Erode Antipa e Gesù (Mc 6,14-16)

v. 14) Il re Erode sentì parlare di Gesù, poiché intanto il suo nome era diventato fa­moso. Si diceva: «Giovanni Battista è risuscitato dai morti e per questo il potere dei miracoli opera in lui».

Marco chiama Erode Antipa coll’appellativo di «re», ma egli era soltanto «tetrarca», cioè «signore di una quarta parte di territorio» (Galilea e Perea), che amministrava alle dipendenze più o meno dirette di Roma.

Erode risiedeva nel palazzo della capitale galilaica, Tiberiade, si­tuata presso il lago di Genezaret. La popolarità di Gesù cominciò a preoc­cuparlo quasi subito dopo la morte del Battista.

Fra le tante, una diceria riteneva che l’anima del Battista fosse ri­sorta e trasmigrata nella persona di Gesù – cosa che rendeva quest’ultimo capace di compiere «prodigi».

In effetti, il popolo aveva stimato molto l’operato di Giovanni e non si rassegnava a dimenticarlo. Pur non avendo voluto Giovanni diventa­re un leader politico, non si voleva rinunciare a considerarlo al pari dei grandi profeti del passato, capaci di mettere in discussione l’apparente soli­dità dell’establishment oppressivo.

Per conservarlo nella memoria si era persino giunti ad assegnare al «sosia Gesù» delle capacità che il Battista, in vita, non aveva mai manife­stato di possedere. Così facendo, non solo si costruiva attorno alla sua per­sona un vero e proprio «mito», ma allo stesso modo si negava a Gesù la specificità che gli competeva. Insomma, si «abbassava» uno per «alzare» l’altro, mentre proprio il Battista, dopo aver costatato il coraggio di Gesù in occasione della cacciata dei mercanti dal Tempio, aveva sostenuto la neces­sità del contrario (Gv 4,30).

Tale trasposizione non era poi così strana. Il «vangelo» di Gesù, per essere accettato, esigeva un cambiamento di mentalità superiore a quel­lo richiesto dal «vangelo» di Giovanni: ecco perché si preferiva metterli sullo stesso piano. Per chi, tra il popolo, coltivava pregiudizi o false attese, Gesù non era che la mimesi di Giovanni, l’oggetto su cui poter costruire il proprio transfert e attenuare l’angoscia di un’istanza emancipativa frustrata, quella con la quale non si era stati in grado d’impedire l’esecuzione del grande profeta.

Giovanni non doveva morire. Se Erode aveva potuto ucciderlo, era stato perché non aveva incontrato una vera resistenza. Molti avevano ripo­sto delle speranze concrete di liberazione nella figura profetica del Precur­sore e si attendevano che lui stesso, ad un certo momento, decidesse di di­ventare «messia». È vero ch’egli aveva sempre rifiutato un esito esplicita­mente politico del suo vangelo, ma di fatto la sua morte era stata «violen­ta», voluta dal potere politico filopagano e non ostacolata da quello religio­so collaborazionista. Era difficile credere che con la sua morte tutto fosse finito.

Chi pensava che i tempi non fossero ancora maturi per condurre la crisi istituzionale verso il suo naturale sbocco rivoluzionario, in quanto la fine ingloriosa del Battista metteva a nudo i limiti organizzativi di un cospi­cuo movimento, non poteva comunque ignorare che la decisione di Erode di sbarazzarsi di quello scomodo personaggio, stava appunto a dimostrare che esistevano sufficienti ragioni per un’opposizione più risoluta al suo go­verno.

v. 15) Altri invece dicevano: «È Elia»; altri dicevano ancora: «È un profeta, come uno dei profeti».

Alla luce della considerazione storica, la seconda voce corrente su Gesù era meno importante, in quanto, pur essendo Elia l’archetipo ideale di tutti i profeti, di fatto Giovanni appariva, nel presente, come il più grande, come un maestro insuperabile. Per cui, equiparando Gesù a Elia si poneva Gesù al di sotto del Battista, fraintendendo maggiormente il suo messaggio politico.

L’equazione «Giovanni = Gesù» era, tutto sommato, più realistica, in quanto si lasciava sedurre meno dal fascino dell’utopia di quella di «Gesù = Elia». La morte del Battista lasciava forse presagire l’arrivo imminente del messia «glorioso»?

Viceversa, con la terza diceria riportata da Marco: «È uno dei pro­feti», sembra, per un momento, che ci si voglia allontanare dalla tentazione dell’utopia, ma il risultato appare ancora più avvilente. Non solo infatti vie­ne rimossa qualsiasi istanza rivoluzionaria, ma si nega anche recisamente qualsiasi peculiarità al vangelo di Gesù, il quale diventa, per tale ideologia, un semplice «aiuto» mandato da Jahvè nel momento di maggior sconforto, come sempre si riteneva dovesse accadere al popolo d’Israele.

Nel suo presunto «buon senso», questa parte di popolo compie un’opera di demolizione, giungendo a dare del «messia Gesù» l’interpreta­zione più riduttiva.

v. 16) Ma Erode, al sentirne parlare, diceva: «Quel Giovanni che io ho fatto decapi­tare è risuscitato».

Delle tre opinioni popolari (che schematicamente potremmo defi­nire coi termini di ingenua, illusoria e scettica), Erode fa sua la prima. Si badi: non perché egli credesse in qualche «resurrezione dei morti» o «rein­carnazione» che dir si voglia, ma semplicemente perché non poteva fare a meno di ascoltare le opinioni del popolo intorno alle figure politiche che più minacciavano il suo potere.

Egli non fa altro che appropriarsi della tesi più diffusa per volgerla a suo favore. Volente o nolente, infatti, Erode si sentiva legato alla persona del Battista, la cui morte, anzi, l’aveva reso ancora più tristemente famoso. Il Battista aveva lasciato dietro di sé un’impressione durevole. Erode aveva le sue buone ragioni per temere l’eventualità di una sommossa da parte dei discepoli e dei simpatizzanti di Giovanni.

Convalidando l’idea della trasmigrazione dell’anima, Erode, in un certo qual modo, contribuiva ad alimentare l’illusione dell’immortalità del Precursore, distogliendo così le masse dall’attribuire al movimento nazare­no un’importanza superiore a quello battista.

Il fatto che la gente vedesse nel Cristo il Battista redivivo poteva essere usato, a giudizio di Erode, proprio per scongiurare l’eventualità di un’insurrezione conseguente all’esecuzione di Giovanni, che sicuramente era stata decisa con eccessiva disinvoltura (e ovviamente poteva anche ser­vire per sminuire l’importanza del Cristo e del suo movimento).

E tuttavia, chi avrebbe potuto Erode trarre in inganno con questo «gioco delle parti»? Chi avrebbe potuto credere nelle «buone intenzioni» e nei «pentimenti» di un despota abituato a ragionare solo in termini di forza? Se egli ora conferma una superstizione popolare a favore di Gesù, onde cer­care di evitare una sommossa per quello che aveva fatto a Giovanni, doma­ni chi potrebbe impedirgli di decidere la morte dello stesso Gesù per favori­re qualcuno il cui potere gli servisse da paravento? Non furono forse i fari­sei ad avvisare Gesù che quella «volpe» di Erode ad un certo punto comin­ciò a pensare che era meglio uccidere anche lui (Lc 13,31 s.)?

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Autore: laicusblog

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