvenne in casa di Anna. In qualche modo vi potei assistere, poiché nel passato avevo avuto conoscenze presso quell’ambiente, prima ancora che cominciassi a frequentare il Battista.

L’ingresso nel cortile mi fu aperto da una portinaia che si ricordava di me e, grazie a lei, potei fare entrare anche Pietro, il quale però, quando la vide, chissà perché negò di conoscere Joshua. Lei s’era accorta della parlata galilaica di Pietro, ma, sapendolo mio amico, non l’avrebbe mai denunciato. Invece Pietro pensò subito che volesse farlo.

Lui comunque rimase in cortile, a scaldarsi intorno al fuoco, insieme alle guardie del Tempio. Io invece potei salire al piano superiore, non senza circospezione.

L’interrogatorio da Anna durò molto poco, poiché Joshua non rispondeva come lui avrebbe voluto. E, per questa ragione, si prese anche un pesante ceffone da una delle guardie, che voleva mettersi in mostra agli occhi del sommo sacerdote.

Anna poneva delle domande fingendo di non sapere nulla di Joshua e lui invece gli rispondeva che tutta la popolazione d’Israele lo conosceva bene, perché, proprio come lui, voleva liberarsi dei romani.

Quando Anna si rese conto che da Joshua non avrebbe ottenuto nulla, lo mandò da Caifa, ben legato. Intanto, nel cortile Pietro ebbe un diverbio con un parente di Malco, il quale sosteneva d’averlo visto nel Getsemani mentre cercava di uccidere il servo del sommo sacerdote. Anche quella volta Pietro, temendo per la sua vita, negò a più riprese di conoscere Gesù, convincendo le guardie coi suoi spergiuri.

Nessuno di noi due poté assistere all’interrogatorio presso l’abitazione di Caifa, ma possiamo supporre che non fu molto diverso da quello precedente, anche se durò tutta la notte. In ogni caso le due udienze non servirono minimamente a far cambiare opinione sul destino da riservare a Joshua. Tutti erano convinti che sarebbe stato meglio per loro consegnarlo nelle mani di Pilato, che in quel momento si trovava a Gerusalemme, come sempre faceva in occasione delle grandi festività.

E così infatti fecero, quando di mattina presto lo portarono nel pretorio. Aspettarono che Pilato uscisse, perché per un giudeo sarebbe stato molto sconveniente entrare in un luogo pagano durante la Pasqua.

Io e Pietro potevamo vedere le cose a una certa distanza e a me parve subito che quando i sacerdoti e le guardie del Tempio glielo portarono, lui li stesse aspettando, anche se fingeva di non sapere nulla di Joshua. Pilato non era solo un prefetto avido, licenzioso e crudele, ma anche molto astuto: non a caso l’imperatore Tiberio, attraverso il suo potente favorito Seiano, l’aveva mandato a governare la turbolenta Giudea.

Si era preparato a recitare la parte del giusto giudice, quello che non si vuole intromettere nelle questioni ebraiche e quello che sul piano puramente legale, del diritto romano, sa emettere la sentenza migliore.

In realtà Pilato aveva paura di Joshua, perché sapeva benissimo che qualche giorno prima l’avevano accolto nella città come liberatore nazionale. Ne aveva così paura che inizialmente disse ai sacerdoti di giudicarlo secondo la loro legge, ma quelli gli risposero che per il reato di sedizione non avevano il potere di mettere a morte nessuno. Pilato lo sapeva, ma voleva che gli riconoscessero le sue prerogative. E i capi giudei pensavano che, facendolo, avrebbero ottenuto da lui un trattamento di favore.

Sicché fu lui a gestire con grande maestria, nell’arco dell’intera mattinata, tutta la procedura di un processo che sin dall’inizio si presentava come politico.

Pilato trattenne Joshua nel pretorio, fingendo di ascoltare la sua testimonianza; poi, quando uscì disse: “Non trovo in lui nessuna colpa. Se volete ve lo rilascio”. In effetti Joshua non aveva mai ucciso nessuno.

In quel momento ci parve di sognare. Come sarebbe stato possibile rilasciarlo, dopo che per tanti anni avevano cercato di catturarlo? Pilato voleva forse far vedere che Joshua era un leader totalmente innocuo? Evidentemente dentro il pretorio doveva aver macchinato qualcosa. Siccome sia lui che i sommi sacerdoti temevano la reazione della folla, pensarono d’ingannarla con una proposta rischiosa ma allettante, mai fatta dai romani: rilasciare lo zelota Barabba in cambio della morte di Joshua.

Insieme ad altri due zeloti, Barabba aveva assassinato alcune guardie romane durante la settimana pasquale. Essendo stati tutti catturati, la loro sorte era segnata.

Quando uscì dal pretorio, Pilato disse ch’era disposto a liberare Joshua per far vedere che non aveva paura che diventasse re d’Israele. Sapeva però che i capi-giudei avrebbero fatto in modo che la folla chiedesse, al suo posto, la liberazione di Barabba, che in quel momento sembrava dare più affidamento, in quanto aveva mostrato di non aver paura delle armi romane.

Pilato e i sommi sacerdoti conoscevano bene Joshua e sapevano ch’era molto più pericoloso di Barabba, in quanto aveva saputo far confluire nel suo movimento tutte le etnie e tribù della Palestina, senza fare distinzioni di alcun genere. Sapevano bene che se avessero rilasciato Barabba, l’avrebbero facilmente ripreso.

Al sentire che la folla reclamava la liberazione di Barabba, Pilato non perse tempo e fece subito flagellare pesantemente Joshua, ordinando alle due guardie di trasformarlo in modo tale che la sua credibilità politica fosse ridotta a zero. Il momento più difficile per il prefetto era stato superato.

Dopo aver liberato Barabba, riportò fuori Joshua grondante di sangue: era irriconoscibile. Pilato disse che per lui questa punizione poteva bastare. Ma fu un inganno anche quello. Per quanto pesante fosse stato quel supplizio, Joshua si sarebbe prima o poi ripreso: ecco perché il potere di Roma e di Gerusalemme lo volevano entrambi morto.

Di qui la proposta, che ancora una volta venne dagli avversari del movimento nazareno: “Crocifiggilo! Crocifiggilo!”. Era la morte che si dava agli schiavi ribelli, ai sediziosi, ai rivoltosi contro Roma.

Pilato doveva essere sicuro che, mandandolo sul patibolo, avrebbe avuto meno problemi che a lasciarlo andare. Temeva ancora la folla, poiché la sua guarnigione era un nulla rispetto alle forze in campo, e fu solo quando sentì pronunciare delle frasi che per lui erano come oro colato: “Se liberi costui, non sei amico di Cesare. Chiunque si fa re, si oppone a Cesare. Noi non abbiamo altro re che Cesare”, che capì di dover agire con risolutezza.

Parole come queste, dette in pubblico e con un tono così solenne, da parte delle autorità religiose, non le aveva mai sentite: erano troppo impegnative per non approfittarne esaudendo quella richiesta. Per qualunque cosa fosse successa contro Roma, dopo quella crocifissione, avrebbe avuto ogni ragione per prendersela con loro. E fu così che verso l’ora sesta emise la sentenza di morte.

Sul Golghota salirono tre condannati, di cui due del partito zelota, quello che riprenderà la guerra contro Roma alcuni decenni più tardi. A tutti e tre inchiodarono i piedi, ma solo a Joshua anche i polsi, poiché durante il percorso era così sfinito per la fustigazione che non riuscì a portare il patibulum, sicché quando fu impalato allo stipes s’infierì ulteriormente.

Gli misero anche il titolo della condanna: “Joshua Nazareno Re dei Giudei”, in greco, latino e aramaico. Al vederlo i capi dei sacerdoti pretesero da Pilato che lo modificasse con le parole: “Io sono il Re dei Giudei”. Ma Pilato si rifiutò. Non voleva più sentir parlare di candidature al trono d’Israele: era lui lì che comandava e sicuramente ambiva a una carica ancora più prestigiosa.

Ai piedi della croce vi erano varie donne del movimento nazareno, tra cui la madre di Gesù, Maria di Magdala e Maria di Cleopa.

Da quello ch’esse dissero, Joshua visse sino all’ora nona, rifiutandosi di prendere bevande inebrianti che lo stordissero. Stranamente disse a sua madre di venire a vivere con me, pur avendo egli altri fratelli e sorelle. Io interpretai quella volontà come il segno che avrei dovuto sostituirlo alla guida del movimento nazareno.

Siccome gli ebrei non volevano che in occasione della Pasqua si tenessero appesi dei crocifissi, i capi religiosi pretesero che Pilato affrettasse la loro morte e li seppellisse in una fossa comune. Pilato acconsentì, ma, mentre per i due zeloti bastò spezzare le ginocchia, impedendo loro di poggiarsi sulla predella, a Joshua, essendo già morto, fu sufficiente verificarlo con un colpo di lancia al cuore.

La scoperta della tomba vuota

A impedire che Joshua venisse sepolto in una fossa comune provvide un altro di quei farisei democratici che si pentì amaramente di aver fatto molto poco per aiutare il movimento nazareno a insorgere contro Roma e l’aristocrazia sacerdotale: Giuseppe d’Arimatea.

Fu lui che andò da Pilato a chiedere il corpo di Joshua, seppellendolo nel proprio sepolcro. Volendo rispettare i precetti religiosi, che impedivano di toccare i cadaveri nel sabato santo, Giuseppe impose un’affrettata inumazione, rimandando quella regolare alla fine del giorno dopo. E fu così che lo avvolsero in un lenzuolo, tenuto unito da varie bende, lasciando il corpo così come l’avevano deposto dalla croce.

Senonché il mattino dopo, quando Maria di Magdala e una sua amica s’erano recate presso il sepolcro per andarlo a piangere, disperate com’erano, s’accorsero che la pesante pietra che chiudeva l’uscio era stata rimossa e che dentro il sepolcro non vi era nulla.

Quando vennero a trovarci, io e Pietro restammo senza parole. Sostenevano che il corpo era stato trafugato. Ricordo benissimo che insieme a Pietro corsi a vedere se quello che dicevano corrispondeva al vero.

In effetti, giunti sul luogo, vedemmo anche noi che la pietra era stata spostata e che dentro vi erano delle bende per terra e il lenzuolo ripiegato e posto da una parte, con le tracce del suo martirio.

Io presi il lenzuolo e guardai in faccia Pietro dicendogli: “Se l’avessero trafugato, non avrebbero lasciato il lenzuolo, meno che mai riposto così. Qui è successo qualcosa di strano”.

E Pietro mi disse una cosa che in quel momento condivisi, ma che poi mi sembrò controproducente. Mi chiese di credere nell’idea che Joshua s’era ridestato e di non esibire il lenzuolo come prova.

Per quanto ciò mi sembrasse pazzesco, in quanto vi erano stati numerosi testimoni della sua morte, lì per lì gli diedi retta.

Ma poi Pietro cominciò a sostenere che la morte di Joshua era stata “necessaria”, voluta da dio, e che sarebbe tornato quanto prima per far giustizia dei propri nemici. Infatti lui aveva fatto questo ragionamento: “Se è risorto, non voleva vincere da vivo ma da morto, per farci capire che senza di lui non possiamo far nulla”.

Un’idea del genere avrebbe avuto il suo senso se ci fossero stati riscontri entro pochi giorni dal decesso. Ma così non fu. Noi stavamo lì in attesa, perdendo l’occasione favorevole della Pasqua.

Pietro però, invece di rinunciare alla sua follia, fu costretto, per continuare a sostenerla, a inventarsene una nuova, quella secondo cui i giudei, prima di poter rivedere Joshua, dovevano convertirsi, dovevano credere che Joshua era stato il vero messia e che non ce ne sarebbero stati altri dopo di lui.

Diceva questo per mettere le autorità religiose con le spalle al muro. Voleva far capire ai giudei che se non avessero accettato questa versione dei fatti, i nazareni si sarebbero staccati definitivamente dal giudaismo, come già avevano fatto i samaritani, e non avrebbero più frequentato il Tempio.

Pietro non si rendeva conto che, minacciando di separare le forze galilaiche da quelle giudaiche, eludeva il fondamentale problema che Joshua aveva cercato per tutta la sua vita di risolvere: come fare una liberazione effettivamente “nazionale”.

A quel punto l’insurrezione rischiava di diventare impossibile. Avevamo perduto l’occasione propizia. E siccome non pochi erano d’accordo con le idee rinunciatarie di Pietro, io e mio fratello, con altri apostoli e discepoli, decidemmo di andarcene, per prepararci comunque alla rivolta. Avevamo infatti capito che, predicando la parusia di Joshua, per quanto imminente la si sognasse, demoralizzava il movimento, non invogliava a proseguire la sua missione.

Giuda l’aveva tradito da vivo, ma Pietro lo stava tradendo da morto e non a caso alcuni farisei, tra cui Saulo, che pur era stato un nostro avversario, cominciarono a pensare che alle condizioni poste da Pietro ci si poteva anche stare.

Saulo anzi, che poi mutò nome in Paolo, arrivò addirittura a sostenere una cosa che per noi non aveva alcun senso, e cioè che Joshua era “l’unigenito figlio di dio”. In realtà Joshua, durante la sua predicazione, non aveva mai parlato di “regno di dio” ma sempre di “regno dell’uomo”: lui stesso si definiva “figlio dell’uomo”.

Quando Paolo s’accorse che non ci sarebbe stato alcun ritorno imminente di Joshua, cominciò a sostenere che non aveva senso neppure la liberazione della Palestina dai romani e che Joshua era morto per riscattare gli uomini dal peccato d’origine, quello che impediva loro d’essere se stessi, e che sarebbe ritornato alla fine dei tempi, per giudicare i vivi e i morti.

Quello che noi non riuscivamo a sopportare era la trasformazione di un messia liberatore di Israele in un redentore morale del genere umano. Per Paolo l’unica liberazione possibile era quella dalla morte, considerata come prezzo del peccato. Morire per lui era un guadagno, perché lo faceva uscire dalla condizione terrena.

Pietro non aveva mai pensato a cose così assurde, eppure alla fine dovette cedere. I farisei avevano voluto la morte di Joshua due volte. Paolo non aveva tradito solo il messia, ma tutto l’ebraismo.

Io però ricordo bene, e con me tanti altri, quel che Joshua diceva in vita: “L’unico dio dell’uomo è l’uomo stesso”. In questo senso lui intendeva dire che “completava Mosè”, il quale infatti, in mezzo ai tanti regni idolatrici, aveva detto: “Non farti di dio alcuna rappresentazione”.

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Autore: laicusblog

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