L’esegesi laica dei vangeli. Dall’invenzione alla falsificazione

La trattazione laica della figura del Cristo e del cristianesimo in generale può sottostare, a tutt’oggi, se si vuole assicurarle un minimo di scientificità, a due sole fondamentali e preliminari impostazioni di metodo: quella dell’invenzione e quella della falsificazione.

Ogni altra forma di esegesi, fosse anche derivata dalla demitizzazione bultmanniana, va considerata come “confessionale”, benché tra queste esegesi religiose vi siano differenze di non poco conto, al punto che si dovrebbe tendere a preferire le esegesi ortodosse a quelle cattoliche, in quanto più favorevoli a un cristianesimo di tipo “democratico” e non “monarchico”, e quelle protestanti a quelle ortodosse, in quanto più vicine al moderno ateismo o laicismo che dir si voglia.1

Le migliori esegesi di tipo cattolico sono state quelle più vicine alle ideologie del socialismo o comunque del laicismo in generale (p. es. il modernismo, la teologia della liberazione, il cristianesimo per il socialismo…). Tutte correnti entrate profondamente in crisi dopo la fine del cosiddetto “socialismo reale”, anche se nei confronti delle istanze emancipative della religione cristiana, in genere, è notevolmente aumentata la disillusione a livello mondiale, specie sotto il pontificato di Wojtyla, dove gli aspetti accattivanti del “carisma personale” avevano praticamente fatto da paravento al valore del messaggio, che era profondamente conservatore, esattamente come quello del suo successore.

Questo per dire che le esegesi di tipo laico non dovrebbero rifiutare di confrontarsi con le esegesi di tipo confessionale, benché sia a tutti evidente che una qualunque esegesi confessionale parte sempre da un presupposto per un laico assolutamente indimostrabile, e cioè che il Cristo sia il “figlio di dio” o che comunque esista un “dio”.

Sotto questo aspetto è indubbiamente più facile che il confronto con le ideologie religiose verta su argomenti non strettamente o non esclusivamente religiosi, come la pace, la giustizia sociale, la libertà di coscienza, la tutela della vita e dell’ambiente ecc.

Oltre a questo va detto che un’esegesi laica del cristianesimo non può non tener conto del fatto che a questa religione dicono di credere ancora centinaia di milioni di persone, senza metterne minimamente in discussione i presupposti originari e neppure i dogmi, che pur hanno una loro storia, spesso alquanto controversa (si pensi solo a quello dell’infallibilità pontificia).

Noi non abbiamo il diritto di provocare tensioni tra le persone giudicandole negativamente per un dato atteggiamento assunto nei confronti della religione. Non possiamo dileggiare i presupposti della fede dei credenti, perché, anche se sappiamo che tali presupposti non hanno fondamenti scientifici, essi nondimeno costituiscono, per chi vi crede, una fonte di “vita”, che può anche mutare l’esperienza personale.

Non possiamo neppure non considerare il fatto che se da un lato può esistere uno Stato laico e aconfessionale, dall’altro può esistere, nel medesimo Stato, una nazione confessionale o pluriconfessionale, come sempre più stanno diventando quelle europee, a causa dei fenomeni migratori. In una parola noi non possiamo sindacare sulle opinioni di coscienza.

A questo punto però ci si può chiedere quali possano essere gli spazi di manovra di un’esegesi non confessionale del fenomeno religioso in generale e del cristianesimo in particolare, soprattutto delle sue fonti letterarie e non. Cioè la domanda che dobbiamo porci è la seguente: in che modo possiamo compiere un’analisi laica del cristianesimo senza offendere i sentimenti dei credenti, senza scendere in forme superate di anticlericalismo, senza creare inutili, anzi controproducenti battaglie di retroguardia?

Un modo l’abbiamo già detto: affrontando argomenti comuni, che coinvolgano credenti e non-credenti, che sono “comuni” appunto perché riguardano lo sviluppo della società civile. In questo modo il confronto avviene su questioni concrete, oppure, se su questioni teoriche, in base a un’impostazione generale di tipo laico, dove ci si differenzia soltanto nelle conclusioni finali, negli scopi ultimi dell’impegno umano e civile.

L’altro modo è quello di promuovere un’analisi scientifica o razionale, o storicamente fondata, o culturalmente motivata e qualificata dei testi in cui i credenti dicono di basare la loro fede, evitando accuratamente, oltre alle cose già dette in riferimento all’anticlericalismo, di parteggiare per questa o quella posizione religiosa, o anche solo di sostenere la causa di chi si oppone, per motivi religiosi, alla religione dominante. Nessuna religione è in grado di risolvere alcun problema dell’umanità, anche se, in quanto laici, lotteremo contro le discriminazioni per motivi religiosi e siamo ben consapevoli che non tutti i laicismi costituiscono alternative convincenti alle religioni.

Noi dobbiamo semplicemente dimostrare che vi sono ragioni sufficienti per insinuare dei dubbi all’interno di certezze secolari, ritenute incontrovertibili. Questo modo di procedere lo si incontra spessissimo nella storia del pensiero umano. Gli stessi cristiani, in origine, lo adottarono per mettere in discussione i fondamenti ideologici dell’ebraismo e del paganesimo.

Certo, noi potremmo dire di non aver bisogno di compiere un lavoro culturale del genere, in quanto la società in cui viviamo, che è borghese e capitalistica, porta naturalmente il credente a diventare scettico, agnostico, indifferente alle questioni religiose.

Potremmo anche pensare che il modo migliore di superare i pregiudizi religiosi sia quello di non far nulla e di attendere che il consumismo e la progressiva laicizzazione dei costumi e degli stili di vita facciano naturalmente il loro corso. Le stesse religioni sembrano oggi avere sufficienti anticorpi per isolare gli elementi più fanatici o estremisti al loro interno.

Tuttavia noi dobbiamo creare una società basata sull’umanesimo laico, cioè su una cultura che deve porsi in maniera autonoma, critica e propositiva. Noi non possiamo restare indifferenti al fenomeno religioso, anche quando questo fenomeno agisce nei limiti della legalità o della ragione.

In Italia abbiamo ancora l’insegnamento confessionale di una religione che viola la laicità dello Stato e il carattere pubblico della scuola, abbiamo uno Stato della Chiesa che gode dell’extraterritorialità in uno Stato che pretende legittimamente di essere sovrano, abbiamo continue ingerenze del clero cattolico nella vita politica, sociale e culturale del nostro paese, soprattutto nei momenti cruciali in cui si deve esprimere la libertà di coscienza e di voto politico, abbiamo una Costituzione che attraverso il Concordato mantiene un rapporto privilegiato con una determinata confessione, abbiamo delle statistiche falsate dal fatto che l’appartenenza o meno a una religione viene misurata in rapporto al numero dei battesimi, abbiamo una sorta di assistenza obbligatoria alle religioni convenzionate con lo Stato che passa sotto l’otto per mille, abbiamo spesso dichiarazioni di esponenti di governo o di istituzioni statali che esprimono pubblicamente esplicite preferenze per la religione cattolica in rapporto ad altre religioni, e così via.

Di fronte a tutto questo la cultura laico-umanistica non può assumere una posizione neutrale, di indifferenza, lasciando che siano i tempi, in maniera spontanea, a portare uomini e donne a rivedere l’atteggiamento assunto nei confronti di questa o quella religione.

Non possiamo limitarci a credere che quanto sia stato fatto in questi ultimi 500 anni, riguardo alla critica del fenomeno religioso (critica che in Italia è addirittura iniziata coi movimenti ereticali medievali), possa essere considerato sufficiente per tutelarci dagli abusi, dalle strumentalizzazioni politiche che ancora oggi si fanno di questo fenomeno e delle sue idee.

Noi vorremmo che la fede restasse circoscritta nei limiti della libertà di coscienza e che le comunità religiose venissero trattate come associazioni private, ma così purtroppo non è. Privilegi ingiustificati e indebite ingerenze persistono senza che da parte laica vi sia una sufficiente contestazione.

È indubbio che su questa debolezza della cultura laica ha pesato la metodologia di certa sinistra, che ha preferito ignorare il fenomeno religioso, temendo di scatenare guerre inopportune, anticlericalismi giacobini, e questo nella speranza di veder aumentare il proprio elettorato. Ma così facendo si è impoverita la cultura laica, che oggi non ha strumenti convincenti per contrastare ciò che le si oppone.

Ecco perché occorrerebbe riprendere la battaglia sui due versanti in cui più sono visibili le anomalie: quello culturale e quello politico. Quest’ultimo in relazione alle continue ingerenze clericali nella vita quotidiana. L’altro in relazione alle tesi integralistiche, ai dogmi della fede, alle opinioni dominanti in materia di religione.

*

Ma cerchiamo anzitutto di spiegare la differenza terminologica dei due termini fondamentali: invenzione e falsificazione.

Le favole, le fiabe sono invenzioni letterarie, prodotte dalla fantasia popolare e messe per iscritto da qualche redattore, spesso anonimo. Non sono necessariamente delle falsificazioni, poiché l’oggetto che si sarebbe dovuto falsificare non appariva così importante o così compromettente.

Certo, dietro taluni personaggi fiabeschi possono celarsi nomi di principi e sovrani autoritari, realmente esistiti, che non avrebbero tollerato di essere esplicitamente citati. Ma qui non siamo ancora in presenza di manipolazioni falsificatorie, cioè di mistificazioni più o meno mascherate, volute coscientemente per nascondere realtà scomode. Nelle fiabe popolari si possono incontrare accorgimenti letterari, forme di garanzie, di tutela da eventuali spiacevoli ritorsioni. Tant’è che spesso i redattori hanno preferito, per motivi di sicurezza, trincerarsi dietro l’anonimato e chi non l’ha fatto, come p. es. Esopo, è stato anche assassinato.

Un genere letterario che potrebbe essere letto in quest’ottica sono le parabole evangeliche, le quali, pur prendendo spunto da fatti concreti, sono in sostanza delle invenzioni letterarie, che non si pongono come obiettivo la falsificazione della realtà; anzi nei momenti di gravi limitazioni della libertà espressiva, l’uso della parabola, come critica metaforica dei poteri dominanti, può aver caratterizzato la stessa predicazione del Cristo.

La realtà, nelle fiabe, viene semplicemente edulcorata in quegli aspetti che potrebbero risultare sconvenienti per l’incolumità personale. La critica delle istituzioni, dei poteri dominanti che si fa attraverso questi artifici letterari è quindi sempre indiretta, è più etica che politica, o se vogliamo è solo implicitamente politica.

In una via di mezzo tra l’invenzione e la falsificazione stanno tutti i racconti natalizi dei vangeli di Matteo e di Luca. Qui la falsificazione interviene sull’invenzione, allorquando si vuole dimostrare che il Cristo è “figlio di dio” o “di Davide”, secondo una genealogia del tutto inventata.

I racconti natalizi sono stati presi da tradizioni pre-cristiane, adattate al cristianesimo, esattamente come i classici omerici hanno preso vari temi da racconti molto antichi, reimpostandoli in modo tale che apparisse in maniera evidente la superiorità della civiltà ellenica. Anche qui in fondo si è in presenza di una falsificazione, in quanto sono state esageratamente esaltate le caratteristiche degli uomini di una civiltà antagonistica, appunto quella ellenica, mettendo in cattiva luce tutti i personaggi che non rientravano nei valori di questa civiltà (si pensi alla figura volutamente mostruosa, caricaturale, di Polifemo, rappresentante di una società agro-pastorale che l’astuto mercante-militare Ulisse doveva assolutamente sconfiggere ed espropriare). Ma questa falsificazione non aveva lo scopo di creare un “movimento popolare”: era solo un sollazzo intellettuale per i ceti benestanti, serviva semplicemente per confermare una posizione acquisita. Coi vangeli la questione è molto diversa e lo vedremo strada facendo.

*

Ora, più precisamente, cosa vuol dire “falsificare la realtà”? La realtà viene falsificata dai redattori anonimi dei vangeli e di tutto il Nuovo Testamento per una serie di ragioni.

Anzitutto la falsificazione viene fatta quando non si può prescindere da una determinata realtà: questa è la prima fondamentale motivazione. Nel senso che i redattori devono dare per scontata l’esistenza di una realtà ad essi precedente, di cui devono necessariamente tener conto, proprio perché loro stessi fanno parte di quella realtà.

Questa realtà, che in origine era quella umana e politica del Cristo, contiene un messaggio di vita, una proposta rivolta alle contraddizioni antagonistiche, conflittuali, della società schiavistica, nei cui confronti non ci si può porre in maniera neutrale: o la si accetta o la si rifiuta.

Se la si accetta bisogna essere coerenti e rischiare quello che il Cristo ha rischiato; se la si rifiuta e si vuole continuare a definirsi “cristiani”, bisogna necessariamente intervenire con una revisione dei fatti o appunto con una falsificazione.

Siccome la linea ufficiale, quella che per noi risulta storicamente prevalente, è stata la seconda, occorre che, nell’esame di queste fonti letterarie, si parta dal presupposto che dietro di esse vi sono state pesanti manipolazioni volte a giustificare una determinata scelta di campo.

Il marxismo della IIa Internazionale rientrava, a pieno titolo, nell’alveo del “socialismo scientifico”, però nell’imminenza della I guerra mondiale Lenin ebbe il coraggio di dire che in nome di questo socialismo i partiti della IIa Internazionale avevano tradito la causa del socialismo, in quanto invece di trasformare la guerra imperialistica in guerra civile, eliminando le rispettive borghesie nazionali che volevano portare l’umanità al massacro, avevano sostenuto l’idea di una guerra nazionale difensiva, mandando così il proletariato a combattere in trincea. Questo per dire che la falsificazione avviene sempre su qualcosa di già dato e da cui non si può prescindere.

La differenza, in tal senso, tra i vangeli e i poemi omerici sta appunto nel fatto che i redattori cristiani appartenevano a un movimento di persone che pretendeva di avere un progetto alternativo sulla società. Un progetto che, anche se non voleva porsi in maniera politica esplicita (salvo il concetto di separazione tra chiesa e Stato), coinvolgeva sicuramente gli aspetti sociali e culturali.

Per noi che viviamo fuori della chiesa può apparire irrilevante che i primi cristiani abbiano operato delle mistificazioni sul loro stesso fondatore; tuttavia sarebbe sciocco pensare che mistificazioni del genere possano avvenire solo in ambienti religiosi.

Qui piuttosto dovremmo chiederci: visto che una falsificazione da parte dei redattori neotestamentari indubbiamente vi è stata, a che livello essa s’è posta? quali sono i confini epistemologici entro cui s’è mossa?

Nel rispondere a tali domande è bene anzitutto sgombrare il campo da ogni equivoco ed essere molto precisi nelle tesi da sostenere. Il Cristo storico, non quello teologico, non si poneva come un profeta disarmato, ma come un leader politico intenzionato a liberare la Palestina dai romani e dai loro collaborazionisti ebrei, creando una società basata sulla giustizia sociale e sulla libertà per tutti.

Questo tentativo rivoluzionario fallì perché tradito e perché, nonostante il tradimento e la morte del suo leader, il movimento nazareno non fu sufficientemente unito e determinato nel proseguire il messaggio originario, stando almeno alle fonti che ci sono giunte. Ciò che si portò avanti, dai seguaci del Cristo, guidati in primo luogo da Pietro e successivamente da Paolo, le cui idee ad un certo punto risultarono dominanti, fu un’altra cosa.

Quest’altra cosa, per presentarsi non come diversa ma come un “seguito”, una prosecuzione della cosa originaria, ebbe necessariamente bisogno della mistificazione. E la prima, assoluta, mistificazione, quella per la quale si sono usate le parti finali dei vangeli, allo scopo di dimostrare la fondatezza del “nuovo cristianesimo”, è stata elaborata dall’apostolo Pietro, secondo cui la scomparsa del corpo di Cristo dalla tomba equivaleva ad affermare ch’era risorto.

La seconda mistificazione, conseguente a questa, è stata quella di Paolo di Tarso, secondo cui se il Cristo era risorto, allora era “figlio di dio” e se non era ritornato in Palestina da trionfatore, allora non aveva senso continuare a lottare contro l’oppressore straniero.

Con Pietro e soprattutto con Paolo il cristianesimo s’è trasformato da messaggio politico di liberazione nazionale e di giustizia sociale, a messaggio spiritualistico di redenzione morale e universale dal peccato d’origine. Di colpo il cristianesimo diventava politicamente conservatore.

Solo nella sua fase iniziale il cristianesimo arrivò a chiedere una certa separazione di chiesa e Stato, finché poi con Costantino e soprattutto con Teodosio fu imposto a tutto l’impero un nuovo Stato confessionale, vietando le manifestazioni del culto pagano o comunque non cristiano.

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Ora facciamo un esempio di falsificazione preso direttamente dal Vangelo di Giovanni. Durante l’ultima cena Gesù commissionò a Giuda un compito molto importante, caratterizzato da un certa urgenza (non dimentichiamo che si era alla vigilia dell’insurrezione anti-romana), e usò le parole: “Quello che devi fare, fallo presto” (13,27).

Il significato di queste parole, nel contesto semantico in cui sono collocate, è ambiguo, e infatti Giovanni scrive che risultò incomprensibile ai discepoli, ma il suo manipolatore lascia intendere, in una maniera che l’esegesi laica non può accettare, che i Dodici non avevano capito l’intenzione che Gesù aveva di farsi ammazzare per il bene dell’umanità. In tal senso l’invito a sbrigarsi avrebbe dovuto essere inteso in tale maniera: “Se mi devi tradire, assumiti le tue responsabilità e adempi così al disegno divino secondo cui il Cristo deve morire”.

Il Cristo cioè doveva morire per salvare l’umanità dal peccato d’origine, doveva essere sacrificato come una sorta di “agnello pasquale”. Il tradimento era parte integrante del progetto salvifico di dio. Questa è falsificazione, anzi, peggio, è mistificazione della realtà. Nel senso cioè che la frase può anche essere stata detta in quei termini, ma sicuramente aveva un significato opposto a quello che ci è stato tramandato.

Qui purtroppo possiamo solo ipotizzare delle varianti interpretative di un ordine che aveva tutta l’aria di essere di tipo militare: “Verifica se possiamo contare su questo o quell’alleato, poiché l’insurrezione è imminente”; oppure “Avvisa gli alleati di tenersi pronti questa notte all’insurrezione armata”; oppure “Avvisa il tuo partito di riferimento di tenersi pronto” (supponendo – e di alcuni lo sappiamo anche – che i Dodici provenissero da diversi ambienti politici e non fossero semplicemente dei pescatori).

Esempi come questi sono numerosissimi in tutto il Nuovo Testamento. Basta farne un altro ancora per convincersene.

Proviamo ad applicare una regola grammaticale a una delle frasi fatte pronunciare da Gesù nel quarto Vangelo: “Io sono il figlio di Dio”, oppure l’equivalente “Io e il Padre siamo una cosa sola”.

Se a questa frase avesse aggiunto “non voi”, la proposizione sarebbe stata esclusiva, nel senso che la propria appartenenza alla natura divina sarebbe stata affermata come una “prerogativa personale”.

Se invece avesse aggiunto “come voi”, la proposizione sarebbe stata comparativa. Sicuramente, in questo caso, la democrazia conseguente sarebbe stata molto più significativa di quella che si poteva inferire dall’affermazione esclusivista, dal sapore anzi aristocratico, dove dio appare in veste di monarca che considera il proprio figlio unigenito come unico portavoce della volontà divina, unico intermediario tra la divinità e l’umanità.

Ancora oggi i cristiani pretendono che questa espressione esclusiva venga interpretata alla lettera: questo per loro è un dogma fondamentale, assolutamente irrinunciabile. Infatti sanno che l’espressione comparativa potrebbe anche essere interpretata in maniera simbolica o metaforica.

Di fronte a un’espressione esclusivista – se Cristo davvero l’avesse detta – gli ebrei non potevano che accusarlo di ateismo, in quanto nessun uomo può “farsi dio” o ritenersi tale, escludendo gli altri, tanto meno sostenendo la propria dipendenza genetica (ontoteologica) a un dio-padre.

Peraltro gli ebrei non pretendevano neppure d’essere considerati tutti “figli di dio”; al massimo usavano l’espressione “figli di Abramo”. Tra Jahvè e l’uomo c’era troppa distanza perché qualcuno potesse pretendere d’equipararsi alla divinità: il nome di “dio” non poteva neppure essere pronunciato (se non dal sommo sacerdote nel giorno dell’espiazione) e al posto della parola Yahweh, scritta secondo il tetragramma YHWH, si doveva pronunciare la parola “Adonaj” o “haShem” (“il Nome”).

Pertanto un Gesù esclusivista non solo poteva apparire ateo agli occhi di un giudeo, ma inevitabilmente appariva anche folle, un vero e proprio bestemmiatore, privo di razionalità e di eticità.

E la cosa non sarebbe cambiata di molto se avesse sostenuto un’espressione allargata, inclusivista di tutto il genere umano. Infatti l’espressione “siamo tutti figli di dio” per un ebreo avrebbe potuto comportare una relativizzazione del primato storico di Israele, rendendo gli ebrei uguali a tutti gli altri popoli della terra; avrebbe incrinato le fondamenta della società basata sulla precedenza del “religioso” (gestito dalla casta sacerdotale) rispetto al “civile”. Se si è tutti “figli di dio”, non ci può essere qualcuno che, per motivi storici, lo è più degli altri (l’ebreo rispetto al gentile, in virtù del patto d’alleanza con Jahvè; o, per motivi funzionali, il sommo sacerdote rispetto al semplice credente).

Un’affermazione comparativa come quella avrebbe potuto sostenerla anche il Battista, il quale però s’era limitato a dire che i veri “figli di Abramo” non sono quelli che hanno poteri politici o istituzionali, né quelli che possono vantare ascendenze e genealogie prestigiose, ma piuttosto i semplici e onesti credenti che lottano per la giustizia sociale e la liberazione nazionale.

Dunque Gesù, in quell’occasione, disse un’altra cosa, che i redattori “credenti” dovevano per forza censurare, e cioè che tutti gli uomini sono divini, nessun escluso. Nell’universo non c’è alcun dio che non sia l’uomo stesso: era questa l’affermazione che più scandalizzava gli ebrei, quella che nei vangeli è stata omessa non solo per ragioni di opportunità ma anche di legittimità rispetto alla teologia petro-paolina; un’affermazione assolutamente ateistica, che si è voluta mistificare facendo dire al Cristo che solo lui era “figlio di dio” secondo natura, in quanto unigenito; un’affermazione per la quale si voleva linciarlo senza processo (mentre non è da escludere che nella realtà volessero farlo per la motivazione opposta, quella appunto ateistica).

Proprio mentre Gesù voleva dare all’uomo la massima autonomia decisionale, i fanatici della religione pensavano che, riducendo la propria dipendenza da dio, si toglieva all’uomo la propria dignità. Un atteggiamento, questo, riscontrabile in tutte le religioni.

1 Attenzione che col concetto di “laicità” non va intesa la possibilità di permettere alla chiesa di concepirsi politicamente o anche solo giuridicamente come uno “Stato” all’interno di un altro Stato. Una presenza ecclesiastica del genere nega, ipso facto, qualunque laicità statale. “Laicità” vuol dire piuttosto “separazione” di chiesa e Stato, e in campo culturale vuol dire “interpretazione umanistica”, dove qualunque aspetto “religioso” è escluso a priori, anche quando viene usato in senso metaforico o simbolico, anche quando lo si vuol far passare, come fece Maritain, dietro formule che il laicismo potrebbe in via di principio accettare, come quella dell'”umanesimo integrale”.

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Autore: laicusblog

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