La giornata di Cafarnao (Mc 1,21-39)

La giornata di Cafarnao rappresenta un condensato delle principali attività svolte da Gesù all’inizio della sua missione politica e sociale in Ga­lilea: predicazione e guarigione alle folle, stretto rapporto coi discepoli e confronto con le autorità locali. La tradizione religiosa ha aggiunto la pre­ghiera e gli esorcismi.

La giornata si svolge in tre luoghi diversi: la sinagoga della città, la casa di Pietro e il deserto limitrofo. Cafarnao era una delle città più im­portanti della Galilea.

Nella sinagoga (vv. 21-28)

v. 21) Andarono a Cafarnao e, entrato proprio di sabato nella sinagoga, Gesù si mise ad insegnare.

È qui descritta parte dell’attività pubblica di Gesù predicatore e maestro di vita. Fino a quando non ne sarà espulso, insieme ai suoi seguaci, le sinagoghe resteranno il suo terreno privilegiato per il confronto con le autorità religiose locali e l’intellighenzia laica. Tale opportunità verrà però sfruttata solo per un breve periodo di tempo: lo documenta il fatto che in tutto il vangelo di Marco sono soltanto tre gli episodi ambientati nelle sina­goghe (oltre a questo, quello dell’uomo dalla mano secca, che fu l’occasione per discutere sul valore del sabato, e quello riguardante il rifiuto dei parenti di riconoscere la sua autorità, in Mc 6,1 ss.). L’ultimo dei tre racconti, ripe­tendo in pratica i temi degli altri due (stupore e incredulità), è il meno signi­ficativo. Il vangelo di Giovanni dirà, più precisamente, che venivano espul­si quanti lo riconoscevano come «messia» (Gv 9,22 e 12,42).

Nella sinagoga di Cafarnao – stando allo schema redazionale di Marco – Gesù fa il suo esordio ufficiale in Galilea come predicatore e tau­maturgo (ma la parte relativa all’esorcismo è stata aggiunta o trasformata in un secondo momento, molto probabilmente per censurare un dibattito di tipo politico). Secondo Giovanni la prima attività pubblica di Gesù avvenne non a Cafarnao, bensì a Gerusalemme, di cui la cacciata dei mercanti dal Tempio costituisce l’esempio più eloquente. La differenza tra i racconti di Marco e Giovanni sta nel fatto che mentre a Gerusalemme Gesù era inter­venuto come profeta o leader politico, appena slegatosi dal movimento del Battista, a Cafarnao invece egli interviene sì come successore del Battista ma in maniera incidentale, estrinseca, senza una chiara e logica consequen­zialità. Questo perché la tradizione cui si rifaceva Marco aveva scarsi rap­porti con l’ambiente del Precursore.

Nella descrizione dell’esordio di Gesù a Cafarnao merita d’essere sottolineato un curioso modo d’esprimersi di Marco. Dapprima infatti egli afferma che Gesù e gli apostoli giungono insieme al paese (provenendo for­se da Gerusalemme, per la Pasqua, ove era stata compiuta l’espulsione dei mercanti dal Tempio), poi afferma che solo Gesù entra nella sinagoga e, più avanti ancora, che dopo essere «usciti dalla sinagoga, si recarono in casa di Simone» (v. 29). Dunque se gli apostoli erano «usciti», erano pure «entra­ti». L’omissione di Marco è voluta e sta appunto a significare che mentre Gesù entrò per «insegnare», gli apostoli non avevano ancora l’autorità suf­ficiente per fronteggiare la resistenza che scribi e farisei opponevano alla predicazione del nuovo vangelo.

v. 22) Ed erano stupìti del suo insegnamento, perché insegnava loro come uno che ha autorità e non come gli scribi.

Questo ingresso nella sinagoga sembra rappresentare, in verità, non tanto l’inizio dell’attività pubblica di Gesù predicatore, quanto uno dei suoi momenti più rilevanti, almeno nella città di Cafarnao, forse il primo momento ufficiale, di confronto con le istituzioni, dopo la predicazione alle masse galilaiche.

Il fatto che insegnasse «come uno che ha autorità» sta appunto ad indicare che prima di entrare nella sinagoga, Gesù aveva svolto il suo ap­prendistato tra la folla. In questo senso andrebbe letto 1,14: «Dopo che Gio­vanni fu arrestato [in Perea, terra di Erode], Gesù – dice Marco – si recò nel­la Galilea predicando il vangelo di Dio». Si trattava appunto di un appren­distato tra le folle galilaiche e giudaiche al seguito del Battista. Andrea, Giacomo e Giovanni (non Pietro) erano stati quasi sicuramente degli apo­stoli del Battista. Giovanni cita fra i primi chiamati da Gesù anche Filippo e Natanaele (1,43 ss.), probabilmente originari della Galilea.

Chi si «stupisce», nella sinagoga di Cafarnao, è il gruppo delle au­torità religiose e laiche (in primo luogo i farisei), che probabilmente aveva­no avuto scarsi rapporti col Battista. È vero che in Marco la popolazione non ha ancora potuto costatare la forza dei suoi poteri terapeutici, ma è an­che vero che la presenza stessa dei discepoli sta ad indicare che la novità del suo messaggio aveva già suscitato delle reazioni positive. Peraltro, stan­do a Giovanni, un gruppo di galilei aveva già assistito ad alcuni «segni» fat­ti da Gesù a Gerusalemme per la Pasqua, il più importante dei quali doveva essere stata la purificazione del Tempio (Gv 2,23), benché un secondo re­dattore abbia aggiunto la guarigione del figlio di un funzionario di Erode, che è il secondo «segno» fatto da Gesù in Galilea, dopo le nozze di Cana, cui parteciparono i parenti di Gesù e pochi discepoli (così Gv 4,54): un evento, questo, del tutto fuori luogo rispetto al contesto.

Marco qui non si sofferma sul contenuto dell’insegnamento di Gesù, poiché già l’ha fatto, in modo lapidario, al v. 15: «Il tempo è compiu­to e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete al vangelo». Peraltro Marco non ama approfondire il contenuto politico del vangelo di Gesù.

Nel contesto di questo vangelo ciò che distingue Gesù dai farisei più progressisti non è tanto la diversità del messaggio di liberazione sociale, politica e nazionale, quanto il fatto ch’esso viene trasmesso con «autorità», cioè con la consapevolezza della sua possibile realizzazione. La differenza stava in primo luogo nell’atteggiamento di fiducia verso la rivoluzione, che per i farisei, sempre meno convinti delle capacità eversive del popolo, consisteva in una sentita attesa messianica.

Gesù possedeva grande autorevolezza non perché aveva studiato in una rinomata scuola rabbinica, né perché diceva cose assolutamente diverse da quelle dei gruppi politici più progressisti, ma perché il suo insegnamento era sociale, coerentemente vissuto, conforme alle esigenze delle masse: tut­te le differenze di contenuto (la questione del digiuno, del sabato, del valore del Tempio, della legge mosaica, delle regole alimentari ecc.) partivano da questa particolare concretezza. Al tempo di Gesù i farisei, dopo le gravi sconfitte subite ad opera di Erode il Grande, si erano praticamente divisi in due gruppi: uno molto conservatore e moralista, fedele alla legge scritta e orale; l’altro, minoritario, più democratico e aperto a soluzioni ancora poli­tico-rivoluzionarie, seppure in uno sfondo meramente giudaico-naziona­listico.

Il brano che va dal v. 23 al v. 28 è stato aggiunto in un secondo momento, al fine di giustificare la morte violenta di Gesù nell’ultima Pasqua dei vangeli. L’esorcismo infatti vuole dimostrare che non c’era alcuna possibilità di dialogo tra Gesù e l’ebraismo (Marco, a differenza di Giovanni, non fa distinzione tra farisei conservatori e progressisti). L’incompatibilità di fondo, ideologica, impedisce qui ogni intesa politica. Il «demone» dà per scontato che le intenzioni, i metodi, gli obiettivi di Gesù siano di per sé negativi, a prescindere dai risultati che ottengono o potranno ottenere. Non ci può essere confronto dialettico fra l’ebraismo e il cristianesimo: lo stesso uso del plurale «noi» (v. 24) sta appunto ad indicare che per il «secondo redattore» del vangelo di Marco, «tutto» il giudaismo era ostile a Gesù. È addirittura singolare il fatto che questo redattore abbia voluto inserire un «indemoniato» nella sinagoga, in grado di agire indisturbato, all’insaputa degli stessi astanti, del tutto incapaci di scorgerlo.

Gesù infatti non dialoga con l’ossesso, ma impone di forza la sua autorità: il che contraddice tutti i racconti di guarigione. Non solo, ma tale atteggiamento è anche in contrasto col fatto che Gesù era entrato nella sina­goga per parlare col potere costituito, per discutere e insegnare, cioè senza dare per scontata l’ostilità di questo potere.

L’aggiunta, tuttavia, è molto antica, poiché non accenna minima­mente alla presunta «divinità» del Cristo. «Santo di Dio» sta per «profeta» o al massimo per «messia»: anche il Battista lo era. Nel contesto del rac­conto Gesù è semplicemente il «nazareno».

Che si tratti di un’aggiunta, lo si comprende bene anche dal v. 27, allorché si ribadiscono pari pari le cose dette al v. 22. Gli astanti erano già stupìti dell’insegnamento di Gesù, prima ancora dell’esorcismo, e già aveva­no capito che si trattava di una «nuova dottrina»…

In casa di Pietro (vv. 29-34).

v. 29) E, usciti dalla sinagoga, si recarono subito in casa di Simone e di Andrea, in compagnia di Giacomo e di Giovanni.

I «subito» di Marco possono apparire un po’ pleonastici, ma qui non ha molta importanza. L’intenzione dell’evangelista è semplicemente quella di far notare al lettore la differenza di comportamento che c’è fra le autorità e i discepoli. La sinagoga, cioè il potere istituzionale a livello loca­le, è incapace di recepire la novità del nuovo vangelo, ma non per questo gli uomini che lottano attivamente contro le ingiustizie (in questo caso gli apo­stoli) devono sentirsi in diritto di condannare le istituzioni, rompendo qua­lunque rapporto. Prima di «distruggere» le istituzioni occorre che l’alterna­tiva, almeno in nuce, sia già stata posta, altrimenti si cadrà nell’avventuri­smo. I discepoli cioè devono sincerarsi che all’interno delle loro «case» il pregiudizio, la sfiducia, il pessimismo siano, almeno potenzialmente, vinti, superati.

v. 30) La suocera di Simone era a letto con la febbre e subito gli parlarono di lei.

Questo versetto sta ad indicare che le difficoltà di comprensione del nuovo vangelo esistevano anche presso gli apostoli, cioè presso gli am­bienti più progressisti del popolo. Il racconto dell’esorcismo sembrava sca­ricare sulle istituzioni tutto il peso della crisi dell’ebraismo; ora invece ap­pare chiaro che il peso dev’essere in un certo qual modo distribuito (seppur non in parti uguali) fra istituzioni e società, fra potere e masse. La contrad­dizione non si esprime tanto attraverso la diversa simbologia dei due mali: quello fisico della suocera e quello spirituale della sinagoga, quanto piutto­sto nel fatto che gli apostoli chiedono a Gesù – dopo il confronto politico e intellettuale con le autorità – un favore personale, di secondaria importanza.

È vero che Simone e Andrea parlano a Gesù della suocera solo quando già erano entrati in casa, in quanto non ve l’avevano condotto appo­sitamente. Marco però vuole anche evidenziare che, appena usciti dalla «si­nagoga-di-chi-sa-solo-stupirsi-senza-credere», Gesù e i discepoli entrarono nella «casa-di-chi-non-sa-credere-sino-in-fondo». La sfiducia non aveva in­taccato soltanto la coscienza delle autorità, dei partiti tradizionali, ma anche quella del popolo, seppure in forma meno grave. Essi infatti – se prestiamo fede alla cronologia di Marco – chiedono a Gesù di violare il sabato con la sua terapia: lo usano e in maniera magica.

v. 31) Egli, accostatosi, la sollevò prendendola per mano; la febbre la lasciò ed essa si mise a servirli.

La febbre doveva essere abbastanza alta, poiché la donna non ebbe neppure la forza d’avvicinarsi a Gesù. Essa viene guarita senza cerimonie particolari, senza riti di sorta, né scongiuri o formula magiche. Non c’è niente di religioso nelle guarigioni di Gesù.

Subito dopo, dimostrando che la febbre era stata completamente sanata, essa si mise a servirli. Quale scandalo! Che cosa si sarebbe detto di un rabbino che avesse accettato di farsi servire a tavola da una donna in giorno di sabato appena uscita da una malattia? Proprio qui, d’altra parte, stava la principale differenza tra le istituzioni e il popolo: l’inutilità di certe tradizioni, di certi formalismi, di certi precetti morali e norme rituali, era molto più avvertita dal popolo che non dalle istituzioni, che avevano biso­gno di quelle cose per salvaguardare il potere costituito.

v. 32) Venuta la sera, dopo il tramonto del sole, gli portavano tutti i malati e gli in­demoniati.

«Dopo il tramonto del sole» non è una ripetizione di «venuta la sera», ma la specificazione che il sabato, secondo il computo ebraico, era già passato, e che quindi il divieto di lavorare (in questo caso trasportare barelle o aiutando malati non moribondi) era finito.

Qui però c’è qualcosa di strano: la folla accorre a chiedere guari­gioni quando nel vangelo di Marco la prima è appunto quella della suocera di Pietro. Indubbiamente il fatto di avergliela richiesta, da parte dello stesso Pietro, stava ad indicare una conoscenza di questi suoi poteri, esercitati in precedenza, ma allora perché l’omissione o la lacuna del redattore? Di certo la folla non può essere accorsa solo dopo che si sparse la notizia della gua­rigione della donna: non lo avrebbe fatto in massa e in così poco tempo.

Probabilmente il redattore, condensando episodi avvenuti in tempi e luoghi diversi, ha voluto qui mettere in evidenza una diversità di atteggia­mento tra i discepoli più stretti di Gesù e la folla. Infatti, dopo le molte gua­rigioni già ottenute o viste fare, la folla crede sì nei poteri di Gesù, crede anche nel suo vangelo, ma continua ad aver timore del giudizio delle autori­tà ufficiali. Solo «dopo il tramonto del sole» gli portarono i «malati» (ma­lattie fisiche) e gli «indemoniati» (come allora ci si esprimeva per indicare le malattie psichiche). Iperbolicamente Marco parla di «tutti» i malati di Cafarnao.

v. 33) Tutta la città era riunita davanti alla porta.

Che tutta la città fosse riunita davanti alla porta della casa di Pietro appare davvero strano, poiché allora non si spiegherebbe il timore del giu­dizio delle autorità, relativo al precetto del sabato, e in ogni caso ciò non sta a significare che tutti i malati abbiano potuto essere guariti. Al massimo può stare ad indicare che la popolarità di Gesù taumaturgo era già grande, ovvero che questa popolarità rischiava d’essere soggetta ad atteggiamenti strumentali o addirittura che persino qualche autorità religiosa può aver uti­lizzato tale opportunità per chiedere qualcosa a favore dei propri congiunti o parenti bisognosi di cure (non si comporterà forse così l’archisinagogo Giairo?).

v. 34) Guarì molti che erano afflitti da varie malattie e scacciò molti demoni, ma non permetteva ai demoni di parlare, perché lo conoscevano.

Per compiere queste guarigioni Gesù non chiede una fede matura nel suo vangelo, né s’intrattiene a parlare con gli ammalati o con i loro pa­renti. Non pone alcuna vera condizione preliminare. Gesù sa già che gli abi­tanti di Cafarnao, nella loro maggioranza, condividono le idee fondamentali del suo vangelo, anche se essi non hanno il coraggio di trasgredire il sabato. Non ha quindi senso ch’egli vieti di conoscere una cosa (la propria identità) a quanti già la conoscono ed è altresì insensato che agli inizi della sua mis­sione egli vieti di divulgare il suo messaggio. Il «segreto messianico» – cui egli sarà costretto a ricorrere più avanti – era in funzione di una migliore ri­cezione del suo vangelo, onde evitare malintesi politici sulla sua strategia. In questo frangente il redattore ne parla solo per anticipare l’idea della fi­gliolanza divina del Cristo.

Nel deserto (vv. 35-39)

v. 35) Al mattino si alzò quando ancora era buio e, uscito di casa, si ritirò in un luo­go deserto e là pregava.

Aspettandosi l’arrivo di nuovi postulanti, quelli che la sera prece­dente non erano riusciti ad ottenere la guarigione (al v. 34 Marco aveva det­to che «molti» riuscì a guarire, non «tutti»), Gesù preferisce ritirarsi nel de­serto limitrofo (la «preghiera» è stata aggiunta con intento apologetico). Spera che, vedendolo comportarsi così, essi capiscano (soprattutto i disce­poli, poiché il gesto voleva avere un contenuto politico-pedagogico) che le sue «operazioni salutiste» non avevano come unico obiettivo la guarigione psicofisica della gente.

vv. 36-37) Ma Simone e quelli che erano con lui si misero sulle sue tracce e, trova­tolo, gli dissero: «Tutti ti cercano!».

Si meravigliano di questa «fuga dalla facile popolarità», di questa rinuncia al dovere sociale, civile… Gli scribi si stupivano della sua autorità, la folla e i discepoli ch’egli non voglia usarla sino in fondo. Quello che Si­mone e gli altri apostoli non comprendono è che la salute è soltanto un «se­gno» di qualcos’altro, cioè un’occasione, un motivo per sperare in cambia­menti ben più significativi, in cui i malati stessi siano soggetti attivi, non passivi. Nel contesto è evidente il rifiuto di approfittare della situazione per acquisire un potere personale, per sfruttare la buona fede o l’ignoranza del popolo.

v. 38) Egli disse loro: «Andiamocene altrove per i villaggi vicini, perché io predichi anche là; per questo infatti sono venuto!».

Gesù motiva la sua dipartita dalla città di Cafarnao mostrando che l’attività terapeutica andava subordinata alla proclamazione del vangelo, che fosse la più vasta possibile. Già da questo si può intuire quale sarà il suo futuro rapporto con le masse. E se anche queste, in quel momento, pos­sono non aver capito il vero motivo di questa sua tattica, l’importante era che lo capissero i suoi più stretti discepoli.

Dicendo: «la mia missione è rivolta a tutti, il vangelo non è per po­chi», in pratica Gesù poneva la folla di fronte al pericolo del possesso esclusivo, unilaterale, dei suoi poteri taumaturgici o della sua autorità mora­le e politica. Probabilmente alcuni avevano capito che la possibilità di uti­lizzare i suoi poteri e la sua autorità poteva rendere molto più importante la città di Cafarnao. Altri, invece, con uno sguardo meno campanilistico, avranno pensato che i suoi poteri e la sua autorità andavano proposti e of­ferti a molte più persone, non solo a quelle della città galilaica. Oppure avranno pensato (gli apostoli) che Gesù, volendo soprattutto predicare, non poteva perdere molto tempo con gli ammalati.

In parte tutto questo era vero, ma il punto restava un altro. Gesù non cercava soltanto «molti villaggi» dove poter predicare, ma anche e so­prattutto quelli che sapessero accogliere con maturità la forza morale e poli­tica del nuovo vangelo. Chi non fosse riuscito ad avvertire l’esatta prossimi­tà da lui desiderata, avrebbe continuato a vivere in un «villaggio lontano», e ad ogni villaggio egli sarebbe stato costretto a dire che doveva andare a pre­dicare anche nei «villaggi vicini».

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Autore: laicusblog

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