Le “molte dimore” nel IV vangelo

C’è un’espressione abbastanza enigmatica nel quarto Vangelo che meriterebbe un’esegesi approfondita, se solo ne avessimo le competenze adeguate. Come al solito viene fatta dire a Gesù, quando ai suoi apostoli, in occasione dell’ultima cena, parla del regno dei cieli, che sarebbe costituito da “molte dimore” (14,2).

La frase non può essere stata detta da lui, sia perché nel Vangelo di Marco (il primo a essere stato scritto) egli si autodefinisce “figlio dell’uomo” e non “figlio di dio”. Quest’ultimo titolo infatti è di tipo mistico e lo usò per la prima volta Paolo di Tarso, prendendolo dall’ellenismo e applicandolo a un’immagine del tutto spoliticizzata e destoricizzata del Cristo. Nessun ebreo avrebbe mai potuto accettarlo e i cristiani cominciarono a farlo solo dopo aver rinunciato definitivamente alla liberazione della Palestina dal giogo romano.

Questo spiega anche in un altro senso il motivo per cui quella frase sulle “molte dimore” (del paradiso) non può essere stata detta da Gesù: egli infatti voleva compiere una rivoluzione politica nel presente della sua Palestina oppressa dall’imperialismo romano e non demandare all’aldilà la soluzione dei problemi terreni.

Detto questo però, ch’era abbastanza scontato, resta da capire il motivo per cui gli autori del quarto Vangelo abbiano avvertito la necessità di scriverla. Sembra infatti che, parlando di “molte dimore”, s’intenda qualcosa di altamente democratico e pluralistico, che sicuramente non poteva far piacere ai seguaci del paolinismo, poco disposti a cercare compromessi sulla natura divina del Cristo e sul tipo di organizzazione comunitaria da costruire in nome di tale nuova concezione religiosa.

Vi è quindi da supporre che questo modo di esprimersi sia potuto venire in mente a seguaci del Cristo non esattamente in linea con la predicazione paolina. Qui sembra d’avere a che fare con una comunità di tipo monastico, dedita all’autoconsumo, non urbanizzata, simile a quella ebraica di Qûmran: una comunità i cui aderenti non praticano alcuna attività missionaria e che, non per questo, vogliono stare ai margini del movimento cristiano che s’è formato dopo la distruzione di Gerusalemme, operata nel 70 dai romani.

Questi monaci hanno fatto del lavoro la loro pratica quotidiana, in cui sperimentano l’uguaglianza sociale materiale, la comunione dei beni e hanno smesso di sentirsi legati ai precetti ebraici: stanno cercando di realizzare, esattamente come a Qûmran, una sorta di “comunismo primitivo”.

Noi non possiamo sapere se tale comunità sia stata fondata dall’apostolo Giovanni o se lui la frequentasse da anziano. Egli infatti era un apostolo molto politicizzato, esattamente come il fratello Giacomo, che morì ben presto martire. Il suo Vangelo (il più manipolato di tutti) non è caratterizzato soltanto da un alto misticismo (frutto appunto di successive revisioni ideologiche a suo danno), ma anche da una profonda storicità e politicità dei fatti inerenti alla vicenda del Cristo (anch’esse profondamente manomesse da esperti esegeti).

Si noti inoltre una cosa abbastanza particolare: il riferimento alle “molte dimore” viene messo subito dopo che Gesù ha preannunciato a Pietro che lo tradirà (13,36 ss.). Cioè è come se si volesse dare per scontato che non solo gli uomini non sono in grado di ritornare all’eden originario (meno che mai se non sono monaci “comunisti”), ma anche che nessun apostolo sarebbe stato davvero in grado di sostituire Gesù.

Infatti, dopo aver preannunciato a Pietro il tradimento, egli se la prende anche con Tommaso, perché ancora non ha capito il modo come realizzare il “regno dei cieli”, che non coincide con alcun regno terreno. E se la prende anche con Filippo, che non è disposto a credere in dio se non lo vede coi propri occhi.

Detto in altre parole: Tommaso rappresenta l’esigenza di creare un regno terreno di liberazione sociale e politica; Filippo invece l’esigenza di non credere in alcun dio per la realizzazione di tale regno. Gesù, qui, viene fatto passare per uno che sovrasta infinitamente ogni personalità o capacità umana, per cui solo lui, in definitiva, può decidere come costruire al meglio il regno dei cieli e come rappresentarsi la divinità.

Cioè da un lato si ostenta una grande democrazia, assicurando che nei cieli vi saranno “molte dimore” (molte possibilità di vivere la fede); dall’altro però si sostiene che tale democrazia sarà possibile soltanto grazie alla supervisione di un essere, unico nel suo genere, in quanto unigenito figlio di dio. Gli unici in grado di realizzare quanto dicono e promettono di fare sono soltanto il dio-figlio e il dio-padre.

Quanto agli uomini, egli, a loro beneficio, in attesa della fine dei tempi, promette una terza figura divina, una sorta di “consolatore” (14,16), affinché non si disperino a motivo della loro impotenza.

Tuttavia la cosa più sconcertante di tutta la pericope in questione è che Gesù chiede di credere in dio proprio perché non è possibile realizzare sulla terra alcun regno di pace, libertà e giustizia. Cioè è come se avesse detto che se non ha potuto lui, di natura divino-umana, realizzare un tale regno, tanto meno vi riusciranno i figli di Adamo ed Eva, che hanno una natura divina solo indirettamente, per “gentile concessione”, si potrebbe dire. Infatti non è possibile costruire un regno del genere contro la volontà degli uomini, almeno non sulla terra, per cui l’umanità solo alla fine dei tempi si renderà definitivamente conto della gravità della propria impotenza. Non avendo saputo riconoscere in Gesù la possibilità effettiva del riscatto dalle conseguenze del peccato originale, tanto meno l’umanità saprà o potrà farlo con altri leader carismatici.

Dunque sulla terra gli uomini sono condannati alla sconfitta; possono soltanto cercare di essere meno peccatori possibile, resistendo a tutte le tentazioni. Dio viene usato come pretesto per non impegnarsi attivamente nella lotta politica. Solo lui, infatti, potrà decidere quando avverrà la fine dei tempi e il giudizio universale.

Giuda (non l’Iscariota), al sentire queste cose, si scandalizza, perché gli pare assurdo che si parli di liberazione interiore (per di più rivolta ai soli seguaci del Cristo) e non anche di liberazione sociale e politica per tutti gli uomini, qui e subito.

Ma Gesù gli fa capire che non serve a nulla mettersi a predicare, pensando di poter trasformare qualitativamente le cose. “Molte dimore” vuol dire anche questo, che su questa terra si può compiere il bene anche senza essere esplicitamente cristiani. Non serve che tutti lo diventino. Quindi la predicazione, nello stile forsennato di Paolo, non è indispensabile. Serve piuttosto che gli uomini imparino ad amarsi. Se lo sapranno fare, saranno “cristiani”, anche senza saperlo. Anzi, i migliori seguaci del Cristo son soltanto quelli che praticano l’amore in suo nome, non necessariamente quelli che si dicono o, peggio, si vantano d’essere cristiani.

Ora però vediamo di ribaltare il discorso, cioè vediamo se in tutto quello che dicono gli autori di questa pericope vi possono essere tracce di ateismo. Si noti anzitutto con quanta sicurezza fanno dire a Gesù una cosa che non solo per qualunque ebreo, ma anche per qualunque persona sarebbe apparsa come un’assurda pretesa. Gesù si equipara direttamente e personalmente a dio, e la pericope non è di quelle elaborate per descrivere il Cristo risorto!

Come noto, uno che si equipara dio può anche essere un folle. In quante comunità religiose i leader si sono considerati equivalenti a dio? E in quante istituzioni o comunità psichiatriche? Frasi come queste: “Io sono la via, la verità e la vita; nessuno viene al Padre se non per mezzo di me. Se mi aveste conosciuto, avreste conosciuto anche mio Padre; e fin da ora lo conoscete, e l’avete visto” (14,6-7) – non possono essere state dette da Gesù, proprio perché egli era un ateo (lo dimostra non solo violando tranquillamente il sabato, considerandosi superiore ad Abramo e a Mosè, e mai partecipando a riti religiosi, ma anche compiendo guarigioni in nome proprio). Nessun ebreo ortodosso avrebbe potuto ascoltare quelle parole senza reagire, perché per lui sarebbe stato come bestemmiare. Già avrebbe fatto fatica ad accettare un intellettuale ebreo orientato sul piano ateistico: figuriamoci un intellettuale che si paragonava direttamente a “dio”!

Ma il punto non è questo. Parole del genere, a ben guardare, non avrebbero potuto scriverle neppure dei redattori cristiani “normali” (convenzionali), conformi all’impostazione generale della chiesa voluta da Pietro e Paolo. Infatti, dal punto di vista della fede di una qualunque comunità cristiana, non si sarebbe permesso a nessuno di potersi identificare, stricto sensu, con Cristo per poter capire meglio il senso della divinità. Sarebbe stata una forma di forzato, d’ingiustificato individualismo. Un Cristo che parla in maniera così netta presuppone un credente che abbia ricevuto una grazia particolare, indipendente dalla sua volontà.

Ma quale garanzia poteva offrire un credente che la sua identificazione col Cristo sarebbe stata quella giusta? In una comunità normale la garanzia dell’identificazione può essere offerta solo dalle autorità superiori, o comunque da una “pratica cristiana”, di carattere generale, accessibile a tutti, su cui vigilano i membri più autorevoli del clero. Cosa che in tutto il quarto Vangelo non si vede affatto. Nella chiesa nessun credente può decidere la verità per conto proprio e neppure può farlo un piccolo numero di fedeli. Ecco perché non sarebbe stato possibile far parlare il Cristo in quella maniera così categorica, molto divina e poco umana.

In questo Vangelo, scritto per ultimo tra quelli canonici, sembra d’avere a che fare con autori cristiani appartenenti a una comunità isolata, che vive ai margini del cristianesimo urbanizzato: una comunità appunto di monaci, privi di una vera e propria autorità superiore, che regolamenti la loro vita. Anzi, nei confronti degli apostoli (incluso Pietro) sono molto critici. A loro giudizio la garanzia dell’identificazione adeguata col Cristo è data soltanto dall’amore reciproco.

Questi redattori, il cui spessore intellettuale è notevole, non possono essere seguaci degli apostoli che citano, perché questi sono messi in cattiva luce. Potrebbero essere seguaci dell’apostolo Giovanni, il quale, ad un certo punto, si staccò dalla predicazione di Pietro, non condividendone più i contenuti. Ma ciò verrebbe a contraddire il senso fortemente sviluppato della politicità presente nell’apostolo. A meno che nella sua tarda maturità egli non avesse sviluppato un certo misticismo.

Supponiamo vera questa seconda ipotesi. Cioè supponiamo che la comunità di Giovanni o da lui proveniente, abbia voluto smettere di sentirsi emarginata dalla chiesa primitiva e abbia cercato una reintegrazione. Sappiamo che Giovanni era un ateo come Gesù. Tuttavia qui i suoi discepoli sembra che abbiano voluto cercare un compromesso con la chiesa paolina, risultata vincente dal confronto con le altre correnti. Ed ecco quindi il problema da risolvere: come fare senza tradire troppo i propri presupposti ateistici?

Per continuare a dire che dio non esiste, questi monaci han fatto in modo di equiparare completamente il figlio al padre, facendo dire a Gesù: “Io sono nel Padre e il Padre è in me” (14,11). Qui non vi sono mediazioni di sorta: infatti non solo padre e figlio coincidono (e a partire dal figlio, cioè in suo nome, in quanto è impossibile sentire la “voce” del padre), ma coincidono anche il figlio e i suoi seguaci. Tra Gesù e i monaci cristiani vi è un solo intermediario metafisico: lo spirito (il paraclito).

La comunità cristiana, così com’era stata delineata da Paolo, qui perde tutti i suoi connotati fondamentali: non vi sono né sacramenti né gerarchia sacerdotale; e neppure è assicurata la continuità nelle figure sacerdotali. Nella pericope si è parlato sì di dio, ma solo come una proiezione di Gesù. Di fatto dio sembra che continui a non esistere: non è cioè un elemento che giustifichi la presenza di una “istituzione ecclesiastica”, ovvero la via o la vita che Gesù chiede di seguire o di vivere non è nient’altro che il modo di amarsi che hanno questi monaci.

È dunque bastato loro far credere che Gesù era l’unigenito figlio di dio per poter essere accettati nella chiesa primitiva, da cui non volevano più sentirsi emarginati. In questa maniera, indubbiamente ambigua, potevano continuare a vivere indisturbati la vita di prima, in cui, praticando autoconsumo e baratto, non erano abituati a prendere ordini da nessuno.

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Autore: laicusblog

webmaster www.homolaicus.com

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