Il mare della vita (Mc 3,7-35)

Le folle al seguito di Gesù (vv. 7-12)

[7] Gesù intanto si ritirò presso il mare con i suoi discepoli e lo seguì molta folla dalla Galilea.

[8] Dalla Giudea e da Gerusalemme e dall’Idumea e dalla Transgiordania e dalle parti di Tiro e Sidone una gran folla, sentendo ciò che faceva, si recò da lui.

[9] Allora egli pregò i suoi discepoli che gli mettessero a disposizione una barca, a causa della folla, perché non lo schiacciassero.

[10] Infatti ne aveva guariti molti, così che quanti avevano qualche male gli si getta­vano addosso per toccarlo.

[11] Gli spiriti immondi, quando lo vedevano, gli si gettavano ai piedi gridando: «Tu sei il Figlio di Dio!».

[12] Ma egli li sgridava severamente perché non lo manifestassero.

*

Saputo che erodiani e farisei avevano intenzione di «farlo morire», soprattutto perché violava continuamente il sabato con le sue guarigioni (stando almeno al vangelo marciano) e organizzava un movimento popolare ostile alle istituzioni, Gesù «si ritirò presso il mare coi suoi discepoli e lo seguì molta folla dalla Galilea» (v. 7).

Le folle della Galilea sapevano mostrare riconoscenza e gratitudi­ne: in un primo momento lo avevano cercato per le guarigioni, ma qui lo cercano perché avevano compreso che il suo coraggio di trasgredire il saba­to e di contestare le autorità costituite andava premiato, andava protetto dal­le insidie delle stesse autorità. Marco fa capire chiaramente che quanto più Gesù si esponeva alle accuse dei capi politico-religiosi, tanto più le folle che lo seguivano aumentavano di numero. La loro stessa consapevolezza politica cresceva.

Marco però, volendo distinguere queste folle da quelle non-galilaiche, afferma che ormai venivano da tutte le nazioni e da molte grandi città: Giudea, Gerusalemme, Idumea, Transgiordania (cioè la Perea), Tiro e Sidone; nazioni e città di varie tipologie: israelitiche, semi-pagane, total­mente pagane. Sembra che Marco abbia fatto l’elenco con l’intenzione di sottolineare le rispettive legittime priorità. Ma non è così. Di fronte a Gesù le scale gerarchiche dei valori spesso vengono rovesciate. Se quel che più conta è la disponibilità ad ascoltare il suo vangelo, non può avere molta im­portanza la posizione ufficiale di prestigio che ricopre questa o quella na­zione e città. Basti pensare che se la prima nazione citata, in capo alle altre, è l’ortodossa Giudea, di fatto, gli avvenimenti in corso avvengono nella Ga­lilea semi-pagana.

Le folle extra-galilaiche si recarono da lui – dice Marco – perché avevano sentito «ciò che faceva» (v. 8); esse cioè volevano approfittare del suo particolare potere di guarire i mali fisici (benché qui le guarigioni pos­sano essere state usate dall’evangelista per censurare i suoi discorsi politici).

Tuttavia, nonostante questa considerevole differenza di atteggia­mento, Gesù non rifiuta la propria disponibilità. «Allora egli pregò i suoi discepoli che gli mettessero a disposizione una barca, a causa della folla, perché non lo schiacciassero» (v. 9). In effetti, ancora non riescono a com­prenderlo per quello che egli vuole, faticano a capire il significato umano e politico del suo messaggio. Lo accettano, è vero, anzi lo esaltano come tau­maturgo e, alcuni, dicono di riconoscerlo come «profeta», ma ancora non sanno scorgere in lui il «liberatore nazionale». La sua diversità di metodo e di contenuto dai tradizionali «messia d’Israele» è troppo marcata. Se fossero venuti come soggetti consapevoli del suo messaggio, e non solo come indi­vidui desiderosi di terapie, è da presumere ch’egli non avrebbe avuto biso­gno di ricorrere all’espediente della barca: sia perché, verosimilmente, sa­rebbero stati di meno; sia perché, anche essendo in molti, non l’avrebbero schiacciato in quel modo.

Gesù comunque non si sottrae a questo tipo di folla, la quale, a dif­ferenza degli scribi e dei farisei, interpreti ed esecutori della legge, evita, così facendo, di precludersi la possibilità che lo si possa un giorno ricono­scere per quello ch’egli veramente vuole realizzare. Certo, si tratta solo di una possibilità, giacché nessuna ricerca affannosa della terapia risanante può di per sé indurre a credere che, una volta ottenutola, si possa realizzare automaticamente nella persona la conversione della mentalità, ovvero la fi­ducia nella riuscita della rivoluzione.

Gesù da un lato permette che gli si gettino addosso affinché otten­gano le guarigioni desiderate; dall’altro però non può non sapere che questo entusiasmo interessato un giorno potrebbe anche ritorcersi contro di lui. In quanto stratega della rivoluzione, Gesù sapeva che fino a quando l’ammira­zione delle folle non si fosse trasformata in un assiduo impegno politico e umano, non avrebbe potuto contare pienamente sul loro appoggio.

Le folle tuttavia vanno educate, e il fatto di esaudire le loro richie­ste istintive, superficiali, può essere considerato come un metodo pedagogi­co per poter fare in seguito, con quelle stesse folle, cose ben più importanti. Non ha senso disprezzare le masse inconsapevoli, in attesa che maturino da sole.

Questo racconto però viene concluso – forse non da Marco – in ma­niera moralistica, mostrando cioè che l’unica liberazione possibile è solo quella «esorcistica», quella cioè in cui il riconoscimento del valore di Gesù è riferito alla sua presunta «divinità». È come se il redattore, per cercare di spiegare il così vasto afflusso di folle, avesse cercato di deviare l’attenzione del lettore dalle motivazioni politiche a quelle religiose, quelle per le quali la folla non è ancora pronta. Infatti sono solo gli «spiriti immondi» che lo riconoscono come «dio». Essi, «quando lo vedevano, gli si gettavano ai piedi gridando: Tu se il Figlio di Dio!» (v. 11). Col che il redattore esprime un giudizio fortemente pessimistico circa le capacità rivoluzionarie delle masse.

Le guarigioni quindi sembrano essere state usate secondo due mo­tivazioni: censurare la reale attività politica del Cristo, rappresentare le masse popolari in una maniera negativa, in quanto interessate a meri favori personali.

Istituzione dei Dodici (vv. 13-19)

[13] Salì poi sul monte, chiamò a sé quelli che egli volle ed essi andarono da lui.

[14] Ne costituì Dodici che stessero con lui

[15] e anche per mandarli a predicare e perché avessero il potere di scacciare i de­mòni.

[16] Costituì dunque i Dodici: Simone, al quale impose il nome di Pietro;

[17] poi Giacomo di Zebedèo e Giovanni fratello di Giacomo, ai quali diede il nome di Boanèrghes, cioè figli del tuono;

[18] e Andrea, Filippo, Bartolomeo, Matteo, Tommaso, Giacomo di Alfeo, Taddeo, Simone il Cananèo

[19] e Giuda Iscariota, quello che poi lo tradì.

*

La scelta di un gruppo particolare di seguaci, ben addestrato e di­sciplinato, con funzioni di alta responsabilità morale e politica, partì evi­dentemente dall’esigenza di organizzare al meglio un movimento che anda­va progressivamente ampliandosi. L’immagine descritta da Marco è un po’ idilliaca e carica di simbolismi (vedi ad es. la differenza tra «mare» – alla portata di tutti – e «monte», solo per i discepoli migliori; il numero stesso di «Dodici» ricorda troppo da vicino le tribù d’Israele per essere vero. È diffi­cile pensare a un Cristo così legato al passato, quando il suo movimento, al contrario, voleva costituire una vera novità per il presente).

Molto suggestiva è l’espressione «chiamò a sé quelli che volle». Qui sembra che Gesù chiami non solo con «autorità» ma anche con «umana sensibilità», come se la sua vera forza fosse tutta interiore, spirituale. Qui l’identità e la differenza, l’intimità e la distanza si uniscono senza confon­dersi, si distinguono senza separarsi. Essi infatti – ha bisogno di specificare Marco, evitando di darlo per scontato – «andarono da lui». Se avessero aderito solo per motivi politici, non li avrebbe chiamati «vicino a sé», ma a una certa distanza, né Marco avrebbe precisato un’azione che, in questo caso, sarebbe stata ovvia (Luca infatti la pensa così in 6,13, e Matteo anche in 10,1). Siccome invece esiste un certo equilibrio tra «obbedienza» e «libertà», Marco è stato costretto a sottolineare che gli apostoli, stimolati dalla forza morale della sua personalità e convinti di poter contribuire, col loro impegno, a modificare la realtà esistente, scelsero liberamente di aderire alla sua chiamata.

Perché ne costituì proprio Dodici? La scelta di questo numero, che rappresenta un simbolo per la mentalità ebraica (dodici infatti erano i pa­triarchi che diedero origine alla storia del popolo ebraico, secondo il Gene­si; dodici era state le tribù d’Israele, anche se al tempo di Gesù si erano ri­dotte a poco più di due): la scelta di questo numero, si diceva, è sicuramen­te nata in un ambiente giudaico-cristiano, allo scopo di dimostrare la conti­nuità del cristianesimo rispetto all’ebraismo (al numero «dodici» gli elleni­sti opporranno negli Atti il numero «sette»).

Il Cristo qui viene considerato alla stregua di un «nuovo Mosè» (come nelle cosiddette «trasfigurazione sul monte Tabor» e «moltiplicazio­ne dei pani»). È molto probabile che siano stati gli apostoli stessi a darsi, dopo la morte di Gesù, un’identità del genere, al fine di superare la crisi del­l’originario progetto politico-rivoluzionario: essi cioè avranno cercato di valorizzare, con questo numero, il significato profetico-evocativo del suo vangelo, ponendo dei paralleli con la storia dell’antico giudaismo. Gli apo­stoli stessi potevano così vantare, agli occhi della comunità primitiva, una specie di rango equivalente a quello dei vecchi patriarchi.

Al massimo dunque si deve pensare che alcuni discepoli vennero incaricati da Gesù di assumere un particolare ruolo di responsabilità (politi­co-organizzativa e ideologica) nell’ambito del movimento nazareno, già ab­bastanza esteso. Naturalmente con tale incarico Gesù avrà tenuto conto non solo delle esigenze organizzative del movimento, ma anche della serietà ri­voluzionaria dei discepoli scelti. In questo caso è da escludere che abbiano influito fattori estrinseci quali lo stato civile, la condizione sociale, profes­sionale, economica, culturale, ecc. degli interessati. La differenza tra «di­scepolo» e «apostolo» stava semplicemente nel fatto che il primo soprattut­to «imparava», mentre il secondo aveva anche il compito di «insegnare» (cioè dirigere, sensibilizzare, propagandare, attivare le forze del movimen­to). L’apostolo non rappresentava soltanto il riconoscimento da parte di Gesù di un’attività politica svolta con molta dedizione e sacrificio, ma rap­presentava anche la possibilità di un impulso ulteriore allo sviluppo qualita­tivo e quantitativo del movimento.

Interessante altresì è il fatto che nell’istituzione dei Dodici, Marco non pone alcuna differenza di rango o di privilegio fra un apostolo e l’altro. Il collegio viene costituito da una sola persona, in uno stesso momento, in maniera pubblica, usando un’unica modalità di selezione e per uno scopo al quale esso era chiamato nella sua interezza. Gesù non chiamò all’apostolato uno o due discepoli delegando ad essi il compito di cooptarne altri.

Sul piano della «legittimità» (oggettiva) l’organo era perfettamente democratico, anche se questo implicava il riconoscimento di Gesù quale guida principale del movimento (in fondo il fatto che esista una «guida principale» non implica la presenza di elementi «autoritari» o «monarchici» all’interno del movimento, né il fatto ch’esistesse un «collegio» implicava la presenza di elementi «aristocratici». Monarchia e aristocrazia esistono quando gli esponenti di queste due forme di governo non possono essere ri­mossi dal popolo, anche quando le loro azioni sono ingiuste. Una volta af­fermato il principio della revocabilità, la democrazia, almeno in teoria, è più facilmente garantita).

Soltanto sul piano del «merito» (soggettivo) potevano sussistere delle differenze intracollegiali, il cui valore, naturalmente, andava messo costantemente in rapporto a circostanze particolari di tempo e di luogo. In alcuni casi l’apostolo Giovanni viene definito «prediletto», in altri viene se­veramente rimproverato; così è per Giacomo, Pietro, ecc. Spesso infatti si nota nei vangeli che la pariteticità dei ruoli, cioè l’assenza di gerarchie for­mali, non implica di necessità l’unanimità d’intenti. Forti polemiche spesso si verificheranno sia fra gli apostoli che fra questi e Gesù.

Che nessun apostolo, singolarmente inteso, potesse rappresentare gli altri (negando agli altri tale facoltà), ma che tutti insieme si autorappre­sentassero in quanto «comunità particolare», al servizio dell’intero movi­mento, è dimostrato anche dalla sostituzione che si operò nei confronti di Giuda suicida. Negli Atti degli apostoli è chiaramente espressa l’idea che l’i­stituzione degli apostoli è superiore alla volontà del singolo apostolo. Que­sto a prescindere dal fatto che proprio in questo testo si presenti dapprima un collegio perfettamente unanime e subito dopo ci si limiti a descrivere l’attività di un solo apostolo: Pietro.

Sarà dopo la morte di Gesù che gli apostoli cominceranno ad av­vertire la possibilità di diventare superiori a tutto il movimento nazareno. Tuttavia gli ellenisti (cioè i discepoli cristiani di origine ebraica ma di cul­tura greca) contesteranno la pretesa dei Dodici di considerarsi come una ca­sta privilegiata (una sorta di aristocrazia politico-religiosa, nettamente al di sopra del movimento cristiano post-pasquale).

Gli ellenisti, guidati da Stefano, cercheranno di emanciparsi dalla soffocante egemonia del collegio, il quale reagirà mostrando, con l’istituzio­ne della «cresima», chiare tendenze alla burocratizzazione. La cresima in­fatti era una sorta di sacramento di «controllo» di un altro sacramento, che ogni fedele poteva liberamente impartire: il battesimo.

Negli Atti appare chiarissima la preoccupazione degli apostoli di salvaguardare la loro leadership su tutto il movimento, emarginando le for­ze che apparivano troppo politicizzate o poco concilianti col potere giudai­co (come appunto gli ellenisti, che, prima ancora degli ebreo-cristiani di Gerusalemme, avevano rinunciato a qualunque rivendicazione politico-nazionale). Non a caso negli Atti chi svolge questa funzione di controllo è soprattutto Pietro, condivisa per un brevissimo tempo da Giovanni (8,14).

I compiti dei Dodici sono riportati da Marco in ordine d’importan­za: 1. stare vicini a Gesù (cioè aiutarlo a dirigere e organizzare il movimen­to) e 2. andare a predicare, ampliando il movimento il più possibile. Il terzo compito: guarire gli ammalati o esorcizzare, è stato aggiunto semplicemen­te per far assomigliare gli apostoli al «Cristo della fede». Così facendo, il redattore pensò di fare un favore agli apostoli o all’idea della divinità del Cristo, senza rendersi conto che, sul piano politico, le terapie risananti era­no per Gesù assai poco rilevanti, ammesso e non concesso che le abbia davvero fatte.

Gli apostoli – da quanto si può dedurre – non avevano nulla in co­mune coi successivi «vescovi» o «presbiteri»: non tanto perché – come vuo­le la chiesa stessa – erano un gruppo a sé, unico e irripetibile, testimoni di­retti, oculari, del Cristo e della sua cosiddetta «resurrezione», sostanzial­mente «itineranti» nella vocazione; quanto piuttosto perché essi non aveva­no alcun compito religioso o sacramentale o ecclesiastico da svolgere. Que­sti aspetti sono subentrati appunto per sostituire le originarie funzioni politi­co-organizzative del movimento, che, fallito l’obiettivo rivoluzionario, furo­no progressivamente smantellate.

*

Gesù chiamò all’apostolato secondo l’importanza che questi disce­poli, in quel preciso momento, avevano. Lo si comprende da una serie di ra­gioni:

– Andrea, pur essendo fratello di Simone e citato da Marco sempre al suo fianco, ora è posto dopo i figli di Zebedeo; quindi Marco non ha tenuto conto che Andrea era stato il «protoclito» (primo chiamato) – come vuole il vangelo di Giovanni (1,40) -, e che proprio lui aveva convinto il fratello Si­mone a seguire Gesù (Gv. 1,41 s.). Se Marco avesse preso in considerazio­ne la precedenza cronologica o la semplice anzianità del rapporto con Gesù, l’elenco sarebbe stato ordinato secondo una motivazione estrinseca e forma­le.

– Pietro, Giacomo e Giovanni appaiono come una triade a se stante, diffe­renziata da tutti gli altri; non tanto perché occupano i primi tre posti, quanto perché solo ad essi Gesù ha voluto imporre dei soprannomi (il che fa venire in mente le esigenze della clandestinità). I significati di «pietra» e di «tuo­no» paiono equivalenti, giacché entrambi sono segno di forza morale e in­tellettuale: forse la parola «pietra» può essere associata a un certo «schema­tismo ideologico» caratterizzante la personalità di Pietro. Da notare che nel­la Lettera ai Galati, Paolo fa capire, citando le «colonne» della chiesa, che il più importante, ai suoi tempi, era Giacomo, detto il Minore (uno dei fra­telli di Gesù, non il fratello del quarto evangelista), cui seguivano Pietro e Giovanni (2,9). L’ideologia spiritualista di Paolo emerse quando nell’ambito della comunità giudaico-cristiana dominava l’indirizzo conservatore di Gia­como il minore.

– Giuda, il traditore, è stato messo per ultimo, a fianco di Simone il cananeo o lo zelote, cioè il sovversivo estremista, il terrorista pentito. È probabile che anche Giuda facesse parte di questo movimento, ma non è da escludere ch’egli fosse appartenuto all’ala progressista del partito farisaico giudaico. Marco non ha mai potuto scrivere la parola «zelote» perché ai suoi tempi l’associare questo movimento a quello nazareno non avrebbe giovato alla causa del cristianesimo nascente, tutto preoccupato a non farsi perseguitare da Roma per motivi politici. Luca, che scrive dopo circa un decennio dalla stesura del vangelo di Marco e rivolgendosi a un pubblico diverso, ha meno problemi nel citare nel suo elenco il titolo politico di «zelote» (anche per­ché era sicuro che il significato originario di questa parola ormai non lo si conosceva più).

A proposito di Giuda: Marco dice subito ch’egli tradirà Gesù non solo per dimostrare che la cosa era prevista dalla «prescienza divina» (o dalle profezie veterotestamentarie), ma anche per distinguerlo dall’altro Giuda, detto Taddeo. Sulla questione del tradimento ci sarebbe un lungo di­scorso da fare. Qui si può soltanto affermare che l’ipotesi di un tradimento non può mai essere scartata a priori all’interno di una comunità politica, per cui la previsione non può certo essere considerata come una prova della di­vinità del Cristo. Il fatto poi che Gesù avesse umanamente previsto ed an­che tollerato il tradimento, non sta certo ad indicare la sua disponibilità alla morte inevitabile, necessaria, redentrice per tutto il genere umano, gemente – secondo l’interpretazione paolina – sotto il peso del peccato d’origine, né sta ad indicare un’esigenza che Gesù poteva avere di voler confermare a tut­ti i costi le Scritture (il che sarebbe davvero fantasioso, anche perché le pro­fezie sono state utilizzate dai primi cristiani a posteriori, quando la crocifis­sione era già avvenuta). Gesù probabilmente ha voluto soltanto insegnare ai Dodici che l’appartenenza alla comunità era libera, cioè non vincolata da al­cunché che non fosse la propria coscienza.

L’impegno cui Gesù chiamò ad un certo punto alcuni suoi discepo­li, non voleva configurarsi come un dovere che si poneva sopra o contro la loro volontà: si trattava, più semplicemente, di una proposta di lavoro poli­tico e organizzativo da assumersi con maggiore responsabilità. L’adesione doveva essere libera e spontanea e tale doveva rimanere anche dopo averla data. Gli apostoli non sono stati scelti da Gesù a caso né perché predestinati da qualche fattore costringente. Quando si deciderà di sostituire Giuda Isca­riota, lo si farà in maniera democratica.

Talune posizioni, ideologiche e politiche, all’interno del movimen­to (o dello stesso collegio), potevano essere maggioritarie e minoritarie, ma questo non impediva assolutamente che il dibattito e il confronto dialettico continuassero e s’approfondissero. Nessuno, nel movimento nazareno, è mai stato «scomunicato». Il principio stesso dell’appartenenza non vincolata garantiva che nessuna defezione o nessun tradimento sarebbe stato oggetto di rappresaglia (anche se non è da escludere che il suicidio di Giuda sia sta­to messo per coprire una vendetta da parte di qualcuno degli Undici).

Gesù aveva intenzione di edificare un movimento libero, cosciente e responsabile, libero anche di dividersi e disgregarsi. L’unità infatti non può essere garantita da una qualche forma di costrizione: l’unica ammissibi­le è quella secondo cui la minoranza è tenuta a rispettare, dopo ampio dibat­tito, la volontà della maggioranza che di volta in volta si costituisce (nel senso che a una minoranza va sempre data la possibilità di trasformarsi in maggioranza). In questo senso, si può aggiungere, il tradimento di Giuda non avrebbe potuto intaccare tanto i princìpi della comunità quanto le fina­lità o gli scopi ch’essa si prefiggeva (quando una persona tradisce si pone, essa stessa, «fuori» della comunità).

L’elenco dunque è stato fatto da Marco alla luce della diversa di­sponibilità che, in quella determinata circostanza, gli apostoli avevano nei confronti del progetto di Gesù (questo anche considerando la tendenziosità dei vangeli in generale: basti p. es. pensare che mentre nei Sinottici l’apo­stolo più importante è sempre Pietro, nel quarto vangelo è sempre Giovan­ni; nell’elenco di Matteo e Luca prima dei fratelli Zebedeo viene messo An­drea, fratello di Pietro; Giovanni, Andrea e Filippo, discepoli del Battista, sono sempre citati fra i primi posti; dei due figli di Zebedeo, probabilmente Giacomo, più anziano di Giovanni, doveva essere il più impegnato, ma stra­namente di lui non sappiamo quasi nulla, se non che i giudei ortodossi, per ordine del sommo sacerdote, l’hanno lapidato nel 62).

Nel quarto vangelo risulta che l’importanza dell’evangelista Gio­vanni, nell’ambito del movimento nazareno, era assai superiore a quella di qualsiasi altro apostolo, per quanto appaia inverosimile che Giovanni scriva di se stesso d’essere il «prediletto». Probabilmente questo appellativo è stato messo per evidenziare che la linea seguita dalla comunità apostolica con a capo Pietro e soprattutto Giacomo il minore, non era condivisa da Giovanni.

Negli Atti Giovanni appare all’inizio con Pietro, ma non pronuncia alcun discorso e scompare di scena quasi subito. Giovanni probabilmente è stato vittima di una progressiva emarginazione in seno alla comunità apo­stolica, tant’è che quando è apparso il suo vangelo, una comunità ellenistica (di tendenza gnostica) s’è subito preoccupata di falsificarlo in maniera spiri­tualistica, impedendo così di far scorgere le vere differenze tra la sua posi­zione e quella degli altri apostoli.

Da notare che nell’elenco fornito da Luca in At 1,13, Giovanni vie­ne posto subito dopo Pietro e prima del fratello Giacomo. Se dovessimo at­tenerci strettamente al vangelo di Giovanni, dovremmo dire che nell’elenco degli Atti si è consumato una sorta di «tradimento», poiché il Cristo sulla croce lasciò chiaramente intendere che il suo diretto successore alla guida del movimento avrebbe dovuto essere Giovanni e non Pietro (Gv 19,26 s.).

Anche sugli apostoli minori vi sono talune considerazioni da fare: Bartolomeo (o Natanaele), amico di Filippo, viene da Gesù stesso conside­rato «onesto» (Gv 1,47), cioè «leale», che allora voleva dire anche «ferven­te patriota». Tommaso, detto Didimo (cioè il Gemello), è affiancato a Mat­teo, che era un pubblicano. Giacomo di Alfeo, il minore, fratello o – come vogliono i cattolici – «cugino» di Gesù, ha scritto una lettera che è un mani­festo di «giustizia sociale», ma all’interno di un’ottica meramente ebraico-nazionalista. A lui Marco ha associato il fratello Giuda Taddeo, detto anche Lebbeo, di cui non sappiamo praticamente nulla, se non che è l’autore di una lettera cattolica. Questa coppia è senz’altro il polo verso cui tende mag­giormente Simone lo zelote, il quale però può anche essere avvicinato a Giuda, se «Iscariota» sta per «sicario» e non per una località geografica del­la Giudea (Kariot).

Molto significativo è il fatto che i discepoli per i quali la politica è «tutto», vengono posti in fondo all’elenco. La differenza tra questi apostoli e i primi in elenco stava probabilmente nel fatto che la triade suddetta ave­va maggiori capacità di unire gli aspetti umani a quelli politici, anche se nel contesto dei vangeli la differenza viene fatta risalire, in realtà, a motivazio­ni di ordine religioso.

I parenti di Gesù (vv. 20-21)

[20] Entrò in una casa e si radunò di nuovo attorno a lui molta folla, al punto che non potevano neppure prendere cibo.

[21] Allora i suoi, sentito questo, uscirono per andare a prenderlo; poiché dicevano: «È fuori di sé».

*

Alcuni parenti di Gesù (inclusi i familiari stretti, ovviamente), sen­tito che, sballottato da gente avida soprattutto di terapie mediche, egli nep­pure riusciva a mangiare, vennero da Nazareth di Galilea per riportarlo a casa. «Si diceva» (o loro stessi «dicevano») ch’era diventato pazzo. Preoc­cupati della reputazione del casato e della sicurezza di tutto il parentado, essi vogliono impedire che Gesù, con le sue azioni, possa infastidire le au­torità costituite. L’atteggiamento dei parenti è molto prudente: si fanno più scrupolo delle voci contrarie all’operato di Gesù che non della meraviglia del vasto movimento che in così poco tempo s’era costituito.

Questi parenti non entrano nel merito delle accuse: sulle cause del­la presunta follia tacciono, non esprimono giudizi, ma il loro atteggiamento parla da sé. Non vogliono rischiare in alcun modo di rimanere implicati in questa faccenda: perciò, facendosi forza della solidità dei rapporti tra con­sanguinei (cosa peraltro normale nella Palestina d’allora), decidono, spinti in questo anche da gruppi di persone opportuniste, non di andare a interlo­quire con lui, ma, in un certo senso, di «sequestrarlo». Già da tempo, proba­bilmente, avrebbero voluto farlo: ora è la vastità stessa del movimento che li obbliga a intervenire.

Il motivo per cui lo vanno a prendere non è tanto quello della «pazzia», in senso stretto, quanto il fatto ch’egli tende a esporsi troppo, met­tendosi in evidenza, andando inevitabilmente incontro – com’era facile in quel paese votato, allora, alla politica più dura – a conseguenze che poteva­no essere spiacevoli non solo per lui ma anche per tutto il parentado.

Probabilmente essi avrebbero voluto che la gestione del suo potere taumaturgico rimanesse circoscritta nel loro unico distretto o addirittura nella mera città di Nazareth, alla stregua di una «pazzia» sui generis, inof­fensiva, anzi per certi aspetti utile, in quanto risanante molte malattie: una specie di «grazia» particolare che dio aveva misteriosamente concesso loro, forse al fine di sopportare meglio l’oppressione romana; una grazia comun­que che non avrebbe dovuto comportare nulla di rischioso o di compromet­tente. Ancora non siamo giunti a quella situazione, così bene descritta da Giovanni, in cui i parenti di Gesù esigono, proprio in virtù della sua ascen­denza sulle masse (indipendente da qualunque guarigione), una loro affer­mazione pubblica come «gruppo parentale» (7,3 s.).

Qui invece, dopo aver atteso che qualcuno proclamasse e divulgas­se la sua «follia», essi sono andati a sottrarlo, senza voler provocare grossi traumi all’esaltazione, ormai irrefrenabile, della folla, la quale, di fronte alle necessità «d’onore» del casato, pur restia ad ammettere la pericolosità d’un pazzo che sana e guarisce ogni malato, nulla avrebbe potuto.

L’ostilità dei parenti di Gesù è attestata da Marco anche in un altro episodio (6,1-6). Gesù era tornato nella città di Nazareth dopo molti mesi di assenza. Uno stuolo di discepoli lo seguiva. Con loro entrò in una sinagoga e si mise ad insegnare. Si scandalizzarono della sua predicazione e delle sue guarigioni non solo i parenti più lontani ma anche i familiari più stretti. Lo scandalo fu talmente grande che Gesù lo qualificò con la parola «disprez­zo»: la conseguenza fu che lì non poté operare «alcun prodigio», cioè alcu­na guarigione veramente significativa. Si limitò semplicemente a «imporre le mani a pochi ammalati», come un qualunque taumaturgo.

Tuttavia Marco non spiega le ragioni profonde di questa increduli­tà di fronte alle sue terapie (che evidentemente qui sono state messe sul pia­no redazionale per nascondere il suo successo come leader politico): l’evan­gelista sembra addebitarle, indirettamente, alla natura delle cose, alla inevi­tabilità dei fatti. La mentalità gretta, chiusa e provinciale dei parenti di Gesù – così si deduce dal testo di Marco – è «fisiologica». Gesù se ne mera­viglia, ma non più di tanto. Il che è davvero singolare, anche alla luce di quello che invece Giovanni, come sopra si è detto, sostiene; senza conside­rare che fra gli stessi apostoli v’erano alcuni parenti di Gesù e che proprio questi parenti guideranno la comunità post-pasquale, dopo la dipartita di Pietro da Gerusalemme.

Gesù giustifica l’incredulità rievocando un’espressione famosa: «Un profeta non è disprezzato che nella sua patria». Col che Marco lascia pensare che semplici sentimenti d’invidia o di gelosia si siano frapposti tra Gesù e i parenti, al punto d’impedire un’intesa morale, politica (Marco di­rebbe «religiosa»). I parenti cioè non riuscirebbero ad accettare l’idea che un ex-carpentiere possa ora fare da «maestro» o da «guida» di un grande movimento nazionale. Il provincialismo si manifesterebbe qui in una sorta di sfiducia nei riguardi dell’identità di Gesù, nel valore del suo progetto po­litico, che viene minimizzato.

Tuttavia, Giovanni, nel suo vangelo, fa capire meglio perché i pa­renti non capivano Gesù, cioè perché non lo seguivano com’egli avrebbe voluto. Il loro torto non stava tanto nel provincialismo quanto, al contrario, nell’avventurismo. L’avventurismo è infatti il modo in cui il provincialismo cerca di superare, spinto dagli avvenimenti, i propri limiti. Avventurismo e provincialismo sono le facce di un’unica medaglia: quella del soggettivi­smo. Solo a un individuo poco avvezzo al realismo politico può venire in mente, come soluzione del proprio provincialismo, quella di buttarsi a peso morto in un’impresa velleitaria.

Gesù infatti, alla richiesta che gli muovevano di andare a Gerusa­lemme in occasione della festa delle Capanne, esponendosi pubblicamente (Gv. 7,3 s.), risponde loro: «Il mio tempo non è ancora venuto, il vostro invece è sempre pronto» (Gv. 7,6). Che significato può avere questo, senza stare a scomodare le allusioni mistico-religiose? Semplicemente che per fare la rivoluzione occorre tattica, strategia, consapevolezza della crisi e organizzazione del movimento, e non spontaneismo e demagogia. A che servirebbe essere «visti» dal mondo intero, se poi non si saprà quale conte­nuto dare al desiderio di liberazione delle masse?

Infine non va esclusa l’ipotesi che nel vangelo marciano si metta in così cattiva luce la madre di Gesù, perché questa, dopo la morte del fi­glio, preferì stare vicina a Giovanni, evitando la comunità petrina, cui peral­tro avevano aderito gli altri suoi figli, in particolare quel Giacomo il Minore che sostituirà Pietro nella guida della comunità cristiana di Gerusalemme.

Calunnie degli scribi (vv. 22-30)

[22] Ma gli scribi, che erano discesi da Gerusalemme, dicevano: «Costui è possedu­to da Beelzebùl e scaccia i demòni per mezzo del principe dei demòni».

[23] Ma egli, chiamatili, diceva loro in parabole: «Come può satana scacciare sata­na?

[24] Se un regno è diviso in se stesso, quel regno non può reggersi;

[25] se una casa è divisa in se stessa, quella casa non può reggersi.

[26] Alla stessa maniera, se satana si ribella contro se stesso ed è diviso, non può re­sistere, ma sta per finire.

[27] Nessuno può entrare nella casa di un uomo forte e rapire le sue cose se prima non avrà legato l’uomo forte; allora ne saccheggerà la casa.

[28] In verità vi dico: tutti i peccati saranno perdonati ai figli degli uomini e anche tutte le bestemmie che diranno;

[29] ma chi avrà bestemmiato contro lo Spirito santo, non avrà perdono in eterno: sarà reo di colpa eterna».

[30] Poiché dicevano: «È posseduto da uno spirito immondo».

*

«Gli scribi, che erano discesi da Gerusalemme, dicevano: Costui è posseduto da Beelzebùl e scaccia i demoni per mezzo del principe dei de­moni».

Marco parla degli scribi di Gerusalemme con l’intenzione di dire non che «tutti» gli scribi della Palestina la pensavano allo stesso modo, ma che, di tutti gli scribi, quelli della capitale o, per meglio dire, quelli legati al potere istituzionale, avevano di Gesù l’impressione più sfavorevole.

Naturalmente il giudizio che su di lui potevano dare, sarebbe stato tenuto dal popolo in una certa considerazione, visto il potere che rappresen­tavano, per quanto la vastità del movimento nazareno stesse mettendo in se­ria discussione l’autorità delle istituzioni giudaiche. Qui è evidente che gli scribi rappresentano una delegazione mandata ufficialmente dal Sinedrio per verificare il grado di pericolosità del movimento, nonché il grado di di­sponibilità al compromesso politico da parte del suo leader principale.

L’accusa degli scribi non è così stravagante come a prima vista può sembrare: anzitutto perché nei casi di pazzia si riteneva, unanimemente, che il demonio avesse la sua parte; in secondo luogo perché, quando si è abitua­ti a ragionare in termini di mero «potere politico», è difficile collegare la fa­coltà di guarire con i buoni propositi del terapeuta, specie se questo tera­peuta è tenuto in grande considerazione dalle masse anche per il suo proget­to di liberazione sociale e nazionale. Non a caso, costatando l’effettiva gran­dezza di tale facoltà terapica, unitamente alla grande popolarità che circon­dava il movimento nazareno, gli scribi attribuivano il successo di tutto non a un demone qualunque ma al «principe dei demoni» (secondo la mitologia di allora). Gesù cioè non sarebbe stato semplicemente un impostore, ma un «superindemoniato», in quanto, scacciando i demoni minori, cercava d’in­durre al male gli ingenui e gli sprovveduti.

Normalmente chi aveva poteri taumaturgici godeva di buona repu­tazione, almeno fra la gente comune. E in ogni caso la sua attività non su­scitava particolare dissensi fra i ceti elevati e le autorità politico-religiose (a parte le terapie compiute di sabato). Perché dunque questa dura ostilità, questa chiusura pregiudizievole?

Le ragioni possono essere state due: 1. Gesù, guarendo, non rical­cava i metodi tradizionali e quindi sfuggiva ai consueti canoni interpretati­vi. Egli infatti non sanava in nome di dio, usando scongiuri o particolari strumenti medico-sanitari. Egli agiva per virtù propria, con relativa facilità e senza chiedere nulla in cambio. 2. La seconda ragione era più fondata. Gli scribi temevano che Gesù volesse servirsi delle sue terapie per acquisire un consenso popolare che poi avrebbe potuto utilizzare per uno scopo politico sgradito al potere ufficiale.

L’attività di Gesù, essendo ormai nota in tutta la Palestina, non per­metteva più alle autorità di restare indifferenti. Le alternative, ormai, erano diventate due: o si ammetteva l’onestà di fondo del guaritore-Gesù, ma allo­ra ci si doveva confrontare anche col suo messaggio politico di liberazione; oppure lo si doveva accusare esplicitamente di ciarlataneria, ridicolizzando la portata delle sue terapie, minando altresì la credibilità del suo vangelo. Gli scribi, infatti, entrando nel merito della sua presunta follia, la giudicano incurabile e assolutamente incriminabile; per screditarlo fanno leva sulle paure istintive della folla, sui pregiudizi, sull’ignoranza, sulla superstizione. Il potere, temendo di essere giudicato, si difende attaccando: evita risoluta­mente di confrontarsi in modo dialettico.

Naturalmente non è affatto da escludere che in questione non fos­sero le sue guarigioni ma, in realtà, le sue parole contro la corruzione dei sacerdoti e il loro servilismo nei confronti di Roma, già dette peraltro du­rante il periodo giudaico. Qui, anche se a un vangelo «galilaico» e «antise­mita» come quello marciano poteva far comodo metterle, il fatto ch’esse preludessero a un’organizzazione di tipo politico-rivoluzionario, era motivo sufficiente per tacerle.

In ogni caso Marco sostiene che Gesù chiamò gli scribi in pubbli­co, per un colloquio diretto, personale, senza alcuna intenzione offensiva, soltanto per dimostrare, con tolleranza e persuasione, il loro errore interpre­tativo, il loro pregiudizio. Gesù chiedeva solo di misurarsi democratica­mente col potere istituzionale: ciò di per sé non sarebbe potuto bastare per dimostrare l’effettiva onestà dei propri fini, poiché non c’è ragione che pos­sa convincere chi non vuole intendere, ma almeno sarebbe servito a chi an­cora nutriva dei dubbi circa il suo operato. Gesù non usava i toni moderati e concilianti con la speranza di avere il «potere» dalla sua parte: certo, questa possibilità, benché altamente improbabile, non bisognava mai darla per per­sa. Ma la sua preoccupazione era più che altro di tipo pedagogico: dimo­strare ai suoi seguaci in che modo rapportarsi con le istituzioni.

E così «parlava loro in parabole», cioè senza polemica, senza spiri­to di contrapposizione forzata, ma nella piena consapevolezza di costruire un’alternativa, quella che l’intolleranza del potere scriba obbligava a propor­si in maniera velata, ambigua. Non è che, parlando in parabole, Gesù possa dimostrare con evidente certezza di non essere pazzo o criminale: certezze di tal genere non si possono mai offrire in assoluto. Ci sono sempre dei ma­niaci che nascondono la loro follia dietro le metafore o le allegorie del loro linguaggio; ci sono sempre dei lupi che indossano i panni degli agnelli.

Gli scribi però avrebbero dovuto capire che Gesù poteva anche ap­profittare della sua popolarità per riprenderli in modo esplicito e diretto, senza alcuna forma di diplomazia. Parlando invece in parabole, egli, in un certo senso, si nascondeva, non per timore d’essere scoperto, ma per dare il tempo agli scribi di ripensare i giudizi di condanna e riprovazione che ave­vano formulato.

D’altra parte Gesù non ha mai diretto il suo vangelo contro i vizi di legittimità del potere giudaico, senza tener conto dei vizi di merito di que­sto potere. Il dialogo con gli scribi lo accetta sempre, non lo rifiuta mai a priori, pur conoscendo la loro indisponibilità a mettersi in discussione. Gesù non ha mai cercato di condannare il Sinedrio in sé e per sé, a prescin­dere dalle sue posizione politiche, di volta in volta espresse; in fondo l’uso delle parabole stava anche ad indicare il rifiuto della politica estremistica, anarchica, velleitaria.

«Come può satana scacciare satana? Se un regno è diviso in se stesso quel regno non può reggersi». Gesù qui usa il loro stesso linguaggio, ma per capovolgerne il significato. Per gli scribi il «bene» che Gesù com­pie, guarendo gli ammalati, è strumentale a un fine politico eversivo, cioè contrario agli interessi veri della nazione. Ecco, in questo senso, il verbo «scacciare» avrebbe per gli scribi un significato diverso da quello che gli ha voluto dare Gesù, avrebbe cioè il significato di un’operazione tattica, tem­poranea, di dubbio valore.

Che cosa vuole dire «regno diviso»? Gesù non vuole negare che anche il male sia capace di una certa coerenza, ma vuole sostenere che l’a­lienazione insita nell’esperienza del male, prima o poi viene alla luce. Il male può camuffare le proprie azioni, ma non in eterno.

Gesù in pratica fa capire che se il potere non comprende che le sue azioni sono per un fine di bene, è perché è «diviso» in se stesso; quindi non lui divide la società, ma è il potere che separandosi dalla società, la manda in rovina. Qui gli scribi accusano Gesù di destabilizzare il potere, ma Gesù risponde che se il potere non sa scorgere nelle azioni ch’egli compie un fine di «bene» per la società, è perché esso stesso si contrappone alla società. Se il potere odia i suoi figli, i suoi figli lo rovesceranno.

Il terrore degli scribi è quello che Gesù, con l’aiuto delle masse, voglia distruggere il potere giudaico, quel potere che, in virtù di mille com­promessi con l’imperialismo romano, si regge in piedi con incredibile fati­ca. I loro timori, in un certo senso, sono fondati: Gesù vuole effettivamente distruggere la realtà di questo potere. Ma si tratta della distruzione di un po­tere «alienante», in quanto «separato» dalla fiducia delle masse. Gesù non vuole soltanto indebolire un potere già logoro e corrotto, vuole anche co­struirne uno alternativo, che si basi sull’unità della nazione.

«Se una casa è divisa in se stessa, quella casa non può reggersi». C’è solo un modo, infatti, per resistere all’oppressione straniera: l’unità na­zionale, la rinuncia ai vergognosi compromessi con l’impero. «Alla stessa maniera, se satana si ribella contro se stesso ed è diviso, non può resistere, ma sta per finire». Cioè se il potere giudaico rifiuta l’unità nazionale e non cerca di risolvere le rivalità interetniche e tribali, il suo destino è segnato, poiché la società ormai è sufficientemente matura per darsi un’altra forma di potere.

«Nessuno può entrare nella casa di un uomo forte e rapire le sue cose se prima non avrà legato l’uomo forte; allora ne saccheggerà la casa». Il tempo del potere giudaico sta per finire: la sua forza è solo apparente. Gesù non predica qui la conquista della casa, cioè del potere, in modo astratto, velleitario, ma si preoccupa anzitutto di affermare che «l’uomo for­te» va catturato, cioè il potere giudaico va conquistato con la forza rivolu­zionaria, in quanto tale potere non acconsentirà mai di essere rovesciato de­mocraticamente. Non è sufficiente tenere la casa sotto controllo o limitarsi a circondarla: bisogna sfondare la porta e catturarne il proprietario. Queste parole sono quanto di più rivoluzionario Cristo abbia mai affermato in questo vangelo.

Il finale della pericope è stato aggiunto per smorzare il contenuto fortemente eversivo delle parole appena dette. «In verità vi dico: tutti i pec­cati saranno perdonati ai figli degli uomini e anche tutte le bestemmie che diranno; ma chi avrà bestemmiato contro lo Spirito Santo, non avrà perdono in eterno: sarà reo di colpa eterna. Poiché dicevano: È posseduto da uno spirito immondo».

L’accusa di Cristo, che era di tipo politico, anche se espressa con la formula diplomatica della parabola, è stata qui trasformata in un’accusa di tipo morale. Gli scribi meritano d’essere condannati perché negano l’evi­denza, rifiutando la verità delle cose. La loro falsità è senza remissione. In realtà Gesù non esprimeva un giudizio di condanna morale: invitava soltan­to a riflettere, a considerare cioè il fatto che contro il potere imperialistico dei romani era indispensabile l’unità nazionale, la stretta coordinazione fra istituzioni e popolo.

C’è inoltre da dire che con l’ultima frase – chiaramente aggiunta al testo originale – si vuol togliere al Cristo la caratteristica d’essere un leader politico. Stando ad essa, gli scribi accusavano Gesù di «pazzia», senza il minimo riferimento alle questioni politiche. Viceversa, il concetto di «be­stemmia antipneumatica» sembra rimandare a una concezione di Gesù­teologo o filosofo (analoga a quella del vangelo manipolato di Giovanni). In questo caso gli scribi meriterebbero la condanna, perché si sarebbero ri­fiutati di accettare l’evidenza di una verità religiosa. Essi sarebbero colpe­voli di un «peccato eterno», senza remissione, avendo attribuito al «male» delle opere di bene: le guarigioni.

La madre e i fratelli di Gesù (vv. 31-35)

[31] Giunsero sua madre e i suoi fratelli e, stando fuori, lo mandarono a chiamare.

[32] Tutto attorno era seduta la folla e gli dissero: «Ecco tua madre, i tuoi fratelli e le tue sorelle sono fuori e ti cercano».

[33] Ma egli rispose loro: «Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?».

[34] Girando lo sguardo su quelli che gli stavano seduti attorno, disse: «Ecco mia madre e i miei fratelli!

[35] Chi compie la volontà di Dio, costui è mio fratello, sorella e madre».

*

«Giunsero sua madre e i suoi fratelli»: anche loro da Nazareth o da Cafarnao? Giuseppe non è citato, forse perché già morto: qui sembra trat­tarsi di parenti più stretti di quelli visti in precedenza, oppure può trattarsi di un secondo tentativo degli stessi parenti, condotto però con una diversa modalità (forse l’unica eccezione è la presenza della madre di Gesù).

«E stando fuori, lo mandarono a chiamare». L’espressione «stando fuori» può essere intesa in due modi: 1. fisico, nel senso che non entrarono in un determinato luogo (ove Gesù era presente insieme ai discepoli e alla folla); 2. morale, nel senso che non vogliono compromettersi. Infatti, lo mandano a chiamare tramite un intermediario, uno che non fa parte del pa­rentado, ma è al seguito del movimento di Gesù.

Le intenzioni di questi parenti sono meno intuibili di quelle degli altri visti prima, venuti a prenderlo perché lo si pensava «pazzo». Maria e i fratelli lo cercano: più che per «prenderlo», sembra siano venuti per «parla­mentare». Lo mandano a chiamare per avere delle spiegazioni e dei chiari­menti direttamente da lui. Vogliono convincerlo con le buone maniere, pro­babilmente perché egli era riuscito a «sfuggire» al sequestro intentato dal gruppo precedente di parenti (o da un gruppo di parenti più esagitati).

«Tutto attorno era seduta la folla». I parenti rifiutano di entrare in questa assemblea, anche perché hanno intenzione di convincere Gesù a uscirne, abbandonando definitivamente tutto e tutti. Da un lato i parenti te­mono di restare coinvolti nell’accusa di follia o di eversione politica che pesa su Gesù e su tutto il movimento, dall’altro pretendono di far valere i loro diritti parentali, ponendosi al di sopra delle esigenze del movimento stesso.

Maria e i parenti rappresentano qui la posizione politica moderata, disposta al compromesso sulle questioni di principio. Lo si vede molto bene dal fatto che lo mandano a chiamare attraverso un intermediario.

«E gli dissero: Ecco tua madre, i tuoi fratelli e le tue sorelle sono fuori e ti cercano». Se qui, coi termini «fratelli e sorelle», Marco intendeva riferirsi ai figli di Maria e Giuseppe, allora si può anche pensare che questi parenti siano più stretti di quelli precedenti. In ogni caso la decisione di «star fuori» e la pretesa di un’udienza poggiano sul cosiddetto «vincolo di sangue». I parenti di Gesù fanno valere chiaramente il concetto di «clan». Le loro intenzioni non sono molto diverse da quelle degli altri parenti: sono soltanto espresse con meno impulsività, con più tatticismo, ma appunto per­ché possono far leva su un più diretto legame di sangue.

Nel racconto di Marco si ha addirittura l’impressione ch’essi inter­rompano un’assemblea in atto, per farsi annunciare da un individuo (a noi sconosciuto) della folla. Essi s’intromettono in modo arbitrario in un gesto politicamente significativo, semplicemente per interromperlo. Avendo da porgli una domanda, perché non farlo in presenza di tutti, perché questo at­teggiamento così aristocratico? Se si trattava di questioni personali, perché tanta fretta? Inoltre la notizia che reca il portavoce pare ambigua: non ha al­cun vero contenuto. I parenti sembra vogliano imporsi all’attenzione degli astanti in virtù della sola loro presenza. La pretesa contrasta fortemente col fatto che molti discepoli di Gesù avevano già allentato i rapporti di parente­la, pur di avere tempo e modo di seguirlo. In tanti si rendevano perfetta­mente conto che gli interessi e gli scopi del movimento erano di molto su­periori a quelli tradizionali della tribù, del clan, della famiglia, del villag­gio…

«Egli rispose loro: Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?». Ri­spose all’intermediario con una domanda difficile, che obbligava a riflette­re. I legami di parentela erano molto radicati negli ambienti palestinesi. Lo stesso messaggero sembrava voler dare per scontato che Gesù avrebbe in­terrotto (seppur momentaneamente) l’assemblea.

Gesù in sostanza doveva persuadere i suoi seguaci che, seguendo lui e il movimento, avevano abbandonato qualcosa che la mentalità domi­nante riteneva «decisivo», «irrinunciabile»: lui stesso se n’era privato vo­lentieri per il bene della causa rivoluzionaria. In ogni caso non si trattava di un effettivo abbandono, quanto piuttosto di un diverso modo di vivere i rap­porti umani. Gesù voleva dare a questi rapporti un significato sociale e poli­tico, facendoli uscire dagli angusti limiti del clan, del parentado. Le relazio­ni interpersonali, gli affetti familiari dovevano trovare un respiro sociale più ampio per potersi meglio approfondire.

In tal senso, è probabile che l’assemblea lì riunita abbia per un mo­mento pensato che Gesù, questionando sulla vera identità dei suoi parenti, volesse contrapporre quelli d’origine (di sangue) a quelli acquisiti (i compa­gni di fede politica), premiando quest’ultimi, in modo esclusivo, per i sacri­fici e gli sforzi sostenuti. In realtà non si trattava di porre alcuna contrap­posizione.

«Girando lo sguardo su quelli che gli stavano seduti attorno, disse: Ecco mia madre e i miei fratelli». Chi gli sta «seduto intorno» e non sta in­vece «fuori in piedi», chi ha con lui una vera familiarità e non si scandaliz­za delle sue parole e delle sue opere, può diventare non solo suo «discepo­lo», ma addirittura «fratello» e «madre». Non c’è contrapposizione, poiché questa possibilità non è negata a nessuno, neanche ai parenti di sangue. L’u­nica contrapposizione esistente è quella posta dai suoi stessi parenti, che ri­fiutano di confrontarsi con questa nuova logica di vita.

Il finale, ancora una volta, è stato aggiunto: «Chi compie la volon­tà di Dio, costui è mio fratello, sorella e madre». Col che si toglie al proget­to di Cristo una qualunque valenza sociale, una vera concretezza e finalità storico-politica. Il movimento nazareno rappresentava un soggetto politico specifico; il credente che fa la «volontà di dio» è invece un concetto astrat­to, generico. Anche i suoi parenti di sangue pensavano di fare la «volontà divina» cercando di sottrarlo al suo impegno politico. Se si resta nell’ambito puramente religioso, è difficile dire chi faccia di «più» la «volontà di dio».

In questo racconto, infine, Gesù sfata radicalmente il mito dell’a­more intrafamiliare o della comprensione fra consanguinei, che un certo op­portunismo ritiene sempre «garantito», «sempre presente», anche in un con­testo socio-nazionale di crisi e di decadenza. Non solo, ma Gesù supera an­che il pregiudizio della «naturale o inevitabile incomprensione» fra estra­nei. Superiore alla natura e al sangue è la virtù morale e politica. I figli non appartengono ai genitori né al parentado più di quanto non appartengano alla società, all’interno della quale maturano la loro personalità. Gesù non rinnega sua madre e i suoi parenti, vuol soltanto far capire che chi si estra­nea dalle esigenze di liberazione dell’intera società si rinnega da sé, si au­toemargina.

Alcuni dei parenti si erano comunque già coinvolti nel progetto di liberazione proposto da Gesù: lo testimonia – come già si è detto – l’elenco dei Dodici, in cui sono inclusi due «fratelli» di Gesù, cioè Giuda Taddeo e Giacomo il minore. E se questi parenti avevano raggiunto il massimo grado di responsabilità nel compito della sequela, si può presumere che anche altri parenti lo seguissero, seppure in maniera meno impegnativa.

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Autore: laicusblog

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