Premessa su Gli apostoli traditori

Il presente commento agli Atti degli apostoli non ha la pretesa di porsi come una ricerca di tipo storico, in quanto non si sono messe a confronto fonti diverse.

Il commento è semplicemente una riflessione culturale, in cui elementi di teoria politica o di critica dell’ideologia risultano prevalenti. In tal senso si è accuratamente evitato di sbilanciarsi in giudizi sull’attendibilità dei fatti narrati, mettendoli a confronto con versioni discordanti, e ci si è limitati a osservare che, in virtù di determinate interpretazioni critiche, i fatti esaminati avrebbero potuto essersi svolti diversamente e, a volte, si è anche cercato di dimostrarlo astrattamente.

Si è altresì rinunciato consapevolmente a fare riferimenti alle opere storiche di Giuseppe Flavio, anche quando sarebbe stato opportuno, semplicemente perché, ai fini dell’economia del nostro discorso, non sarebbe servito, in quanto alle tesi qui elaborate si può credere solo nella misura in cui si ritiene sufficiente la coerenza interpretativa, non storica ma teorica, che le supporta.

D’altra parte Flavio è stato – come noto – un ebreo traditore degli ebrei, come gli apostoli sono stati cristiani traditori del Cristo, e tutti scrivono sotto il diktat di Roma: dunque per quale ragione si dovrebbe dare più ragione a Flavio che non ai redattori del Nuovo Testamento?

Questo per dire che le fonti storiche, di per sé, non servono affatto per determinare la verità dei fatti, poiché esse stesse sono falsate o falsificate. La storia è maestra di falsità proprio perché scritta da chi detiene il potere, o direttamente o, come appunto nel caso del Nuovo Testamento o delle Antichità giudaiche di Flavio, indirettamente. Parteggiare per una fonte piuttosto che per un’altra ha un senso molto relativo.

Se, in virtù di concezioni ateistiche, avessimo dovuto dar ragione alle fonti pagane, che ignorano quasi del tutto l’esistenza del Cristo, avremmo sicuramente fatto un errore colossale. Su Cicerone sappiamo tutto, eppure oggi chi avrebbe il coraggio di sostenere che contro Caligola aveva torto? E forse si è mai visto un libro che abbia parteggiato per Bruto e Cassio contro Cesare?

Di fronte al Nuovo Testamento ci si deve in sostanza rassegnare e ragionare per così dire e concessis, come faceva Kierkegaard col caso Adler. Cioè non avendo strumenti o fonti differenti da usare per dimostrare determinate tesi, si deve in ultima istanza dare per scontato che la versione dei fatti del Nuovo Testamento sia quella più verosimile, pur sapendo che ad essa è sottesa una precisa ideologia, che tende a mistificare la realtà dei fatti, ovvero il contenuto che dà a questi fatti un qualche significato.

Questo commento, se si vuole, parte dal presupposto che aveva l’inglese Samuel Brandon[1], secondo cui il Nuovo Testamento è nel complesso una menzogna, poiché i cristiani volevano dimostrare ai romani che gli unici colpevoli della crocifissione del Cristo erano stati gli ebrei.

L’obiettivo principale del commento è dunque quello di cercare di scoprire, usando le stesse fonti cristiane, dove sia possibile rinvenire, negli Atti degli apostoli, le tracce del tradimento del messaggio originario del Cristo, cioè le tracce della mistificazione, le quali sono state frutto di un lungo e complesso lavoro redazionale, in cui mani abilissime hanno saputo mescolare, in maniera molto efficace, episodi veridici con altri del tutto inventati, al punto che un lettore ingenuo finisce col considerare tutto o quasi tutto vero, come è appunto successo negli ultimi duemila anni di esegesi confessionale (quella critica possiamo farla risalire, come origine, ad alcuni esponenti della Sinistra hegeliana).

Gli ebrei non sono stati come i greci, che s’inventavano favole in cui bisognava fingere di credere. Gli ebrei, ovvero i cristiani, hanno inventato storie la cui verosimiglianza diventava, in virtù della fede, oro colato. Essi hanno saputo prendere le cose dalla realtà, salvo un particolare, la cui importanza era però in grado di falsificare tutto il resto.

Trovare il bandolo della matassa è un’impresa disperata, e noi non possiamo fare altro che lavorare – come direbbe Althusser – su dei fantasmi, cioè sul «non detto», mistificato da un «detto» coerente, non banale, sulla base peraltro di un’ideologia che non parla mai da sola, in maniera esplicita, ben individuabile, ma sempre per mezzo di parole e fatti che alla resa dei conti, cioè alla luce di un’analisi razionale, laico-umanistica, risultano incredibilmente ambigui, non tanto perché inverosimili, quanto perché volutamente manipolati.

Sotto questo aspetto la letteratura ebraico-cristiana resta superiore a qualunque altra letteratura.

Nota

[1] S. Brandon, Gesù e gli zeloti, ed. Rizzoli, Milano 1983, ma di lui bisogna leggersi anche La caduta di Gerusalemme e il Processo a Gesù.

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Autore: laicusblog

webmaster www.homolaicus.com

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