Le nozze di Cana (Gv 2,1-12)

[1] Tre giorni dopo, ci fu uno sposalizio a Cana di Galilea e c’era la madre di Gesù.

[2] Fu invitato alle nozze anche Gesù con i suoi discepoli.

[3] Nel frattempo, venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse: «Non hanno più vino».

[4] E Gesù rispose: «Che ho da fare con te, o donna? Non è ancora giunta la mia ora».

[5] La madre dice ai servi: «Fate quello che vi dirà».

[6] Vi erano là sei giare di pietra per la purificazione dei Giudei, contenenti ciascu­na due o tre barili.

[7] E Gesù disse loro: «Riempite d’acqua le giare»; e le riempirono fino all’orlo.

[8] Disse loro di nuovo: «Ora attingete e portatene al maestro di tavola». Ed essi gliene portarono.

[9] E come ebbe assaggiato l’acqua diventata vino, il maestro di tavola, che non sa­peva di dove venisse (ma lo sapevano i servi che avevano attinto l’acqua), chiamò lo sposo

[10] e gli disse: «Tutti servono da principio il vino buono e, quando sono un po’ brilli, quello meno buono; tu invece hai conservato fino ad ora il vino buono».

[11] Così Gesù diede inizio ai suoi miracoli in Cana di Galilea, manifestò la sua glo­ria e i suoi discepoli credettero in lui.

*

Nel racconto delle nozze di Cana, che solo l’evangelista Giovanni riporta, vi sono due stranezze che non possono certo sfuggire a un qualun­que lettore.

La prima è che qui Maria sembra già avere consapevolezza dei po­teri straordinari di Gesù prima ancora che questi li abbia mai manifestati. (Curioso peraltro è il fatto che qui Maria dia ordini ai «servi dello sposo». Qualche esegeta protestante ha congetturato che lo sposo sia lo stesso Gesù, ma è più verosimile che Maria sia in grado di dare ordini in quanto stretta­mente imparentata con lo sposo.)

Come siano andati i fatti è difficile dirlo, ammesso e non concesso che siano effettivamente accaduti. Molto probabilmente Maria, accortasi che l’arrivo alla festa da parte di Gesù e dei suoi discepoli (quest’ultimi, probabilmente, aggregatisi all’ultimo momento) avrebbe potuto mettere in imbarazzo gli sposi se questi avessero constatato una quantità insufficiente di vino, si limitò a chiedere qualcosa che apparentemente sembrava di difficile realizzazione. Fatta la richiesta, cui Gesù acconsentì malvolentieri, perché avrebbe rischiato di esporsi per un motivo di carattere privato, Maria non si rese conto di nulla, se non appunto del fatto che il problema era stato risol­to.

In secondo luogo Giovanni conclude il racconto con un’espressio­ne che ha dell’incredibile: «Così Gesù diede inizio ai suoi miracoli in Cana di Galilea, manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui» (2,11).

Anzitutto, quali discepoli poteva avere con sé? Secondo Gv 21,2 Natanaele era di Cana. Altri discepoli avevano già lasciato il Battista: An­drea e Giovanni, ma anche Pietro e Filippo lo seguivano (cfr Gv 1,37-45): quindi probabilmente erano questi i discepoli che tre giorni prima erano partiti da Betania di Giudea, ove il Precursore battezzava, e che ora si tro­vavano lì.

Ma in che senso Giovanni può sostenere che i discepoli, vedendo questo prodigio, «credettero in lui» (2,11)? Il Cristo era già riuscito a con­vincere alcuni discepoli del Battista ad abbandonare quest’ultimo e a segui­re lui (Gv 1,35 ss.). E in nessuna parte del vangelo di Giovanni, né in quello di Marco, il Cristo compie dei prodigi per convincere qualcuno a diventare suo discepolo. Con la trasformazione dell’acqua in vino non si manifesta al­cuna particolare «gloria», poiché il Cristo, in quella occasione, sarebbe an­che potuto apparire più come uno stregone che non come un messia. Se poi era davvero il primo miracolo e Gesù ancora non si era «manifestato», avendo qui agito in segretezza (solo la servitù poteva aver intuito qualcosa di molto strano), non si comprende in che cosa i suoi discepoli avrebbero dovuto credere.

Forse qui si è voluta sottolineare una diversità di fondo tra l’acco­glienza dei giudei, in occasione dell’epurazione del Tempio, che non si può certo definire entusiasta, e quella che invece gli tributarono i samaritani pri­ma e i galilei dopo? Le simboliche «giare» sembrano rappresentare la vuo­tezza, l’aridità giudaica, che va riempita col fervore, con l’esuberanza dei galilei.

Di questo particolare episodio (se esso è davvero accaduto, ma as­somiglia troppo a quello mitologico di Filemone e Bauci) solo i suoi più stretti discepoli possono essere stati testimoni (forse il solo Giovanni, visto che solo lui ne parla). Il v. 9 dice, tra parentesi, che i servi dello sposo si erano accorti del prodigio; tuttavia – possiamo aggiungere -, poiché non vi fu in loro alcuna reazione, è giocoforza dedurre che anche questa precisa­zione sia spuria.

Il motivo per cui la pericope non è riportata nei Sinottici è proba­bilmente dipeso dalla sua scarsa importanza rispetto a quella, per certi versi analoga, dei pani moltiplicati. Se alcuni servi dello sposo avessero visto il prodigio di mutare 500 litri di acqua in ottimo vino, il «protagonista» del matrimonio sarebbe stato Gesù, non gli sposi: cosa che invece nel racconto non appare assolutamente (tuttavia a Cana egli vi ritornerà, stando a Gv 4,46, per compiere una guarigione a distanza per il funzionario erodiano Cuza).

Qui l’autore dà ovviamente per scontata la fede post-pasquale, cioè ragiona col senno (apostolico) del poi. Al v. 11 molto probabilmente è stata aggiunta la seconda parte da un redattore che non riusciva a spiegarsi la ra­gione per cui un racconto del genere (che, rispetto ad altri, è piuttosto insi­gnificante) doveva essere tramandato semplicemente perché a Cana Gesù aveva compiuto il suo primo prodigio.

Questo, in realtà, fu un evento del tutto privato, legato all’ambiente parentale della famiglia d’origine del Cristo. Esso mette semplicemente in luce l’umanità di un leader politico, il quale soltanto tre giorni prima aveva rotto con un movimento (quello battista) che non voleva saperne di organiz­zare una manifestazione contro i mercanti del Tempio.

La frase di Gesù relativa alla «sua ora» è senz’altro coerente col fatto che solo dopo qualche mese, in occasione della purificazione del Tem­pio, egli cominciò a manifestarsi in pubblico. Ma l’autore di questo raccon­to può aver fatto dire a Gesù quella frase proprio perché sapeva che la sua prima manifestazione pubblica sarebbe avvenuta a Gerusalemme, in occa­sione della Pasqua. E comunque Maria non può aver compreso il significato di quella frase.

È insomma molto probabile che il racconto faccia parte di una tar­da tradizione spiritualista, sempre presente nel vangelo di Giovanni, la qua­le affianca, come un parassita, tutti i racconti giovannei di origine ebraica, il cui stile è più realistico che simbolico. È stata questa tradizione spirituali­sta che ha stravolto il significato originario del racconto e anche di tutto il vangelo di Giovanni.

Se l’episodio è davvero accaduto, l’interpretazione che se n’è data è troppo metafisica per essere credibile. Cioè è categoricamente da escludere che il Cristo abbia compiuto un prodigio del genere per dimostrare la supe­riorità del suo vangelo rispetto alla legge mosaica, ed è altresì impensabile ch’egli abbia voluto equiparare il vino al sangue.

Al massimo nella versione più antica il redattore avrà semplice­mente voluto evidenziare che la capacità di Gesù di operare prodigi poteva essere messa al servizio anche per cose che non riguardavano affatto il «re­gno» da costruire, ma semplici esigenze materiali. Il che però contraddice la natura strettamente politica dei vangeli. Che senso avrebbe avuto scrive­re in un testo politico un episodio strettamente privato? E perché, nel mo­mento in cui lo si è voluto caratterizzare politicamente, lo si è trasformato in un racconto spiritualistico con addentellati addirittura magici?

Il testo comunque è molto antico, poiché l’autore non ha scrupoli nell’affermare che a quello sposalizio erano presenti non solo la «madre di Gesù» (il padre era già morto?), ma anche i suoi «fratelli», che vengono ci­tati separatamente dai suoi discepoli (2,12). In un altro contesto, Marco – e Mt 13,55 s. gli farà eco – dirà che Gesù ebbe almeno quattro fratelli e un paio di sorelle (Mc 6,3).1

Resta molto dura la frase che Gesù rivolge a sua madre: «Che ho da fare con te, o donna?». Sembra quasi che qui si voglia evidenziare una sorta di estraneità tra madre e figlio, come se lei rappresentasse l’ebraismo tradizionale e lui l’alternativa radicale al sistema, e il rapporto tra i due non fosse altro che la ricerca di un momentaneo compromesso. Inspiegabile peraltro l’assenza del pa­dre Giuseppe in questo episodio di natura privata: si può quindi presumere che quando Gesù inizia la sua vita pubblica, Giuseppe fosse già morto o comunque non vivesse più con la propria famiglia.

*

Mettiamoci ora dalla parte di un redattore che scrive un racconto del genere, carico di cose false o inventate, per cercare di scoprirne le motivazioni, che possono essere recondite o palesi. Supponiamo che dietro la frase di Gesù: «Non è ancora giunta la mia ora» (v. 4), si celi un significato simbolico, una sorta di mistica identificazione tra vino e sangue. La pericope – se questa ipotesi fosse vera – che significato avrebbe?

È molto semplice: l’ebraismo o il giudaismo è rappresentato dalle sei giare di pietra vuote, preposte alle abluzioni rituali previste dalla legge mosaica (si tratta quindi di un’aridità esistenziale), anzi il fatto che siano vuote sta proprio a indicare la fine di una civiltà, che ha perduto le proprie risorse identitarie e che quindi si limita a un formalismo rituale privo di contenuto soteriologico. Solo il Cristo possiede vere risorse spirituali: esse coincidono col sangue vivificante che dovrà versare sulla croce. In attesa che ciò avvenga, egli può soltanto compiere un miracolo materiale, sperando che i discepoli credano nella sua origine extraterrena. Quindi se ora possono soltanto limitarsi a bere l’acqua trasformata miracolosamente in vino, verrà il giorno in cui, per sentirsi spiritualmente salvati, dovranno bere il sangue di Cristo identificato col vino eucaristico.

Da una purificazione fisica, praticata nel mondo ebraico, preludio o segno di una morale, si passa, in questo racconto, a una purificazione spirituale fonte di salvezza, la cui efficacia è garantita non dalla volontà umana, bensì dal sacrificio dello stesso Cristo, il quale elargisce la sua grazia a chi crede nella sua figliolanza divina, testimoniata unicamente dalla resurrezione.

Il misticismo, qui, è portato a livelli assoluti (anche in virtù di altre caratteristiche simboliche presenti in questo racconto molto particolare); di conseguenza la mistificazione nei confronti della politicità del Cristo è massima.

Una spiegazione del genere, tuttavia, è abbastanza banale: vi erano già arrivati vari esegeti, antichi e moderni. La vera domanda cui si dovrebbe cercare di rispondere è un’altra: perché di questo episodio non vi è alcuna traccia nei Sinottici? Anche qui le spiegazioni date sono state molteplici: tra i discepoli non era presente Pietro; la principale fonte di questo episodio è la stessa Maria, che nel protovangelo viene vista come un ostacolo alla missione di Gesù; vengono messi in cattiva luce tutti i galilei, dicendo ch’era prassi comune che, nel corso dei matrimoni, si distribuiva inizialmente ai commensali del buon vino, per poi passare a quello più scadente.

Su quest’ultima spiegazione si potrebbe però precisare che Maria, Gesù, i suoi primi discepoli e forse gli stessi sposi erano originari della Giudea, per cui questo racconto, come altri del quarto vangelo, non poteva rientrare nella tradizione galilaico-cristiana. Semmai quindi dovrebbero essere accusati i giudei di tale grettezza economicistica, che, associata al formalismo delle regole rituali, li rendeva invisi ai galilei, più spontanei e trasgressivi, tant’è che è proprio in Galilea che Gesù può tranquillamente compiere i suoi cosiddetti «prodigi».

Esiste però un’altra spiegazione, che ci viene offerta da un altro racconto dello stesso vangelo, quello della guarigione del figlio di un ufficiale ebreo di nome Cuza, avvenuta sempre a Cana. Qui vengono fatte dire a Gesù delle parole storicamente inattendibili ma ideologicamente significative nel contesto: «Se non vedete segni e miracoli, voi non crederete» (4,48).

Se si unisce questa frase a quella riportata nell’ultimo versetto del cosiddetto miracolo di Cana: «I suoi discepoli credettero in lui dopo che aveva dato inizio ai suoi miracoli in Cana di Galilea», vien da pensare che questi racconti siano maturati in ambienti giudaico-cristiani di tipo monastico in polemica con gli ambienti urbanizzati della tradizione galilaico-cristiana. Cioè in questi racconti si sta denunciando il fatto che in Galilea si credeva in Gesù solo perché compiva prodigi straordinari. I cristiani di origine galilaica (o ellenistica) appaiono più superficiali dei cristiani di origine giudaica, meno dotati teologicamente, sicuramente meno legati alle tradizioni formali ma anche più venali e materialisti.

Infatti, mentre in Giudea cominciarono a credere in Gesù quando fece la purificazione del Tempio, cioè quando compì un gesto eminentemente politico, rivolto all’intera collettività, il miracolo di Cana invece viene fatto solo per soddisfare un’esigenza personale o familiare, come quella appunto degli sposi e dell’ufficiale erodiano.

Nota

1 Da notare che l’autore della pericope, inizialmente, non sembra voler includere tra i «discepoli» di Gesù anche i suoi «fratelli» o i parenti più stretti e neppure i servi dello sposo: di nessuno di questi il redattore dice esplicitamente che «credettero in lui»; anzi, a ben guardare, non lo dice neppure di Maria, che nel racconto sembra strappare il prodigio più in quanto «madre» che non in quanto «discepola». Stando a Mc 3,30 ss. e a Gv 7,5, i rapporti tra il Gesù politico e la madre (ivi inclusi i fratelli e le sorelle) spesso erano difficili, benché alcuni fratelli militassero nella cerchia dei Dodici. Forse questo racconto sta a significare che tra Gesù e il suo parentado s’era stabilita una certa riconciliazione, dopo l’evento di pericolosa rottura istituzionale quale fu la cacciata dei mercanti dal Tempio. È probabile che l’esilio in Galilea abbia coinvolto solo una parte del parentado.

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Autore: laicusblog

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