I pani moltiplicati

Gv 6,1-70

[1] Dopo questi fat­ti, Gesù andò all’al­tra riva del mare di Galilea, cioè di Ti­berìade,

[2] e una grande folla lo seguiva, ve­dendo i segni che faceva sugli infer­mi.

[3] Gesù salì sulla montagna e là si pose a sedere con i suoi discepoli.

[4] Era vicina la Pasqua, la festa dei Giudei.

[5] Alzati quindi gli occhi, Gesù vide che una grande fol­la veniva da lui e disse a Filippo: «Dove possiamo comprare il pane perché costoro ab­biano da mangiare?».

[6] Diceva così per metterlo alla prova; egli infatti sapeva bene quello che sta­va per fare.

[7] Gli rispose Fi­lippo: «Duecento denari di pane non sono sufficienti neppure perché ognuno possa rice­verne un pezzo».

[8] Gli disse allora uno dei discepoli, Andrea, fratello di Simon Pietro:

[9] «C’è qui un ra­gazzo che ha cinque pani d’orzo e due pesci; ma che cos’è questo per tanta gente?».

[10] Rispose Gesù: «Fateli sedere». C’era molta erba in quel luogo. Si se­dettero dunque ed erano circa cinque­mila uomini.

[11] Allora Gesù prese i pani e, dopo aver reso grazie, li distribuì a quelli che si erano seduti, e lo stesso fece dei pesci, finché ne vollero.

[12] E quando furo­no saziati, disse ai discepoli: «Racco­gliete i pezzi avan­zati, perché nulla vada perduto».

[13] Li raccolsero e riempirono dodici canestri con i pezzi dei cinque pani d’orzo, avanzati a coloro che avevano mangiato.

[14] Allora la gen­te, visto il segno che egli aveva com­piuto, cominciò a dire: «Questi è dav­vero il profeta che deve venire nel mondo!».

[15] Ma Gesù, sa­pendo che stavano per venire a pren­derlo per farlo re, si ritirò di nuovo sulla montagna, tutto solo.

[16] Venuta intanto la sera, i suoi disce­poli scesero al mare

[17] e, saliti in una barca, si avviarono verso l’altra riva in direzione di Cafar­nao. Era ormai buio, e Gesù non era ancora venuto da loro.

[18] Il mare era agi­tato, perché soffia­va un forte vento.

[19] Dopo aver re­mato circa tre o quattro miglia, vi­dero Gesù che cam­minava sul mare e si avvicinava alla barca, ed ebbero paura.

[20] Ma egli disse loro: «Sono io, non temete».

[21] Allora vollero prenderlo sulla bar­ca e rapidamente la barca toccò la riva alla quale erano di­retti.

[22] Il giorno dopo, la folla, rimasta dal­l’altra parte del mare, notò che c’era una barca sola e che Gesù non era salito con i suoi discepoli sulla barca, ma sol­tanto i suoi discepo­li erano partiti.

[23] Altre barche erano giunte nel frattempo da Tibe­rìade, presso il luo­go dove avevano mangiato il pane dopo che il Signore aveva reso grazie.

[24] Quando dun­que la folla vide che Gesù non era più là e nemmeno i suoi discepoli, salì sulle barche e si di­resse alla volta di Cafarnao alla ricer­ca di Gesù.

[25] Trovatolo di là dal mare, gli disse­ro: «Rabbì, quando sei venuto qua?».

[26] Gesù rispose: «In verità, in verità vi dico, voi mi cer­cate non perché avete visto dei se­gni, ma perché ave­te mangiato di quei pani e vi siete sa­ziati.

[27] Procuratevi non il cibo che peri­sce, ma quello che dura per la vita eterna, e che il Fi­glio dell’uomo vi darà. Perché su di lui il Padre, Dio, ha messo il suo sigillo».

[28] Gli dissero al­lora: «Che cosa dobbiamo fare per compiere le opere di Dio?».

[29] Gesù rispose: «Questa è l’opera di Dio: credere in co­lui che egli ha man­dato».

[30] Allora gli dis­sero: «Quale segno dunque tu fai per­ché vediamo e pos­siamo crederti? Quale opera compi?

[31] I nostri padri hanno mangiato la manna nel deserto, come sta scritto: Diede loro da man­giare un pane dal cielo».

[32] Rispose loro Gesù: «In verità, in verità vi dico: non Mosè vi ha dato il pane dal cielo, ma il Padre mio vi dà il pane dal cielo, quello vero;

[33] il pane di Dio è colui che discende dal cielo e dà la vita al mondo».

[34] Allora gli dis­sero: «Signore, dac­ci sempre questo pane».

[35] Gesù rispose: «Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà più fame e chi crede in me non avrà più sete.

[36] Vi ho detto però che voi mi avete visto e non credete.

[37] Tutto ciò che il Padre mi dà, verrà a me; colui che viene a me, non lo respin­gerò,

[38] perché sono di­sceso dal cielo non per fare la mia vo­lontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato.

[39] E questa è la volontà di colui che mi ha mandato, che io non perda nulla di quanto egli mi ha dato, ma lo risusciti nell’ultimo giorno.

[40] Questa infatti è la volontà del Padre mio, che chiunque vede il Figlio e cre­de in lui abbia la vita eterna; io lo ri­susciterò nell’ultimo giorno».

[41] Intanto i Giu­dei mormoravano di lui perché aveva detto: «Io sono il pane disceso dal cielo».

[42] E dicevano: «Costui non è forse Gesù, il figlio di Giuseppe? Di lui conosciamo il padre e la madre. Come può dunque dire: Sono disceso dal cielo?».

[43] Gesù rispose: «Non mormorate tra di voi.

[44] Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato; e io lo risusciterò nel­l’ultimo giorno.

[45] Sta scritto nei profeti: E tutti sa­ranno ammaestrati da Dio. Chiunque ha udito il Padre e ha imparato da lui, viene a me.

[46] Non che alcu­no abbia visto il Pa­dre, ma solo colui che viene da Dio ha visto il Padre.

[47] In verità, in ve­rità vi dico: chi cre­de ha la vita eterna.

[48] Io sono il pane della vita.

[49] I vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto e sono morti;

[50] questo è il pane che discende dal cielo, perché chi ne mangia non muoia.

[51] Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno man­gia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».

[52] Allora i Giudei si misero a discute­re tra di loro: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?».

[53] Gesù disse: «In verità, in verità vi dico: se non man­giate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avrete in voi la vita.

[54] Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ulti­mo giorno.

[55] Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda.

[56] Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me e io in lui.

[57] Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia di me vivrà per me.

[58] Questo è il pane disceso dal cielo, non come quello che mangia­rono i padri vostri e morirono. Chi man­gia questo pane vi­vrà in eterno».

[59] Queste cose disse Gesù, inse­gnando nella sina­goga a Cafarnao.

[60] Molti dei suoi discepoli, dopo aver ascoltato, dissero: «Questo linguaggio è duro; chi può in­tenderlo?».

[61] Gesù, cono­scendo dentro di sé che i suoi discepoli proprio di questo mormoravano, dis­se loro: «Questo vi scandalizza?

[62] E se vedeste il Figlio dell’uomo sa­lire là dov’era pri­ma?

[63] È lo Spirito che dà la vita, la carne non giova a nulla; le parole che vi ho dette sono spirito e vita.

[64] Ma vi sono al­cuni tra voi che non credono». Gesù in­fatti sapeva fin da principio chi erano quelli che non cre­devano e chi era co­lui che lo avrebbe tradito.

[65] E continuò: «Per questo vi ho detto che nessuno può venire a me, se non gli è concesso dal Padre mio».

[66] Da allora molti dei suoi discepoli si tirarono indietro e non andavano più con lui.

[67] Disse allora Gesù ai Dodici: «Forse anche voi volete andarvene?».

[68] Gli rispose Si­mon Pietro: «Si­gnore, da chi andre­mo? Tu hai parole di vita eterna;

[69] noi abbiamo creduto e conosciu­to che tu sei il San­to di Dio».

[70] Rispose Gesù: «Non ho forse scel­to io voi, i Dodici? Eppure uno di voi è un diavolo!». Egli parlava di Giuda, figlio di Simone Iscariota: questi in­fatti stava per tra­dirlo, uno dei Dodi­ci.

Mc 6,30-44

[30] Gli apostoli si riunirono attorno a Gesù e gli riferiro­no tutto quello che avevano fatto e in­segnato.

[31] Ed egli disse loro: «Venite in di­sparte, in un luogo solitario, e riposate­vi un po’». Era in­fatti molta la folla che andava e veniva e non avevano più neanche il tempo di mangiare.

[32] Allora partiro­no sulla barca verso un luogo solitario, in disparte.

[33] Molti però li videro partire e ca­pirono, e da tutte le città cominciarono ad accorrere là a piedi e li precedet­tero.

[34] Sbarcando, vide molta folla e si commosse per loro, perché erano come pecore senza pasto­re, e si mise a inse­gnare loro molte cose.

[35] Essendosi or­mai fatto tardi, gli si avvicinarono i di­scepoli dicendo: «Questo luogo è so­litario ed è ormai tardi;

[36] congedali per­ciò, in modo che, andando per le campagne e i vil­laggi vicini, possa­no comprarsi da mangiare».

[37] Ma egli rispo­se: «Voi stessi date loro da mangiare». Gli dissero: «Dob­biamo andar noi a comprare duecento denari di pane e dare loro da man­giare?».

[38] Ma egli replicò loro: «Quanti pani avete? Andate a ve­dere». E accertatisi, riferirono: «Cinque pani e due pesci».

[39] Allora ordinò loro di farli mettere tutti a sedere, a gruppi, sull’erba verde.

[40] E sedettero tut­ti a gruppi e grup­petti di cento e di cinquanta.

[41] Presi i cinque pani e i due pesci, levò gli occhi al cielo, pronunziò la benedizione, spezzò i pani e li dava ai discepoli perché li distribuissero; e di­vise i due pesci fra tutti.

[42] Tutti mangia­rono e si sfamaro­no,

[43] e portarono via dodici ceste piene di pezzi di pane e anche dei pesci.

[44] Quelli che ave­vano mangiato i pani erano cinque­mila uomini.

[45] Ordinò poi ai discepoli di salire sulla barca e prece­derlo sull’altra riva, verso Betsàida, mentre egli avrebbe licenziato la folla.
[46] Appena li ebbe congedati, salì sul monte a pregare.

[47] Venuta la sera, la barca era in mez­zo al mare ed egli solo a terra.

[48] Vedendoli però tutti affaticati nel remare, poiché avevano il vento contrario, già verso l’ultima parte della notte andò verso di loro camminando sul mare, e voleva oltrepassarli.

[49] Essi, vedendo­lo camminare sul mare, pensarono: «È un fantasma», e cominciarono a gri­dare,

[50] perché tutti lo avevano visto ed erano rimasti turba­ti. Ma egli subito ri­volse loro la parola e disse: «Coraggio, sono io, non temete!».

[51] Quindi salì con loro sulla barca e il vento cessò. Ed era­no enormemente stupiti in se stessi,

[52] perché non avevano capito il fatto dei pani, es­sendo il loro cuore indurito.

[53] Compiuta la traversata, approda­rono e presero terra a Genèsaret.

[54] Appena scesi dalla barca, la gente lo riconobbe,

[55] e accorrendo da tutta quella re­gione cominciarono a portargli sui let­tucci quelli che sta­vano male, dovun­que udivano che si trovasse.

[56] E dovunque giungeva, in villag­gi o città o campa­gne, ponevano i malati nelle piazze e lo pregavano di potergli toccare al­meno la frangia del mantello; e quanti lo toccavano guari­vano.

Mt 14,13-21

[13] Udito ciò, Gesù partì di là su una barca e si ritirò in disparte in un luogo deserto. Ma la folla, saputolo, lo seguì a piedi dalle città.

[14] Egli, sceso dal­la barca, vide una grande folla e sentì compassione per loro e guarì i loro malati.

[15] Sul far della sera, gli si accosta­rono i discepoli e gli dissero: «Il luo­go è deserto ed è ormai tardi; conge­da la folla perché vada nei villaggi a comprarsi da man­giare».

[16] Ma Gesù ri­spose: «Non occor­re che vadano; date loro voi stessi da mangiare».

[17] Gli risposero: «Non abbiamo che cinque pani e due pesci!».

[18] Ed egli disse: «Portatemeli qua».

[19] E dopo aver ordinato alla folla di sedersi sull’erba, prese i cinque pani e i due pesci e, al­zati gli occhi al cie­lo, pronunziò la be­nedizione, spezzò i pani e li diede ai di­scepoli e i discepoli li distribuirono alla folla.

[20] Tutti mangia­rono e furono sazia­ti; e portarono via dodici ceste piene di pezzi avanzati.

[21] Quelli che ave­vano mangiato era­no circa cinquemila uomini, senza con­tare le donne e i bambini.

[22] Subito dopo ordinò ai discepoli di salire sulla barca e di precederlo sul­l’altra sponda, men­tre egli avrebbe congedato la folla.

[23] Congedata la folla, salì sul mon­te, solo, a pregare. Venuta la sera, egli se ne stava ancora solo lassù.

[24] La barca intan­to distava già qual­che miglio da terra ed era agitata dalle onde, a causa del vento contrario.

[25] Verso la fine della notte egli ven­ne verso di loro camminando sul mare.

[26] I discepoli, a vederlo camminare sul mare, furono turbati e dissero: «È un fantasma» e si misero a gridare dalla paura.

[27] Ma subito Gesù parlò loro: «Coraggio, sono io, non abbiate paura».

[28] Pietro gli dis­se: «Signore, se sei tu, comanda che io venga da te sulle acque».

[29] Ed egli disse: «Vieni!». Pietro, scendendo dalla barca, si mise a camminare sulle ac­que e andò verso Gesù.
[30] Ma per la vio­lenza del vento, s’impaurì e, comin­ciando ad affonda­re, gridò: «Signore, salvami!».

[31] E subito Gesù stese la mano, lo af­ferrò e gli disse: «Uomo di poca fede, perché hai du­bitato?».

[32] Appena saliti sulla barca, il vento cessò.

[33] Quelli che era­no sulla barca gli si prostrarono davanti, esclamando: «Tu sei veramente il Fi­glio di Dio!».

[34] Compiuta la traversata, approda­rono a Genèsaret.

[35] E la gente del luogo, riconosciuto Gesù, diffuse la no­tizia in tutta la re­gione; gli portarono tutti i malati,

[36] e lo pregavano di poter toccare al­meno l’orlo del suo mantello. E quanti lo toccavano guari­vano.

Lc 9,10-17

[10] Al loro ritorno, gli apostoli raccon­tarono a Gesù tutto quello che avevano fatto. Allora li prese con sé e si ritirò verso una città chia­mata Betsàida.

[11] Ma le folle lo seppero e lo segui­rono. Egli le accol­se e prese a parlar loro del regno di Dio e a guarire quanti avevano bi­sogno di cure.

[12] Il giorno co­minciava a declina­re e i Dodici gli si avvicinarono dicen­do: «Congeda la folla, perché vada nei villaggi e nelle campagne dintorno per alloggiare e tro­var cibo, poiché qui siamo in una zona deserta».

[13] Gesù disse loro: «Dategli voi stessi da mangiare». Ma essi risposero: «Non abbiamo che cinque pani e due pesci, a meno che non andiamo noi a comprare viveri per tutta questa gente».

[14] C’erano infatti circa cinquemila uomini. Egli disse ai discepoli: «Fateli sedere per gruppi di cinquanta».

[15] Così fecero e li invitarono a sedersi tutti quanti.

[16] Allora egli pre­se i cinque pani e i due pesci e, levati gli occhi al cielo, li benedisse, li spezzò e li diede ai disce­poli perché li distri­buissero alla folla.

[17] Tutti mangia­rono e si saziarono e delle parti loro avanzate furono portate via dodici ceste.

*

Il quarto vangelo dedica ampio spazio alla descrizione di questo importante episodio della vita di Gesù, durato l’arco di due giorni, e questo nonostante che anche i Sinottici (soprattutto Marco) ne parlino estesamente (spesso infatti Giovanni interviene là dove i Sinottici sono o lacunosi o im­precisi).

Si può anzi con certezza sostenere che solo grazie a Giovanni si svela l’arcano di certe espressioni marciane, che tendono a circoscrivere l’e­vento in forzate speculazioni teologiche, maturate in seno alla comunità post-pasquale. P. es. Marco, quando afferma che gli apostoli «non avevano capito il fatto dei pani, essendo il loro cuore indurito» (6,52), non solo non offre maggiori delucidazioni rispetto a Giovanni, ma tende anche ad avva­lorare la tesi religiosa che vede in questo episodio un’anticipazione dell’ulti­ma cena o una prefigurazione dell’eucaristia. E in questo Luca e Matteo di­pendono totalmente da lui. Persino il quarto vangelo è stato costretto a subi­re pesanti interventi redazionali di tipo censorio o correttivo in linea con le tesi petro-paoline riportate nel primo vangelo.

I tempi e i luoghi delle due versioni più interessanti, di Giovanni e di Marco, coincidono, più o meno. «Era vicina la Pasqua» (Gv 6,4), «c’era molta erba in quel luogo» (Gv 6,10; Mc 6,39), dunque era primavera. Il luogo era situato «sull’altra riva del mare di Galilea, cioè di Tiberiade» (Gv 6,1); Mc 6,32 parla di «luogo solitario, in disparte» e di attraversata del lago «sulla barca».

La prima domanda che viene spontaneo porsi è proprio quella le­gata al luogo: perché Gesù e gli apostoli cercano un luogo solitario? Gv 6,2 dice che «una gran folla lo seguiva, vedendo i segni che faceva sugli infer­mi». È difficile però credere che centinaia, forse migliaia di persone seguis­sero Gesù per una cosa che potevano ottenere solo con molta difficoltà. Qui infatti siamo alla fine della sua attività galilaica, che ha voluto essere anzi­tutto politica e non taumaturgica (ammesso e non concesso che Gesù abbia mai compiuto delle guarigioni che non fossero alla portata di un essere umano). Stando a Gv 4,43 ss., Gesù fece in Galilea una sola guarigione: quella del figlio del funzionario reale (che è a distanza e quindi interpreta­bile in maniera del tutto simbolica), mentre secondo Marco le ultime due guarigioni compiute in Galilea sono state quella del cieco di Betsaida (8,22 ss.) e quella dell’epilettico di Dabereth (9,14 ss.), entrambe quasi strappate con la forza.

Forse la motivazione della sequela può essere stata aggiunta, nel­l’ultimo vangelo canonico, da un redattore che nutriva un certo scetticismo nei confronti delle folle galilaiche o delle folle in genere, qui viste come in­teressate a favori di tipo personale, quando in realtà la sequela poteva aver benissimo delle motivazioni di tipo politico.

Mc 6,31, infatti, sostiene che siccome i discepoli erano molto im­pegnati a evangelizzare le masse, queste erano diventate molto numerose, al punto che i discepoli «non avevano più neanche il tempo di mangiare». (Singolare è il fatto che Lc 9,11 e Mt 14,14, pur dipendendo da Marco, ri­badiscano lo stereotipo secondo cui la folla seguiva Gesù solo per le guari­gioni). «Gli apostoli – dice Mc 6,30 – si riunirono attorno a Gesù e gli riferi­rono tutto quello che avevano fatto e insegnato». Questo è l’unico passo del vangelo di Marco dove i Dodici vengono chiamati col nome di «apostoli», cioè di «inviati». È un’indicazione precisa della loro attività propagandisti­ca, non un titolo ufficiale, che solo più tardi s’imporrà in seno alla comunità primitiva.

L’efficacia del loro operato era evidente: il movimento nazareno contava già numerosi seguaci (Gv 6,10 e Mc 6,44 parlano di cinquemila uo­mini, un numero alquanto considerevole per quel tempo). La differenza tra gli apostoli e la folla stava semplicemente nel fatto che questa – come dice Mc 6,31 – «andava e veniva», quelli invece «facevano e insegnavano» (Mc 6,30). Gli apostoli rappresentavano, per così dire, l’avanguardia consapevo­le del movimento spontaneo delle masse.

Considerando che i vangeli sono testi politici che vogliono ridurre al minimo la politica rivoluzionaria del movimento nazareno, è dunque dif­ficile dar loro retta quando dicono che le folle (qui a migliaia) seguivano il Cristo esclusivamente per la sua attività taumaturgica; tanto più, peraltro, che nella versione di Marco le folle seguono anche gli apostoli, che non hanno mai fatto alcuna guarigione.

Se qui cinquemila persone avessero seguito il Cristo e i Dodici sol­tanto per ottenere guarigioni (come lascia supporre Gv 6,2), la situazione sarebbe dovuta apparire ingestibile sin dall’inizio; non solo, ma l’atteggia­mento di queste folle darebbe un’impressione fortemente negativa sul letto­re del vangelo, al punto che si dovrebbe avvalorare la tesi della comunità post-pasquale secondo cui l’obiettivo politico del vangelo di liberazione era utopistico e andava quindi ridimensionato in chiave spiritualistica.

Viceversa, Marco lascia intendere che la folla li stesse seguendo con la speranza di ottenere qualcosa che andasse al di là delle semplici gua­rigioni. Anzi, essa sembra non comprendere le necessità dei Dodici di un momento di riposo dopo il tanto lavoro propagandistico, e con decisione cerca di raggiungerli da terra, costeggiando la riva del lago. «Molti li videro partire e capirono, e da tutte le città cominciarono ad accorrere là a piedi e li precedettero» (Mc 6,33).

Il singolare spostamento logistico di questa marea di persone porta a credere che la fama del Cristo e dei Dodici era diventata molto vasta in Galilea e che le contraddizioni sociali, le aspettative di indipendenza nazio­nale avevano raggiunto ormai il culmine. L’istintiva invadenza popolare è appunto tipica di quelle «pecore senza pastore» (di cui parla Mc 6,34) che seguono Gesù e i Dodici senza una chiara strategia politica, ma con un forte desiderio di liberazione.

Nei Sinottici, dominati da uno sfondo moralistico latente, Gesù si commuove, ha compassione di questi sbandati, mostrando di non sapere neppure lui come gestire quella situazione (Mc 6,34; Mt 14,14; Lc 9,11). In Gv 6,3 l’atteggiamento è invece più sicuro e distaccato: «Gesù salì sulla montagna e là si pose a sedere con i suoi discepoli», cioè scelse un luogo da dove poteva essere facilmente visto dalla folla. Non «si mise a insegnare loro molte cose», come vuole il catechista Mc 6,34, che peraltro di queste cose non dice una parola, né guarì i loro malati, come vuole Mt 14,14, né fece entrambe le cose, come vuole Lc 9,11.

Che cosa su quel monte essi si siano detti, sino a tarda sera, si può solo immaginare. Con una folla di cinquemila persone in attesa di sapere quand’era il momento di agire in maniera risoluta, bisognava ad un certo punto prendere una decisione. Giovanni qui è esplicito nel descrivere lo sta­to d’animo dei protagonisti di quell’evento: dopo aver detto ch’erano saliti sul monte, al v. 4 dice una cosa che avrebbe dovuto mettere all’inizio del racconto, per contestualizzarlo nelle coordinate spazio-temporali; qui inve­ce ha tutt’altro significato, e questo significato è di natura strettamente poli­tica: «Era vicina la Pasqua, la festa dei giudei»: il momento migliore per andare a Gerusalemme e liberare la città dai romani. Marco s’è guardato bene dal ricordarlo.

A questo punto le versioni di Marco e di Giovanni divergono net­tamente: infatti, là dove Giovanni (6,5) afferma che la folla, stanca d’aspet­tare, cominciò a salire sul monte per sapere quale decisione era stata presa, Marco invece si limita ad affermare che «essendosi ormai fatto tardi, i di­scepoli si avvicinarono a Gesù dicendogli: Questo luogo è solitario ed è or­mai tardi; congedali perciò, in modo che, andando per le campagne e i vil­laggi vicini, possano comprarsi da mangiare» (Mc 6,35 s.).

Marco fa dire ai discepoli una cosa che il Cristo avrebbe potuto tranquillamente intuire da solo. Mette il Cristo in una posizione insensata, poiché dopo aver detto ch’egli «insegnava alle folle molte cose», aggiunge che, invece di congedarle, finito il discorso, egli si sarebbe ritirato per alcu­ne ore in un luogo solitario (il monte non viene mai citato) senza fare nulla, al punto che se alla folla non si fosse detto di tornarsene a casa, quella pro­babilmente sarebbe rimasta lì tutta la notte a bighellonare.

Avendo tolto a questo avvenimento una qualunque valenza politi­ca, Marco è caduto in una serie di contraddizioni insostenibili. Di qui forse l’esigenza di Giovanni di precisare le cose. «Alzàti gli occhi, Gesù vide che una grande folla veniva da lui e disse a Filippo: Dove possiamo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?» (Gv 6,5).

Qui appare evidente che non solo il Cristo sapeva che la folla, stanca d’aspettare, aveva cominciato ad aver fame in senso fisico e che non avrebbe trovato dei rifornitori molto facilmente, data l’ora tarda e il luogo solitario, e che con le loro risorse i Dodici non sarebbero stati in grado di sfamare nessuno, ma anche che il concetto di «fame» andava interpretato in senso metacognitivo. La folla ha «fame di liberazione» e ora vuole sapere, una volta per tutte, se Gesù e i Dodici costituiscono il «pane» con cui sfa­marsi a Gerusalemme, per il momento fatidico della Pasqua.

A Filippo viene posta una domanda ambigua «per metterlo alla prova», dice Gv 6,6. Spesso le domande di Gesù appaiono strane perché sembrano presumere una risposta ovvia. In realtà la loro ambiguità, che si gioca sul doppio senso di certe parole o espressioni, obbligava a trovare delle risposte pertinenti, per nulla scontate.

Non a caso proprio grazie all’equivocità di molte parole o espres­sioni, la comunità primitiva ha poi avuto buon gioco nell’imbastire le pro­prie fantasie spiritualistiche. Qui s’è addirittura divertita a canzonare il po­vero Filippo che, fatto passare per un ingenuo, risulta incapace di cogliere al volo l’intenzione del Cristo di esibirsi in tutta la sua spettacolare maestria di prestidigitazione. E un secondo redattore ha voluto aggiungere l’inciso: «Gesù infatti sapeva bene quello che stava per fare» (Gv 6,6).

In realtà la prova era alla portata di Filippo, come di qualunque al­tro apostolo. Ed era ancora una volta di tipo politico: «Sono in grado i Do­dici di gestire un’istanza di liberazione di così vaste proporzioni? Sapranno farlo rispettando le regole delle democrazia?». «Voi stessi date loro da mangiare», viene detto in Mc 6,37.

Nel racconto di Giovanni gli apostoli (per bocca di Filippo e An­drea) non comprendono la domanda, oppure la comprendono ma vi danno una risposta schematica, cioè l’atteggiamento di Filippo e Andrea può far pensare che tra i Dodici non vi fosse unanimità nel gestire quella situazio­ne. Infatti, se prendiamo alla lettera il dialogo tra Gesù e gli apostoli, note­remo subito delle forti incongruenze, sia in Marco che in Giovanni, a testi­monianza che qualcosa di molto strano doveva essere successo in quel fran­gente.

Nella versione di Marco, all’invito di congedare le folle, mosso da­gli apostoli, Gesù risponde con una richiesta a dir poco paradossale, data l’ora tarda, il luogo isolato e il numero spropositato di persone da sfamare: «Voi stessi date loro da mangiare». Al che gli apostoli, come se si sentisse­ro presi in giro, ribattono che con duecento denari non si sfamano certo cin­quemila persone (un denaro era in genere la paga quotidiana dell’operaio). La domanda che pongono: «Dobbiamo andar noi a comprare duecento de­nari di pane e dar loro da mangiare?» (Mc 6,37), lascia trapelare un atteg­giamento ambivalente, che un credente potrebbe interpretare come «aspet­tativa di tipo miracolistico» e un laico come «malcelata ironia».

Sia come sia il Gesù di Marco ribatte con una richiesta ancora più esigente e che, proprio per questo motivo, dovette risultare ancora più in­credibile della precedente: «Quanti pani avete? Andate a vedere». Cioè non occorreva comprare nulla, perché sarebbe bastato quel che già si aveva.

In Giovanni è lo stesso, almeno apparentemente. Alla domanda imbarazzante di Gesù: «Dove possiamo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?», che colse Filippo alla sprovvista, fa seguito una sorta di dialogo dell’assurdo tra Gesù ed Andrea: di fronte alla constatazio­ne dell’apostolo circa la povertà dei loro mezzi di sussistenza, Gesù non si scompone e ordina di far mettere a sedere i cinquemila uomini. (Anche qui qualche esegeta ha avuto il coraggio di sostenere che Andrea, proponendo al Cristo i cinque pani e i due pesci, sospettasse che questi volesse fare qualcosa di speciale).

I due racconti apparentemente coincidono. La differenza, tuttavia, è molto grande, poiché quando Marco usa la parola «pane» pensa a qualco­sa di religioso: il sacramento dell’eucaristia; Giovanni invece pensa a qual­cosa di politico (il secondo redattore di Giovanni a qualcosa di metafisico). Delle due quindi l’una: o Gesù ha davvero compiuto il miracolo, a testimo­nianza della netta differenza che separava lui dai Dodici (ma allora entria­mo nella fantascienza), oppure in luogo di questo impossibile prodigio è av­venuto qualcosa che doveva essere rimosso.

La prima ipotesi però andrebbe scartata a priori non solo perché umanamente inverosimile, ma anche perché su una cosa le domande non troverebbero una risposta convincente: come sia cioè possibile che quella folla, che in Gv 6,15, una volta sfamata, lo vuole proclamare «re», asso­ciando un evento miracolistico a un’esigenza di liberazione nazionale, sia la stessa che in Mc 6,44 non ha alcuna reazione, come se avesse assistito a una delle tante guarigioni. (Da notare che in Gv 6,30 la stessa folla che lo vuole «re», gli chiede un segno per poter credere in lui, come se il miracolo che aveva appena visto fosse stato una bazzecola!).

Viceversa, se consideriamo attendibile la seconda ipotesi, dobbia­mo necessariamente arguire che la descrizione del prodigio ha sostituito il ricordo di un evento molto increscioso, in cui i Dodici apparivano come dei protagonisti negativi. Oppure qui si è preferito addebitare loro una parte del genere, in quanto nella realtà non avevano capito che la rivoluzione, in quella occasione, coinvolgendo unicamente masse originarie della Galilea, non poteva essere fatta con la ragionevole certezza del suo buon esito fina­le.

Se si accettasse l’esegesi confessionale noi dovremmo essere indot­ti ad affermare che la negatività degli apostoli stette proprio nel non saper sfamare quelle folle, ma se consideriamo vero il prodigio del Cristo, do­vremmo necessariamente dedurre che tutta la negatività dei Dodici in altro non consistette che nell’incapacità di fare prodigi come lui. Il che, umana­mente parlando, è insostenibile.

Tuttavia, poiché i racconti di Marco e del secondo redattore di Giovanni in sostanza lasciano trapelare questo tipo di interpretazione, qui si deve concludere che gli apostoli hanno ufficialmente accettato di far passa­re una versione redazionale che li mettesse in cattiva luce sul piano della fa­coltà di compiere prodigi, piuttosto che quella in cui si sarebbe dovuto met­tere in chiaro la loro incapacità di guidare politicamente le masse.

Che cosa sia veramente accaduto è comunque difficile dirlo. Forse Gesù si aspettava che fossero i Dodici a congedare le folle con un discorso politico, spiegando a queste che i tempi non erano ancora maturi per com­piere la rivoluzione: non dovevano forse gli apostoli diventare i «pastori» delle «pecore» che «vanno e vengono»? Forse è stato lo stesso Gesù a spie­gare alle folle l’illusione di poter compiere una rivoluzione vittoriosa senza l’appoggio delle masse giudaiche e samaritane.

Quel che è certo è che esiste una differenza sostanziale tra Marco e Giovanni, in quanto mentre il primo tende a presentare un Cristo molto esi­tante sul piano politico o comunque una folla poco convinta nell’attribuirgli il ruolo di messia (cfr anche Mc 8,28), il secondo invece delinea un Cristo intenzionato a diventare un leader politico ma non secondo le aspettative spontaneistiche della folla.

Se accettassimo le versioni stereotipate dei redattori confessionali dovremmo dire che mentre in Marco Gesù cerca di accontentare con un fe­nomeno paranormale una folla che, pur seguendolo per motivi vagamente politici, si presenta come un gregge senza pastore; in Giovanni invece la folla, pur non seguendolo per motivi politici, ma solo per le guarigioni, ve­dendo il miracolo è disposta a proclamarlo re, cioè al fenomeno paranorma­le risponde col primitivismo politico, sperando di accontentare un messia che pare insoddisfatto del proprio ruolo di taumaturgo.

La stessa espressione giovannea, sicuramente realistica: «Sapendo che stavano per venirlo a prendere e farlo re, Gesù fuggì sulla montagna tutto solo» (6,14 s.), se l’avesse formulata Marco avrebbe avuto un signifi­cato molto diverso. In Marco infatti il Cristo si sarebbe nascosto per rispet­tare la strategia del «segreto messianico» (così come essa appare in vari passi del suo vangelo), mentre in Giovanni la fuga del Cristo vuole rispec­chiare una incompatibilità di fondo tra il ruolo di stratega che gli voleva at­tribuire la folla, sulla scia dei grandi condottieri giudaici, e il ruolo, molto più democratico, ch’egli voleva attribuire a se stesso e ai suoi discepoli.

Come noto Marco ha trasformato il cosiddetto «segreto messiani­co» di Gesù da mero espediente tattico, utilizzato per non avvalorare pro­pensioni avventuristiche da parte della folla, a una scelta strategica vera e propria, in cui praticamente e definitivamente veniva a riassumersi tutta la sua attività politica.

Non a caso nei Sinottici il miracolo dei pani è un racconto come altri (in Luca questo è molto evidente): nessuno tra la folla si stupisce di qualcosa, neppure tra gli apostoli, come se la folla avesse avuto una tale maturità politica da considerare episodi così spettacolari del tutto normali, quando, in realtà, è proprio la maturità politica che rende vani e inutili epi­sodi del genere.

Presentando un Gesù impolitico, i Sinottici attenuano lo scarto fra quello ch’egli s’era proposto di realizzare e quello che effettivamente realiz­zò. Essi hanno accuratamente evitato di rispondere all’imbarazzante doman­da che per forza di cose il lettore dei pani moltiplicati avrebbe dovuto porsi: perché in quell’occasione Gesù rifiutò di diventare re d’Israele e di marciare su Gerusalemme, come la folla gli richiedeva? I Sinottici non sono in grado di rispondere a questa domanda perché secondo loro Gesù non era destinato a diventare re. Essi cioè, non sapendo spiegarsi il motivo per cui un uomo che avrebbe potuto diventare il re d’Israele non riuscì a diventarlo, sono sta­ti costretti a chiudere il racconto con un tono di tipo pietistico-moralistico: Gesù fece il miracolo perché vedendo quelle pecore senza pastore si com­mosse per loro (Mc 6,34).

Il vangelo manipolato di Giovanni – come noto – risolve la questio­ne a modo suo, sostenendo che proprio nella morte di croce Gesù si manife­stò come messia. In tal modo si attenua lo scarto tra l’essere e il dover esse­re con una tesi di tipo gnostico-spiritualistico. Il che non sarebbe sbagliato se con questa tesi non si volesse in realtà sostenere che il Cristo non voleva diventare «re di questo mondo».

Qui, nel racconto dei pani moltiplicati, se si desse per buona la motivazione giovannea secondo cui le folle seguivano Gesù soltanto per i suoi poteri (taumaturgici e miracolistici), si dovrebbe spiegare solo in un modo la decisione di rinunciare al trono: le folle erano immature appunto perché più interessate alle guarigioni che non al vangelo di liberazione. In tal senso la moltiplicazione dei pani sarebbe servita come surrogato alle guarigioni che in quel frangente non furono fatte.

Il resto può anche essere interpretato in maniera simbolica: là dove Gesù diede l’ordine di raccogliere «i pezzi avanzati» (Gv 6,12), ciò sarebbe dovuto servire come testimonianza che il prodigio aveva sì un carattere gra­tuito, ma non superfluo, nel senso che con esso si voleva porre un argine proprio all’attività terapica sui malati. Col che noi avremmo a che fare con una folla che ad un certo punto smise di seguirlo (Gv 6,66), soltanto perché costretta a prendere atto della indisponibilità del Cristo-sciamano a prose­guire l’attività fin lì condotta. Una visione della folla, questa del secondo re­dattore di Giovanni, molto riduttiva. La si ritrova anche in Mc 6,53 ss., lad­dove si dice che la folla, dopo questo «miracolo», aveva interesse solo a una cosa: le guarigioni.

Una rappresentazione così pessimistica delle folle galilaiche può essere stata dettata dal fatto che in occasione di quell’avvenimento il movi­mento nazareno subì una grande sconfitta di credibilità. Probabilmente gli apostoli attribuirono il fallimento della rivoluzione galilaica più all’immatu­rità delle masse che non alla propria. Di qui la decisione redazionale di moltiplicare i pani in luogo di ciò che gli apostoli avrebbero dovuto fare. La moltiplicazione simbolica ha risolto il problema della pochezza politica.

Quale possa essere stato il motivo della rottura, peraltro momenta­nea, tra il Cristo e le folle galilaiche può essere solo intuito. Probabilmente esse si ritenevano sufficientemente numerose per compiere un’efficace sommossa antiromana che portasse alla liberazione nazionale, e tendevano a sottovalutare l’importanza di possibili intese con le forze giudaiche e sa­maritane e di altre etnie ancora. Oltre a ciò si può forse ipotizzare che le folle avessero un idealtypus di messia più vicino ai vecchi schemi giudaici, secondo cui per imporsi uno deve dimostrarlo con dei segni inequivocabili o deve comunque sapersi porre sulla scia dei grandi sovrani della tradizione giudaica.

Gv 6,70 addirittura sostiene che a partire da quel momento uno dei Dodici, Giuda, cominciò a pensare al modo come tradire Gesù, cioè – si può aggiungere (ma è solo un’ipotesi) – al modo in cui indurlo a compiere la ri­voluzione nonostante l’immaturità dei tempi e lo spontaneismo delle masse. Ma non è da escludere che questo versetto sia stato messo semplicemente per dimostrare la natura divina del Cristo, quella per la quale egli sapeva in anticipo chi l’avrebbe tradito.

Pietro, che dichiara, obtorto collo, di voler continuare la sequela, nonostante la pesante defezione, esprime la consapevolezza di chi accetta di restare nella propria frustrazione, non vedendo di fronte a sé alternative pra­ticabili. La distanza tra lui e il Cristo è tipicamente quella che si verifica ogniqualvolta si deve decidere quale valore attribuire ai due elementi fon­damentali di ogni rivoluzione: l’attacco alle istituzioni e il cambiamento di mentalità. Quando nella decisione di ribaltare il sistema si privilegia netta­mente il primo aspetto sul secondo, il fallimento della rivoluzione diventa inevitabile.

È vero, non esiste una netta antitesi in processi così strettamente interagenti; esiste tuttavia un prius da salvaguardare: le rivoluzioni vanno compiute da uomini che nella loro coscienza sono già qualitativamente di­versi. Solo così, infatti, si può sperare che, una volta ribaltato il sistema, gli ideali non vengano immediatamente traditi.

*

Il prosieguo del racconto di Giovanni è per un verso molto simile a quello della versione di Marco (la camminata di Gesù sul lago) e per un al­tro si presenta in maniera molto più articolata, senza per questo avere mag­giore attendibilità sul piano storico (il discorso presso la sinagoga di Cafar­nao).

Vediamo la prima parte (Gv 6,16-21).

Dopo il clamoroso rifiuto di Gesù di diventare re, rappresentato con una sua fuga verso la parte più inaccessibile del monte, i Dodici si sen­tirono completamente abbandonati. Non sapendo cosa fare con la folla ri­masta a valle, e avendo capito che Gesù voleva restare solo, decisero di ri­tornare sull’altra riva, «in direzione di Cafarnao», dopo averlo atteso inva­no. «Il mare era agitato perché soffiava un forte vento». Gli lasciarono una barca.

A questo punto deve essere successo qualcosa che ha fatto scatena­re la fantasia redazionale della comunità primitiva e che l’ha portata a far camminare il Cristo sulle acque.

Ancora una volta l’unica spiegazione possibile di questa versione romanzata dei fatti la offre Giovanni, il quale sostiene che quando gli apo­stoli arrivarono a Cafarnao trovarono presso la sinagoga il Cristo che li ave­va inspiegabilmente preceduti e che stava animatamente discutendo sulle condizioni per la sua candidatura al trono.

Più di così non si può argomentare. Cioè anche se qualcuno arri­vasse a dimostrare che la natura umana, ben addestrata, è in grado di fare cose apparentemente impossibili, questo non lo autorizzerebbe comunque a trarre delle conclusioni sull’uomo Gesù che andassero oltre la sua natura umana.

Qui non è neppure il caso di enumerare le molte incongruenze e il­logicità di questa pericope. Si ha solo l’impressione che la camminata sul lago stia all’immaturità politica dei Dodici, come i pani moltiplicati stiano all’immaturità politica delle folle galilaiche. Ma su questo dovremo dire altre cose più avanti.

Vediamo ora la seconda parte del racconto di Giovanni (6,22-70).

La lunghezza del discorso che il Cristo tenne nella sinagoga di Ca­farnao pare inversamente proporzionale alla sua importanza storica. Si trat­ta infatti di una prolissa disquisizione sul concetto di «pane di vita», che l’ambiente gnostico-giovanneo ha applicato direttamente alla persona di Cristo più che al pane eucaristico (come invece hanno fatto i Sinottici).

Il Cristo del Giovanni «metafisico» arriva a sostenere che per cre­dere nel suo vangelo i discepoli dovrebbero mangiare la sua carne. Egli par­la in modo tale da non poter essere capito: lo scandalo è grande e la conse­guente rottura politica inevitabile.

I fatti, come al solito, devono essere andati diversamente, e solo il Giovanni «politico» può in qualche modo illustrarceli. Poiché esistono pre­cisi riferimenti a Mosè (vv. 31-32, ma cfr anche Mc 6,40, dove viene detto, rievocando la disciplina militare del deserto, come da Es 18,25, che la folla fu messa a sedere per gruppi di cento e di cinquanta persone), è probabile che il Cristo abbia chiesto alle folle galilaiche e alle autorità incontrate presso la sinagoga, di considerare come concluso il primato assoluto con­cesso alla legge mosaica, alle istituzioni giudaiche, alle tradizioni religiose connesse al culto del sabato, dei sacrifici di animali, della circoncisione, delle norme di purità rituale, o comunque di considerare come superata l’i­dea di poter realizzare l’indipendenza nazionale in nome di principi troppo particolaristici per poter essere condivisi da etnie non ebraiche.

La reazione fu molto negativa: «Questo linguaggio è duro, chi può intenderlo?» (Gv 6,60). «Da allora molti dei suoi discepoli si tirarono indie­tro e non andavano più con lui» (v. 66).

*

La pesante mistificazione che nel vangelo di Giovanni s’è operata su questo episodio, passato alla storia col nome di «miracolo dei pani e dei pesci», si presenta come il rovescio della medaglia rispetto a quanto hanno fatto i Sinottici, di cui il principale resta il vangelo di Marco, portavoce del­l’apostolo Pietro.

In entrambe le versioni è stato del tutto omesso il discorso che ine­vitabilmente Gesù deve aver pronunciato in quel momento, approfittando del notevole assembramento di seguaci, disposti a salire a Gerusalemme per compiere la rivoluzione armata.

Tuttavia, mentre in Marco l’evento politico è stato trasformato in un prodigioso episodio miracolistico, benché senza alcuna significativa conseguenza sul tipo di sequela al movimento nazareno (se si esclude il fat­to, del tutto minimalista, che la popolazione voleva sempre più guarigioni), in Giovanni invece si fa capire che proprio in quell’occasione la defezione politica del movimento, di fronte al rifiuto di Gesù di diventare monarca d’Israele, fu drammatica e dipese dal fatto che le folle non avevano capito l’identità religiosa del messia.

In altre parole, mentre una versione mistifica le cose col silenzio assoluto sulla natura politica dell’evento, l’altra trasforma l’evento politico di natura laica in un qualcosa che unisce la mistica alla teologia.

Questo deve indurci a riflettere su almeno tre aspetti:

– il vangelo di Marco, pur essendo una falsificazione come quello di Gio­vanni, lo è in maniera più primitiva, meno teologica, ma, nonostante questo, esso detta le regole fondamentali per interpretare tutti gli eventi connessi alla persona del Nazareno;

– Marco non ha fatto ricorso a una teologia evoluta per mistificare l’evento politico, ma a una sorta di credulità popolare, secondo cui dei pani e dei pe­sci potevano essere tranquillamente moltiplicati dal «figlio di dio»; col che si può presumere che al tempo della stesura di questo vangelo si fosse già imposta, nell’ambito della chiesa primitiva, una direzione del movimento di natura autoritaria, capace di far leva sugli aspetti deteriori della demagogia, del populismo, del sensazionalismo carismatico;

– il redattore del quarto vangelo, pur avendo fatto capire che l’evento ebbe un risvolto politico, in quanto la folla voleva far diventare re il messia, ac­cetta ugualmente l’impostazione magica che Marco (Pietro) ha dato dell’e­vento; tuttavia, pur potendo evitare, senza problemi di sorta, di dare una connotazione politica all’evento, limitandosi ad accettare la versione mar­ciana, l’autore ha preferito aggiungere a questa versione una sofisticata ri­flessione teologica che ha trasformato la politicità del racconto in un raffi­nato misticismo.

In altre parole, mentre in Marco si comprende bene la censura ope­rata, ovvero lo stravolgimento dei fatti e dell’interpretazione che se ne do­veva dare, nel vangelo di Giovanni si ha l’impressione che alla stesura della narrazione abbiano partecipato più mani. Non si capisce infatti il motivo per cui l’evangelista sia andato a complicarsi la vita svelando il lato politico dell’evento, che Marco aveva invece sapientemente celato, quando avrebbe potuto benissimo farne a meno.

Che bisogno c’era di fare della teologia mistica (quella sul «pane disceso dal cielo») partendo proprio dalla politicità dell’evento? Non sareb­be stato sufficiente assumere come definitiva la versione marciana, am­pliandone in maniera simbolico-religiosa il parallelo tra «manna nel deser­to» e «pane di vita»?

Insomma qui è netta l’impressione che lo stesso Giovanni abbia scritto una versione dei fatti antitetica a quella marciana e che, proprio per questa ragione, sia stato sottoposto a un’abile manipolazione redazionale, che doveva tener conto della versione marciana e che poteva al massimo approfondirla in senso mistico, o comunque in direzione di una teologia po­litica che non contraddicesse nella sostanza quella canonica (petro-paolina).

Ora però bisogna cercare di capire che cosa può aver detto il mes­sia in quell’occasione e il motivo per cui, alla richiesta di compiere la rivo­luzione armata, egli abbia opposto un netto rifiuto. Questa è la parte più dif­ficile, poiché se non siamo in grado di chiarire il suddetto rifiuto, stando en­tro i limiti di una rigorosa laicità e di una ancora più rigorosa concezione democratica della politica, si finirà inevitabilmente per cadere nelle maglie delle interpretazioni mistiche dei vangeli.

La tesi da dimostrare è che il Cristo si rifiutò di compiere l’insur­rezione armata non perché i tempi non fossero maturi per i seguaci galilei, ma perché non lo erano per i giudei. Un’insurrezione nazionale che fosse partita dalla sola Galilea, senza l’appoggio strategico della parte più consa­pevole della Giudea, sarebbe stata un pericoloso avventurismo, anche se in quel momento la presenza romana nella regione non costituiva un ostacolo insormontabile, visto che i prefetti, per poter governare, avevano necessità di appoggiarsi su una leadership autoctona, abilmente corrotta.

Per poter compiere una vittoriosa insurrezione bisognava prima to­gliere qualunque credibilità ai dirigenti politico-religiosi del Tempio, cer­cando il più ampio consenso possibile tra le forze progressiste, e questo non poteva certo essere fatto imponendo la volontà galilaica a quella giudaica, ovvero chiedendo ai giudei di accettare una decisione insurrezionale cui non avevano contribuito in maniera decisiva.

Una ribellione generale contro il più grande impero schiavistico mai apparso fino ad allora, non poteva che essere nazionale, cercando inte­se ed alleanze non solo tra giudei e galilei, ma anche tra questi e i samarita­ni, per arrivare sino agli ebrei di origine ellenistica e agli stessi pagani che più duramente pagavano le conseguenze dell’oppressione imperiale.

Per dimostrare la fondatezza di questa tesi è sufficiente leggersi i primi quattro versetti del capitolo 6 di Giovanni, che danno le coordinate spazio-temporali dell’evento. Gesù e i suoi più fidati discepoli si trovavano in Galilea; era vicina la Pasqua; l’intero movimento nazareno era pronto a compiere l’insurrezione armata, dirigendosi verso Gerusalemme, cioè ap­profittando del momento favorevole della maggiore festività del paese, in cui l’afflusso dei fedeli era enorme. Con questa insurrezione si era convinti di poter espellere i romani da tutta la Palestina e di epurare i luoghi del po­tere politico ebraico dai collaborazionisti.

Ora, siccome il testo parla di un movimento che solo sul versante maschile era composto di cinquemila persone, ci si può chiedere se a quel tempo una consistenza del genere sarebbe stata sufficiente per compiere un’operazione di così vasta portata. Qui ovviamente si ha a che fare con mi­litanti ben consapevoli, disposti a qualunque sacrificio in nome della libertà nazionale, ma è non meno evidente che una marcia verso Gerusalemme di quella portata avrebbe ingrossato le file dei nazareni a dismisura, e ancora più l’avrebbero fatto le prime vittorie politiche e militari nella capitale.

Passare da cinquemila al doppio sarebbe stato relativamente facile. I romani, colti di sorpresa, ci avrebbero messo non pochi mesi prima di prendere adeguate contromisure. Di sicuro i loro collaborazionisti ebrei sa­rebbero stati immobilizzati molto facilmente e in pochissimo tempo. Dun­que per i galilei esistevano tutte le condizioni per compiere la rivoluzione.

Per quale motivo invece vi fu una defezione di massa, al punto che il Cristo arrivò a chiedere ai Dodici se volevano andarsene anche loro (Gv 6,67)? Cosa lo trattenne dal compiere la rivoluzione? Per quale motivo insi­steva nel dire che «il tempo giusto non era ancora venuto» (Gv 7,6)? Aveva forse paura che lo uccidessero prima ancora di poter portare a termine l’im­presa, come chiaramente appare in Gv 7,1?

È probabile che i giudei, sentendosi sufficientemente forti per fronteggiare da soli l’autoritarismo dei vari procuratori romani, non avver­tissero l’esigenza di cercare coi galilei una strategia comune. Molti di loro escludevano tassativamente che il messia potesse venire dalla Galilea (Gv 7,41.52).

Stando a Giovanni, infatti, Gesù decide di compiere l’insurrezione soltanto dopo lo smacco del movimento di Lazzaro, sul quale evidentemen­te i giudei progressisti avevano riposto molte delle loro speranze.

Quando Gesù entra in pompa magna a Gerusalemme, poco prima della Pasqua, e quindi come minimo un anno dopo la defezione galilaica sul monte Tabor, aveva al suo seguito non solo i nazareni ma anche i seguaci di Lazzaro. Era quello il momento giusto per far scoppiare la rivolta decisiva: le due etnie principali, giudei e galilei, si trovavano finalmente sullo stesso piano, guidate da un leader che, pur essendo di origine giudaica, era stato costretto a vivere in Galilea. Era come un ritorno trionfale dall’esilio, inizia­to subito dopo la fallimentare cacciata dei mercanti dal Tempio. Dallo smacco sul Tabor all’ultima Pasqua, Gesù – stando sempre al quarto vange­lo – era salito a Gerusalemme solo in occasione di due feste: quella delle Capanne, in forma del tutto clandestina, scontrandosi, per questo motivo, coi suoi parenti, che invece avrebbero preferito la massima pubblicità; e quella della Dedicazione, in cui alla domanda politica circa il suo messiani­smo aveva risposto confermando il proprio umanesimo integrale.

La questione su cui ora però bisogna soffermarsi è la seguente: è possibile rintracciare nel racconto di Giovanni sui cosiddetti «pani moltipli­cati» qualche elemento che faccia capire il motivo per cui Gesù rifiutò di compiere l’insurrezione nazionale? Noi abbiamo parlato di una mancata in­tesa strategica tra giudei e galilei, ma questa può anche essere una semplice congettura, e in ogni caso abbiamo il dovere di mostrare quali siano gli elementi testuali che in qualche modo la rendono plausibile.

Purtroppo di fronte a noi sembra esistere soltanto una pesante mi­stificazione redazionale, con la quale s’è voluta dare, alla nostra domanda, una risposta di tipo mistico, che si può riassumere nei seguenti termini: i galilei abbandonarono Gesù perché, cercando in lui un leader politico, non avevano capito che il suo messaggio aveva come fine la salvezza spirituale dell’anima. Gesù voleva far capire di essere non un messia nazionale ma l’u­nigenito figlio di dio. Quello che i galilei dovevano attendersi da lui non era tanto la giustizia economica («mi cercate perché siete stati saziati», viene detto al v. 26), quanto la beatitudine eterna, che poteva essere raggiunta credendo in lui come redentore universale, credendo nella sua resurrezione dai lacci della morte, mangiando il suo corpo e bevendo il suo sangue nel sacramento dell’eucarestia.

Ora, è evidente che una ricostruzione del genere, essendo lontanis­sima da qualunque riscontro attendibile, non è assolutamente in grado di spiegare il motivo della massiva defezione. I redattori fanno parlare Gesù con le stesse parole che avrebbero potuto usare i due principali falsificatori della sua storia: Pietro e Paolo. Su questo non val neppure la pena discute­re.

Bisogna piuttosto chiedersi se è ugualmente possibile, all’interno di tale mistificazione, risalire alla motivazione originaria (laica e umanisti­ca) che può aver indotto il Cristo a rinunciare a compiere l’insurrezione: una motivazione che, secondo la nostra esegesi, va tenuta in stretta relazio­ne all’esigenza di istituire rapporti strategici paritetici tra le due etnie fonda­mentali d’Israele.

Si può qui ricordare, en passant, che nel vangelo di Marco le ulti­me parole che le donne, giunte al sepolcro vuoto, ascoltano dal giovane ve­stito di bianco, sono: «Andate a dire ai suoi discepoli e a Pietro che vi pre­cede in Galilea» (16,7). Il che, in sostanza, voleva dire che, a causa del tra­dimento dei giudei, i galilei si sentivano liberi di agire come meglio crede­vano; l’intesa politica era finita; i nazareni avevano smesso di credere nel­l’insurrezione nazionale, ma anche nel primato del Tempio, nella legge mo­saica, nella circoncisione, nel sabato e nei precetti alimentari; ora l’unica possibilità che i giudei avevano di riprendere un rapporto coi galilei cristia­ni, era quella di credere nella divinità del «Figlio dell’uomo», unico vero messia d’Israele.

Chiusa la parentesi, torniamo alla questione di fondo, quella relati­va al lato democratico della politica rivoluzionaria. Anzitutto va considera­ta semplicemente assurda l’idea che i galilei volessero farlo diventare re perché avevano visto la moltiplicazione dei pani e dei pesci. L’assurdità non sta solo nel miracolo in sé, ma anche nel suo preteso nesso con la politica. Cioè anche nel caso in cui il Cristo avesse saputo fare un prodigio del gene­re, nulla avrebbe potuto autorizzare le folle a comportarsi in quella maniera. Sarebbe stata una deduzione illogica, non pertinente. Non si fa diventare statista un uomo solo perché è un grande prestigiatore. A meno che non lo permetta una fortissima crisi di valori e di identità (come p. es. avviene ne­gli attuali Stati Uniti, dove fanno diventare «presidenti» o «governatori» degli ex-attori di cinema).

Qui però è evidente che i redattori avevano altro per la testa. Par­tendo dal presupposto ch’egli era «figlio di dio», non hanno poi avuto scru­poli nell’attribuirgli qualunque tipo di azione fantastica. Anzi, in un certo senso si sono divertiti nel far credere che Gesù, volendo, avrebbe potuto stupire chiunque coi suoi effetti speciali, salvo poi sottrarsi con decisione alla facile popolarità che ne sarebbe inevitabilmente seguita, lasciando de­luse le folle in delirio. Se vogliamo Gesù appare come un divo dello spetta­colo che, dopo aver eccitato i fans con le sue performances, fa il prezioso mandandoli in bianco e facendo aumentare in loro il desiderio di rivederlo, e questo nella convinzione di poter recuperare gli applausi come e quando vuole.

Noi invece dobbiamo dare per scontato che l’idea di farlo diventare re sia stata conseguente a un discorso politico di grande respiro, non certo a un prodigio di tipo materiale, contrario a qualunque legge fisico-chimica della natura. L’idea che i redattori, censori e manipolatori, hanno avuto è stata quella di trasformare Gesù in un novello Mosè che compie una gigan­tesca eucarestia. La contrapposizione artificiosa è stata posta tra «manna piovuta dal cielo», che placò la fame nel deserto, e «pane di vita», che dà all’anima la salvezza eterna.

In particolare i redattori fanno dire a Gesù, rivolto ai suoi seguaci, una cosa davvero spiacevole: «mi avete cercato perché vi ho sfamato come Mosè, non perché avevo compiuto un segno miracoloso da interpretare in chiave mistica» (Gv 6,26 parafrasato). Egli dunque avrebbe rimproverato i nazareni d’essere dei volgari materialisti e di non capire le altezze spirituali del suo messaggio teologico. In sostanza i redattori hanno trasformato l’i­stanza politica di liberazione in una bassezza di tipo economicistico, per poi anteporre a questa una riflessione squisitamente religiosa.

Fatto questo revisionismo storico e ideologico, essi erano convinti di aver posto il lettore nell’impossibilità di individuare la differenza tra la concezione politica che i galilei avevano della rivoluzione e quella del Cri­sto. E noi, in effetti, stante l’attuale condizione delle fonti, possiamo soltan­to abbozzare dei semplici tentativi ermeneutici. Il primo dei quali è relativo all’opposizione di una politologia basata sulla democrazia a un’altra basata sulla monarchia. «Volevano farlo diventare re», viene detto chiaramente in Gv 6,15. Cioè in sostanza volevano una riedizione del glorioso regno davi­dico, da imporre con la forza delle armi non solo ai romani ma anche agli stessi giudei, che fino a quel momento avevano fatto di tutto per ostacolare l’attività politica del messia.

Contrapporre galilei a giudei sarebbe stato il modo peggiore per affrontare le agguerrite e ben organizzate legioni romane. I giudei doveva­no arrivare a capire da soli che in quel frangente la soluzione offerta dal movimento nazareno era la migliore possibile. Ecco dunque cosa è stato in realtà il cosiddetto «miracolo dei pani»: una lezione di autentica democra­zia politica.

*

Riprendiamo ora il commento al brano genericamente chiamato dagli esegeti «Gesù cammina sul mare» (Gv 6,16-21), che poi, come noto, si trattava del lago di Tiberiade.

La pericope viene presentata dai manipolatori del quarto vangelo come se fosse un segno della divinità del Cristo, ma forse, più che di «segno», sarebbe meglio parlare di «sogno». Qui infatti la fantasia ha lavorato parecchio, come già d’altra parte s’era fatto nel racconto precedente, quello appunto dei pani cosiddetti «moltiplicati».

Questi due episodi surreali vengono messi insieme anche nel vangelo di Marco, per cui la loro struttura fondamentale è conservata anche nel quarto vangelo, con questa differenza, che mentre nel primo vangelo si è operata, sin dall’inizio, un’interpretazione del tutto mistificata del rapporto di Gesù con i galilei sul monte Tabor, nel vangelo attribuito a Giovanni invece si è dovuta operare una forte manipolazione del testo originario, onde impedire che emergesse un’interpretazione più obiettiva dei fatti, di cui, allo stato attuale, si possono scorgere solo pochi addentellati.

Il racconto della camminata sul lago è infatti servito per censurare completamente la motivazione con cui Gesù avrà dovuto spiegare agli apostoli, che in quell’occasione erano quasi intenzionati ad andarsene, il suo rifiuto di compiere la rivoluzione antiromana a Gerusalemme, visto e considerato che una folla di cinquemila uomini della Galilea era disposta a marciare con lui. Il perché di questo diniego già lo conosciamo: Gesù riteneva che senza il concorso dei giudei nessuna insurrezione antiromana avrebbe potuto resistere alla inevitabile controffensiva che avrebbe scatenato l’imperatore Tiberio. Gesù si era nascosto sul monte per non dover cedere alle pressioni avventuristiche di una folla disposta ad agire con o senza l’aiuto dei giudei. Evidentemente essa, secondo lui, non aveva il senso della realtà, cioè non capiva che per resistere alle legioni di Roma non bastava vincere una battaglia.

Qui i manipolatori vogliono far capire che tra i discepoli (vicini e lontani) e Gesù vi era un abisso, dovuto al fatto ch’egli era di natura divina, quella che gli permetteva appunto di moltiplicare i pani e i pesci a proprio piacimento e anche di camminare sulle acque.

Quello che manca in questi vangeli è l’autocritica, nel senso che la larga massa dei seguaci e il gruppo più ristretto dei collaboratori vengono sì descritti negativamente, come se del Cristo non fossero in grado di capire nulla, ma la negatività non è affatto in relazione ai comportamenti effettivi che loro tenevano in determinati frangenti. Infatti che qui si fosse in presenza di quello che in politica viene chiamato lo «spontaneismo delle masse», appare evidente, ma i redattori si guardano bene dal mostrare che l’incomprensione da parte dei Dodici era proprio relativa a questo atteggiamento superficiale.

In altre parole qui siamo in presenza di un’autocritica del tutto decontestualizzata. I redattori ammettono la pochezza di fede degli apostoli (nei Sinottici addirittura si assiste a una folla venale che cerca Gesù solo per ottenere guarigioni); tuttavia l’incredulità non può che apparire inevitabile al cospetto di uno che moltiplica i pochi pani e pesci a disposizione per migliaia di persone e che, subito dopo, si mette a camminare sulle acque del lago, sconvolgendo ogni legge fisica e gravitazionale. Anzi, semmai ci si dovrebbe chiedere se non sia un controsenso aver paura di uno che cammina sulle acque dopo averlo visto moltiplicare i pani. Umanamente parlando, quale delle due cose è più difficile fare? Che qui esista una manipolazione del quarto vangelo da parte di teologi petro-paolini è testimoniato anche dal fatto che questo racconto viene ripreso, nella sua essenza mistica, da quello marciano, togliendo a quest’ultimo soltanto l’inutile teatralità (gli apostoli gridano che è un fantasma, erano rimasti molto turbati o enormemente stupiti).

In Marco addirittura viene detto che erano sbalorditi al vederlo camminare sull’acqua proprio perché non avevano capito il fatto dei pani. In sostanza il manipolatore è come se volesse far capire al lettore che i Dodici, non avendo intuito in Gesù la natura divina in seguito alla moltiplicazione dei pani, non riuscivano ad ammetterla neppure quando lo videro camminare sul lago. Ora, anche a prescindere da qualunque considerazione psicologica che si possa fare sulla natura di questi personaggi, i quali sembrano non rendersi conto che, in casi del genere, si ha a che fare o con un illusionista (che, se non dichiara subito i propri trucchi, è anche un impostore), o con una persona sovrumana, resta il fatto che per tali manipolatori l’incredulità degli apostoli doveva apparire al lettore interamente circoscritta in un’area semantica di tipo religioso. Questo peraltro è molto evidente già nel proto-vangelo, ove si lascia intendere ch’egli si era nascosto sul monte non tanto perché non voleva diventare re (come viene detto in Gv 6,15), quanto perché non accettava d’essere strumentalizzato come operatore di prodigi e guarigioni.

In Marco l’idea di fondo è che Gesù si comportava in maniera sovrumana soltanto allo scopo d’indurre a credere nella sua esclusiva figliolanza divina; tuttavia, una volta maturata la fede, non avrebbe più dovuto essere necessario continuare con tale strategia: la folla dei seguaci avrebbe dovuto capirlo, ma, a quanto pare, non vi riusciva. Nei vangeli (soprattutto nei Sinottici) non solo si è voluto rimuovere completamente qualunque attività politica del Cristo, ma si è anche fatto in modo di far passare gli interlocutori per degli sprovveduti totali, assolutamente incapaci di comprendere alcunché del suo messaggio soteriologico.

Anche nel vangelo di Giovanni la spiegazione dell’atteggiamento della folla, che continua a cercare Gesù dopo che si è nascosto sul monte, ha dell’incredibile: «Voi mi cercate non perché avete visto dei miracoli, ma perché avete mangiato dei pani e siete stati saziati» (v. 26). Una spiegazione del genere è piuttosto indegna. Infatti è come se si fosse detto che la folla era così cinica e materialistica che continuò a cercare Gesù non tanto perché, constatando il portentoso miracolo dei pani, avrebbe dovuto intuire la natura divina del suo artefice, quanto piuttosto perché, al cospetto di quel prodigio, essa si era saziata, sicché, come fanno i bambini piccoli o le persone particolarmente avide, avrebbe voluto che Gesù elargisse altri favori materiali.

Una ricostruzione dei fatti, questa dei manipolatori, basata su una concezione molto negativa delle istanze emancipative delle masse popolari; è una concezione molto elitaria e, se vogliamo, nettamente antisemitica, in quanto fa passare gli ebrei per un popolo molto gretto, disposto a seguire Gesù soltanto per avere dei prodigi, i quali, di per sé, non potranno mai confermare – secondo loro – la sua figliolanza divina. Infatti nello stesso vangelo di Giovanni, di fronte alla richiesta di credere in tale figliolanza (v. 29), essi gli rispondono: «Quale miracolo fai tu, perché lo vediamo e ti crediamo? I nostri padri mangiarono la manna nel deserto…» (vv. 30-31). La cosa assurda di questa richiesta è che la folla – stando agli stessi manipolatori – sembra non essere riuscita a capire che i pani erano stati moltiplicati in maniera miracolosa. Cioè non solo i Galilei non accettarono l’idea che unicamente una divinità avrebbe potuto moltiplicarli in quella maniera, ma non videro neppure che si era trattato di un prodigio. E allora – ci si può chiedere – perché erano accorsi in massa per rivederlo? E perché lo cercavano sul monte? e perché volevano farlo diventare re? Dice Giovanni al v. 14: «La gente, avendo veduto il miracolo che Gesù aveva fatto, disse: Questi è certo il profeta che deve venire nel mondo». E quindi tentano di rapirlo per farlo diventare un novello Davide, essendo convinti che con un sovrano così «super» sarà impossibile perdere contro Roma.

Mettendo a confronto la manna disceso dal cielo e i pani moltiplicati, che cosa sarebbe dovuto apparire più miracoloso? Qui i manipolatori han voluto far credere che la grande differenza tra ebrei e cristiani stava proprio nel fatto che per gli ebrei solo dio poteva fare miracoli e che qualunque prodigio che un uomo come Gesù poteva compiere non li avrebbe mai potuti autorizzare a credere che avesse una natura divina.

Come si può notare, in questo vangelo la controversia tra ebrei e cristiani è tutta circoscritta in una dimensione esclusivamente religiosa. Si tratta cioè di stabilire se, in virtù dei suoi spettacolari prodigi, Gesù poteva essere definito, con sicurezza, una divinità. Tutta la controversia tra ebraismo e cristianesimo è riconducibile alla categoria di «segno miracoloso», nel senso che gli ebrei non riescono a credere nella figliolanza divina del Cristo proprio perché egli si è sempre rifiutato di dimostrarla concretamente. I suoi prodigi non possono – secondo loro – essere considerati sufficienti, proprio in quanto egli non si rivolgeva a dio in persona per poterli fare: li faceva autonomamente, e questo per loro era un indizio di ateismo.

Dunque si faccia bene attenzione a come i manipolatori hanno ribaltato i termini del problema. Gesù, agli occhi degli ebrei, non appariva ateo in quanto nelle sue azioni, che non erano affatto miracolistiche ma semplicemente umane, non faceva alcun riferimento alla divinità, ma appariva ateo in quanto dichiarava d’essere, in via esclusiva, «il figlio di dio», senza che dio potesse, in qualche modo, confermare questa pretesa. Quindi non solo i manipolatori hanno misconosciuto l’attività politica eversiva del Cristo, sostituendola con una diatriba tipo teologico, ma all’interno di quest’ultima hanno dato all’ateismo del Cristo una connotazione esclusivamente religiosa, nel senso che Gesù appariva ateo solo agli ebrei, i quali, essendo un popolo chiuso, materialista, unicamente legato alle proprie leggi e tradizioni, non si sarebbero lasciati convincere della sua divinità neppure se l’avessero visto risorgere.

Se non è antisemitismo questo, che cos’è? Se questa non è un’ideologia spiritualistica di tipo pagano, che cos’è? Se questa versione dei fatti non è un tradimento su tutti i fronti del progetto politico di liberazione della Palestina che aveva Gesù, che cos’è?

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Autore: laicusblog

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