Il prologo di Giovanni (Gv 1,1-18)

Se svolto con coerenza, persino uno dei testi evangelici più «misti­ci»: il Prologo del vangelo di Giovanni, scritto in ambienti cristiani influen­zati dallo gnosticismo, porta all’ateismo.

Infatti là dove esordisce dicendo che «in principio» non era «dio» ma il «Logos» o «Verbo» o «Parola», cioè l’esigenza primordiale dell’uni­verso, della sua energia, della materia che lo compone, dell’intelligenza che lo caratterizza, l’esigenza di esprimersi, di manifestarsi, dando a tutte le cose un senso, proprio lì bisogna vedere un indizio di ateismo.

Se all’origine (ontologica) dell’universo vi è il «Logos» e la Terra altro non è che un piccolo puntino dell’universo, è assurdo per l’uomo pen­sare all’esistenza di un dio. Al massimo, in maniera traslata, si può ritenere che l’unico dio esistente sia lo stesso Verbo, di cui l’essere umano è parte.

Ma se è così, gli altri versetti, in cui si presenta dio come qualcuno di diverso dal Logos, sono stati aggiunti successivamente o sono comunque un’interpretazione clericale deformante.

Non ha senso infatti introdurre il concetto di «dio» in un contesto semantico in cui il suo ruolo è del tutto irrilevante, o comunque del tutto ininfluente rispetto a quello che ha avuto colui che viene fatto passare dal Prologo come «suo figlio unigenito».

Peraltro le migliori traduzioni del v. 3 non dicono affatto che «per mezzo del Verbo dio ha fatto ogni cosa», ma semplicemente che «per mez­zo di lui tutte le cose furono fatte», il che lascia supporre che autore delle cose fu lo stesso Logos, e non il «padre» attraverso la mediazione del «fi­glio». Proprio grazie a Cristo gli uomini hanno capito che qualunque riferi­mento a entità divine eterogenee, estranee alla natura umana, è per loro del tutto inutile.

Persino nel versetto iniziale: «il Logos era presso Dio», con la de­finizione «presso Dio» non si dovrebbe intendere un’entità diversa dal Lo­gos, superiore a lui, che rende il Logos eterodiretto, ma semplicemente il suo lato umano. Nel Genesi s’era già capita la natura divino-umana del creatore, che passeggiava nell’Eden; ora finalmente si è in grado di attribuire tale natura al Cristo e, poiché nello stesso Prologo si afferma che «Dio nessuno l’ha mai visto», si dovrebbe arguire che l’unico dio esistente è lo stesso Cristo e l’uomo partecipa a questa divinità, essendo «a immagine e somiglianza» di chi l’ha creato.

Nel Prologo vi sono tracce evidenti della concezione eraclitea del Logos, che ha subìto però qui una sorta di personalizzazione antropomorfa. In fondo il cristianesimo non ha fatto altro che sintetizzare il miglior ebrai­smo escatologico con la migliore filosofia idealistica greca. In ciò sta la sua grandezza, ma anche – come noto – il suo limite, poiché esso si è servito dell’idealismo per negare la valenza politico-rivoluzionaria al profetismo ebraico.

E tuttavia Eraclito era meno viziato dall’intellettualismo dell’autore di questo inno. Egli infatti aveva capito che il Logos doveva essere conce­pito come «fuoco» e quindi non tanto in chiave religiosa. Il linguaggio più naturale, più completo, più espressivo, più profondo non era, per Eraclito, quello razionale ma quello interiore.

Questo per dire che se esiste un «dio» diverso dal «Logos», non è cosa che possa riguardare l’uomo. Qualunque discorso su «dio» è mera astrazione, è sicuramente fuorviante rispetto all’identità storica e naturale dell’essere umano.

Peraltro la stessa mistificazione clericale contiene un aspetto che fa finire tutte le speculazioni teologiche in un cul de sac, proprio perché in esse vi domina un’inevitabile tautologia. Infatti là dove è scritto che «in ori­gine il Verbo era con dio e il Verbo era dio», si lascia chiaramente intende­re che di questo dio non è possibile dire alcunché, per cui il fatto che il Ver­bo fosse «presso dio» o fosse egli stesso «dio» risulta essere, in ultima istanza, la stessa identica cosa.

Non è un’informazione in più dire che in principio non c’era l’uno ma il due, quando di uno dei due elementi non si è in grado di dire nulla. Se ci si fosse limitati a dire che tutte le cose sono state create dal Verbo, avremmo preso atto di questa affermazione, che resta comunque indimo­strabile, e avremmo evitato di fare ulteriori speculazioni mistiche.

Inevitabilmente infatti il concetto di «dio» induce alla rassegnazio­ne. Se il Prologo si fosse limitato a dire che il Logos s’incarnò per far capi­re all’uomo la sua identità originaria e che l’uomo però rifiutò questo mes­saggio continuando a vivere in maniera non-umana, noi avremmo concluso che la storia è tutta opera del genere umano e che non esiste affatto la possi­bilità di salvarsi limitandosi a credere in dio.

Non si diventa «figli di dio» con la fede, perché proprio questa fede allontana dall’esigenza di lottare contro la disumanità. La fede è rasse­gnazione, è speranza di una vita migliore solo nell’aldilà. Quanto più si par­la di dio, tanto meno si parla dell’uomo.

Un Prologo storico-materialistico avrebbe dovuto limitarsi a dire che il Cristo propose un’esperienza di liberazione umana e politica che avrebbe potuto segnare una svolta decisiva per le sorti della Palestina, e for­se per tutte le etnie e le nazionalità oppresse dell’impero romano, le quali, vedendo la resistenza ebraica, avrebbero potuto trovare più fiducia in loro stesse.

Purtroppo il tentativo fallì per il tradimento degli stessi seguaci del Cristo; ciò a testimonianza che il processo di liberazione, di emancipazione, di recupero dell’identità originaria resta un processo molto lento, faticoso, contraddittorio, con possibilità involutive molto pericolose.

Invece d’inventarsi improbabili connessioni metafisiche e relazioni ultraterrene, invece di dire, con fare spiritualistico, che il fine della missio­ne di Cristo era quello di rivelarci l’esistenza di un dio che fino allora nes­suno aveva mai visto né conosciuto, i redattori del Prologo avrebbero dovuto sostenere la necessità di proseguire quel tentativo di liberazione so­ciale, culturale e politica, rispettandone l’intenzione originaria, ch’era ap­punto quella di lottare contro gli antagonismi sociali, onde riportare l’uomo allo spirito collettivistico antecedente alla nascita delle civiltà schiavili.

Invece di dire che il Precursore riconobbe il Cristo come «Figlio di Dio», quando i fatti, in realtà, dimostrarono proprio il contrario, e cioè che il Battista, al momento di decidere la cacciata dei mercanti dal Tempio, non ebbe il coraggio di seguirlo, sarebbe stato meglio dire che il fine dell’esi­stenza è quello di realizzare una proprietà sociale dei mezzi produttivi, ri­spondendo ai bisogni del genere umano, nel rispetto integrale delle necessi­tà riproduttive della natura.

*

Posto questo, si può qui aggiungere che il Prologo di Giovanni, es­sendo una sintesi spiritualistica di tutta la vita del Cristo, va considerato in realtà come un Epilogo e, a meno che non si voglia considerare il suo auto­re uno schizofrenico, esso è stato scritto da due tradizioni culturali molto diverse, di cui quella più arcaica inizia a partire dal v. 14.

Infatti mentre nella prima parte si è in presenza di una teologia di tipo ellenista (gnostico-dualista), nella seconda invece la teologia appare più politicizzata, alla maniera ebraica. Nella sintesi di ebraismo-ellenismo chi ci rimette è l’ebraismo.

La diversità d’impostazione filosofica e metodologica è rintraccia­bile nella descrizione stessa del «Verbo-Gesù», che, in chiave astratto-spiritualistica, viene definito, ponendo le basi della futura teologia trinitaria, uguale a «dio» ed esistente «presso dio», mentre in chiave storico-figurata si parla di «Verbo incarnato».

La sintesi a favore dell’ellenismo è stata resa necessaria sia dalla sconfitta del messianismo politico del Cristo nei confronti dell’oppressione romana che dal rifiuto della politica nazionalistica dei giudei. Il vangelo manipolato di Giovanni, tuttavia, poiché vuole presentare la vicenda del Cristo come vincente su tutti i fronti, per dimostrare questa tesi non secon­do l’ideologia ebraica ma secondo la nuova ideologia cristiana, ha bisogno di avvalersi dell’appoggio dello spiritualismo ellenico, che non a caso nel Prologo appare sin dai primi versetti.

La mistificazione più grande operata dal vangelo di Giovanni ai danni del vangelo di Gesù sta appunto nel fatto che qui vengano presentate le cose come se la vicenda del messia sia stata vincente anche dal punto di vista politico, benché non in conformità alle aspettative del mondo ebraico. Il Cristo giovanneo infatti è vincente in quanto «logos» non in quanto «messia».

Nessun altro vangelo esprime meglio questa sofisticata e insieme mistificata sintesi di ideologia pagana e ideologia ebraica. Questo a prescin­dere dal fatto che lo stesso Giovanni può essere stato a sua volta frainteso o addirittura manipolato dagli ambienti cristiani che hanno ereditato la sua versione dei fatti. Qui ha poca importanza sapere da chi il quarto vangelo sia stato scritto.

Ma vediamo ora in che modo l’esperienza del Cristo giovanneo ri­sulta vincente anche sul piano politico. Quando alla fine del Prologo Gio­vanni afferma la superiorità di Gesù rispetto a Mosè (la grazia-verità supe­riore alla legge, v. 17), viene naturale aspettarsi di leggere qualcosa di mol­to grande dal punto di vista politico (p. es. una nuova liberazione dalla schiavitù, una ricostruzione ancora più grande del regno davidico, ecc.).

Niente di tutto questo. Con una semplicità disarmante Giovanni sostiene che la superiorità si è estrinsecata soprattutto nel fatto che Gesù ha «rivelato» la natura e la personalità di dio, rendendo così questa entità ex­traterrestre più accessibile agli umani (v. 18). Detto altrimenti: proprio nel momento in cui Giovanni avrebbe dovuto parlare esplicitamente di politica, ecco che il lettore si scontra con una deformazione riduzionistica di deriva­zione gnostica. Tutto il merito di Cristo starebbe in questa rivelazione teo­logica della natura di dio, che prima nessuno aveva mai visto (v. 18).

Naturalmente se la «pienezza» sta solo in questo, è facile per gli autori del quarto vangelo presentare un Cristo «vincente»: egli avrebbe pie­namente adempiuto il compito che il «padre» gli aveva affidato. Il fatto è però che gli uomini non hanno creduto in questa rivelazione e che hanno anzi preferito crocifiggere colui che a loro appariva come un impostore. Dove sta dunque la vittoria del Cristo? Siamo cioè assolutamente sicuri che la sconfitta di un tale impostore possa essere attribuita alla «dura cervice» degli ebrei?

Delle due l’una: o il Cristo non è stato quello che i vangeli ci dico­no, e allora il suo messaggio politico andrebbe messo a confronto con quel­lo degli ebrei; oppure, s’egli è stato quello che i vangeli ci dicono, bisogna in qualche modo rivalutare il ruolo dei giudei. Sostenere infatti che la «gra­zia e la verità» sono superiori alla «legge» è troppo poco perché si possa dare soddisfazione a una istanza politica di liberazione.

Ammesso e non concesso che la posizione ebraica risulti «politica­mente non corretta», a prescindere da quale sia stato l’effettivo «vangelo» del Cristo, dobbiamo forse per questo considerare «politicamente corrette» le argomentazioni di tipo gnostico profuse in questo Prologo?

Vediamole. Premesso che il «figlio unigenito» (vv. 14 e 18) altri non è che il «verbo divino» e che il «padre» ebraico equivale in sostanza al «dio» pagano, Giovanni si limita ad affermare che nel confronto drammati­co col «mondo» (nell’accezione negativa usata in questo vangelo), di cui il verbo è «luce» (v. 9), il Cristo ne è uscito vincitore, poiché, pur avendo egli una natura divina che il mondo non ha voluto riconoscere, la crocifissione è stata da lui accettata consapevolmente e liberamente, sia per insegnare agli uomini la libertà di credere nella sua divinità, sia per insegnare l’obbedienza e l’umiltà nei confronti del «dio padre», che è di tutti gli uomini, avendo tutti la possibilità di diventare suoi «figli».

Il motivo per cui il dio-padre abbia scelto questo particolare desti­no per il proprio dio-figlio, non ci è dato sapere. Giovanni non arriverà mai a dire, avvertendo in questo un’eccessiva influenza anticotestamentaria, che il Cristo è morto per riconciliare col creatore una umanità totalmente inca­pace di bene dopo il peccato originale. Semmai è stato Paolo a sostenere che il dio offeso e tradito aveva bisogno di una sorta di sacrificio riparatore e, siccome nessun uomo avrebbe potuto farlo in maniera assolutamente in­nocente, lo pretese dallo stesso figlio, per il quale l’umanità era stata creata.

Nel vangelo di Giovanni invece si diventa «figli di dio» credendo nel valore umano di una morte accettata volontariamente, accettata per amore dell’uomo: c’è più «ateismo» qui che nella teologia paolina.

La mistificazione infatti, nel quarto vangelo, viene dopo, allor­quando il redattore sostiene che se Cristo, con la sua divinità, non è risulta­to vincitore sul piano politico (secondo le categorie classiche del giudai­smo), allora nessun altro uomo può pensare di sostituirlo, né si può pensare che sulla terra sia possibile realizzare un regno di giustizia e di libertà; si può diventare «figli di dio» solo se si crede che il Verbo, nonostante la sconfitta (che è stata solo apparente) continua a restare «presso dio», in quanto egli stesso è «dio».

In nome dell’amore la mistificazione raggiunge il suo apice: persi­no la figura del Battista, al quale si attribuisce la piena consapevolezza del­la divinità del Cristo, è del tutto alterata.

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Autore: laicusblog

webmaster www.homolaicus.com

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