Le due insurrezioni del Cristo

I

Mettendo a confronto i Sinottici col quarto Vangelo appare sufficientemente chiaro il motivo per cui i Sinottici abbiano collocato la cosiddetta “purificazione del Tempio” non all’inizio ma alla fine della carriera politica del Cristo.

Anzi le motivazioni dovettero essere più di una, poiché, se fosse stata una sola, non ci si sarebbe arrischiati a compiere una mistificazione di tale portata su un avvenimento così significativo. E, in ogni caso, il fatto di aver potuto collocare la pericope in un contesto così errato, sta ad indicare con certezza che al momento della stesura del Vangelo di Marco (il primo dei Sinottici) i discepoli della prima ora, provenienti dalla Giudea, o erano scomparsi o non erano in grado di smentire la versione dei fatti.

Quella, stando al Vangelo di Giovanni (che non era nato mistificato ma che lo divenne in seguito alle mille manipolazioni), fu la prima insurrezione del Cristo ateo e politico, quando ancora risiedeva in Giudea. E, anche se tutti i vangeli dicono il contrario, egli non poté certo cacciare da solo i mercanti dal Tempio, altrimenti le guardie giudaiche l’avrebbero immediatamente arrestato e probabilmente giustiziato seduta stante. Di sicuro egli aveva con sé una parte significativa del movimento essenico, poiché proprio a partire da quell’evento Cristo tronca i rapporti col Battista, il quale, pur essendo uscito dall’autoisolamento essenico del deserto, non aveva saputo andare oltre una predicazione riformista di tipo etico-religioso, il cui aspetto più significativo era il simbolo purificatorio del battesimo nel Giordano, ch’egli usava come forma di riconciliazione tra i potenti e gli umili del mondo ebraico, in quanto tutti, per dimostrare la loro buona volontà, avrebbero dovuto sottoporvisi (cosa che le autorità si guardarono bene dal fare).

Il Precursore non riuscì a trasformare il suo simbolo etico in una iniziativa politica e i suoi discepoli migliori lo lasciarono per seguire Gesù; tra questi vi era Giovanni Zebedeo, che nel suo Vangelo dà una versione molto diversa dei fatti, contraddicendo quella enucleata da Marco e ripetuta da Luca e Matteo: cosa che, per questa ragione, dovette suscitare molta preoccupazione nelle comunità cristiane costruite da Pietro e da Paolo, i cui discepoli-redattori ebbero bisogno di manipolare sapientemente il quarto Vangelo. Infatti, se i Sinottici sono nati contro i giudei, il Vangelo di Giovanni lo divenne solo dopo ampie interpolazioni.

Insieme ai battisti probabilmente vi furono, al momento della prima insurrezione, anche dei farisei progressisti, una minoranza poco significativa del loro movimento, rappresentata ufficiosamente da Nicodemo, che chiese di parlare privatamente col Cristo. Tra questi farisei probabilmente va annoverato lo stesso Giuda Iscariota, che non proveniva dall’ambiente essenico o battista (semmai, stando ad alcuni esegeti, che hanno disquisito sul suo appellativo, Iscariota, dall’area estremista dello zelotismo).

E poi non potevano mancare delle frange zelote, cui è noto appartenesse almeno un discepolo del Cristo (Simone il Cananeo), e forse lo stesso Simon Pietro, che non aderì mai al movimento battista, sia perché questo era “giudaico”, sia perché egli era abituato a guardare le cose in maniera prevalentemente politica e militare. D’altra parte lo stesso Gesù – stando a Gv 4,2 – non fu “discepolo” del Battista, in quanto non battezzò mai nessuno.

E non è da escludere che tra gli elementi della prima insurrezione vi fosse anche una parte del gruppo politico capeggiato da Lazzaro (o Eleazaro), in quanto risulta molto strano – come si evince sempre dal quarto Vangelo – che lui e Gesù si conoscessero benissimo (cosa del tutto ignorata dai Sinottici) e che Gesù decidesse di compiere la seconda insurrezione (quella fatale dell’ultima Pasqua) solo dopo la morte di Lazzaro, che evidentemente era tenuto in grande considerazione presso i giudei progressisti. Non è sfuggito a nessun esegeta il fatto che quando Gesù, nascosto in Transgiordania perché ricercato dalla polizia, prese la decisione non solo di andare a trovare i parenti di Lazzaro morto, ma anche di compiere la seconda insurrezione – questa volta contro la guarnigione romana -, egli era già in grado di avvalersi di un’ampia rete di collaboratori dentro la Giudea.

Il suo ingresso a Gerusalemme, che la chiesa cristiana ha ribattezzato col nome di “Domenica delle Palme”, non avviene in maniera clandestina ma pubblicamente, il che sarebbe stato impossibile senza l’appoggio di una considerevole folla. Di notte ovviamente restava nascosto, ma a tutti appariva chiaro che quell’ingresso trionfale aveva come obiettivo l’insurrezione armata. Il momento della Pasqua era il più indicato. Anche i romani lo sapevano e sicuramente erano convinti che non ce l’avrebbero fatta a resistere di fronte a una città che, nel corso della sua festa più importante, avesse deciso di insorgere.

Durante l’ingresso messianico, che nel suo clamoroso successo apparve del tutto inaspettato al potere giudaico, quest’ultimo esclamò che tutto il mondo gli era andato dietro (Gv 12,19). All’insurrezione anti-romana volevano partecipare persino alcuni elementi del mondo ellenistico (Gv 12,21).

II

Gesù Cristo aveva vissuto trent’anni in Giudea e quando decise di compiere l’insurrezione contro il Tempio (che i vangeli han voluto chiamare eufemisticamente “purificazione”), nessuno ebbe il coraggio d’intervenire per fermarlo. Questo perché aveva saputo cogliere il momento giusto per mostrare che il potere politico-religioso dei sommi sacerdoti, dei sadducei, degli anziani e degli scribi era profondamente corrotto (anche perché colluso con Roma) e andava definitivamente abbattuto.

L’insurrezione fallì perché non si riuscì ad andare sino in fondo, non ci fu sufficiente consenso non per farla ma per gestirla. I leader politici (farisei, battisti, zeloti…) erano ancora troppo immaturi, troppo indietro rispetto alle esigenze delle masse, poco avvezzi ad amministrare la politica in maniera laica e democratica, escludendone la retriva classe sacerdotale.

Insieme ad alcuni discepoli, Gesù fu costretto ad espatriare, a rifugiarsi in Galilea, al seguito di Pietro e Andrea, dopo aver cercato il consenso dei samaritani. Non meno di quest’ultimi, i galilei lo accolsero molto favorevolmente, proprio perché avevano visto in lui un coraggio da rivoluzionario e soprattutto, per la prima volta, avevano visto che un politico di provenienza giudaica non poneva alcuna pregiudiziale di tipo etnico o di pratica religiosa per organizzare l’insurrezione nazionale. In nome della libertà di coscienza ognuno avrebbe potuto pregare il suo dio dove e come voleva: questo messaggio i samaritani l’accolsero con molto entusiasmo.

I dissensi etnici (o di provenienza geografica) erano sempre stati forti in Israele, anche nei confronti del Cristo. Giovanni lo dice a più riprese: “Il Cristo viene forse dalla Galilea? Non dice forse la Scrittura che il Cristo verrà dalla stirpe di Davide e da Betlemme, il villaggio di Davide?” (7,40 ss.). A Nicodemo i farisei risposero: “Sei forse anche tu della Galilea? Studia e vedrai che non sorge profeta dalla Galilea” (Gv 7,52). Non a caso il Vangelo di Marco termina con delle parole che indicavano bene i contrasti tra galilei e giudei: “Dite ai suoi discepoli e a Pietro che egli vi precede in Galilea” (16,7).

Dunque i Sinottici non potevano mettere il racconto della prima insurrezione secondo la giusta temporizzazione giovannea: sarebbe stato come fare una concessione alla superiorità politica dei giudei. Nel quarto Vangelo risulta chiarissimo invece che quella epurazione, avvenuta sempre durante una festività pasquale, era stata organizzata in ambito giudaico, usando soprattutto la forza di una parte del movimento battista, anche se, proprio a partire dal suo fallimento, iniziò la collaborazione del Cristo coi samaritani e soprattutto coi galilei, i quali avevano capito non solo ch’egli era dotato di capacità tattica e organizzativa, ma anche di apertura mentale.

I Sinottici sono vangeli non solo filo-romani ma anche antigiudaici, essendo di derivazione galilaico-ellenistica. Non avrebbero potuto ammettere che il Cristo era già stato un grande leader giudaico prima di metter piede in Galilea, da esiliato. Nei Sinottici Gesù inizia proprio in Galilea la sua predicazione politica, fatta poi passare per etico-religiosa, e la inizia dopo che il Battista fu arrestato. Marco presenta il Precursore come il meglio che i giudei avessero dato, sicché dopo il suo arresto il meglio avrebbero potuto darlo solo i galilei col Cristo.

I Sinottici possono utilizzare il Battista come anticipatore del Cristo proprio perché questi è stato del tutto spoliticizzato. Anzi nel Vangelo di Marco i primi quindici versetti sono tutti favorevoli al Battista, mentre nel quarto Vangelo i versetti a lui favorevoli sono interpolati, in quanto l’evangelista Giovanni fa capire benissimo che sul piano politico non ci poteva essere una vera intesa tra il Cristo e il Battista.

Risulta quindi evidente che non solo durante la prima insurrezione, ma anche dopo la morte del Cristo, una parte del movimento battista confluì in quello cristiano, ma mentre nel primo caso i motivi furono politici, nel secondo furono religiosi. Nel primo caso si trattò di legittimare l’esigenza di un’insurrezione armata, nel secondo si trattò di negarla. Infatti il compromesso voluto da Pietro e Paolo (o comunque dai loro discepoli) fu molto chiaro: i cristiani accettavano il valore rituale del battesimo (prendendo dagli esseni anche il rito dell’eucaristia) e lo mettevano nelle loro pratiche religiose, a condizione che i battisti accettassero la superiorità teologica di Gesù rispetto a Giovanni (poi insieme le due comunità hanno elaborato un falso secondo cui Giovanni battezzò il Cristo, riconoscendogli per primo la sua natura divina), come risulta evidente nell’ultima versione del Vangelo di Marco.1

Ecco perché nei Sinottici l’episodio della cacciata dei mercanti appare come un semplice gesto simbolico, evocativo della purezza ancestrale che un tempo aveva avuto il principale luogo del culto divino d’Israele. Non vuole essere un gesto politico volto a destabilizzare il potere sacerdotale. Le guardie del Tempio non intervengono proprio perché quel gesto appariva loro politicamente irrilevante, essendo più che altro dimostrativo, per di più fatto da un individuo isolato, non supportato da alcuna strategia eversiva.

Nel quarto Vangelo invece si ha l’impressione che esse non siano intervenute perché assolutamente prese alla sprovvista da un gruppo consistente di persone armate, che avrebbe potuto impedire loro qualunque reazione. Solo che mentre nei Sinottici il gesto è simbolico anche nel senso che vuole profetizzare la fine irreversibile del Tempio e del primato d’Israele, nel quarto Vangelo invece l’insurrezione doveva servire per realizzare un Israele libero, indipendente e soprattutto più democratico. Ma spieghiamo meglio questo punto.

Nel corso della prima insurrezione Gesù in sostanza era intenzionato a far capire che in presenza di una gestione politica della fede religiosa, un qualunque gesto eversivo compiuto contro il potere dei sommi sacerdoti doveva essere interpretato non solo come un rifiuto del collaborazionismo con Roma, ma anche come un rifiuto dell’uso strumentale della religione, cioè un rifiuto del nesso organico di Chiesa e Stato (sia che questo Stato fosse giudaico o romano o filo-romano).

Il Cristo politico qui si poneva non solo in maniera rivoluzionaria (come altri messia del tempo), ma anche in maniera chiaramente laica, e anzi deve essere stato proprio in forza di questa radicale laicità che i battisti, i farisei progressisti e altri ancora si sono rifiutati di seguirlo o di appoggiarlo sino in fondo. Insorgere contro la classe dirigente poteva andar bene, ma insorgere contro le istituzioni ch’esse amministravano era un’altra cosa. Si rischiava di perdere il consenso delle masse religiose. Il Tempio doveva restare un luogo di culto privilegiato (così come le sinagoghe sparse per tutta Israele), il simbolo dell’identità nazionale e della resistenza anti-romana.

Poste queste premesse, al Cristo dovette apparire quanto meno avventata l’idea di affrontare vittoriosamente l’inevitabile ritorsione della guarnigione romana, che non avrebbe potuto abbandonare a se stesso il governo clericale collaborazionista. Di qui la decisione di espatriare.

La Giudea non avrebbe mai potuto vincere finché non avesse rinunciato a sentirsi la migliore regione d’Israele, la più combattiva dell’intero impero romano. Ecco perché se la prima insurrezione di Cristo venne compiuta per insegnare che i giudei non avrebbero mai potuto liberarsi dell’imperialismo di Roma senza prima liberarsi dei sommi sacerdoti al potere, nominati dagli stessi procuratori romani; la seconda insurrezione invece doveva far capire che senza il concorso di tutte le forze sane della Palestina non ci si sarebbe liberati né dei nemici interni né di quelli esterni.

Quando nel corso della preliminare udienza a carico di Gesù, si cercarono accuse contro di lui, una di queste riguardava proprio il fatto ch’egli aveva dichiarato che in tre giorni avrebbe ricostruito un Tempio distrutto dalla corruzione. Ma quel racconto sinottico del processo giudaico è stato inventato a bella posta per far vedere (usando i “tre giorni” in un significato mistico, relativo alla resurrezione) che i principali responsabili della morte di Gesù furono i sommi sacerdoti e i sadducei, incapaci di vedere nel Cristo il lato “divino”.

Viceversa, nel racconto giovanneo della samaritana al pozzo di Giacobbe appare chiaro che già dopo la prima insurrezione fallita, il Tempio non aveva più alcun valore etico, essendo il luogo principale della corruzione politica ed economica, e che non per questo si doveva disperare sulla salvezza politica di Israele. Alla samaritana Gesù fa capire che se gli israeliti (giudei, samaritani o galilei) vogliono restare credenti, possono esserlo liberamente dove e come vogliono, in quanto tutte le espressioni umane della fede sono legittime, se non interferiscono con le esigenze politiche della liberazione nazionale dai nemici interni ed esterni.

Insomma come il Tempio di Gerusalemme non rendeva i giudei migliori dei samaritani, così il monte Garizim non poteva rendere quest’ultimi migliori dei giudei. A un Cristo ateo non poteva interessare dove i credenti pregassero il loro dio, cioè a quale luogo geografico convenisse concedere un certo primato religioso; semmai il problema era quello di come costruire una società democratica, in grado di porre fine al governo aristocratico e integralista dei sommi sacerdoti, dei sadducei e degli anziani, e in grado di resistere alla controffensiva degli imperatori romani.

Il Tempio non andava soltanto ricostruito “eticamente”, ma anche e soprattutto distrutto “politicamente”. Solo che mentre nei Sinottici la ricostruzione etica risulta impossibilitata dalla malvagità giudaica qua talis, che viene punita con la distruzione fisica del Tempio operata dai romani; nel quarto Vangelo invece la distruzione politica non avviene in quanto una parte del movimento nazareno (in cui erano confluiti elementi provenienti da tutte le etnie e militanze politiche) non fu abbastanza risoluta nel compiere la rivoluzione. Anzi, il movimento nazareno, guidato probabilmente, dopo l’arresto di Gesù, dalla triade Pietro, Giacomo e Giovanni, non fu mai in grado di compiere alcun tentativo eversivo.

III

Nel Vangelo di Marco (11,12 ss.), che fa testo rispetto a quelli di Luca e Matteo, subito dopo l’ingresso messianico nella capitale giudaica viene messa una pericope che contraddice il significato politico del medesimo ingresso: quella del fico maledetto. Dopo che Gesù ha ottenuto il consenso più ampio da parte della popolazione israelitica (giudaica, galilaica ecc.), l’evangelista Marco (che riflette la posizione petro-paolina) scrive che i giudei, che pur pretendevano d’essere migliori degli altri, non erano più in grado di dare alcun frutto e, poiché invece in quel momento Gesù aveva “fame”, questi si sentì in obbligo di maledire il fico rinsecchito che li rappresentava ed esso morì istantaneamente.

Col che il lettore ha la netta impressione che il Cristo entri a Gerusalemme non per vincere ma per perdere e, perdendo, per dimostrare che i giudei non potevano che farlo perdere. Cioè in sostanza egli avrebbe dimostrato d’essere eticamente e religiosamente migliore dei giudei proprio nel momento in cui accettava consapevolmente il martirio, senza opporvisi in alcun modo, facendo altresì capire che i giudei non potevano considerarsi migliori degli altri popoli; anzi, uccidendo un uomo giusto, che avrebbe potuto essere il loro liberatore, essi dimostravano d’essere il peggior popolo della storia, i principali responsabili (ma questo nei vangeli non poteva essere detto) della riduzione del Cristo da “liberatore” a “redentore”.

Ecco perché i Sinottici sono antisemiti. E l’antisemitismo, nel Vangelo di Marco, viene riconfermato subito dopo il racconto della purificazione del Tempio, allorché si riprende la precedente pericope del fico, dicendo che dai giudei non bisogna aspettarsi nulla di positivo, neppure sul piano religioso. Il che in pratica voleva dire (considerando il fatto che la stesura di questo Vangelo è posteriore al 70) che non occorreva aspettare la distruzione fisica del Tempio da parte dei romani: i giudei, col loro comportamento cinico e ipocrita, l’avevano già moralmente distrutto.

Marco 11,28 ss. lo fa capire in maniera inequivoca quando alla domanda dei capi religiosi: “Con quale autorità fai queste cose?” (in riferimento alla cacciata dei mercanti), Gesù risponde: “Prima ditemi se il battesimo di Giovanni veniva dal cielo o dagli uomini”. Il che, in pratica, era come se avesse detto: “Il battesimo di Giovanni era religiosamente ispirato o era un simbolo di poco conto? Se era un rito insignificante, voi non rappresentate il popolo giudaico, poiché moltissimi seguivano Giovanni. Se invece era un simbolo religioso, a maggior ragione non rappresentate il popolo, che vedeva in Giovanni un grande profeta religioso. Se l’aveste accettato sul piano religioso, avreste accettato anche me, che sono politicamente più grande di lui”.

Marco in sostanza fa capire che avendo lasciato che il Battista venisse ucciso, i giudei non avrebbero potuto non fare la stessa cosa anche nei confronti del Cristo.

Nota

1 Il Vangelo originario di Marco fu scritto probabilmente in aramaico e doveva contenere una versione dei fatti meno mistica di quella definitiva in greco, molto influenzata dal paolinismo.

Annunci

Autore: laicusblog

webmaster www.homolaicus.com

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...