Israele e la catastrofe di duemila anni fa

Chi scrisse i vangeli cristiani ebbe netta la percezione che con l’esecuzione capitale del leader del movimento nazareno si era compiuto un delitto le cui conseguenze sarebbero state nefaste. E siccome quei testi furono scritti dopo l’occupazione di Gerusalemme da parte delle legioni di Vespasiano, nel 70, gli autori di quei testi ritennero che quell’evento catastrofico fosse una diretta conseguenza di quella crocifissione. Sicché essi attribuirono alla “giustizia divina” la punizione degli ebrei colpevoli, inaugurando così l’antisemitismo come arma ideologica contro l’ebraismo in generale, considerato in sé e per sé.

Oggi è forse venuto il momento di dire che la vera catastrofe fu in realtà compiuta dagli stessi cristiani, cioè da quella parte di ebrei seguaci di Cristo, appartenenti al movimento nazareno. Essa è consistita in una serie di operazioni ideologiche e politiche che sono state fatte passare come del tutto naturali e legittime. Vediamo quali.

1. Anzitutto si è attribuita al leader politico Gesù una unigenita, cioè esclusiva, “figliolanza divina”, trasformando l’insolita scomparsa del suo cadavere dal sepolcro in una sicura “prova” della “resurrezione”, in cui però si deve credere esclusivamente per fede (di qui l’inutilità di esibire la sindone). Nel proto-Vangelo di Marco dice l’angelo alle donne in visita al sepolcro: “È risorto, non è qui” (Mc 16,6). Cosa che, in altre parole, voleva dire non solo che la misteriosa scomparsa si poteva interpretare come un ridestamento miracoloso del cadavere voluto da dio o dal suo spirito, ma anche che il Cristo sarebbe risorto anche senza che le donne e gli apostoli trovassero una tomba vuota.

In particolare è al centurione romano ai piedi della croce che viene attribuita espressamente la testimonianza di fede circa la figliolanza divina del Cristo (Mc 15,39). Con essa i cristiani potevano far capire all’impero romano che sarebbero stati disposti a un compromesso: avrebbero rinunciato a qualunque rivendicazione politica, se in cambio si fosse riconosciuta la natura divina del Cristo. Il che, in sostanza, era come chiedere di accettare una diarchia di poteri istituzionali tra Stato e Chiesa (cosa che però avverrà soltanto con Costantino, poiché fino a lui i cristiani verranno sempre considerati sleali o inaffidabili nei confronti degli interessi superiori dello Stato).

Negli altri vangeli e negli Atti degli apostoli la testimonianza di fede viene agevolata dai racconti, del tutto inventati, di apparizione del Cristo risorto e della sua ascensione in cielo. Si tratta ovviamente di racconti elaborati dopo aver rinunciato definitivamente a credere in una parusia più o meno imminente del Cristo.

In questo modo si è fatta passare la decisione ebraica di condannare Gesù come un gesto altamente sacrilego e quindi – in assenza di un pentimento da parte delle istituzioni e di una pronta conversione al cristianesimo – del tutto imperdonabile. Il che ha reso l’antisemitismo ancora più legittimato.

2. Dopo aver detto che Gesù aveva caratteristiche divine, lo si è trasformato in un superuomo in grado di compiere qualunque prodigio, rendendo così ancora più inspiegabile la decisione ebraica di condannarlo.

Paradossalmente però proprio il tentativo di rendere ancora più colpevole l’incredulità degli ebrei al cospetto dei tanti (presunti) miracoli del Cristo, si ritorce contro gli stessi cristiani, in quanto rende tale incredulità del tutto giustificata: infatti non per il fatto di apparire uno straordinario taumaturgo, Gesù poteva essere considerato il messia politico liberatore della Palestina e tanto meno l’unigenito figlio di dio.

3. Oltre a ciò gli autori dei vangeli hanno deciso di spoliticizzare Gesù al massimo. Infatti il tipo umano che hanno creato è lontanissimo non solo dai modelli ebraici tradizionali di leader politico-religiosi-nazionalistici, ma anche da qualunque tipologia di leader politico-rivoluzionario, che a quel tempo era necessariamente anti-romano. In questa destoricizzazione della figura di Gesù il ruolo di san Paolo è stato determinante.

L’unica immagine “politica” che si dà del Cristo è quella di un sacerdote che vuole opporsi alla classe sacerdotale ebraica dominante, la quale non lo riconosce nella sua autoaffermazione divina e neppure nel suo tentativo di superare l’ideologia mosaica. Di qui la necessità, espressa dai Sinottici, di collocare l’epurazione del Tempio non all’inizio della carriera politica di Gesù (come fece giustamente Giovanni), bensì alla fine.

4. L’altra immagine politica che si dà di lui è quella relativa al rapporto con le istituzioni romane. L’episodio del tributo a Cesare (Mc 12,13 ss.) è emblematico: Gesù accetta di pagare le tasse allo Stato romano, riconoscendo quindi il dominio già effettivo delle legioni sulla Palestina, a condizione però che lo Stato, rappresentato dall’imperatore, accetti di non considerarsi di natura “divina”, cioè di non porsi in maniera ideologica, in quanto esiste già un unico figlio di dio.

Gesù in sostanza viene fatto passare per un credente favorevole a un regime di separazione tra Chiesa (cristiana) e Stato (pagano). In questa maniera la comunità cristiana potrà far vedere che lo Stato era oppressivo, nei suoi confronti, senza una vera ragione, semplicemente perché non accettava il suddetto regime di separazione, quindi non perché aveva da temere politicamente qualcosa da parte dei cristiani, per i quali il vero regno di pace, libertà e giustizia da desiderare non appartiene a questo mondo, bensì a quello ultraterreno della fine dei tempi. In tal senso i vangeli sono stati scritti per essere accettati dai romani. Significativo è appunto – come già detto – l’episodio marciano del centurione che, dopo aver tecnicamente preparato il momento dell’esecuzione capitale, riconosce che Gesù era veramente “figlio di dio”. Un’attestazione del genere non viene fatta neppure dalle donne al cospetto della tomba vuota, le quali anzi – nella prima chiusa di Marco – fuggono spaventate, a riprova che la fede nella divinità del Cristo va al di là persino della tomba vuota. Infatti nell’ideologia paolina (che Pietro, ad un certo punto, farà propria) Cristo non è risorto perché la tomba era vuota, ma perché non poteva morire come un uomo, cioè finendo in putrefazione, essendo figlio di dio.

5. Il governatore Pilato quindi viene fatto passare per un politico poco intelligente, debole di carattere, il quale, pur avendo capito che Gesù non era politicamente meritevole di morte, preferì lasciarsi strumentalizzare dalle intenzioni omicide della classe sacerdotale, mosse dall'”invidia” (Mc 15,10) per la grande popolarità del Nazareno e dalla preoccupazione con cui scardinava talune interpretazioni della legge mosaica. Pilato sarebbe stato vittima delle circostanze e avrebbe agito per opportunismo, non per convinzione.

6. L’interpretazione totalmente mistificata degli eventi accaduti al leader del movimento nazareno, e persino al suo stesso movimento, di cui p. es. nulla viene detto se abbia partecipato o no alla resistenza anti-romana successiva alla crocifissione di Gesù, ha ottenuto due risultati sconvolgenti, che perdurano a tutt’oggi:

a) si è tolta alla politica del Cristo qualunque carattere di eversione nei confronti dell’imperialismo romano, e quindi si è tolta all’intera vicenda del processo-farsa organizzato da Pilato l’intenzione di eliminare un personaggio politicamente molto scomodo, il quale infatti era pronto a compiere un’insurrezione armata nei giorni immediatamente precedenti alla cattura, che non a caso erano stati scelti in concomitanza alla festività pasquale, quella più idonea a compiere azioni eversive;

b) si è tolta all’ideologia politica del Cristo qualunque riferimento alla prassi sociale pre-schiavistica, cioè al recupero dell’esperienza del comunismo primitivo. L’unica possibile “comunione” che nell’ambito del cristianesimo è possibile vivere è quella di tipo sacramentale-eucaristico (cioè di tipo mistico), mentre, per quanto riguarda gli aspetti più propriamente sociali, si rimanda al passo degli Atti degli apostoli (2,42 ss.), in cui Luca parla di condivisione del bisogno reciproco, di equa distribuzione dei beni. Non si fa mai alcun cenno, in questo passo o altrove, alla necessità di eliminare la proprietà privata dei fondamentali mezzi produttivi che assicurano la sussistenza alla comunità; anzi, si dà per scontato che la povertà, nell’orizzonte terreno, non potrà mai essere definitivamente superata.

Particolarmente significativo è l’episodio (riportato in Gv 12,4 ss.) in cui si fa dire a Gesù, rivolto a Giuda, dopo che questi aveva protestato per lo spreco del profumo costoso usato dalla sorella di Lazzaro, che i poveri li avrebbero sempre avuti con loro, per cui non sarebbe stato con la vendita di quel profumo che avrebbero risolto il problema della povertà.

Un altro episodio significativo è quello di Pietro che, di fronte ai poveri che gli chiedono la carità, nei pressi del Tempio, viene trasformato da Luca, negli Atti degli apostoli (3,6), in un nuovo Cristo dai poteri divini, il quale, volendo far capire che più importante della vittoria sulla povertà è l’acquisizione della fede nella figliolanza divina del Cristo, decide di compiere un miracolo di guarigione.

7. Oltre all’interpretazione mistificante operata ai danni dell’ideologia politico-rivoluzionaria del Cristo, se n’è operata un’altra nei confronti del tradimento di Giuda. Infatti questo tradimento è stato visto in rapporto alla cosiddetta “economia salvifica” che dio-padre voleva realizzare, con la mediazione del proprio figlio, a vantaggio degli uomini, impossibilitati a liberarsi delle loro colpe a causa del peccato originale. Il tradimento è stato appunto utilizzato per dimostrare che gli uomini, da soli, non sono in grado di ritornare al paradiso perduto, all’eden originario.

Se Cristo, infatti, viene fatto passare per l’agnello sacrificale che dio-padre (dal comportamento, in tal senso, molto veterotestamentario) avrebbe preteso per riconciliarsi col genere umano (quell’umanità voluta dallo stesso figlio), è evidente che il tradimento di Giuda non poteva avere in sé alcunché di sconvolgente: esso era del tutto previsto dalla “prescienza divina” (come la chiama Pietro in At 2,23) e il Cristo non poteva che accettarlo passivamente, essendo convinto che dio-padre ha sempre ragione e che la sua volontà non può mai essere messa in discussione.

Poste le cose in questi termini, è evidente che per gli apostoli rimasti in vita, dopo la crocifissione del loro leader, non si poneva neppure il problema se continuare o meno il suo messaggio politicamente eversivo. La scelta fu quella di rinunciare alla rivoluzione anti-romana. Alcuni dubbi vi possono essere soltanto sulla figura dell’apostolo Giovanni, che nel IV Vangelo (il più politicizzato di quelli canonici e, per questa ragione, il più manipolato) appare in antitesi a Pietro e che nell’Apocalisse appare in antitesi a Paolo.

8. Questa scelta a favore della rassegnazione venne particolarmente motivata dal fatto che si era trovata vuota la tomba in cui era stato deposto il corpo di Gesù. Interpretando quella strana scomparsa come una sicura resurrezione, gli apostoli (in particolare Pietro) ritennero che la scelta migliore fosse quella di attendere passivamente il ritorno del Cristo, che avrebbe necessariamente dovuto “trionfare” sia contro i sacerdoti che contro Roma.

Dopo che nell’immediato ci si accorse che non era avvenuta alcuna parusia eclatante, si decise di accettare l’idea di Paolo di Tarso di posticiparla alla fine dei tempi, facendola coincidere con il cosiddetto “giudizio universale”. Poi s’inventarono tutti i racconti di apparizione di Gesù risorto e di ascensione al cielo.

Paolo fu il principale protagonista della netta spiritualizzazione del Cristo, il principale ideatore della sua totale divinizzazione e dell’idea di dover rinunciare definitivamente a una liberazione nazionale della Palestina.

9. L’ultima interpretazione mistificante – anche questa dalle conseguenze devastanti – fu quella di far passare il Cristo come l’artefice di una nuova religione, tutta ruotante attorno a un cardine fondamentale: Gesù Cristo è l’unigenito figlio di dio ed egli sapeva di esserlo, sapeva a cosa sarebbe andato incontro rivelando agli uomini la propria identità, ma non per questo poteva impedire a se stesso di fare quel che doveva fare per il bene dell’umanità; anche perché, comportandosi così, mostrava di adempiere alla volontà del dio-padre.

Dove sta la mistificazione in questa versione dei fatti? Sta nell’idea di far credere, da un lato, che la figliolanza divina fosse una esclusiva prerogativa del Cristo; e, dall’altro, ch’egli fosse un credente in dio, cioè in un’entità astratta, superiore ed esterna all’uomo.

Quando nei vangeli viene detto che gli ebrei volevano lapidarlo perché “si faceva come Dio” (Gv 10,33), in realtà volevano farlo perché negava l’esistenza di un dio onnipotente e onnisciente, creatore e signore del cielo e della terra. Cristo era sostanzialmente un ateo, come Buddha, Socrate, Confucio e non pochi filosofi del mondo greco-romano a lui coevo o precedente. Che fosse un ateo lo dimostra nell’episodio del Vangelo di Giovanni in cui ricorda agli ebrei, intenzionati a lapidarlo, che anche in un salmo è scritto: “Voi siete tutti dèi” (10,34).

10. In conclusione: perché la crocifissione del Cristo può essere definita un evento catastrofico? Per due ragioni fondamentali:

a) stando ai vangeli egli ha tolto definitivamente agli uomini la possibilità di credere in un superamento effettivo dello schiavismo o del servaggio su questa Terra in favore di un recupero della prassi del comunismo primitivo; cioè in sostanza i cristiani hanno illuso il genere umano di poter essere interiormente liberi anche vivendo in una condizione schiavile o servile;

b) di conseguenza egli ha tolto agli uomini la convinzione d’essere gli unici artefici del loro destino, ovvero li ha indotti a credere che senza la cosiddetta “grazia divina” la loro volontà è del tutto impotente.

Se il Cristo dei vangeli fosse davvero stato quello effettivamente esistito, gli ebrei non avrebbero avuto tutti i torti a farlo fuori. Egli infatti, col proprio atteggiamento politicamente rassegnato, si rendeva responsabile della soggezione della Palestina nei confronti di Roma.

Oggi quindi vanno considerati superati o comunque totalmente da rivedere non solo religioni come l’ebraismo e il cristianesimo, non solo atteggiamenti pregiudizievoli come l’antisemitismo o l’anticlericalismo fine a se stesso, non solo la ricerca di religioni opposte all’ebraismo e al cristianesimo, non solo l’esigenza di fare dell’ateismo una bandiera politica. Va considerato superato anche l’atteggiamento di chi, di fronte agli antagonismi sociali, si attende dall’alto una loro soluzione.

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Autore: laicusblog

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