Questioni preliminari di metodo esegetico

Falsificazioni e mistificazioni

Quando si leggono i vangeli sembra d’avere a che fare con dei testi dalla forma quasi elementare, che non potrebbe reggere minimamente il confronto con le Antichità giudaiche di Giuseppe Flavio, o coi testi storici di Tacito, Erodoto o Tucidide, e men che meno con le tragedie classiche del mondo greco. Eppure la loro forza sta proprio nella semplicità apparente con cui presentano vicende molto profonde e complicate.

La maestria redazionale degli evangelisti non sta tanto nella capacità letteraria (che pur p. es. non manca in Giovanni), quanto piuttosto nel far sembrare vera una cosa falsa e falsa una cosa vera, prendendo spunto dalla realtà. In questo gli scrittori di origine ebraica restano insuperabili. In via del tutto preliminare, prima di accingersi a leggere qualsivoglia pericope, bisognerebbe anzitutto precisare la distinzione tra i concetti di “falsificazione” e “mistificazione”.

Falso, sul piano letterario, può essere un qualunque documento che descrive una realtà mai accaduta: generalmente p. es. tutti gli Apocrifi, esclusi dal canone del Nuovo Testamento, sono palesi falsificazioni, in quanto pure e semplici invenzioni leggendarie, alla stregua dei miti pagani. Più interessanti semmai sono le svariate controversie teologiche che si celano tra le loro pagine.

Essi non sono però falsificazioni di testi originali che dicevano la verità o che si avvicinavano alla realtà con maggiore verosimiglianza. Più che nel genere delle “falsificazioni”, gli Apocrifi andrebbero classificati in quello delle “invenzioni”.

Anche i vangeli canonici contengono molte invenzioni (p. es. le genealogie del Cristo, i racconti sui suoi natali, quelli sulla resurrezione…), ma questo genere letterario, nel suo complesso, andrebbe messo nella categoria delle “mistificazioni”.

Mistificazione vuol dire falsificazione di dati reali. Mentre la falsificazione di un testo viene fatta su un testo precedente, con intento mistificatorio (questo, p. es., nel quarto Vangelo è molto evidente), oppure è invenzione di cose mai accadute, fatte passare per vere (p. es. i prodigi miracolosi del Cristo, ma anche tutta l’Odissea di Omero), la mistificazione è invece sin dall’inizio una lettura deformata della realtà, una lettura che parte da un’interpretazione distorta delle cose, viziata da un difetto di fondo, che resta preliminare a tutto. Per questo motivo è più difficile da individuare. Di sicuro, p. es., se si trovasse il Vangelo originario di Marco, scopriremmo ch’era un testo mistificato: le ulteriori falsificazioni che su questo testo sono state successivamente aggiunte (p. es. il battesimo di Gesù) erano in linea con quella mistificazione.

Di fronte a molti testi si è ermeneuticamente incerti, come quando negli interrogatori di polizia non si sa se credere di più a chi nega ogni cosa o a chi dice le mezze verità. E noi non possiamo “torturare” nessun redattore, nessun testimone, non solo perché questo – anche nel caso in cui fosse possibile – sarebbe umanamente indegno, ma anche perché qui si ha spesso a che fare con intellettuali che si lascerebbero facilmente martirizzare, nella convinzione d’apparire più convincenti.

Occorre dunque indurre i testimoni a parlare da soli, spontaneamente, mettendoli di fronte alla realtà dei fatti, facendo soprattutto capire loro che le decisioni che hanno preso noi le giudichiamo “umanamente comprensibili”, ancorché non “pienamente legittimate”. Un esegeta deve “capire”, non “condannare”. Un giudizio è “storico” quando non fa il singolo responsabile di processi in cui la libertà s’è giocata in maniera collettiva. Spesso all’interno delle mistificazioni s’incontrano ulteriori falsificazioni, di gravità minore: sono le cosiddette “interpolazioni” arbitrarie dei copisti, volute (per motivi ideologici) o accidentali (in questo caso dovute a distrazioni, errate interpretazioni ecc.). Bisognerebbe esaminare i due vangeli fondamentali: Marco e Giovanni, classificando ogni versetto, ogni pericope, nelle tre categorie fondamentali: mistificazione, falsificazione e invenzione.

Un esempio

Giusto per fare un esempio, prendiamo la chiusura autentica del Vangelo di Marco (16,1-8), cui segue quella posticcia a partire dal v. 9:

le donne, andate al sepolcro per imbalsamare Gesù, lo trovarono vuoto.

La descrizione è apparentemente realistica, in quanto è verosimile che siano potute andare al sepolcro il giorno dopo la sepoltura, ma è del tutto inverosimile che vi siano andate con l’intenzione d’imbalsamare, senza l’aiuto di qualcuno che aprisse loro l’ingresso della tomba, chiuso con una pietra molto pesante.

le donne videro un giovane dentro il sepolcro.

La descrizione è palesemente inventata in quanto magica o mitologica: il giovane che parla è in realtà la coscienza “religiosa” della chiesa post-pasquale, intenta a giustificare il proprio tradimento politico del messaggio originario del Cristo.

il giovane disse loro che Gesù era risorto ed era andato in Galilea, per incontrarsi di nuovo coi discepoli.

La descrizione è mistificante, in quanto si fa coincidere arbitrariamente un fatto reale (la tomba vuota) con una tesi arbitraria (la resurrezione) e questa con un’altra tesi ancora più indimostrabile (la parusia), con l’aggiunta di una contrapposizione tra Galilea e Giudea.

le donne, spaventate, non raccontarono niente a nessuno.

La descrizione è falsa con intenti mistificatori, in quanto le donne andarono, inevitabilmente, a riferire agli apostoli quel che avevano visto, sostenendo la versione del trafugamento del corpo, mentre la tesi della resurrezione viene fatta risalire implicitamente all’apostolo Pietro, che è all’origine del Vangelo di Marco.

La mistificazione evangelica, che è un’interpretazione arbitraria di un fatto realmente accaduto, venne elaborata basandosi sulla constatazione della tomba vuota, a fronte della quale la chiesa post-pasquale non si limitò ad affermare: “Non sappiamo dove sia il suo corpo”, ma pretese addirittura di sostenere il contrario: “È risorto, non è qui”. Cioè il concetto di “resurrezione” venne applicato a un fatto che non era più “reale” ma era già un’interpretazione.

La tomba vuota non è stata interpretata come “evento umano ancorché inspiegabile”, bensì come “evento spiegabile in senso sovrumano”. Pur non avendo alcuna prova della resurrezione, la si è data per certa (“Se Cristo non è risorto, vana è la nostra fede”, dirà Paolo). È noto infatti che tutti i racconti che parlano delle apparizioni del risorto sono delle finzioni letterarie di tipo simbolico-evocativo, che spesso celano controversie reali tra i discepoli, come p. es. quella tra Pietro e Giovanni o quella tra Tommaso e gli altri apostoli.

Nei Sinottici l’uso dell’interpretazione (“è risorto”) risulta così prevalente rispetto alla descrizione della realtà (“non è qui”), che gli evangelisti non hanno neppure avvertito il bisogno di citare il fatto che Pietro e Giovanni, quando entrarono nel sepolcro, trovarono la Sindone piegata e riposta da una parte, come risulta nel quarto Vangelo, dove, dopo che Giovanni l’ebbe vista, viene scritto: “E vide e credette” (20,8).

La parola “credere” è stata qui interpretata con intento mistificatorio da uno dei redattori (manipolatori) del quarto Vangelo, che ha voluto aggiungere subito dopo: “Non avevano ancora capito quello che dice la Bibbia, che Gesù doveva risorgere dai morti” (v. 9). Il fatto ch’egli abbia avvertito l’esigenza di fare questa precisazione, del tutto falsa, induce inevitabilmente a pensare che, per lui, il “credere” del v. 8 non voleva esattamente dire la stessa cosa. Infatti per l’evangelista Giovanni la Sindone attestava che il corpo non era stato trafugato da qualcuno, ma era stranamente scomparso, senza che nessuno avesse mai potuto ritrovarlo o rivederlo ancora vivo e vegeto, quindi la tesi petrina della “resurrezione” andava considerata come un’arbitraria o molto ipotetica interpretazione, certamente non come un dogma di fede.

Il falsificatore doveva conoscere bene questa dubitativa posizione giovannea, altrimenti non avrebbe aggiunto al fatto ch’egli “credette” alla misteriosa scomparsa del cadavere, l’idea che ancora non aveva accettato la tesi mistica della resurrezione.

Anche da questa semplice ricostruzione dei fatti si evince bene che se il quarto Vangelo è stato il tentativo di far luce sulle mistificazioni dei Sinottici, lo stesso Vangelo è stato a sua volta alterato in modo da rendere quasi irriconoscibile l’originale.

Concludendo, oggi possiamo tranquillamente dire che i vangeli partono sì dalla realtà dei fatti, ma per stravolgerla completamente nel suo significato, che da umano diventa sovrumano, da politico diventa religioso. Il motivo per cui, invece che dare un’interpretazione realistica dei fatti, si sia preferita la soluzione mistica, va ricercato nell’incapacità che i discepoli di Gesù hanno avuto, dopo la sua morte, di proseguire il suo messaggio di liberazione così come lui l’aveva elaborato.

Detto questo si può qui aggiungere che forse l’aspetto che ci rende ancora interessanti i vangeli non è tanto quello di voler scoprire le loro molteplici mistificazioni, quanto piuttosto quello di vedere se in essi possono ancora sussistere degli elementi paradigmatici utili all’uomo contemporaneo, ovviamente dopo averli depurati da tutte le incrostazioni di tipo teologico che li caratterizzano. P. es. l’analisi della procedura processuale con cui venne condannato il Cristo potrebbe forse aiutarci a capire il formalismo giuspolitico della democrazia nell’ambito delle civiltà antagonistiche.

Assolutamente drammatici, degni di stare a fianco delle grandi tragedie greche, sono quei brani ove il popolo decide di far morire in croce il proprio messia, nella convinzione (stimolata ovviamente dai ceti intellettuali e di potere) che quella fosse la soluzione migliore per i destini di liberazione nazionale del proprio paese. Sono innumerevoli i passi evangelici in cui l’ambiguità delle parole pesa come un macigno sull’interpretazione che se ne può dare.

Lo stesso Caifa, quando convinse il Sinedrio a decretare la morte di Gesù, era più che certo di compiere il bene del proprio paese. Persino Giuda probabilmente non si sentiva affatto un traditore, ma un uomo avveduto, prudente, politicamente moderato. La descrizione abbietta che ne fanno i Sinottici è semplicemente ridicola.

Storia dell’esegesi

Per quale motivo tutti i commenti esegetici fatti ai vangeli e in genere al Nuovo Testamento dall’inizio dell’esegesi cristiana sino a quelli di H. Reimarus (cui si fanno risalire le prime operazioni di smontaggio laico del cristianesimo primitivo) e soprattutto fino a quelli di D. F. Strauss e B. Bauer della Sinistra hegeliana (dopo i quali sarà definitivamente impossibile tornare indietro), non valgono assolutamente nulla ai fini della comprensione del cosiddetto “vero vangelo di Gesù”?

Semplicemente perché essi non supponevano un intento falsificatorio da parte degli evangelisti e davano per scontato che il Cristo fosse stato un semplice redentore dell’umanità e non un liberatore politico-nazionale.

I commenti esegetici pre-critici si differenziano tra loro solo in questo senso: quelli cattolici sono favorevoli all’affermazione monarchica del pontefice (il cui antesignano essi ritengono sia stato Pietro); quelli ortodossi invece sono favorevoli all’affermazione collegiale degli apostoli (e quindi di tutti i vescovi e metropoliti loro successori).

I primi commenti ovviamente sono stati quelli ortodossi, che vedevano in Cristo un maestro dell’amore universale, senza ambizioni di tipo politico terreno. Sono stati poi i cattolici a fare del Cristo un soggetto politico-religioso, trasformando il suo messaggio universale in una religione specifica da accettare senza discutere.

Certo, è anche esistita, in ambito cattolico-romano, una critica di certe interpretazioni anti-patristiche, formulate dalla chiesa romana (p. es. quelle sul primato di Pietro), che per un momento hanno lasciato presagire la possibilità di un’esegesi laica dei vangeli (si pensi p. es. al Defensor Pacis di Marsilio da Padova e alle tante opere delle eresie pauperistiche). Ma nel complesso non si può dire che tali interpretazioni abbiano dato una svolta significativa agli studi confessionali del cristianesimo primitivo.

Quanto all’esegesi di area protestante, di una cosa bisogna esserle riconoscente: avendo portato alle estreme conseguenze le assurdità dell’esegesi cattolica, essa ha finito col mettere in dubbio la stessa autenticità dei vangeli, aprendo così le porte alla moderna critica scientifica, che di religioso non ha proprio nulla. I protestanti laicizzeranno così tanto i contenuti religiosi che il passaggio alle esegesi di tipo umanistico, storicistico, mitologistico diverrà in un certo senso inevitabile.

Oggi tutte le esegesi strettamente confessionali, pur di “salvare il salvabile”, tendono ad affidarsi alle interpretazioni simboliche più azzardate, giustificando qualunque affermazione evangelica, anche la più inverosimile. In particolare esse si preoccupano di emarginare tutte le interpretazioni laiche che sottolineano troppo le difformità tra un vangelo e l’altro.

Si pensi solo a quali salti mortali sono stati fatti per sostenere che i “fratelli di Gesù” non erano “uterini”, ma “fratellastri” o “cugini”.

Tre criteri esegetici nell’interpretazione dei Vangeli

I tre criteri elaborati dall’esegesi biblica confessionale al fine di stabilire quando un testo evangelico è autentico al 100% sono i seguenti:

1. Testimonianza multipla: un dato è storico quando viene riscontrato in tutti o in più vangeli, ed eventualmente anche in altri scritti del Nuovo Testamento. Prendiamo p. es. il battesimo di Gesù. Ne parlano i Sinottici, ma non Giovanni, che fu testimone oculare della vita di Gesù, particolarmente del primo periodo della sua vita, quando tra il Battista e il Cristo esisteva una certa affinità di vedute, venuta poi meno a causa della decisione del movimento nazareno di compiere un’attiva epurazione del Tempio dalla corruzione dilagante.

Ora, secondo il criterio della testimonianza multipla, il battesimo dovrebbe essere considerato come un fatto storico. Eppure proprio l’esegesi laicista oggi, anche alla luce delle scoperte di Qumrân, non ha dubbi nel ritenerlo inventato dalla comunità post-pasquale, che aveva ripreso i rapporti con quella battista dopo il tradimento degli ideali politici del Cristo.

Va detto inoltre che è assai curioso considerare come “fonti” Matteo e Luca i cui vangeli dipendono per almeno l’80% da quello di Marco, mentre la parte restante è assimilabile alla letteratura apocrifa.

2. Difformità: un determinato elemento del vangelo è considerato autentico quando la mentalità del giudaismo contemporaneo di Gesù e quella della chiesa al tempo dell’autore del vangelo non sono in grado di giustificarlo.

Con questo criterio – è facile notarlo – si può giustificare qualunque cosa. In pratica è come se si volesse sostenere la seguente tesi: poiché Gesù è il figlio di dio, egli poteva affermare o fare cose con un’autorità sconosciuta alle persone del suo tempo, cioè cose che non potevano essere comprese sul momento, ma solo successivamente.

In tal senso, p. es., si considera autentica la parola “Abbà” riferita da Gesù a dio-padre, che invece l’esegesi laicista considera un’invenzione della comunità post-pasquale.

3. Conformità: un detto o un gesto di Gesù è da ritenersi autentico quando risulta essere in conformità col tempo e con l’ambiente in cui egli visse, e coerente con l’annuncio del regno di dio.

Se era vero il criterio precedente, come può esserlo anche questo, che è l’esatto opposto? È stupefacente come la chiesa riesca a mettere insieme criteri così discordanti. E questo senza considerare che sulla base del solo criterio della conformità non si riuscirebbe mai a comprendere la reale diversità del Cristo dal giudaismo del suo tempo.

Meriti e demeriti della critica positivistica della religione

Tutta la migliore cultura razionalistica, illuministica e positivistica europea ha affrontato l’argomento “vangeli” secondo l’impostazione dell’invenzione. I più importanti teorici sono stati Feuerbach e alcuni esponenti della Sinistra hegeliana: D. F. Strauss e Bruno Bauer.

È stato sulla base di questi studi che progressivamente è emersa anche l’altra impostazione: quella della falsificazione.

Con la nascita del socialismo scientifico, soprattutto con gli studi di Engels e di Kautsky, e successivamente con quelli dell’inglese Brandon, che non era marxista e che riprese e sviluppò gli studi di Eisler, Hengel e Stauffer, è venuta emergendo un’analisi delle origini del cristianesimo che per certi versi lascia ancora più sconcertati. I vangeli mistificano la realtà presentando un Cristo del tutto spoliticizzato, e questo per far sì che i cristiani venissero accettati senza riserve dalle istituzioni romane. In pratica il Cristo dei vangeli è un’invenzione che si basa su una falsificazione.

In Russia queste due interpretazioni le chiamarono con altri nomi: “scuola mitologista” e “scuola storicista”. L’esponente più significativo della prima fu Iosif A. Kryvelev. L’altra scuola ha avuto molti seguaci. Non erano scuole in opposizione, ma portavano a risultati diversi.

La scuola mitologista (di cui in Italia il maggiore rappresentante è stato Ambrogio Donini) si è sempre preoccupata di dimostrare che il Nuovo Testamento in nessuna parte può essere considerato una fonte storica e che allo stato attuale delle fonti un affronto storicistico del cristianesimo è praticamente impossibile. Questa corrente si è in sostanza servita delle contraddizioni relative a spazio e tempo per dimostrare l’infondatezza di tutte le tesi religiose.

L’altra scuola invece ha ragionato in termini ipotetici e s’è chiesta se, pur dando per scontate alcune cose, si potrebbe arrivare lo stesso a una conclusione laico-razionale nell’analisi del cristianesimo primitivo. In pratica la domanda che s’è posta è stata la seguente: ammesso che il Cristo sia esistito, per quale ragione lo si è voluto presentare come un dio e non come un uomo? perché lo si è voluto completamente spoliticizzare e in che modo si può dimostrare la presenza di questa volontà mistificatrice?

La critica positivistica della religione, fissandosi sulla tesi dell’inesistenza del Cristo, ha finito per impoverirsi, anche se oggi in rete trova seguaci di non poco conto, di cui il principale resta Luigi Cascioli, scomparso di recente. In particolare essa ha liquidato troppo in fretta i Vangeli canonici (in questo errore persino un intelligente storico delle religioni come Donini era caduto).

In effetti, è vero che i Vangeli non sono documenti storici al cento per cento, ma è anche vero che non sono documenti di pura fantasia. Non esiste nessun documento leggendario che non trovi alcun riscontro nella realtà, e non esiste alcun documento storico che non sia anche il frutto di un’interpretazione della realtà. Compito dello storico è appunto quello di trovare un’obiettività minima delle cose.

Ci si è basati troppo sulle contraddizioni insanabili dei vangeli al fine di dimostrare la loro tendenziosità, quando proprio la presenza di contraddizioni offre in genere più garanzie di autenticità che non l’assoluta coerenza letteraria.

Dunque, da un lato il razionalismo positivista ha fatto bene a mettere in dubbio l’equazione di “Gesù storico” e “Cristo della fede”; dall’altro però, insistendo nel dire che non è mai esistito alcun Gesù Cristo, esso si è tolto la possibilità non solo di discutere coi credenti (i quali così si sono sentiti riconfermati nella decisione di restare “cristiani” semplicemente per partito preso), ma anche di scoprire il motivo per cui sul vero vangelo del Cristo sono state operate così tante manipolazioni.

In effetti, è un fenomeno abbastanza curioso che il razionalismo positivista non si sia mai accorto che è sempre stato nell’interesse della chiesa oscurare l’esistenza storica del Cristo. Se tale razionalismo fosse stato meno prevenuto, avrebbe accettato senza difficoltà la tesi secondo cui la chiesa cristiana ha dovuto censurare il Cristo storico proprio perché questi non aveva nulla di religioso. Il Cristo della chiesa cristiana (di qualunque confessione questa sia) è semplicemente un soggetto che “redime” i peccati degli uomini, non un liberatore politico-nazionale, tanto meno un ateo umanista.

Passare dalla inattendibilità del Cristo “redentore” alla sua inesistenza tout-court significa precludersi la possibilità di capire un fenomeno che, pur con tutte le sue falsificazioni rispetto all’autentico messaggio del Cristo (messaggio che, per inciso, va necessariamente letto tra le righe delle poche fonti che ci sono pervenute), rappresenta comunque un progresso rispetto all’ebraismo e al paganesimo.

L’unica fonte autentica del Nuovo Testamento resta la Sindone, che è nel contempo la testimonianza di una presenza umana e politica nel messaggio di liberazione del Cristo e di una sconfitta di tale messaggio. Tutte le altre fonti che ci sono pervenute sono nate dopo il fallimento di tale messaggio e dopo il ritrovamento della Sindone e sono state costruite allo scopo di giustificare quel fallimento. Dopo le lettere paoline i vangeli sinottici sono stati i primi a essere stati scritti e sicuramente sono più attendibili di tutti i vangeli apocrifi, ma non sono più attendibili del Vangelo di Giovanni, l’ultimo a essere stato scritto e il più manipolato di tutti. Per tale ragione l’esegesi laica è arrivata alla conclusione che quanto è stato prodotto, negli ultimi duemila anni, da parte dell’esegesi confessionale, ha un valore alquanto irrisorio e che, se si vogliono continuare ad esaminare le fonti neotestamentarie, bisogna in sostanza ripartire da zero.

Quali prospettive per la ricerca scientifica sulle origini del cristianesimo?

A partire dai vangeli, la chiesa non ha fatto altro, nel migliore dei casi, che ribadire, precisandole, le tesi principali in essi contenute. Con la Sinistra hegeliana si è cominciato a mettere in dubbio, con un’analisi rigorosa dei testi, la validità (storica anzitutto) di molti dei fatti e dei discorsi attribuiti al Cristo.

Da allora è stato un torrente in piena. Tutti i tentativi fatti per difendere l’integrità dei vangeli, favorendo in particolar modo le interpretazioni simboliche e allegoriche, sono miseramente falliti.

Oggi si rivela molto più credibile un qualunque testo laico d’interpretazione dei vangeli che non un testo esegetico altamente specializzato. È il punto di vista sul “caso-Gesù” ad essere radicalmente mutato.

Gli esegeti progressisti hanno definitivamente smesso di credere in tutte quelle sciocchezze relative alla “necessità” della morte di Gesù per la redenzione del genere umano, colpevole di fronte a dio sin dal peccato adamitico, e così via.

La critica esegetica contemporanea ha pienamente dimostrato, dopo circa duemila anni di esegesi confessionale, che, dei Sinottici, il più attendibile – nonostante la sua palese tendenziosità – è il Vangelo di Marco. E non pochi esegeti tendono a conferire un particolare valore, sul piano storico e politico, anche al Vangelo di Giovanni, almeno in quelle parti di tipo non metafisico.

A questo punto però ci si potrebbe chiedere se ha ragione lo storico Donini quando sostiene che dai vangeli non si può desumere alcuna linea politica per il presente. Ora, a parte il fatto che da nessun documento del passato si può desumere, sic et simpliciter, una linea politica per il presente, sarebbe davvero strano se dopo aver smascherato le falsificazioni operate ai danni del messaggio originario del Cristo, mantenessimo nei confronti dei vangeli lo stesso atteggiamento scettico che si aveva ai tempi del razionalismo positivista.

Va certamente rifiutata qualsiasi mescolanza di tipo politico-operativo tra socialismo e religione (essa al massimo ha diritto di cittadinanza nell’ambito della coscienza personale del credente). Tuttavia, se neghiamo al vangelo di Cristo la sua valenza religiosa e conserviamo soltanto quella umana e politica, non si capisce perché nei suoi confronti non potremmo assumere un atteggiamento di interesse o almeno di curiosità. Nei riguardi di qualunque testo che abbia una carica umana e politica innovativa è sempre legittimo cercare motivi ispiratori per l’azione nel presente.

Questo peraltro può portarci a formulare nuove interpretazioni di certi brani evangelici che la tradizione religiosa, con sfumature più o meno rilevanti, ha sempre ricondotto entro canoni esegetici prestabiliti. Si pensi p. es. a come ancora oggi si considera l’espressione “porgere l’altra guancia” (Mt 5,39). Persino i due ateismi scientifici, positivista e marxista, l’hanno sempre intesa come un invito alla pura e semplice “non resistenza al male”, quando invece voleva dire esattamente il contrario.

Oggi sappiamo che l’immagine del Cristo descritta nei vangeli non è quella vera, ma sappiamo anche che nei vangeli è possibile trovare delle tracce autentiche di quello che è stato manipolato. “La forza di Gesù – dice Ida Magli – è stata tale da giungere fino a noi, malgrado tutti i travisamenti che ha subìto, proprio perché vi era implicita una rivoluzione sociale, che non può essere inglobata in nessuna istituzione, in nessuna forma di potere”.1

A tale scopo, il Vangelo di Marco è utile per capire quella parte di vita che Gesù ha vissuto in Galilea, mentre il Vangelo di Giovanni è utile per capire anche quella parte di vita ch’egli ha vissuto in Giudea. In particolare Giovanni, più di ogni altro evangelista, si è interessato agli aspetti politici del messaggio di Gesù, per questo ha subìto le maggiori manipolazioni. Ora però dobbiamo riscoprire il vero volto del Cristo, cioè il suo vero messaggio di liberazione dalle contraddizioni sociali. E per fare questo non abbiamo altre risorse, ancora una volta, che i vangeli. Dobbiamo continuare a lavorare su delle falsificazioni, su dei “fantasmi”, nella speranza di trovare, almeno indirettamente, qualcosa di umanamente positivo.

Nota

1 Ida Magli, Gesù di Nazareth, Rizzoli Milano 2004.

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Autore: laicusblog

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