La rivalità tra Pietro e Giovanni nell’ultimo racconto del IV vangelo

Nel cap. 21 del Vangelo di Giovanni viene detto che quando Gesù risorto apparve a sette apostoli sulla riva del lago di Tiberiade “non lo riconobbero” (v. 4). Il racconto è chiaramente frutto di invenzione, eppure presume di svolgersi in maniera realistica: cosa che i redattori giudei sanno fare, in genere, molto bene.

Ora, se dovessimo prendere il testo alla lettera, cioè come un tentativo di dimostrare l’effettiva resurrezione del Cristo, si farebbe fatica a capire perché si sia scelta la strada più difficile e non quella di un riconoscimento immediato e diretto, anche perché – considerato che gli Atti degli apostoli parlano di ascensione dopo quaranta giorni dalla morte – qui non è neanche il caso di ipotizzare che il mancato riconoscimento sia avvenuto perché dopo venti o trent’anni le fattezze fisiche di Gesù erano notevolmente cambiate (come accadde p. es. all’eroe Ulisse, che non fu riconosciuto neppure dalla moglie).

L’ideologia religiosa sottesa ai vangeli colloca le apparizioni nell’imminenza della resurrezione. Quindi qui si deve dare per scontato che il non riconoscimento da parte dei discepoli sia dovuto a una mancanza di fede. Ma di quale “fede” si sta parlando? È sull’interpretazione di questa parola che si gioca il significato della pericope.

Il redattore non poteva non sapere che, per dare una maggiore attendibilità all’episodio, sarebbe stato meglio dire che i discepoli più stretti, avendo vissuto con Gesù per molto tempo, riuscirono immediatamente a riconoscerlo (come appunto già avevano fatto in 20,19 ss.). Qui invece sembra che non riescano a riconoscerlo proprio perché non si aspettavano di vederlo come una persona normale, quella di un tempo, alle prese con bisogni elementari, come p. es. quello della fame. I loro occhi si aprono improvvisamente soltanto dopo aver fatto, seguendo il suo suggerimento, una pesca miracolosa. Acquistano la fede attraverso un miracolo! Che senso ha tutto ciò? Vien quasi da pensare che questo racconto, dopo essere stato scritto da uno o più redattori, sia stato ulteriormente revisionato da qualche manipolatore.

A ben guardare infatti l’incapacità degli apostoli sembra essere dovuta a due motivazioni opposte, sulle quali si basa – come detto sopra – una diversa interpretazione della “fede”: una è quella che i manipolatori di questo racconto vogliono far credere (non l’avevano riconosciuto perché avevano pensato, quando lui era in vita, che il progetto rivoluzionario sarebbe andato a buon fine, e non avevano capito che lui era venuto a dire che la liberazione l’avrebbero ottenuta soltanto nel regno dei cieli); un’altra è quella originaria dei redattori e che ovviamente non potevano dire, in quanto la loro comunità (o corrente politica) era stata messa in minoranza (non lo riconoscono perché Pietro e Paolo avevano elaborato la tesi della resurrezione e del ritorno glorioso del messia divino-umano e ora gli apostoli si sentivano frustrati per il fatto che la parusia non s’era verificata e le tesi petro-paoline erano state solo una presa in giro).

Da un lato quindi i manipolatori vogliono far credere che la morte di Cristo era appena avvenuta e ancora non se ne comprendeva il significato; dall’altro i redattori vogliono far credere ch’essa era avvenuta da molto tempo e la situazione per Israele era di molto peggiorata. Dunque qui Gesù non viene riconosciuto perché secondo gli uni gli apostoli sono ancora religiosamente immaturi, mentre secondo gli altri perché si sentivano politicamente sconfitti.

Questo racconto in effetti deve essere stato inserito molto tempo dopo rispetto agli altri. La crisi dei discepoli, decisamente più forte che nel capitolo precedente, sembra quasi configurarsi come una generale defezione, se non addirittura come un tradimento degli ideali originari. I discepoli non si riconoscono più in quegli ideali. Li vedono, perché non li hanno dimenticati, ma non li vivono, non sanno riviverli, e questo li porta a non riconoscere più il loro maestro. Non sanno cosa rispondere alla sua esigenza di verificare il loro operato, simbolizzato dai “pesci” (sul cui simbolico numero si sono spesi fiumi d’inchiostro).

Nel Vangelo di Marco (scritto prevalentemente sotto dettatura di Pietro) era stato detto che Gesù li avrebbe fatti diventare “pescatori di uomini”. Qui però non hanno nulla da mostrargli: politicamente sembrano nudi. Solo dopo aver pescato una gran quantità di pesci, seguendo le sue indicazioni, uno di loro, il più acuto, il più capace, lo riconosce immediatamente: è il discepolo prediletto, che la maggioranza degli esegeti ha identificato in Giovanni Zebedeo.

Questo racconto deve essere stato scritto in una comunità giudaica, composta di seguaci di Giovanni e oppositori di Pietro. Questi, infatti, si comporta subito, nel racconto, in una maniera infantile. Stava pescando nudo, cioè con spavalderia, in quanto era l’unico a farlo in quel modo, e solo quando Giovanni afferma di aver riconosciuto in quello strano individuo sulla riva la persona di Gesù, si riveste tutto preoccupato. È un comportamento a dir poco curioso. Se aveva vergogna di mostrarsi nudo, perché l’aveva fatto nei confronti di un estraneo che gli aveva detto di gettare le reti in un dato punto del lago e ora prova vergogna nei confronti di quello che un tempo era stato il suo messia preferito?

Il motivo forse è più semplice di quel che sembri: si vergognava d’averlo tradito. Gli apostoli li presenti erano nudi solo dentro, non avevano il coraggio d’esserlo anche fuori. Invece Pietro rappresenta il leader che voleva esibirsi, mostrandosi più ardito degli altri, più coraggioso.

Qui i veri protagonisti dell’episodio sono solo tre: Gesù, Pietro e Giovanni. Gli altri fanno da cornice: sono tutti discepoli di Pietro. Infatti, quando lui dice all’inizio: “Vado a pescare” (v. 3), gli altri lo seguono e nessuno prese nulla. Come leader politico rivoluzionario, Pietro s’era rivelato un fallimento. Eppure era riuscito a imporsi su tutti gli altri. Qui sembra che anche i figli di Zebedeo avessero accettato di seguirlo, ma sappiamo che non fu così, sia perché Giacomo venne ucciso pochi anni dopo la morte di Gesù, sia perché Giovanni scompare ben presto dalla narrazione degli Atti degli apostoli.

In questo racconto non è Pietro – come sarebbe stato più naturale – a riconoscere per primo Gesù, bensì Giovanni: segno che la leadership petrina non aveva dato i risultati politici sperati; segno anche che tra i due discepoli vi era stato un aperto contenzioso.

Infatti quando Gesù chiede se avevano del “pesce”, intendeva proprio riferirsi ai risultati dell’impegno politico dopo la sua morte. E nessuno aveva niente da mostrare. Si sentivano tutti in colpa, e Pietro avrebbe dovuto esserlo più degli altri. Quando finalmente lo riconoscono, cioè riconoscono d’averlo tradito, si pentono, si rendono conto d’essere stati dei deboli, dei pavidi. “Nessuno dei discepoli osava chiedergli: Chi sei?” (v. 12). Lo sanno bene, ma si vergognano di far vedere che si erano dimenticati il messaggio originario di liberazione.

Il responsabile di questo grave misconoscimento viene identificato, in questo racconto, nella figura di Pietro, al quale Gesù, per ben tre volte, è costretto a chiedergli se ha ancora intenzione di tradirlo.

A proposito di questa triplice reiterazione della domanda, si può notare che fino al v. 14 Pietro viene chiamato “Simon Pietro”, suo appellativo ufficiale dopo la morte di Gesù; poi da Gesù viene chiamato “Simone di Giovanni” fino al v. 19, che è un appellativo privato, senza alcun titolo politico; infine, a partire dal v. 20, viene chiamato soltanto come “Pietro (Cefa)”, che era il nome usato quando il movimento nazareno stava preparando, spesso nella clandestinità, l’insurrezione. Qui è come se si fosse in presenza di un edificio che, dopo essere stato smontato a causa della sua artificiosità, viene ricostruito sulla base del progetto originario.

In mezzo a questi versetti è stato interpolato il n. 19, in quanto il senso del precedente non stava affatto nell’indicare a Pietro la sua prossima morte da martire. Alcuni esegeti hanno sostenuto che quando questo racconto è stato scritto, Pietro era già morto. In realtà ciò è marginale. La sostanza sta nel fatto che il suo tradimento aveva avuto conseguenze ch’egli non aveva previsto.

La comunità di Giovanni doveva detestare profondamente Pietro, ma non poteva dirlo espressamente, in quanto la versione della tomba vuota ch’egli aveva elaborato era risultata maggioritaria. L’impossibilità di parlare è ben visibile p. es. nei versetti 13 e 14, là dove si trasforma una semplice “colazione” a base di pesce in un vero e proprio “sacramento eucaristico”, con tanto di distribuzione equa di pani e pesci da parte di Gesù. Al v. 14 gli interpolatori hanno tenuto a precisare che l’intera pericope non voleva essere una metafora, ma proprio un racconto realistico, in cui per la terza volta si parlava di un fatto realmente accaduto: Gesù era risorto (che era la tesi di Pietro) e apparso ai suoi discepoli (la tesi di Paolo, che Pietro nel Vangelo di Marco non aveva avuto l’ardire di sostenere, anche perché l’avrebbero facilmente smentito).

Un altro aspetto censorio lo si vede proprio nel genere letterario usato, che è del tutto indiretto, quasi favolistico. I redattori non hanno potuto essere espliciti nel sottolineare la profonda diversità che separava Giovanni da Pietro. Persino l’elenco dei sette apostoli, al v. 2, deve essere stato manipolato, in quanto i figli di Zebedeo sono stati messi quasi per ultimi, come se fossero stati poco significativi. Si può addirittura pensare che il manipolatore abbia voluto far credere che il discepolo prediletto poteva essere anche uno dei due del tutto anonimi, in fondo all’elenco.

Decisivo, in questo racconto, è in realtà il v. 18, poiché in esso è delineato tutto il percorso “revisionistico” o “involutivo” di Pietro, dopo la morte di Gesù. Da giovane Pietro era stato un galileo rivoluzionario (forse uno zelote), ma, ad un certo punto, decise di mettersi nelle mani di uno più capace di lui, il quale però portò il tradimento di Pietro a conseguenze estreme, quelle più tragiche per il destino di Israele nella sua lotta contro Roma: chi trasformerà definitivamente il Cristo liberatore in un figlio di dio redentore dell’umanità, quell'”altro” che “condurrà” Pietro dove non avrebbe voluto, pur essendo stato proprio lui a iniziare l’opera di falsificazione (con la tesi della resurrezione e della parusia imminente del Cristo), non poteva essere che Paolo di Tarso.

I versetti 20-23 sono ancora più eloquenti. Essi indicano che spettava a Giovanni proseguire il messaggio autentico del Cristo, non a Pietro, il quale anzi deve ora di nuovo imparare la sequela. Il v. 20 è addirittura ironico, in quanto il redattore, presentando Giovanni come colui che nell’ultima cena aveva chiesto a Gesù chi lo stava tradendo, lascia intendere che l’apostolo non solo aveva intuito che il traditore sarebbe stato Giuda, ma aveva anche capito che, dopo la morte del Cristo, il tradimento di Pietro era stato ancora più grave.

Il redattore infatti ha voluto concludere il Vangelo dicendo che l’istanza rivoluzionaria, rappresentata da Giovanni, non può venir meno, nonostante tutti i tradimenti di Giuda, di Pietro e di Paolo, anche perché il destino dell’umanità dipende solo da chi lotta per affermare verità, libertà e giustizia.

La censura su questo apostolo fu così forte, nonostante la sua grandezza, che neppure una volta il suo nome viene ricordato in tutto il quarto Vangelo. “Il discepolo che Gesù amava” viene fatto passare per un enigma.

Al massimo si può pensare che il v. 23 attesti l’avvenuta morte dello stesso Giovanni e che tutto il racconto sia stato scritto dai suoi discepoli. La frase detta da Gesù: “Se voglio che rimanga finché io venga, che t’importa?”, stava proprio a indicare che l’istanza di liberazione che aveva mosso Giovanni era stata più forte e più coerente di quella di Pietro e meritava di durare sino alla fine dei tempi, e un tipo come Pietro (che qui rappresenta la chiesa istituzionale) avrebbe dovuto smettere di considerarsi autorizzato a fagocitarla o a ridimensionarla o a inserirla nei propri schemi interpretativi.

Doveva essere stata una terribile sofferenza, per i discepoli di Giovanni, non poter sostenere che dietro l’espressione “discepolo prediletto” si celava proprio il loro maestro.

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Autore: laicusblog

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