Il tradimento di Giuda

Nella storia delle rivoluzioni o dei tentativi insurrezionali di tutti i tempi, i motivi che hanno indotto qualcuno dei protagonisti a tradire sono sempre stati, in genere, o l’estremismo o, all’opposto, il moderatismo.

Lenin nelle sue opere descrive due esempi famosi, che rientrano in queste categorie: quello di Kamenev e Zinoviev, che nell’imminenza della rivoluzione d’Ottobre dichiararono alla stampa la loro posizione contraria.

I due bolscevichi tradirono il fatto che quando in un’assemblea si finisce in minoranza, si deve comunque rispettare la volontà della maggioranza, che in quel momento aveva deciso di occupare il Palazzo d’Inverno, rovesciando il governo in carica.

Il secondo caso si verificò quando Trotsky fu inviato dal partito, nel 1918, a definire coi tedeschi la conclusione di un trattato di pace (quello che poi passerà alla storia col nome di Brest-Litovsk). Trotsky ad un certo punto assunse un’iniziativa personale che rischiò di portare la Russia bolscevica alla catastrofe.

Il primo esempio riguarda il moderatismo, il secondo l’estremismo. La storia è piena di questi esempi. Anche da noi il cosiddetto “compromesso storico” tra Moro e Berlinguer fu tradito, per il primo, dal conservatorismo della Democrazia cristiana e, per il secondo, dal terrorismo delle Brigate rosse. E Moro in prigione fu tradito dalla paura di tutti: destra, sinistra e gerarchia ecclesiastica, incapaci di considerare una vita umana superiore alla ragion di stato.

Nei momenti chiave degli avvenimenti rivoluzionari c’è sempre qualcuno che assume delle iniziative personali che rischiano di far fallire un progetto comune. Se vogliamo, tutta la storia del genere umano presenta dei momenti in cui l’azione individuale di taluni personaggi si pone in netto contrasto con le tradizioni consolidate o con la volontà manifesta di una determinata maggioranza.

Questi tradimenti hanno fatto nascere lo schiavismo, il servaggio, il lavoro salariato, il socialismo burocratico. Sono tutti tradimenti che l’idea di individualismo autoritario ha compiuto ai danni dell’idea di collettivismo democratico.

Lo schiavista è un individualista nei confronti dei propri schiavi, così come lo è il feudatario nei confronti dei propri servi della gleba, il capitalista nei confronti dei propri operai, il burocrate nei confronti dei propri cittadini.

Da questi tradimenti sono nate intere civiltà, poiché col tempo il tradimento di pochi si è generalizzato. Sono famose le parole che Rousseau scrisse nel suo Discorso sulla disuguaglianza: “Il primo che, cintato un terreno, pensò di affermare, questo è mio, e trovò persone abbastanza ingenue da credergli, fu il vero fondatore della società civile”.

Da quando esistono questi fenomeni arbitrari, divenuti di massa, in cui il principio dell’individualismo è diventato legge dominante, chiunque vi si opponga, in nome di una nuova idea di collettivismo, rischia di apparire come un traditore.

Cristo appariva come un traditore agli occhi dei farisei e dei sadducei; Lenin appariva come un traditore agli occhi dei farisei e sadducei del suo tempo: i marxisti legali e gli economisti. Questo per dire che, nell’ambito delle civiltà antagonistiche, l’idea di tradimento è divenuta molto ambigua, difficile da decifrare.

Studiando i vangeli facilmente si scorge che il ruolo di traditore fu svolto dall’apostolo Giuda. La stessa parola “Giuda” è divenuta sinonimo di tradimento per antonomasia. Eppure l’esegesi laica moderna ha saputo individuare il tradimento anche nell’interpretazione della “tomba vuota” come “resurrezione”, e nell’interpretazione del fallimento della rivoluzione anti-romana come “ascensione” o come “figliolanza divina del Cristo” o come “parusia” o come “immolazione del figlio di dio” ecc.

Tutte le descrizioni mistiche, teologiche, sovrannaturali del Cristo sono un tradimento del suo messaggio. Noi stessi che lo diciamo rischiamo di apparire dei “traditori” agli occhi di chi ancora crede in quelle descrizioni. Ciò quindi sta a significare che tra “verità” e “tradimento della verità” vi è un rapporto così dialettico che non sempre è possibile stabilire dove stia l’una e dove il suo contrario.

È da quando sono nate le civiltà che non sappiamo più dove stia la verità, quella verità che molto faticosamente andiamo ancora a cercare e che spesso ci illudiamo di trovare nelle fonti storiche, pensando, erroneamente, che quanto più esse siano antiche tanto più debbano essere vere.

L’onestà degli uomini di buona volontà si vede proprio in questo sforzo continuo di cercare la verità delle cose. In tal senso commetteremmo una sciocchezza incredibile nel voler considerare Giuda il più grande traditore della storia, al punto da doverlo mettere in bocca a Lucifero, come fece Dante nel suo Inferno.

Trotsky, Kamenev, Zinoviev non furono uccisi da Lenin perché tradirono, non furono neppure espulsi dal partito (almeno finché Lenin rimase in vita). Essi ammisero d’aver sbagliato e tutto finì lì, anzi, col tempo, ricoprirono posti di grande responsabilità.

Errori e tradimenti venivano dati per scontati: l’importante era fare autocritica e sapervi porre rimedio. Nessuno, fino a Stalin, aveva mai pensato in Russia di avere il monopolio della verità.

*

Ora però veniamo a Giuda. Il Vangelo di Giuda, recentemente ritrovato, interpreta le parole che Gesù disse a Giuda durante l’ultima cena: “Quello che devi fare, fallo presto” (Gv 13,27), nel senso che Gesù “voleva” morire, e quelle parole stavano appunto a indicare a Giuda la richiesta di eseguire, senza discutere, un ordine autodistruttivo, che gli altri apostoli non avrebbero potuto capire.

E Giuda eseguì, per cui definirlo “traditore” non avrebbe senso, stando ovviamente a questa nuova fonte, il cui carattere tendenzioso è non meno evidente delle fonti canoniche.

D’altra parte gli stessi evangelisti e persino gli esegeti cattolici, quando affermano la tesi che Gesù “doveva” morire, in ottemperanza alla volontà divina, la quale aveva bisogno del sacrificio del “figlio” per riscattare gli uomini dalla maledizione del “peccato originale”, rendono il tradimento di Giuda meno grave di quel che sembra.

Giuda – questa la tesi ufficiale della chiesa cristiana – è un traditore sul piano soggettivo, avendo tradito per sua libera scelta, ma il suo tradimento era qualcosa di previsto nell’economia salvifica di dio, per cui oggettivamente risultava necessario (previsto addirittura dai profeti).

Da questa interpretazione così forzosa è nata poi l’idea di attribuire il tradimento soggettivo a una motivazione di ordine economico: i famosi “trenta denari”. Cioè Giuda non tradì in quanto politico di opinioni diverse, ma in quanto persona venale, abituata a rubare nella cassa dei Dodici (Gv 12,6).

A questo escamotage di dubbio gusto, che sicuramente servì per far apparire Giuda in una luce sinistra, i redattori dei vangeli si sentirono costretti proprio per giustificare il fallimento della rivoluzione anti-romana.

Il vero tradimento infatti non fu tanto quello individuale di Giuda, sempre prevedibile in una qualunque rivoluzione, quanto piuttosto quello collettivo che fecero gli apostoli nel momento del processo a carico di Gesù e che perpetuarono subito dopo la crocifissione.

Essi non ebbero il coraggio di prendere delle iniziative, di assumersi delle responsabilità, di proseguire il suo messaggio. Addebitarono il fallimento della rivoluzione a motivazioni pretestuose, quali appunto il tradimento di Giuda e interpretarono la scomparsa misteriosa del corpo del crocifisso in maniera capziosa.

Detto questo, noi non potremo mai sapere che cosa ci fosse dietro alla frase che Gesù disse a Giuda, incaricandolo di una precisa e urgente missione nell’imminenza dell’insurrezione armata: “Quello che devi fare, fallo presto”. I redattori si sono preoccupati di avvolgere quella frase in un alone di massima ambiguità.

È tuttavia ipotizzabile l’idea che il Cristo avesse bisogno di sapere su quali alleanze poter contare per paralizzare col minimo sforzo, col minimo spargimento di sangue, la guarnigione romana di circa 600 soldati stanziata nella capitale giudaica.

Giuda sapeva benissimo che l’insurrezione era imminente: l’ingresso trionfale in groppa all’asino, di qualche giorno prima, rendeva il Cristo il soggetto più pericoloso per i poteri occupanti e per quelli collaborazionisti. Purtroppo il movimento nazareno non volle accettare l’idea che la rivoluzione andasse fatta nonostante il tradimento di Giuda. Il vero tradimento infatti nasce sempre o dalla paura o dal non volerla ammettere.

Ma torniamo a Giuda. Oggi sappiamo che l’insurrezione doveva avvenire di notte e che i redattori dei vangeli ne mistificarono il racconto aggiungendo all’episodio dell’ultima cena vari aspetti di natura mistica, il più importante dei quali fu l’istituzione dell’eucaristia.

Gesù aveva affidato a Giuda una missione delicata ma decisiva ai fini della buona riuscita del piano strategico. Dal risultato di questa ambasciata, da compiersi in tempi brevi, si poteva capire se l’insurrezione andava fatta in un determinato modo o in un altro, o se addirittura era meglio rinunciarvi.

Perché Gesù affidò una missione così importante a un discepolo di cui sospettava la possibilità del tradimento? Com’è possibile sostenere che il Cristo avrebbe rischiato di far fallire una rivoluzione popolare soltanto per mettere alla prova la fiducia di un singolo apostolo?

Qui è evidente che i vangeli mentono. Non avrebbe avuto senso affidare un incarico di così grande rilevanza a una persona in cui non si riponeva piena fiducia. Dobbiamo anzi pensare che la scelta cadde su Giuda proprio perché, essendo egli di origine giudaica e non galilaica, sarebbe stato agevolato nel compiere la missione.

Noi non sappiamo se questa mediazione avesse come destinatari gli zeloti o i farisei. Sappiamo soltanto che tutti gli altri discepoli non potevano non essere a conoscenza di ciò che Giuda doveva fare. Probabilmente quando non lo videro tornare nei tempi previsti, cominciarono a temere qualcosa: p. es. che lo stesso Giuda fosse stato tradito e magari catturato dal nemico. Per questo decisero di nascondersi nel Getsemani. Non si nascosero pensando che Giuda li stava tradendo, ma, al contrario, che lui stesso era stato tradito da qualcuno.

Invece il traditore fu proprio lui. Lui indicò la strada alla coorte romana per la cattura del Cristo e dei suoi discepoli. Perché lo fece? Noi non abbiamo alcuna possibilità di saperlo, e forse non ne abbiamo neppure il diritto. Nessuno storico al mondo potrà mai sondare la profondità dell’animo umano e dire con sicurezza quali siano state le motivazioni che hanno indotto Giuda a tradire.

Un uomo che riceve l’incarico di predisporre le condizioni per la riuscita di un’insurrezione e che ad un certo punto compie qualcosa che ne determinerà il pieno fallimento, è un uomo la cui coscienza deve servirci soltanto come valore paradigmatico, come testimonianza di ciò che virtualmente ognuno di noi potrebbe fare trovandosi in situazioni analoghe. E questo non solo perché siamo esseri incredibilmente deboli e pavidi, ma anche perché siamo caratterizzati da contraddizioni inesplicabili, in quanto spesso diciamo una cosa e ne facciamo un’altra, facciamo una cosa pensando di ottenere il meglio e invece otteniamo il peggio. Prima di tradire i nostri compagni di lotta, noi tradiamo noi stessi.

Quindi solo in maniera astratta, ipotetica, si possono delineare le motivazioni di questo tradimento epocale. Le quali, per tornare a quanto detto inizialmente, possono rientrare soltanto in due categorie: l’estremismo o il moderatismo.

Se Giuda era tendenzialmente un moderato, tradì perché temeva che la rivoluzione non avrebbe avuto successo. E di ciò evidentemente si convinse nel mentre eseguiva il suo incarico da ambasciatore. Per cui non si sentì un traditore del Cristo più di quanto non si sentisse un sostenitore del proprio popolo, di cui temeva la tragica fine per l’inevitabile ritorsione da parte dell’invasore romano.

Il tradimento in questo caso stette nel fatto che Giuda non tornò a riferire agli apostoli della indisponibilità da parte degli alleati, ma assunse un’iniziativa personale, probabilmente sotto la pressione degli stessi alleati, i quali, non meno probabilmente, gli avevano assicurato che al Cristo non sarebbe successo nulla di irreparabile. Giuda in questo caso si fidò più dei suoi compatrioti che degli stessi apostoli.

S’egli invece era tendenzialmente estremista, si può pensare che la decisione presa di far catturare Gesù, dovette emergere proprio nel momento in cui si rese conto che per l’indisponibilità degli alleati la rivoluzione rischiava di fallire. Probabilmente egli temeva che il Cristo avrebbe di nuovo rinunciato a compierla, come fece quella volta in Galilea, quando ebbe a disposizione ben cinquemila persone pronte a marciare sulla capitale giudaica (è il racconto, mistificato dai redattori, della cosiddetta “moltiplicazione dei pani”).

Se questa interpretazione è giusta, allora Giuda deve aver pensato che la cattura di Gesù, tanto osannato da tutta la popolazione solo pochi giorni prima, avrebbe sicuramente indotto la stessa popolazione a intervenire e a cacciare i romani dalla città e dalla nazione, anche senza l’aiuto degli alleati cercati dal Cristo. L’istanza della rivoluzione non poteva sottostare alla volontà del suo leader più significativo. Cioè l’insurrezione avrebbe anche potuto essere fatta in maniera spontanea, senza una direzione ben organizzata. È la famosa logica del “tanto peggio, tanto meglio”.

Ora, che Giuda sia stato un estremista o un moderato non fa più molta differenza. I tradimenti in genere avvengono quando, nell’interpretare la realtà, per tutelare gli ideali delle masse, la parte personale, soggettiva, tende a prevalere su quella collettiva, oggettiva, cioè quando l’io si sente in diritto di rappresentare i molti e in molti non lo riconoscono.

Per quanti sforzi si possano fare, non c’è modo di definire il concetto di “tradimento”, come non c’è modo di definire il concetto di “libertà” o quello di “coscienza”. In campi di questo genere vale in particolar modo la massima filosofica secondo cui “ogni definizione è una negazione”. Per cui alla fine è meglio tacere.

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Autore: laicusblog

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