L’ateismo del Cristo: motivi di condanna

Nel Vangelo di Marco l’ateismo del Cristo è presente in almeno due pericopi fondamentali, di cui una riguarda l’inizio della sua attività politica, l’altra la fine.

La guarigione del paralitico di Cafarnao (2,1-12)

[1] Ed entrò di nuovo a Cafarnao dopo alcuni giorni. Si seppe che era in casa [2] e si radunarono tante persone, da non esserci più posto neanche davanti alla porta, ed egli annunziava loro la parola. [3] Si recarono da lui con un paralitico portato da quattro persone. [4] Non potendo però portarglielo innanzi, a causa della folla, scoperchiarono il tetto nel punto dov’egli si trovava e, fatta un’apertura, calarono il lettuccio su cui giaceva il paralitico. [5] Gesù, vista la loro fede, disse al paralitico: “Figliolo, ti sono rimessi i tuoi peccati”. [6] Seduti là erano alcuni scribi che pensavano in cuor loro: [7] “Perché costui parla così? Bestemmia! Chi può rimettere i peccati se non Dio solo?”. [8] Ma Gesù, avendo subito conosciuto nel suo spirito che così pensavano tra sé, disse loro: “Perché pensate così nei vostri cuori? [9] Che cosa è più facile: dire al paralitico: Ti sono rimessi i peccati, o dire: Alzati, prendi il tuo lettuccio e cammina? [10] Ora, perché sappiate che il Figlio dell’uomo ha il potere sulla terra di rimettere i peccati, [11] ti ordino – disse al paralitico – alzati, prendi il tuo lettuccio e va’ a casa tua”. [12] Quegli si alzò, prese il suo lettuccio e se ne andò in presenza di tutti e tutti si meravigliarono e lodavano Dio dicendo: “Non abbiamo mai visto nulla di simile!”.

Gesù davanti al Sinedrio (14,53-65)

[53] Allora condussero Gesù dal sommo sacerdote, e là si riunirono tutti i capi dei sacerdoti, gli anziani e gli scribi. [54] Pietro lo aveva seguito da lontano, fin dentro il cortile del sommo sacerdote; e se ne stava seduto tra i servi, scaldandosi al fuoco. [55] Intanto i capi dei sacerdoti e tutto il Sinedrio cercavano una testimonianza contro Gesù per metterlo a morte, ma non la trovavano. [56] Molti infatti attestavano il falso contro di lui e così le loro testimonianze non erano concordi. [57] Ma alcuni si alzarono per testimoniare il falso contro di lui, dicendo: [58] “Noi lo abbiamo udito mentre diceva: Io distruggerò questo Tempio fatto da mani d’uomo e in tre giorni ne edificherò un altro non fatto da mani d’uomo”. [59] Ma nemmeno su questo punto la loro testimonianza era concorde. [60] Allora il sommo sacerdote, levatosi in mezzo all’assemblea, interrogò Gesù dicendo: “Non rispondi nulla? Che cosa testimoniano costoro contro di te?”. [61] Ma egli taceva e non rispondeva nulla. Di nuovo il sommo sacerdote lo interrogò dicendogli: “Sei tu il Cristo, il Figlio di Dio benedetto?”. [62] Gesù rispose: “Io lo sono! E vedrete il Figlio dell’uomo seduto alla destra della Potenza e venire con le nubi del cielo”. [63] Allora il sommo sacerdote, stracciandosi le vesti, disse: “Che bisogno abbiamo ancora di testimoni? [64] Avete udito la bestemmia; che ve ne pare?”. Tutti sentenziarono che era reo di morte. [65] Allora alcuni cominciarono a sputargli addosso, a coprirgli il volto, a schiaffeggiarlo e a dirgli: “Indovina”. I servi intanto lo percuotevano.

Nella prima pericope il miracolo mistifica la professione di ateismo, in quanto il protagonista è il popolo. Nella seconda è la presunta “figliolanza divina”, fatta passare come “autodichiarazione della propria messianicità”, che mistifica l’ateismo e insieme la democrazia.

Detto altrimenti: nel primo episodio il redattore permette al Cristo di fare professione di ateismo (giudicare in proprio il bene e il male, senza intermediazione religiosa) solo a condizione che guarisca miracolosamente il paralitico, nel senso che, non potendo completamente censurare quella professione, il redattore ha preferito mistificarla inventandosi il miracolo; in tale maniera, cioè proprio compiendo il miracolo, Gesù passa per persona sovrumana, sicché il suo ateismo storico-naturale viene mistificato dal teismo in senso stretto, ovvero dalla tesi ch’egli fosse “figlio di dio”. Egli non è più un ateo che giudica in maniera autonoma ciò che è bene e ciò che è male (questione etica), ma è un dio che fa la stessa cosa in nome di se stesso (questione religiosa) e per dimostrare che ne ha il potere guarisce miracolosamente. Il popolo credente in dio, che pur si scandalizza pensando ch’egli bestemmi, finisce coll’accettarlo a motivo della guarigione miracolosa, e a partire da questa guarigione finisce col credere anche nella sua divinità. Il redattore mistifica le cose, impedendo al lettore di capire che Gesù stava invitando la sua gente a non credere in alcun dio e ad affrontare i propri problemi autonomamente, senza aspettarsi alcun intervento dall’alto.

Nel secondo racconto il Cristo professa il proprio ateismo autoproclamandosi esplicitamente non “figlio dell’uomo” ma “figlio di dio”. In tal modo l’ateismo appare solo agli occhi degli ebrei, per i quali nessuno poteva dirsi “figlio di dio”, se non in maniera molto traslata e di sicuro non in via esclusiva. I cristiani, invece, possono opporre al teismo degli ebrei il loro proprio teismo, una menzogna contro un’altra menzogna.

Facciamo più attenzione a questo secondo episodio. Il Sinedrio vuole condannare Cristo per il reato di “bestemmia”, che equivale a quello di “ateismo”. Pietro è testimone dell’episodio e lo racconta falsificandolo. L’accusa che gli rivolgono è quella di aver voluto distruggere il valore religioso del Tempio: è un’accusa tipicamente indirizzata a un atteggiamento ateistico, all’interno di un evidente sfondo politico. Tale accusa si riferisce alla famosa cacciata dei mercanti dal Tempio, che il Cristo operò – come dice Giovanni – all’inizio della propria attività politica.

Gli esegeti cristiani ritengono che quando Gesù parlava di far “risorgere” il Tempio in tre giorni (Gv 2,19) si riferisse al proprio corpo, ma ciò è del tutto fuorviante. La contrapposizione non era tra tempio materiale e tempio spirituale, o tra tempio architettonico e tempio somatico, tra tempio come edificio di culto in cui si pratica la corruzione economico-religiosa delle classi clerico-mercantili e il tempio del corpo di Cristo che dopo tre giorni risorge.

La contrapposizione era tra potere politico-religioso e potere popolare-democratico. L’intenzione di Gesù era appunto quella di voler minare l’autorità delle istituzioni o del potere ufficiale, che nella fattispecie era clericale, in quanto quello strettamente politico veniva esercitato dai romani o comunque doveva essere condiviso con gli occupanti. Quindi qui il reato di ateismo non ha semplicemente un connotato “etico”, come nel racconto del paralitico, ma ne acquista uno marcatamente “politico” (seppure di politica religiosa). Là dove era il popolo credente a scandalizzarsi, qui invece è il potere clericale.

Il senso dell’accusa è molto chiaro e riguarda la posizione ufficiale del Cristo nei confronti dell’autorità sacerdotale costituita, che rappresenta la volontà di dio in terra. È qui che interviene pesantemente la manipolazione interpretativa di Pietro.

I sinedriti chiedono a Gesù se lui sia il “figlio di dio”, facendo coincidere questo titolo con quello di “messia”: cosa che un ebreo in realtà non avrebbe mai fatto, temendo d’apparire sfrontato se non pazzo. Chiunque può rendersi facilmente conto che non gli chiesero affatto se era “figlio di dio” (la domanda sarebbe stata un non senso), ma, al massimo, se si autoproclamava “messia politico” (cosa che però, in quel frangente, sapevano già).

Questa accusa si trova anche in Giovanni 18,19 ss., ma senza riferimenti mistici.

[19] Allora il sommo sacerdote interrogò Gesù riguardo ai suoi discepoli e alla sua dottrina. [20] Gesù gli rispose: “Io ho parlato al mondo apertamente; ho sempre insegnato nella sinagoga e nel Tempio, dove tutti i Giudei si riuniscono, e non ho mai detto nulla di nascosto. [21] Perché interroghi me? Interroga quelli che hanno udito ciò che ho detto loro; ecco, essi sanno che cosa ho detto”.

Un messia politico-religioso non poteva “autoproclamarsi” né poteva sostenere di rappresentare la volontà popolare o di essere stato mandato o eletto dal popolo. Il messia d’Israele aveva bisogno dell’investitura religiosa da parte del potere costituito: cosa che Cristo ha sempre rifiutato, sia perché non riconosceva il valore politico di un potere che collaborava con quello romano, sia perché rifiutava il nesso di politica e religione. Egli bestemmiava non tanto perché si faceva uguale a “dio” ma, al contrario, perché si poneva come “uomo”. Questo “porsi da sé”, in sintonia con le istanze popolari, veniva considerato alla stregua di una “bestemmia”, politica e religiosa insieme. Gesù appare agli ebrei eretico e sovversivo, in quanto usa il proprio ateismo in maniera destabilizzante.

Ora si legga quanto scritto in Gv 10,33: “Non vogliamo ucciderti per un’opera buona ma perché tu bestemmi. Infatti sei soltanto un uomo e pretendi di essere Dio”. Ecco una possibile traduzione letteraria del testo: “Non vogliamo ucciderti per quello che fai ma per la pretesa con cui lo fai, che è quella di fare le cose non in nome di dio ma in nome proprio. Tu sei un ateo, un senzadio, non ti riconosci nelle strutture della nostra società, nelle sue istituzioni politico-religiose”.

Risposta del Cristo: “Nella vostra legge c’è scritto questo: Io vi ho detto che siete dèi. La Torah dunque chiama dèi coloro ai quali fu rivolta la parola di dio, e la Torah non può essere annullata” (Gv 10,35).1

Traduzione “politica” della risposta: “Il mio ateismo non è mio, ma, se volete, è previsto dalla nostra stessa legge, che ci paragona agli dèi, in grado di decidere la differenza tra giusto e ingiusto, tra vero e falso. Non abbiamo bisogno che sia il potere politico-religioso a dircelo”.

Ogniqualvolta sosteneva il proprio ateismo, rischiava il linciaggio: Gv 10,39 ss.; 7,30.44; 8,20.59; Lc 4,29-30. Non solo, ma quanto più egli afferma il proprio ateismo, tanto più i redattori cristiani mistificano il suo messaggio chiamando il causa un presunto rapporto diretto con dio-padre. Cristo passa per un impostore, agli occhi degli ebrei, perché non può dare una prova di questo rapporto diretto, personale con dio-padre, e gli ebrei vengono condannati dai redattori cristiani proprio per non aver avuto fede in questa esclusiva figliolanza divina.

Tutti i riferimenti metafisici al rapporto diretto con dio-padre, inclusi quelli simbolico-eucaristici al corpo da mangiare e al sangue da bere sono una traduzione mistificata delle sue idee ateistiche e, necessariamente, seppur in maniera indiretta, anche di quelle comunistiche. Cristo predicava l’ateismo perché la gestione politica della religione era, a livello istituzionale, fortemente lesiva degli interessi della nazione: il clero, pur di conservare i propri privilegi, era disposto a patteggiare con l’invasore romano.

La necessità di una liberazione nazionale, dall’oppressione straniera e dal collaborazionismo interno dei sommi sacerdoti, trovava le sue motivazioni di fondo sia nelle idee del comunismo primordiale (antecedente alla nascita delle civiltà schiavistiche, già predicato dal Battista), che in quelle, correlate, dell’ateismo storico-naturale, che avrebbero assicurato a quella liberazione la sua connotazione umana e democratica.

Nota

1 Da notare che gli esegeti confessionali interpretano tale versetto come se nella frase rivolta ai “Giudici” (cfr Sal 82,6) il fatto che vengano chiamati “dèi” vada inteso in senso metaforico, in ragione della loro carica, essendo assodato, anche per la teologia ebraica, che l’assolutezza del “retto giudizio” appartenga solo a dio. Ma qui Gesù voleva superare l’interpretazione rabbinica (ereditata poi dai teologi cristiani), sostenendo che quella frase andava considerata in maniera letterale e in riferimento all’essere umano in generale, tant’è che nel salmo citato è detto espressamente che “dio giudica in mezzo agli dèi”, che sono tali a prescindere dal loro “retto giudizio”.

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Autore: laicusblog

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