L’idea di ateismo nel cristianesimo

Nel vangelo di Giovanni ci sono vari passi in cui i redattori, che certamente sul piano intellettuale non erano degli sprovveduti, cercano di esprimere le loro idee relative all’ateismo. Essi dovevano aver letto i testi fondamentali della Sofistica greca, che generalmente, sull’argomento, non era in alcun modo favorevole ai miti e alle leggende.

Il loro ateismo però è diverso da quello della Sofistica. Infatti è un ateismo (ovviamente in riferimento ai tempi di allora) che si presenta nei panni del teismo, o meglio del cristocentrismo o cristomonismo, in quanto l’idea di dio, per la prima volta nel pensiero ebraico, passa attraverso l’esistenza di una persona, considerata divino-umana, in via esclusiva, cioè tale per cui essa solo può esserlo. La prerogativa della divinità viene attribuita al solo Cristo, per cui viene negata, p. es., a tutti gli imperatori romani e persino a tutti gli dèi del mondo antico.

Per quale motivo in questo caso possiamo parlare di “ateismo”? Perché per un ebreo nessun uomo poteva considerarsi così perfetto da essere ritenuto un dio.

Quando i redattori fanno dire al Cristo d’essere l’unico o l’unigenito figlio di dio, praticamente gli attribuiscono una caratteristica divina assolutamente univoca, inimitabile o ineguagliabile. Certo, anche gli uomini sono, per il cristianesimo, “figli di dio”, ma non nella stessa maniera. Noi partecipiamo all’essenza divina, non abbiamo una natura divina ingenerata o eterna.

I greci, quando manifestavano il loro ateismo, si limitavano a dire che dio è una creazione della fantasia umana. L’uomo ha bisogno di creare un ente perfetto a titolo consolatorio, al fine di trovare una spiegazione all’insensatezza della vita o alla imprevedibilità o spaventosità dei fenomeni naturali.

Con i redattori del quarto vangelo la cosa è diversa. Solo di Cristo si dice che è la verità della vita, per cui solo lui può dire di essere l’immagine di dio, la sua perfetta rappresentazione divino-umana. “Chi vede me, vede il Padre” – dice a più riprese – “perché mi chiedete di mostrarvi Dio?”.

Quindi praticamente coi vangeli l’ateismo si esprime riconducendo dio a una persona fisica, che però, in via esclusiva, è anche di natura sovrumana. Questo ragionamento non poteva essere accettato né da un ebreo, per il quale l’unico vero dio era ed è Jahvè, cioè colui che è e che non è rappresentabile in alcuna maniera, poiché se lo si facesse inevitabilmente gli si ridurrebbero le caratteristiche divine, essendo l’uomo sommamente imperfetto. Ma non poteva essere accettato neppure da un greco, poiché gli unici esseri non strettamente umani erano chiaramente un prodotto mitologico della fantasia dei poeti. I greci potevano anche credere nell’esistenza degli dèi, ma non potevano credere che un uomo fosse una divinità in senso stretto. Ecco perché quando sentono parlare Paolo all’Areopago, gli ridono in faccia. Infatti non stava parlando come uno dei poeti, intenzionato a introdurre un nuovo mito letterario ad Atene. Paolo presumeva di raccontare cose che, secondo lui, erano veramente accadute.

Al dire dei greci sugli dèi si potevano raccontare molte storie fantastiche, in cui si era liberi di credere o di non credere, anche se il fatto di non credervi risultava poco confacente con le tradizioni aristocratiche o popolari di una polis; senza poi considerare che una coerente posizione ateistica finiva col ridurre di molto le potenzialità letterarie della fantasia umana. In ogni caso non si poteva indurre a credere che un uomo reale andasse considerato come una reale divinità.

Quindi il cristianesimo va considerato come il superamento, nell’ambito della religione, sia dell’ebraismo che del paganesimo. Dell’ebraismo perché circoscrive la divinità a un soggetto esclusivo, di natura divino-umana; del paganesimo perché questo soggetto non è fittizio ma reale ed è così reale che rende irreali tutti gli altri dèi.

Ora, perché questa forma di ateismo cristocentrico del cristianesimo oggi viene considerata del tutto superata, o comunque in via di definitivo superamento? Anche qui il motivo è molto semplice: l’uomo ha capito che, se riesce a risolvere le proprie contraddizioni sociali, è dio di se stesso.

Cioè l’uomo ha capito che possiede i mezzi e gli strumenti per affrontare e risolvere, senza l’aiuto di alcun dio, tutti i suoi problemi. Ma allora – ci si può chiedere – perché non lo fa? Non è per mancanza di intelligenza o di potenzialità operativa, ma proprio per difetto di volontà. L’uomo non riesce a risolvere le contraddizioni sociali, quelle antagonistiche, non perché è una creatura debole, viziata dal peccato originale, ma soltanto perché non ha il coraggio di abbattere i poteri forti che vogliono tenerlo sottomesso. È con l’idea e soprattutto la pratica della rivoluzione politica che l’uomo ha cominciato a credere d’essere un dio. Ed è da quando ha capito che bisogna ribellarsi per poter essere una divinità che, a proprie spese, ha imparato a correggere i propri errori.

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Autore: laicusblog

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