Sull’umanità del Cristo

A distanza di duemila anni di storia restano ancora da precisare due questioni fondamentali su Gesù Cristo, di cui la prima, negli ambienti laici dell’esegesi, è stata forse sufficientemente chiarita, anche se vi è ancora chi si ostina a sostenere che il Cristo dei vangeli non sia mai esistito, essendo inverosimili certi suoi comportamenti e troppo evidenti e numerose le incongruenze e contraddizioni dei vangeli canonizzati dalla chiesa.

Il che, a dir il vero, non può essere considerato un ragionamento del tutto sbagliato. L’errore sta semmai nel fatto che ci si vuole fermare a questa conclusione, senza rendersi conto che così, in ultima istanza, si fa il gioco dei clericali, i quali, di fronte a chi sostiene che tutta la religione si basa su delle falsificazioni, soprattutto su quelle di coloro che detengono il potere, non hanno difficoltà a ribattere che nessuna religione riuscirebbe a reggersi in piedi sulla base di una falsificazione totale.

Sarebbe infatti meglio che l’esegesi laica parlasse non tanto di “falsificazione” quanto piuttosto di “mistificazione”, cioè di una falsificazione basata su cose realmente accadute, su cose che si sono volute tramandare, in alcuni aspetti essenziali, in maniera distorta, al fine di giustificare delle scelte di campo, delle operazioni culturali, ideologiche, politiche del tutto incoerenti col messaggio originario del Cristo.

Insomma le due questioni su cui vale ancora la pena discutere sono una di carattere politico, l’altra di natura fenomenologica.

Vediamo la prima e chiediamoci: Gesù era un avventuriero o un rivoluzionario di professione? S’è fatto catturare come un dilettante o aveva un certo senso della strategia? Il comportamento tenuto nei confronti del tradimento di Giuda, come va giudicato? È stato ineccepibile o ingenuo?

A queste domande le risposte più convincenti sono quelle che vedono il Cristo come leader politico accorto, prudente, aperto a larghe intese, ma anche risoluto, decisionista, ideologicamente laico, umanista, politicamente democratico, favorevole alla comunione dei beni.

Dopo la morte di Lazzaro egli, pur non senza dubbi interiori, si convinse che quella tragedia poteva anche essere utilizzata per compiere l’insurrezione anti-romana, sempre che ci fosse stato l’appoggio significativo di molti giudei, e infatti l’ingresso messianico glielo confermerà. In occasione della cacciata dei mercanti dal Tempio (una sorta di mezza rivoluzione contro le autorità religiose, compiuta qualche anno prima) aveva rotto i rapporti sia coi farisei che coi battisti, allacciandone di nuovi sia coi samaritani che coi galilei. Tuttavia, pur essendo in Galilea incredibilmente popolare, rifiutò di scendere a Gerusalemme per fare la rivolta, proprio perché voleva anche l’appoggio dei giudei.

Insomma a volte si nascondeva e addirittura sceglieva l’esilio, altre volte si manifestava, a seconda delle circostanze. La Giudea era la sua patria d’origine, ma fu costretto a scegliere la Galilea come patria adottiva, dopo il fallimento della sua prima rivoluzione.

L’insurrezione finale era stata curata nei minimi particolari e sarebbe dovuta avvenire di notte, durante la Pasqua. Il tradimento colse tutti alla sprovvista, proprio perché si era convinti che contro la guarnigione romana non si sarebbero dovuti avere particolari problemi. Purtroppo, nonostante il tentativo di fuga presso il Getsemani, non si poté evitare la cattura di Gesù, anzi lui stesso la favorì pur di assicurare ai suoi la salvezza.

Poi, proprio sul termine “salvezza” i redattori dei vangeli elaborarono interpretazioni del tutto fantasiose, come p. es. che non si trattava di salvezza “fisica” ma “spirituale”, non del “corpo” ma dell'”anima”, non dalla “cattura” ma dal “peccato”, proprio perché il Cristo non doveva apparire come un leader politico ma religioso. E così via.

La seconda questione da affrontare riguarda proprio l’argo-mento che ha fatto scatenare la falsità di queste interpretazioni religiose, ed è la presunta “resurrezione” del Cristo.

Il concetto di “risorto” è stato inventato da Pietro (che parla di “ridestato”) e fatto proprio largamente da Paolo. Esso era già noto al mondo pagano e politeistico, ma veniva usato in senso simbolico-metaforico. Quando Paolo lo usa all’Areopago, in riferimento a una persona reale, gli ridono in faccia.

Gli ebrei però non risero a Pietro quando lui sosteneva, potendolo tranquillamente dimostrare, che il corpo di Gesù era scomparso dalla tomba e che, siccome nessuno l’aveva trafugato, doveva per forza essersi “risvegliato”, e quindi quell’uomo non poteva essere considerato esattamente come gli altri, e che se aveva avuto il potere di ridestarsi dalla morte, allora avrebbe anche potuto evitarla, volendo, e che se invece l’aveva accettata, allora voleva dire che la sua morte andava interpretata come un evento “necessario”, un evento voluto misteriosamente da dio, probabilmente per insegnare agli uomini la loro iniquità, la loro incapacità di liberarsi dalla schiavitù, dall’oppressione, per cui non restava che attendere con ansia il suo imminente ritorno glorioso, in quanto non avrebbe avuto senso una “resurrezione” senza una “parusia”.

L’apostolo Giovanni si staccherà da Pietro quando si renderà conto che, in assenza di una parusia imminente del Cristo, il discorso di Pietro sulla resurrezione diventava rinunciatario rispetto all’esigenza di una insurrezione anti-romana. Paolo poi dirà, vedendo i ritardi insostenibili della parusia, che la schiavitù da cui ci si doveva liberare non era per nulla quella politica ma solo quella religiosa, quella dal peccato originale, per cui i “nemici” dei cristiani non erano i romani (la carne e il sangue), ma i demoni (le potenze dell’aria, i principati e le potestà dei cieli).

Pietro all’inizio rimarrà interdetto per questa svolta spiritualistica, ma poi sarà costretto dagli eventi (e dal successo di Paolo) ad accettare la nuova interpretazione mistica della figura di Gesù Cristo quale figlio unigenito di dio-padre.

*

Ora cerchiamo di capire una cosa di capitale importanza: perché Paolo volle rischiare, nei suoi viaggi missionari, il sarcasmo dei greci, parlando di resurrezione di Gesù Cristo, quando in fondo ne avrebbe potuto fare a meno predicando ugualmente l’esistenza di un aldilà risolutivo per le contraddizioni terrene, in cui il mondo pagano bene o male già credeva? La differenza tra cristiani e pagani non poteva stare in altre cose? P. es. nel fatto che l’aldilà avrebbe potuto essere guadagnato da chiunque avesse compiuto il bene sulla Terra.

Se il cristianesimo petro-paolino si fosse limitato a predicare il rispetto della persona, l’assistenza dei malati, degli orfani, delle vedove e dei bisognosi in genere, l’uguaglianza di genere e altre cose analoghe, non avrebbe avuto ugualmente successo in una società basata sull’individualismo, sui traffici commerciali, sulla violenza militare, sul maschilismo, sull’oppressione dei deboli…? Perché dare così tanto peso alle questioni ultraterrene? Probabilmente il motivo sta nel fatto che quando Pietro predicava il concetto di “resurrezione”, lo associava a un’imminente parusia politica del Cristo. Inizialmente anche Paolo si comportò nella stessa maniera, poi fu costretto a procrastinare il momento decisivo alla fine dei tempi e a beneficio di tutto il genere umano, non solo di Israele, il cui primato storico-politico andava considerato finito per sempre. Paolo lo diceva ancor prima della catastrofe del 70, per questo gli ebrei lo odiavano a morte.

Questo in sostanza per dire che per i primi cristiani il concetto di “resurrezione”, elaborato da Pietro e sostenuto da Paolo e da altri leader del movimento nazareno, aveva un ruolo molto più centrale che nel mondo pagano (con i vari Attis, Dioniso, Osiride ecc.). E ciò è oltremodo significativo, in quanto i primi cristiani erano tutti di origine ebraica, cioè appartenenti a una cultura che non tollerava i miti astrusi dei pagani, tanto meno quelli riferiti a divinità che muoiono e risorgono.

Beninteso anche agli ebrei conoscevano il concetto di “resurrezione” (basta leggersi il racconto di Ezechiele al cap. 37) e anche l’idea di “aldilà” (ne parla p. es. il profeta Daniele, là dove associa la resurrezione del popolo ebraico a una retribuzione ultraterrena; ed erano altresì noti i diverbi tra farisei e sadducei (quest’ultimi non credevano in alcun aldilà), che Paolo utilizzerà per salvarsi dal linciaggio.

Ma queste erano teorie e posizioni molto marginali nel giudaismo ortodosso, che al massimo potevano essere accettate come ipotesi poetiche, come simbologie profetiche: credere con certezza nella resurrezione fisica di un corpo morto sarebbe apparso un’assurdità insostenibile, ai limiti della bestemmia.

Per quale motivo dunque i cristiani hanno voluto scontrarsi su una questione del genere, che sicuramente ostacolava non poco i rapporti con la cultura ebraica? Avrebbero potuto parlare lo stesso di un aldilà di giustizia e di uguaglianza e quindi di una resurrezione finale dei sofferenti e dei martiri. Cosa sarebbe cambiato? Perché insistere su una resurrezione specifica, fisica, miracolosa e soprattutto individuale e storicamente irripetibile?

Vien da pensare che qualcosa di vero ci deve essere stato nella primissima predicazione apostolica (kerygma), benché il concetto di “resurrezione” sia stato usato in maniera falsificante, per negare la politicità rivoluzionaria del Cristo.

Nel Vangelo di Marco, che ha fatto da prototipo a tutti gli altri, la figura del giovane seduto sul sepolcro vuoto rappresenta in un certo senso la posizione petrina, secondo cui il Cristo non era più nella tomba non tanto perché “scomparso” quanto perché “risorto”. L’interpretazione non offre soltanto la spiegazione del fatto ma addirittura lo crea, rendendolo diverso da come in realtà appariva.

“Sepolcro vuoto” non voleva necessariamente dire “resurrezione”, ma semplicemente “scomparsa misteriosa del cadavere”. Per parlare di “resurrezione” vera e propria, bisognava parlare di “riapparizione di un corpo vivente”, ma nel Vangelo di Marco l’ultimo racconto (16,9-20) è stato aggiunto successivamente alla prima stesura.

Il Vangelo si conclude col giovane che dice alle donne che il Cristo attende di nuovo gli apostoli in Galilea (per ricominciare da dove il tradimento e la croce avevano interrotto le cose). Cioè qui la resurrezione viene presentata come se avesse per finalità la parusia del Cristo, più o meno immediata e sicuramente trionfante.

Il fatto che le donne, temendo di essere considerate pazze, non dicano nulla di quel che avevano visto, indica un primo ingenuo tentativo di discolparsi della mancata insurrezione dopo la morte del Cristo, e permette anche di rinunciare all’autocritica da parte degli apostoli, che non avevano saputo impedire la morte del loro leader.

*

Una cosa apparentemente molto strana, nella ricostruzione marciana dei fatti, è che nei vangeli non si usa mai la Sindone, ch’era un reperto concreto, per dimostrare la fondatezza di un’interpretazione astratta come quella della resurrezione (la principale tesi petrina): perché non rendere quel lenzuolo di dominio pubblico?

Pietro, che evidentemente non era uno sprovveduto, doveva aver pensato che se avesse esibito la Sindone, qualcuno gli avrebbe potuto obiettare ch’essa non dimostrava nulla con sicurezza. Al massimo si poteva parlare di “strana scomparsa del corpo”, di “strano effetto sul lenzuolo”, ma certamente non si sarebbe potuto parlare di “morte necessaria”, voluta da dio, di resurrezione voluta anch’essa da dio, di attesa passiva di una parusia trionfante, sicura e imminente.

Noi oggi ci opponiamo alla mistificazione operata da Pietro. Tuttavia il ragionamento che fece non era così peregrino, tant’è che la maggioranza degli apostoli lo condivise. Se il corpo di Cristo non è stato trafugato da qualcuno ma è misteriosamente scomparso e la Sindone l’attesta, allora quell’uomo – deve essersi detto e deve averlo detto agli altri – era più che un uomo comune, per quanto, quand’era in vita, nessuno s’era mai accorto di nulla. Dunque, se aveva qualcosa di più, non si capisce perché non abbia voluto dimostrarlo quand’era in vita (probabilmente lo voleva fare da morto – si sarà detto – per farci capire che da soli non possiamo far nulla, visto che è stato crocifisso come leader che avrebbe potuto liberare Israele dai romani) e, in ogni caso, ora non si capisce perché non si possa credere all’idea ch’egli ritorni in maniera trionfale. Se non torna subito e da vincitore, tutto quello che ha fatto resta inspiegabile. Per che cosa si sarebbe fatto crocifiggere, pur potendolo tranquillamente evitare? Se gli ebrei non sono capaci di liberarsi da soli di Roma, e lui non ritorna, tutto quanto lui in vita ha fatto a cosa è servito? Una volta che lui ha dimostrato, con la sua morte, fin dove noi umani siamo in grado di arrivare, a noi cosa resta da fare se non attenderlo con ansia? Il tentativo insurrezionale non può essere stato una presa in giro; semplicemente noi dobbiamo arrivare ad ammettere che aveva tempi e modi diversi da quelli che avevamo immaginato. Noi non possiamo credere che lui si sia lasciato ammazzare perché tanto sapeva che sarebbe risorto, lasciando noi in balia di noi stessi.

Tutte queste considerazioni di Pietro (ovviamente qui ipotetiche) erano, rispetto alle posizioni originarie del Cristo, di tipo politico-religioso e quindi anti-rivoluzionarie, erano tesi revisioniste, per le quali si prevedevano, in attesa della parusia trionfale del messia, dei compromessi anche con quella parte del giudaismo che avesse ammesso il proprio errore nei confronti del Cristo e che fosse disposta a credere nella sua messianicità e quindi nelle idee di resurrezione e di parusia imminente. Dicendo queste cose, Pietro vedeva la Sindone come una cosa inutile, anzi come un’interferenza.1

*

È per questa ragione che occorre sostenere con forza che se la Sindone è vera, i vangeli mentono, e almeno tre volte.

Anzitutto perché il Cristo che descrivono è del tutto spoliticizzato, mentre quello della Sindone è un leader politico torturato, flagellato e crocifisso. Un trattamento, per uno schiavo ribelle, del tutto inconsueto, spiegabile solo in virtù del fatto che si stava compiendo un’imminente insurrezione, in cui la guarnigione romana – data la popolarità del movimento nazareno – sarebbe stata facilmente sopraffatta.

In secondo luogo se la Sindone può essere usata per sostenere una scomparsa poco chiara dal sepolcro, non può essere usata per affermare con certezza una resurrezione, proprio perché nessuno ha mai visto il Cristo redivivo e nessuno è in grado di negare con sicurezza che tutti i racconti che ne parlano possono essere stati inventati (d’altra parte chiunque si rende conto che se Cristo fosse davvero riapparso, non si sarebbe predicata la “fede” nella resurrezione, e siccome ci si rendeva conto che sarebbe stata una pretesa eccessiva chiedere di aver fede in un corpo da tutti visto morto e poi visibilmente risorto, si fu costretti a dichiarare che molti effettivamente avevano assistito alle sue apparizioni, anche se poi non si smetterà mai di dire che beati sono quelli che credono senza vedere).

In terzo luogo perché anche nel caso in cui si possa affermare con certezza l’evento di una resurrezione, ciò non può essere considerato sufficiente per sostenere l’esistenza di un dio, nel senso che nulla autorizza a pensare ch’esista un dio che l’abbia voluta, tanto meno dopo aver voluto la morte del proprio unigenito figlio.

Insomma anche se la Sindone fosse un reperto autentico che attesta una scomparsa misteriosa, in nessuna maniera ciò può implicare la necessità di credere nell’esistenza di un dio assoluto e onnipotente, che ha deciso, previo libero consenso, il destino del figlio (“se puoi, allontana da me questo calice, ma sia fatta la tua volontà”).

Se anche si volesse ipotizzare qualsivoglia rapporto tra Cristo e la divinità, qualunque considerazione resterebbe inopportuna, anche perché del tutto infondata, assolutamente indimostrabile, anzi pericolosamente avversa a una vera istanza umana di liberazione, come in effetti storicamente è stato prima con Pietro, con la sua idea di “morte necessaria”, voluta da dio nella sua prescienza, poi con Paolo, con la sua idea di figliolanza unigenita, della medesima natura del padre.

Se anche si ammettesse, in via del tutto ipotetica, che dopo la morte del Cristo vi è stato un evento straordinario, non spiegabile razionalmente, ciò non può significare che tale evento sia stato provocato da un’entità esterna chiamata “dio”, che altro non è se non la “parola” usata in una determinata cultura per indicare qualcosa di “assoluto”. C’è differenza tra “constatazione” di un fatto e sua “interpretazione”.

La chiesa ha usato l’interpretazione soggettiva di un apostolo (Pietro) per spiegare un evento umanamente inspiegabile, e ha chiesto di credere per fede in quella interpretazione, in virtù della quale s’è fatto credere che quell’evento fosse avvenuto in una determinata maniera: di qui la necessità di elaborare dei racconti di apparizione del risorto. Piuttosto che usare quel lenzuolo si è preferito inventarsi cose inesistenti. Ma che cos’è meglio: non credere in una cosa che si ritiene inesistente o credere in ciò che non può essere dimostrato?

All’origine di tutti i racconti di apparizione vi è necessariamente la teologia di derivazione paolina, spregiudicata quanto mai. Continuamente nelle sue lettere egli parla di un Cristo risorto che appare in modo chiaro e distinto a lui, a Pietro, agli apostoli, ai discepoli… Predicare agli ebrei, che certo ingenui come i pagani non erano, l’idea che bisognava credere per fede in un corpo morto e risorto, probabilmente era diventato troppo difficile anche per un uomo scaltro come Paolo: di qui l’idea geniale di diffondere la notizia secondo cui Gesù era apparso a più persone in luoghi e momenti diversi.

Bisognava però specificare che queste apparizioni non avevano nulla di politico (come avrebbe voluto Pietro, almeno in un primo momento), ma solo un significato di tipo religioso. Era riapparso per assicurare che tutto sarebbe proseguito al meglio nell’aldilà e che sulla Terra i discepoli avrebbero soltanto dovuto resistere con pazienza al male, amandosi vicendevolmente e, in caso di necessità, considerando il martirio una prova da superare per la gloria della fede.

Un’esegesi laica oggi invece dovrebbe sostenere che anche nel caso in cui la Sindone fosse lì a dimostrare che Gesù Cristo è in qualche modo riuscito a sfuggire alla morte, ciò non può essere considerato sufficiente ad avallare l’esistenza di alcun dio. La Sindone non è incompatibile con l’ateismo, nel senso che se anche il Cristo dovessimo considerarlo “più che umano”, non dovremmo comunque pensare che la parte “in più” della sua umanità non ci appartenga.

Di sicuro l’esistenza umana del Cristo non ebbe mai nulla di sovrannaturale, finché egli restò in vita, nulla che l’uomo non potesse capire e ripetere. Quel che va “oltre” l’umano, resta comunque alla portata della nostra umanità, altrimenti ci resterebbe incomprensibile il messaggio del Cristo anche nel caso in cui l’avessimo depurato di tutte le mistificazioni che gli hanno voluto aggiungere.

Questo significa che nella vita terrena, umana, storica del Cristo si racchiude tutto il messaggio per gli uomini, utile alla loro liberazione dalla schiavitù. Qualunque tendenza a sottovalutare gli aspetti terreni, interpretandoli in senso mistico, è, ipso facto, un tradimento del suo messaggio. Qualunque tentativo d’interpretare la tomba vuota in senso religioso è un abuso ermeneutico. Di fronte ad essa l’unico atteggiamento adeguato è il silenzio.

Quando Giovanni scrisse, nel suo Vangelo, che di fronte alla Sindone “vide e credette”, non specifica a cosa “credette”. Infatti il suo manipolatore se ne accorse e decise di aggiungere il versetto in cui è detto che gli apostoli ancora non avevano capito che doveva risorgere. Ma Giovanni in realtà voleva semplicemente dire che il corpo non era stato trafugato (la Sindone ripiegata lo dimostrava), cioè ch’era scomparso in maniera strana, non spiegabile dal punto di vista umano.

E tutto però doveva anche finire lì, poiché l’insurrezione era stata voluta e preparata quando il Cristo era ancora vivo, e le sue motivazioni restavano identiche anche ora ch’era morto e scomparso. Iniziare a credere che lui dovesse ritornare per portarla a compimento, era una pretesa ingiustificata. Ecco perché Giovanni decise di lasciare Pietro a se stesso.

Gli uomini devono superare gli antagonismi sociali qui ed ora, devono abituarsi all’idea che tutto dipende da loro e che quello che di umano non avranno fatto su questa Terra, sarà soltanto un’occasione perduta per lo sviluppo della loro umanità.

Nota a margine

L’idea di periodizzare su tempi molto brevi il passaggio dalla tomba vuota alla predicazione petro-paolina, usata dalla chiesa per mostrare una significativa continuità tra il Cristo storico e quello della fede, in realtà si ritorce contro questa pretesa, in quanto evidenzia, al contrario, che la volontà di tradire il Cristo non solo aveva anticipato (in Giuda) la decisione di fare l’insurrezione, ma la posticipò anche subito dopo la crocifissione. Il tradimento di Pietro non va considerato meno grave di quello di Giuda, tant’è che tutta la grande mistificazione di Paolo poté innestarsi proprio su quel tradimento e non su quello di Giuda, che rimase circoscritto entro un orizzonte etico-politico.

Nota

1 Non pochi esegeti confessionali hanno sostenuto che, nella fattispecie della lotta di liberazione di Israele contro Roma, una posizione “teo-politica” (quale certamente fu quella del partito zelota nel corso della guerra giudaica) avrebbe anche potuto costituire un fenomeno eversivo o addirittura rivoluzionario agli occhi dell’imperialismo romano. Questo, in effetti, può anche essere vero, ma resta il fatto – e la storia lo documenta in abbondanza – che una qualunque posizione “religiosa” si configura sempre, in ultima istanza, a prescindere dalle intenzioni di chi la professa, come un fenomeno regressivo della realtà. In tal senso non è da escludere che il fallimento della suddetta guerra giudaica sia da attribuirsi proprio alla volontà di tenere strettamente connessi “religione” e “politica”.

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Autore: laicusblog

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