Quid est veritatis?

La domanda di Pilato è destinata a restare senza risposta?

“Che cos’è la verità?”, chiese il cinico Pilato in un improbabile dialogo con un messia che nello stesso Vangelo di Giovanni, autodefinendosi “figlio di dio”, non aveva difficoltà ad affermare ch’era proprio lui la “verità”.

Se si dovessero prendere alla lettera i vangeli (canonici o apocrifi non importa), la comprensione della verità sarebbe al di là di qualunque capacità umana. Il fatto tuttavia che Gesù pretendesse d’essere considerato un dio, non ha impedito alla gente di crederci e di farlo da ben duemila anni.

Dunque a chi dare ragione? Agli ebrei che, sentendo un leader politico qualificarsi come “figlio di dio” e vedendo che aveva molto seguito, lo uccisero perché temevano che avrebbe scardinato le loro verità (la prima delle quali era appunto che nessuno poteva fregiarsi di un titolo divino), oppure ai cristiani che hanno odiato gli ebrei proprio per aver ucciso il “figlio unigenito di dio-padre”, facendoli così diventare un “popolo deicida” per antonomasia?

I vangeli ci hanno costretti a ragionare in termini a dir poco assurdi, quando essi stessi sono stati un’opera di mistificazione. Come possiamo trovare la verità se sono false o mal poste persino le domande di partenza? Sarà mai possibile trovare una verità sulla vicenda dell’uomo-Gesù quando gli unici testi che ce lo presentano ne fanno una sorta di extraterrestre? quando cioè il genere letterario in cui collocare quelle fonti più che “storico” è “fantastico”?

Come si può parlare di “verità storica” quando chi doveva trasmettercela, ha manipolato così abilmente tutte le fonti da impedirci di fare un minimo di chiarezza? Per settecento anni s’è creduta vera la Donazione di Costantino, e sulla base di essa il papato ha potuto legittimare la propria aspirazione al potere temporale. E quando finalmente si è arrivati a capirlo, era già troppo tardi. Da tempo quel falso aveva raggiunto il suo obiettivo.

Che fare di fronte a situazioni del genere? La storia non ha un tribunale come quello di Norimberga: il massimo che si può fare è affidarsi alla libertà di coscienza.

Tra tanti falsi documentali l’unica verità sembra appunto essere quella relativa al loro carattere tendenzioso, apologetico, ideologico. Siamo persuasi ch’esiste una “verità” proprio perché s’è fatto di tutto per negarla. Al momento non possiamo fare affermazioni in positivo, ma solo in negativo, mettendo in dubbio le pretese certezze.

Vien da chiedersi cosa succederà alla chiesa quando le masse saranno sufficientemente persuase che Cristo si equiparava a dio non per affermare una propria esclusiva divinità, ma, al contrario, per affermare la divinità dell’uomo in quanto tale. Cioè l’identificazione non era per sostenere un’entità separata dall’essenza umana, ma proprio per negarla!

Sicché i titoli “figlio dell’uomo” e “figlio di dio” sarebbero in realtà equivalenti, estensibili a ogni essere umano (ammesso e non concesso che Cristo abbia mai usato un titolo così “religioso” come “figlio di dio”, che gli stessi imperatori romani usavano, passando per blasfemi agli occhi degli ebrei).

Da due secoli e mezzo, a partire cioè da Reimarus, si va dicendo che il Cristo era un politico che voleva cacciare i romani dalla Palestina, quindi tutt’altro che un pacifico predicatore di un regno ultraterreno di verità e giustizia.

Ovviamente la chiesa ha sempre ritenuto falsa questa tesi, nonostante la fondatezza di molte sue argomentazioni. E probabilmente non esiterebbe, ancora oggi, a lanciare scomuniche e anatemi contro quanti volessero sostenerla. Questo però è un segno che alla comprensione adeguata della verità ci si sta progressivamente avvicinando. Cristo non solo era un politico rivoluzionario, ma, fondamentalmente, era anche ateo.

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Autore: laicusblog

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