Discorso sul Monte degli Ulivi

Mc 13,5-37

[5] Gesù si mise a dire loro: «Guardate che nes­suno v’inganni!

[6] Molti verranno in mio nome, dicendo: «Sono io», e inganneran­no molti.

[7] E quando sentirete parlare di guerre, non al­larmatevi; bisogna infatti che ciò avvenga, ma non sarà ancora la fine.

[8] Si leverà infatti na­zione contro nazione e regno contro regno; vi saranno terremoti sulla terra e vi saranno care­stie. Questo sarà il prin­cipio dei dolori.

[9] Ma voi badate a voi stessi! Vi consegneranno ai sinedri, sarete percossi nelle sinagoghe, compa­rirete davanti a governa­tori e re a causa mia, per render testimonianza da­vanti a loro.

[10] Ma prima è necessa­rio che il vangelo sia proclamato a tutte le genti.

[11] E quando vi condur­ranno via per consegnar­vi, non preoccupatevi di ciò che dovrete dire, ma dite ciò che in quell’ora vi sarà dato: poiché non siete voi a parlare, ma lo Spirito Santo.

[12] Il fratello consegne­rà a morte il fratello, il padre il figlio e i figli in­sorgeranno contro i geni­tori e li metteranno a morte.

[13] Voi sarete odiati da tutti a causa del mio nome, ma chi avrà perse­verato sino alla fine sarà salvato.

[14] Quando vedrete l’a­bominio della desolazio­ne stare là dove non con­viene, chi legge capisca, allora quelli che si trova­no nella Giudea fuggano ai monti;

[15] chi si trova sulla ter­razza non scenda per en­trare a prender qualcosa nella sua casa;

[16] chi è nel campo non torni indietro a prendersi il mantello.

[17] Guai alle donne in­cinte e a quelle che allat­teranno in quei giorni!

[18] Pregate che ciò non accada d’inverno;

[19] perché quei giorni saranno una tribolazione, quale non è mai stata dall’inizio della creazio­ne, fatta da Dio, fino al presente, né mai vi sarà.

[20] Se il Signore non abbreviasse quei giorni, nessun uomo si salvereb­be. Ma a motivo degli eletti che si è scelto ha abbreviato quei giorni.

[21] Allora, dunque, se qualcuno vi dirà: «Ecco, il Cristo è qui, ecco è là», non ci credete;

[22] perché sorgeranno falsi cristi e falsi profeti e faranno segni e portenti per ingannare, se fosse possibile, anche gli elet­ti.

[23] Voi però state atten­ti! Io vi ho predetto tutto.

[24] In quei giorni, dopo quella tribolazione, il sole si oscurerà e la luna non darà più il suo splen­dore

[25] e gli astri si mette­ranno a cadere dal cielo e le potenze che sono nei cieli saranno sconvolte.

[26] Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire sulle nubi con grande po­tenza e gloria.

[27] Ed egli manderà gli angeli e riunirà i suoi eletti dai quattro venti, dall’estremità della terra fino all’estremità del cie­lo.

[28] Dal fico imparate questa parabola: quando già il suo ramo si fa tene­ro e mette le foglie, voi sapete che l’estate è vici­na;

[29] così anche voi, quando vedrete accadere queste cose, sappiate che egli è vicino, alle porte.

[30] In verità vi dico: non passerà questa gene­razione prima che tutte queste cose siano avve­nute.

[31] Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno.

[32] Quanto poi a quel giorno o a quell’ora, nes­suno li conosce, neanche gli angeli nel cielo, e neppure il Figlio, ma solo il Padre.

[33] State attenti, veglia­te, perché non sapete quando sarà il momento preciso.

[34] È come uno che è partito per un viaggio dopo aver lasciato la pro­pria casa e dato il potere ai servi, a ciascuno il suo compito, e ha ordinato al portiere di vigilare.

[35] Vigilate dunque, poiché non sapete quan­do il padrone di casa ri­tornerà, se alla sera o a mezzanotte o al canto del gallo o al mattino,

[36] perché non giunga all’improvviso, trovando­vi addormentati.

[37] Quello che dico a voi, lo dico a tutti: Ve­gliate!».

Mt 24,1-51

[1] Mentre Gesù, uscito dal tempio, se ne andava, gli si avvicinarono i suoi discepoli per fargli os­servare le costruzioni del tempio.

[2] Gesù disse loro: «Ve­dete tutte queste cose? In verità vi dico, non reste­rà qui pietra su pietra che non venga diroccata».

[3] Sedutosi poi sul mon­te degli Ulivi, i suoi di­scepoli gli si avvicinaro­no e, in disparte, gli dis­sero: «Dicci quando ac­cadranno queste cose, e quale sarà il segno della tua venuta e della fine del mondo».

[4] Gesù rispose: «Guar­date che nessuno vi in­ganni;

[5] molti verranno nel mio nome, dicendo: Io sono il Cristo, e trarran­no molti in inganno.

[6] Sentirete poi parlare di guerre e di rumori di guerre. Guardate di non allarmarvi; è necessario che tutto questo avvenga, ma non è ancora la fine.

[7] Si solleverà popolo contro popolo e regno contro regno; vi saranno carestie e terremoti in vari luoghi;

[8] ma tutto questo è solo l’inizio dei dolori.

[9] Allora vi consegne­ranno ai supplizi e vi uc­cideranno, e sarete odiati da tutti i popoli a causa del mio nome.

[10] Molti ne resteranno scandalizzati, ed essi si tradiranno e odieranno a vicenda.

[11] Sorgeranno molti falsi profeti e inganne­ranno molti;

[12] per il dilagare dell’i­niquità, l’amore di molti si raffredderà.

[13] Ma chi persevererà sino alla fine, sarà salva­to.

[14] Frattanto questo vangelo del regno sarà annunziato in tutto il mondo, perché ne sia resa testimonianza a tutte le genti; e allora verrà la fine.

[15] Quando dunque ve­drete l’abominio della desolazione, di cui parlò il profeta Daniele, stare nel luogo santo – chi leg­ge comprenda -,

[16] allora quelli che sono in Giudea fuggano ai monti,

[17] chi si trova sulla ter­razza non scenda a pren­dere la roba di casa,

[18] e chi si trova nel campo non torni indietro a prendersi il mantello.

[19] Guai alle donne in­cinte e a quelle che allat­teranno in quei giorni.

[20] Pregate perché la vostra fuga non accada d’inverno o di sabato.

[21] Poiché vi sarà allora una tribolazione grande, quale mai avvenne dall’i­nizio del mondo fino a ora, né mai più ci sarà.

[22] E se quei giorni non fossero abbreviati, nes­sun vivente si salvereb­be; ma a causa degli elet­ti quei giorni saranno ab­breviati.

[23] Allora se qualcuno vi dirà: Ecco, il Cristo è qui, o: È là, non ci crede­te.

[24] Sorgeranno infatti falsi cristi e falsi profeti e faranno grandi portenti e miracoli, così da indur­re in errore, se possibile, anche gli eletti.

[25] Ecco, io ve l’ho pre­detto.

[26] Se dunque vi diran­no: Ecco, è nel deserto, non ci andate; o: È in casa, non ci credete.

[27] Come la folgore viene da oriente e brilla fino a occidente, così sarà la venuta del Figlio dell’uomo.

[28] Dovunque sarà il cadavere, ivi si radune­ranno gli avvoltoi.

[29] Subito dopo la tri­bolazione di quei giorni, il sole si oscurerà, la luna non darà più la sua luce, gli astri cadranno dal cie­lo e le potenze dei cieli saranno sconvolte.

[30] Allora comparirà nel cielo il segno del Fi­glio dell’uomo e allora si batteranno il petto tutte le tribù della terra, e ve­dranno il Figlio dell’uo­mo venire sopra le nubi del cielo con grande po­tenza e gloria.

[31] Egli manderà i suoi angeli con una grande tromba e raduneranno tutti i suoi eletti dai quat­tro venti, da un estremo all’altro dei cieli.

[32] Dal fico poi impara­te la parabola: quando ormai il suo ramo diven­ta tenero e spuntano le foglie, sapete che l’estate è vicina.

[33] Così anche voi, quando vedrete tutte queste cose, sappiate che Egli è proprio alle porte.

[34] In verità vi dico: non passerà questa gene­razione prima che tutto questo accada.

[35] Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno.

[36] Quanto a quel gior­no e a quell’ora, però, nessuno lo sa, neanche gli angeli del cielo e nep­pure il Figlio, ma solo il Padre.

[37] Come fu ai giorni di Noè, così sarà la venuta del Figlio dell’uomo.

[38] Infatti, come nei giorni che precedettero il diluvio mangiavano e bevevano, prendevano moglie e marito, fino a quando Noè entrò nel­l’arca,

[39] e non si accorsero di nulla finché venne il di­luvio e inghiottì tutti, così sarà anche alla ve­nuta del Figlio dell’uo­mo.

[40] Allora due uomini saranno nel campo: uno sarà preso e l’altro lascia­to.

[41] Due donne macine­ranno alla mola: una sarà presa e l’altra lasciata.

[42] Vegliate dunque, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà.

[43] Questo considerate: se il padrone di casa sa­pesse in quale ora della notte viene il ladro, ve­glierebbe e non si lasce­rebbe scassinare la casa.

[44] Perciò anche voi state pronti, perché nel­l’ora che non immagina­te, il Figlio dell’uomo verrà.

[45] Qual è dunque il servo fidato e prudente che il padrone ha prepo­sto ai suoi domestici con l’incarico di dar loro il cibo al tempo dovuto?

[46] Beato quel servo che il padrone al suo ri­torno troverà ad agire così!

[47] In verità vi dico: gli affiderà l’amministrazio­ne di tutti i suoi beni.

[48] Ma se questo servo malvagio dicesse in cuor suo: Il mio padrone tarda a venire,

[49] e cominciasse a per­cuotere i suoi compagni e a bere e a mangiare con gli ubriaconi,

[50] arriverà il padrone quando il servo non se l’aspetta e nell’ora che non sa,

[51] lo punirà con rigore e gli infliggerà la sorte che gli ipocriti si merita­no: e là sarà pianto e stri­dore di denti.

Lc 21,5-38

[5] Mentre alcuni parla­vano del tempio e delle belle pietre e dei doni votivi che lo adornavano, disse:

[6] «Verranno giorni in cui, di tutto quello che ammirate, non resterà pietra su pietra che non venga distrutta».

[7] Gli domandarono: «Maestro, quando acca­drà questo e quale sarà il segno che ciò sta per compiersi?».

[8] Rispose: «Guardate di non lasciarvi inganna­re. Molti verranno sotto il mio nome dicendo: «Sono io» e: «Il tempo è prossimo»; non seguiteli.

[9] Quando sentirete par­lare di guerre e di rivolu­zioni, non vi terrorizzate. Devono infatti accadere prima queste cose, ma non sarà subito la fine».

[10] Poi disse loro: «Si solleverà popolo contro popolo e regno contro re­gno,

[11] e vi saranno di luo­go in luogo terremoti, carestie e pestilenze; vi saranno anche fatti terri­ficanti e segni grandi dal cielo.

[12] Ma prima di tutto questo metteranno le mani su di voi e vi perse­guiteranno, consegnan­dovi alle sinagoghe e alle prigioni, trascinandovi davanti a re e a governa­tori, a causa del mio nome.

[13] Questo vi darà occa­sione di render testimo­nianza.

[14] Mettetevi bene in mente di non preparare prima la vostra difesa;

[15] io vi darò lingua e sapienza, a cui tutti i vo­stri avversari non potran­no resistere, né contro­battere.

[16] Sarete traditi perfi­no dai genitori, dai fra­telli, dai parenti e dagli amici, e metteranno a morte alcuni di voi;

[17] sarete odiati da tutti per causa del mio nome.

[18] Ma nemmeno un ca­pello del vostro capo pe­rirà.

[19] Con la vostra perse­veranza salverete le vo­stre anime.

[20] Ma quando vedrete Gerusalemme circondata da eserciti, sappiate allo­ra che la sua devastazio­ne è vicina.

[21] Allora coloro che si trovano nella Giudea fuggano ai monti, coloro che sono dentro la città se ne allontanino, e quel­li in campagna non torni­no in città;

[22] saranno infatti gior­ni di vendetta, perché tutto ciò che è stato scrit­to si compia.

[23] Guai alle donne che sono incinte e allattano in quei giorni, perché vi sarà grande calamità nel paese e ira contro questo popolo.

[24] Cadranno a fil di spada e saranno condotti prigionieri tra tutti i po­poli; Gerusalemme sarà calpestata dai pagani fin­ché i tempi dei pagani siano compiuti.

[25] Vi saranno segni nel sole, nella luna e nelle stelle, e sulla terra ango­scia di popoli in ansia per il fragore del mare e dei flutti,

[26] mentre gli uomini moriranno per la paura e per l’attesa di ciò che do­vrà accadere sulla terra. Le potenze dei cieli in­fatti saranno sconvolte.

[27] Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire su una nube con potenza e gloria grande.

[28] Quando comince­ranno ad accadere queste cose, alzatevi e levate il capo, perché la vostra li­berazione è vicina».

[29] E disse loro una pa­rabola: «Guardate il fico e tutte le piante;

[30] quando già germo­gliano, guardandoli capi­te da voi stessi che ormai l’estate è vicina.

[31] Così pure, quando voi vedrete accadere queste cose, sappiate che il regno di Dio è vicino.

[32] In verità vi dico: non passerà questa gene­razione finché tutto ciò sia avvenuto.

[33] Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno.

[34] State bene attenti che i vostri cuori non si appesantiscano in dissi­pazioni, ubriachezze e affanni della vita e che quel giorno non vi piom­bi addosso improvviso;

[35] come un laccio esso si abbatterà sopra tutti coloro che abitano sulla faccia di tutta la terra.

[36] Vegliate e pregate in ogni momento, perché abbiate la forza di sfug­gire a tutto ciò che deve accadere, e di comparire davanti al Figlio dell’uo­mo».

[37] Durante il giorno in­segnava nel tempio, la notte usciva e pernottava all’aperto sul monte detto degli Ulivi.

[38] E tutto il popolo ve­niva a lui di buon matti­no nel tempio per ascol­tarlo.

*

Nei Sinottici il Discorso sul Monte degli Ulivi (Mt 24 e Lc 21, come noto, copiano essenzialmente da Mc 13), pronunciato poco prima del­l’ultima Pasqua, è un discorso di tipo apocalittico o escatologico, quando in realtà avrebbe dovuto essere di tipo programmatico, essendo imminente la rivoluzione.

Appare quindi evidente che i redattori han trasformato un discorso politico, rivolto solo ai più stretti discepoli, che dovevano dirigere l’insurre­zione nazionale, in un discorso mistico, rivolto, attraverso l’espediente dei suoi più stretti discepoli, ai cristiani in generale, soprattutto a quelli soprav­vissuti dopo la sconfitta dell’insurrezione nazionale del movimento nazare­no.

Il discorso viene collocato da Marco subito prima dell’ingresso messianico; lo spazio scenico è quello del Tempio di Gerusalemme e suc­cessivamente quello del Monte degli Olivi (Getsemani), un giardino collo­cato sul limitare della valle del Cedron, lungo l’odierna strada da Gerusa­lemme a Betania (si badi che infinite sono, ancora oggi, le discussioni sul­l’effettiva ubicazione del Tempio). Tuttavia un discorso del genere difficil­mente può essere stato fatto presso il Tempio, alla presenza delle autorità giudaiche e romane; può invece risultare attendibile il riferimento al Getse­mani, luogo di rifugio dei Dodici.

In Marco il discorso è fatto da un leader già consapevole che il suo tentativo eversivo contro l’occupante straniero andrà fallito. Non può quindi in alcun modo essere un discorso storicamente attendibile, salvo il fatto che il redattore ha effettivamente cercato di descrivere quello che sarebbe acca­duto a Israele e a Gerusalemme in particolare dopo la disfatta della nazione. Quindi necessariamente tutto il discorso è stato redatto dopo il 70, e in ef­fetti nessun esegeta mette in dubbio che l’intero vangelo di Marco sia stato scritto dopo questa data (l’intera comunità cristiana di Gerusalemme scom­parve dopo il 70: secondo una tradizione una parte si rifugiò a Pella, città della Decapoli).

Naturalmente il redattore non poteva essere così ingenuo da far ca­pire al proprio lettore che il discorso si riferiva a una situazione post-eventum. Non potevano esserci dettagli storici troppo concreti. Si doveva piuttosto cercare di far passare Gesù per una divinità in grado di leggere gli eventi del futuro, almeno con sufficiente chiarezza, se la massima lucidità non era redazionalmente possibile. In ogni caso le profezie dovevano apparire come se non potessero essere smentite, per quanto i Sinottici siano reticenti nell’attribuire la causa del crollo del giudaismo ai romani.

All’autore di questo lungo discorso premeva ottenere due fonda­mentali risultati per l’ideologia religiosa della sua comunità di appartenen­za: 1. dimostrare che Gesù era dio; 2. dimostrare che la sua morte in croce era stata inevitabile. Infatti un dio fattosi uomo che annuncia la fine immi­nente del proprio paese, rende legittima la tesi petrina della sua «morte ne­cessaria», in quanto voluta direttamente da dio, vero artefice della fine del primato d’Israele.

Non deve essere stato facile elaborare un discorso apocalittico, re­visionando quello politico originario, in modo tale da non rinunciare ad al­cuni fondamentali riferimenti storici alla Palestina e in particolare al destino tragico del suo Tempio. Il discorso doveva essere astratto – come lo è ogni discorso di tipo religioso – ma sino a un certo punto. Il redattore infatti, scri­vendo dopo il 70, voleva indurre il suo lettore a credere che quanto aveva scritto s’era puntualmente verificato.

È dunque evidente che nessun lettore sarebbe stato in grado di ve­rificare, nel dettaglio, se quel discorso era stato effettivamente detto dal Cristo. Marco si rivolge a lettori che prevalentemente non sono ebrei, o che, se ebreo-cristiani (avendo accettato la tesi petrina della morte necessaria e della resurrezione del messia), non risiedono più in Palestina, e che in ogni caso nutrivano un odio così grande nei confronti dei giudei che non avreb­bero avuto scrupoli nel fare carte false per indicare unicamente in loro i principali responsabili della morte del Cristo e della distruzione del loro paese.

Vediamo ora il contenuto del discorso, al quale le versioni di Luca e Matteo non sembrano offrire varianti significative.

Gli apostoli citati da Marco sono quattro e in quest’ordine: Pietro, perché fu lui a dirigere la comunità post-pasquale subito dopo la morte del Cristo; Giacomo, che dovrebbe essere il fratello di Giovanni ma che forse qui è il fratello di Gesù, quello che sostituì Pietro quando questi fu fatto evadere dal carcere ed espatriare per sempre dalla Palestina; Giovanni, che fu ben presto emarginato dalla comunità di Pietro e che qui risulta presente solo perché non si poteva escluderlo, e Andrea, fratello di Pietro, anche lui misteriosamente scomparso negli Atti degli apostoli.

L’occasione del discorso è un’espressione di meraviglia manifesta­ta dai discepoli per la robustezza delle mura del Tempio e dell’intera città (cosa che sarebbe stata particolarmente utile per difendersi dalla controffen­siva romana successiva all’insurrezione). Ovviamente Gesù avrà conferma­to, sul piano tecnico, il valore strategico della città e delle sue imponenti fortificazioni (a quel tempo in fondo gli ebrei erano gli unici a resistere con coraggio al dilagare dell’imperialismo romano). Qui però doveva apparire il contrario, essendo tutto il discorso finalizzato a mostrare la debolezza di quelle costruzioni, che di fatto non riuscirono a reggere l’impatto dell’as­salto delle legioni.

Se è esistito, ed è facile che lo sia stato, in quanto l’insurrezione anti-romana nei piani del Cristo doveva partire per forza dalla capitale di Israele, un discorso politico-militare su un argomento logistico come que­sto, deve essersi svolto sulla base di considerazioni che qui non potevano essere presenti, avendo Marco in mente di propagandare l’immagine di un messia redentore e non liberatore.

Il discorso originario, com’è facile immaginare, doveva aver posto sulla bilancia questioni di natura tecnica e questioni di natura umana. Sa­rebbe stato infatti illusorio pensare di poter resistere a un grande impero come quello romano, che fino a quel momento aveva incontrato ben poche resistenze, facendo leva esclusivamente sull’imponenza delle mura della cit­tà, che peraltro erano già state varcate dalle legioni di Pompeo.

Occorreva una direzione strategica delle operazioni belliche ben organizzata, che permettesse non solo di resistere agli assedi delle legioni romane, ma anche di cacciarle definitivamente dalla Palestina. E una dire­zione del genere doveva poter contare, più che sull’imponenza delle mura (come invece pensarono di fare gli zeloti nel corso della guerra giudaica), sulla collaborazione del popolo, che, a vario titolo, avrebbe dovuto sostene­re le truppe regolari e irregolari, fiancheggiare le operazioni militari vere e proprie e quelle di guerriglia. Nessun esercito riesce a vincere una guerra se non ha l’appoggio della popolazione in grado di nutrirlo, assisterlo, proteg­gerlo nei momenti più critici.

La resistenza doveva essere nazionale e non concentrata soltanto nella capitale. Indubbiamente il segno per farla scoppiare poteva essere of­ferto dall’insurrezione armata a Gerusalemme, in virtù della quale si poteva facilmente disarmare la guarnigione romana lì presente. Dopodiché si sa­rebbe occupata la città nei suoi gangli vitali, estromettendo l’aristocrazia sa­cerdotale da qualunque gestione politica del Tempio e della città. Ma il vero obiettivo restava la liberazione dell’intera Palestina. P. es. il quartier generale di Pilato, stanziato a Cesarea, andava immediatamente bloccato, onde impedire qualunque comunicazione con Roma.

Qual è la principale contraddizione del racconto di Marco, che am­bisce a conciliare aspetti umani con aspetti religiosi? È il fatto che da un lato Gesù, qui presentato come un dio, spiega per filo e per segno cosa do­vrà accadere nell’imminenza della fine non solo della Palestina ma del mon­do intero; dall’altro però egli non è assolutamente in grado di prevedere il momento in cui tutto ciò avverrà, in quanto – a suo giudizio – solo dio può saperlo.

Qui è evidentissima la dipendenza di Marco dall’ideologia petro-paolina, che all’inizio cercò d’imporsi parlando di «morte necessaria» del messia, di sua «resurrezione» e di una sua «imminente parusia trionfale» e che poi, vedendo gli inspiegabili ritardi di quest’ultima, fu costretta a ridi­mensionare le proprie sicurezze, posticipando a data da destinarsi il mo­mento epocale del riscatto definitivo (i cui segni anticipatori non sarebbero stati solo di tipo «storico» ma anche, in maniera contestuale, di tipo «natu­ralistico»).

Ecco perché lo stesso Gesù che viene reso profeta della catastrofe finale di Israele, la cui causa viene qui addebitata ai giudei, che non hanno creduto in lui, non può profetizzare nulla sulla catastrofe del mondo intero, in quanto il suo ritorno trionfale, da parte dei primi discepoli, è andato delu­so. Un Cristo risorto, che invece di tornare per vendicarsi dei romani e dei giudei collaborazionisti, se ne ascende in cielo, non può certo essere consi­derato un messia liberatore, anzi rende illusoria qualunque aspettativa poli­tica (non a caso nel vangelo di Marco, che è quello del «segreto messiani­co» per eccellenza, Gesù rifiuta sempre di qualificarsi come «messia»).

Ma se non era un liberatore – fa capire Marco – è inutile prenderse­la coi romani. Se i giudei non l’hanno riconosciuto, la principale responsa­bilità ricade su di loro. Se l’avessero accettato come messia politico, la Pa­lestina si sarebbe liberata dei romani; non avendolo fatto, non ha più senso continuare a parlare di «messia liberatore»: tutta la Palestina è stata occupa­ta dai romani e i cristiani emigrati devono continuare a vivere sotto le grin­fie dell’impero. Una liberazione politica, agli occhi degli ebrei e degli stessi primi cristiani, avrebbe avuto senso se fosse stata «nazionale». Ma dopo il 70 ogni tentativo di continuare a parlare di un «Cristo politico» andava de­cisamente superato.

La prima domanda che i discepoli Pietro, Giacomo, Giovanni e Andrea rivolgono a Gesù è quella tipica di chi vive un’esperienza religiosa in una situazione sociale ai limiti della sopportabilità: «Dicci quando avver­rà la fine di tutto». È la classica domanda di chi è politicamente rassegnato.

Il lato comico di questa domanda è che essa viene posta subito dopo aver osannato la magnificenza delle imponenti mura del Tempio di Gerusalemme, lasciando così credere che fossero inespugnabili. È come se il redattore avesse voluto far parlare i quattro discepoli dapprima come se­guaci di un partito politico e subito dopo come seguaci di una setta religio­sa. La constatazione dell’imponenza delle mura è forse l’unica nota realisti­ca del tradizionale discorso del Cristo, nel senso che l’idea dell’insurrezione generale non poteva non avvalersi del contributo logistico-difensivo che avrebbero potuto dare quelle mura.

Dunque in pochissime battute i quattro discepoli passano dalla convinzione di poter resistere ai romani, alla certezza della loro propria sconfitta. Si smontano in maniera subitanea proprio perché il Cristo agisce come se fosse onnisciente. Evidentemente il redattore s’era sentito in obbli­go di far apparire come del tutto naturale al lettore che il discorso apocalit­tico sulle sorti di Israele dovesse essere, nel contempo, un discorso d’addio del Cristo, cioè un discorso sulla propria stessa sorte. Egli infatti dà qui per scontato che il messia sarebbe morto prima della distruzione di Gerusalem­me e che solo i suoi discepoli avrebbe potuto constatarla coi loro occhi.

Non è escluso che il redattore abbia qui usato, come modello lette­rario, una parte dell’Apocalisse giovannea, cronologicamente anteriore. La differenza tra le due apocalissi è che mentre quella giovannea indica un ri­torno imminente del messia glorioso, quella sinottica la posticipa sine die. Si può anzi sostenere – ma questo andrebbe dimostrato con uno studio spe­cifico – che tutte le manomissioni operate sull’Apocalisse di Giovanni sono state fatte sulla scorta di quanto scritto nel discorso apocalittico elaborato da Pietro e materialmente redatto dal suo discepolo preferito. In Giovanni infatti tutto quanto viene detto per non rendere imminente la parusia del Cristo è ideologicamente in linea con quanto scritto nel primo vangelo.

Dopo il tragico momento della croce Pietro volle comandare il mo­vimento nazareno, ponendosi in alternativa alla posizione giovannea, che invece chiedeva di proseguire la strada dell’insurrezione armata. Fu lui, con la sua idea opportunista di «parusia», che obbligava a starsene passivamen­te in attesa, il principale responsabile della disfatta del movimento nazareno (in questo seguito a ruota dall’ex fariseo Saulo di Tarso). E fu sempre lui che ideò la trovata geniale di attribuire al Cristo un vaticinio catastrofico non tanto o non solo per la Palestina ma anche e soprattutto per l’intero pia­neta, facendo in modo così di salvaguardare le proprie idee di «morte ne­cessaria», di «resurrezione» e della stessa «parusia», che avrebbero conti­nuato ad avere un valore non tanto sul piano storico quanto piuttosto su quello metastorico, essendo proiettate verso un tempo indefinito.

Anche noi oggi sappiamo che il sole ha una vita di circa tredici mi­liardi di anni e che ne sono già trascorsi cinque dalla sua nascita e che tra altri cinque inizierà la sua agonia, quando non vi sarà più idrogeno nel suo nucleo: che cosa ci costa dire che tra sei-sette miliardi di anni vi sarà la pa­rusia del Cristo? Chi potrebbe smentirci? Ma soprattutto: a chi interesserà un evento del genere? Anche Paolo, che pur aveva creduto imminente la parusia, dopo vent’anni di folle predicazione, sarà costretto a inventarsi de­gli impossibili segni premonitori, che ne avrebbero anticipato la venuta, tra cui, niente di meno, che la conversione generalizzata degli ebrei al cristia­nesimo!

Tutta questa «piccola apocalisse» sottostà a una precisa filosofia deterministica, essendo dominata dalla categoria della necessità storica. Gli eventi storici e naturali appaiono come ineluttabili, inevitabili, predestinati da dio-padre, cui neppure il figlio può opporsi. I sopravvissuti alla generale apostasia saranno quelli predestinati alla salvezza. I giorni della catastrofe cosmica verranno abbreviati solo per fare un favore agli eletti, i quali non avranno il potere d’impedire alcunché. Loro compito principale sarà soltan­to quello di resistere il più possibile. Non ci sarà infatti possibilità di realiz­zare alcuna rivoluzione politica o insurrezione armata sulla terra, proprio perché la liberazione dalla schiavitù non potrà essere «umana» ma solo «di­vina», fatta direttamente dal figlio dell’uomo, che scenderà dall’alto dei cie­li. Sicché mentre nell’Apocalisse di Giovanni gli eletti devono tenersi pronti a un decisivo scontro armato (non a caso essa fu scritta nell’imminenza del­la guerra giudaica), qui invece devono soltanto attendere passivamente il trionfo del Cristo redivivo.

Pietro ha mentito alla sua generazione, al suo movimento e ha con­tinuato a mentire alle generazioni future, quelle che per credere nella «divi­nità» del messia hanno rinunciato a lottare per migliorare le loro condizioni di vita.

Prima della parusia – dice Marco – occorreranno molti falsi Cristi (v. 6), molte guerre tra nazioni e tra regni (v. 7), molti terremoti e carestie (v. 8), molte persecuzioni anti-cristiane (v. 9) e soprattutto una predicazione del vangelo a tutto il mondo (v. 10). Bastava anche solo quest’ultima cosa per capire che la generazione contemporanea a Gesù non avrebbe mai potu­to vedere alcuna parusia.

Per convalidare l’impossibilità di questa attesa, Marco aggiunge, per bocca di Gesù, che dovranno accadere cose mostruose, raccapriccianti, come i crimini tra consanguinei (particolarmente vergognosi per il popolo ebraico) e, peggio ancora, una generale apostasia dai propri convincimenti di fede (il cosiddetto «abominio della desolazione»), in cui, in un certo sen­so, il bianco verrà creduto nero e viceversa. In nome di un’ideologia oppo­sta a quella cristiana, fatta passare per quella veramente cristiana, si finirà col compiere le persecuzioni più orribili, che non daranno scampo a chi non vi crederà in maniera del tutto passiva.

Per non demoralizzare irreparabilmente i discepoli, il Cristo ag­giunge che la devastazione sarà sì intensa ma non così lunga da indurre tutti gli «eletti» a cedere. Sarà dio stesso in persona ad abbreviarne i tempi e lo farà attraverso disastrosi fenomeni naturali, in cui tutti periranno: oppressi e oppressori. Il sole, la luna, le stelle e tutto il creato subirà un cataclisma epocale. Solo a questo punto avverrà la parusia trionfale del Cristo, al cui seguito vi saranno coloro che hanno avuto la forza di non tradirlo.

Se un cristiano l’avesse letta in questi termini, tale descrizione de­gli eventi escatologici non avrebbe lasciato molte speranze: il riscatto degli oppressi sarebbe potuto avvenire solo dopo la morte di tutti, nei secoli o nei millenni a venire. Qui deve per forza esserci stata un’obiezione da parte di qualcuno, altrimenti è difficile spiegarsi il significato della frase che ad un certo punto Gesù è quasi costretto a dire: «In verità vi dico che questa generazione non passerà prima che tutte queste cose siano avvenute» (v. 30).

Dunque una speranza c’era, magari se non proprio per se stessi, al­meno per i propri figli. Sarebbe stato infatti difficile pensare di poter trova­re dei proseliti tra gli oppressi prospettando loro un destino di morte e di­struzione. Certamente non sarebbe loro bastato sapere che mentre il cielo e la terra erano destinati prima o poi a collassare, le «parole del Cristo» sa­rebbero invece durate in eterno (v. 31).

Tuttavia va considerato alquanto riprovevole l’aver attribuito al Cristo l’affermazione secondo cui non sarebbe passata la propria «genera­zione» prima che tutte queste disgrazie fossero avvenute (Mc 13,30). Che bisogno aveva Marco di dire una cosa del genere quando quella generazio­ne sapeva benissimo che la parusia non c’era mai stata? Il motivo è sempli­ce: Pietro ha voluto far credere che quando predicava la parusia imminente lo faceva solo perché gli era stato comunicato dal Cristo. «Morte necessa­ria», «resurrezione», «parusia»: sono tutti concetti che nel vangelo di Mar­co vengono fatti propri direttamente dal messia, tutti concetti che sono ser­viti per mettere a tacere un movimento che chiedeva perché di fronte all’a­vanzata romana in Palestina le indicazioni dall’alto erano quelle di non fare nulla.

Dunque chi poteva smentire Pietro dopo il 70, quando non solo molti apostoli della prima ora non esistevano più nell’ambito del cristianesi­mo petrino e quando persino quella stessa generazione, testimone delle azioni del Cristo, si era ormai ridotta all’osso? Solo Giovanni poteva farlo, e infatti lo farà in un racconto di resurrezione del suo vangelo (c. 21), che per passare al setaccio del canone i suoi seguaci dovettero ambientarlo in un contesto saturo di misticismo: lì viene detto che mentre il discepolo predi­letto poteva essere esonerato dal ricominciare la sequela al Cristo, in quanto non l’aveva mai tradito, per Pietro invece era un’altra storia.

Nel vangelo di Marco, come in tutti i documenti del Nuovo Testa­mento, noi abbiamo a che fare con una comunità politicamente sconfitta, che cerca di sopravvivere arrampicandosi sugli specchi, inventandosi cose assurde, anche perché non vuole rassegnarsi a non poter svolgere alcun ruo­lo politico. E, per quanto dal punto di vista ateistico possa apparire una cosa irrilevante, le va comunque attribuito il merito d’aver cercato d’opporsi, con l’idea di un Cristo «divino-umano», alle pretese teocratiche degli imperatori romani. Là dove nel discorso si parla di «abominio della desolazione» si deve appunto intendere la trasformazione del Tempio ebraico in un Tempio pagano, votato a Zeus.

La parte finale di questo discorso (di cui quella allegorica può es­sere considerata posticcia) da un lato ha dovuto in qualche modo smentire che la generazione coeva a Gesù avrebbe visto, con sicurezza, il suo ritorno trionfale, nella cui imminenza s’era in effetti creduto, in un primo momento, come testimoniano anche le lettere paoline; dall’altro però ha cercato di rimediare a uno stato emotivo di frustrazione sulle sorti della propria vita e della propria fede. «Quanto a quel giorno e a quell’ora, nessuno li sa, neppure gli angeli del cielo, neppure il Figlio, ma solo il Padre» (v. 32). Cioè l’unica sicurezza è che la parusia avverrà, in quanto il mondo (persino il sistema solare) è destinato a finire, ma non si può sapere il momento esatto, in quanto all’origine di tutto non vi è il Figlio ma il Padre.

Un modo, questo, di vedere le cose, antitetico persino ai manipola­tori del vangelo di Giovanni, per i quali – così scrivono nel Prologo – «ogni cosa è stata fatta per mezzo del Logos» (1,3). Tale differenza si spiega col fatto che mentre i suddetti manipolatori avevano a che fare con un testo che presentava chiaramente un Gesù politico e ateo, Marco invece (che si posi­ziona sulla linea petro-paolina) s’è limitato a enfatizzare l’immagine mistica di un Cristo figlio di dio, nel senso che quanto più Cristo è dio tanto più si possono attribuire a dio delle qualità o delle prerogative che appartengono solo a lui (p. es. la stessa idea di considerare «necessaria» la morte in croce del proprio Figlio o appunto l’idea che la fine del mondo neppure il Figlio può saperla).

Ora, se può apparire comprensibile l’esigenza di rimandare a un fu­turo non precisato la possibilità di una rivincita politica e militare, per quale ragione non si incontra mai nel Nuovo Testamento neanche la più piccola espressione di autocritica nei confronti di quanto la leadership del movi­mento nazareno fece dopo la morte del Cristo?

Il Nuovo Testamento appare come una colossale opera di falsifica­zione, una sorta di revisione redazionale di tutto quanto era stato pubblicato sull’argomento della rivoluzione, analoga a quella che viene raccontata da G. Orwell in 1984 e molto simile a quanto fece lo stalinismo dopo la morte di Lenin, a partire dal suo Testamento politico. Il Nuovo Testamento è l’e­spressione di una dittatura ideologica e politica che, partendo dalle posizio­ni petrine, s’è conclusa con quelle paoline, trovando soltanto in quelle gio­vannee una debole resistenza.

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Autore: laicusblog

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