L’unzione di Betania

Gv 12,1-8

[1] Sei giorni pri­ma della Pasqua, Gesù andò a Betà­nia, dove si trovava Lazzaro, che egli aveva risuscitato dai morti.

[2] Equi gli fecero una cena: Marta serviva e Lazzaro era uno dei com­mensali.

[3] Maria allora, presa una libbra di olio profumato di vero nardo, assai prezioso, cosparse i piedi di Gesù e li asciugò con i suoi capelli, e tutta la casa si riempì del profumo dell’un­guento.

[4] Allora Giuda Iscariota, uno dei suoi discepoli, che doveva poi tradirlo, disse:

[5] «Perché que­st’olio profumato non si è venduto per trecento denari per poi darli ai po­veri?».

[6] Questo egli dis­se non perché gl’importasse dei poveri, ma perché era ladro e, sicco­me teneva la cassa, prendeva quello che vi mettevano dentro.

[7] Gesù allora dis­se: «Lasciala fare, perché lo conservi per il giorno della mia sepoltura.

[8] I poveri infatti li avete sempre con voi, ma non sempre avete me».

[9] Intanto la gran folla di Giudei ven­ne a sapere che Gesù si trovava là, e accorse non solo per Gesù, ma anche per vedere Lazzaro che egli aveva risu­scitato dai morti.

[10] I sommi sacer­doti allora delibera­rono di uccidere anche Lazzaro,

[11] perché molti Giudei se ne anda­vano a causa di lui e credevano in Gesù.

Mc 14,3-11

[1] Mancavano in­tanto due giorni alla Pasqua e agli Azzimi e i sommi sacerdoti e gli scri­bi cercavano il modo di impadro­nirsi di lui con in­ganno, per uccider­lo.

[2] Dicevano infat­ti: «Non durante la festa, perché non succeda un tumulto di popolo».

[3] Gesù si trovava a Betania nella casa di Simone il lebbroso. Mentre stava a mensa, giunse una donna con un vasetto di alabastro, pieno di olio profumato di nardo genuino di gran valore; ruppe il vasetto di alaba­stro e versò l’un­guento sul suo capo.

[4] Ci furono alcu­ni che si sdegnaro­no fra di loro: «Perché tutto que­sto spreco di olio profumato?

[5] Si poteva benis­simo vendere que­st’olio a più di tre­cento denari e darli ai poveri!». Ed era­no infuriati contro di lei.

[6] Allora Gesù disse: «Lasciatela stare; perché le date fastidio? Ella ha compiuto verso di me un’opera buona;

[7] i poveri infatti li avete sempre con voi e potete benefi­carli quando vole­te, me invece non mi avete sempre.

[8] Essa ha fatto ciò ch’era in suo potere, ungendo in anticipo il mio cor­po per la sepoltura.

[9] In verità vi dico che dovunque, in tutto il mondo, sarà annunziato il van­gelo, si racconterà pure in suo ricordo ciò che ella ha fat­to».

[10] Allora Giuda Iscariota, uno dei Dodici, si recò dai sommi sacerdoti, per consegnare loro Gesù.

[11] Quelli all’udir­lo si rallegrarono e promisero di dargli denaro. Ed egli cer­cava l’occasione opportuna per con­segnarlo.

Mt 26,6-16

[6] Mentre Gesù si trovava a Betània, in casa di Simone il lebbroso,

[7] gli si avvicinò una donna con un vaso di alabastro di olio profumato molto prezioso, e glielo versò sul capo mentre stava a mensa.

[8] I discepoli ve­dendo ciò si sde­gnarono e dissero: «Perché questo spreco?

[9] Lo si poteva vendere a caro prezzo per darlo ai poveri!».

[10] Ma Gesù, ac­cortosene, disse loro: «Perché infa­stidite questa don­na? Essa ha com­piuto un’azione buona verso di me.

[11] I poveri infatti li avete sempre con voi, me, invece, non sempre mi avete.

[12] Versando que­sto olio sul mio corpo, lo ha fatto in vista della mia se­poltura.

[13] In verità vi dico: dovunque sarà predicato que­sto vangelo, nel mondo intero, sarà detto anche ciò che essa ha fatto, in ri­cordo di lei».

[14] Allora uno dei Dodici, chiamato Giuda Iscariota, andò dai sommi sa­cerdoti

[15] e disse: «Quanto mi volete dare perché io ve lo consegni?». E quelli gli fissarono trenta monete d’ar­gento.

[16] Da quel mo­mento cercava l’oc­casione propizia per consegnarlo.

Lc 7,36-50

[36] Uno dei farisei lo invitò a mangia­re da lui. Egli entrò nella casa del fari­seo e si mise a ta­vola.

[37] Ed ecco una donna, una pecca­trice di quella città, saputo che si trova­va nella casa del fariseo, venne con un vasetto di olio profumato;

[38] e fermatasi dietro si rannicchiò piangendo ai piedi di lui e cominciò a bagnarli di lacrime, poi li asciugava con i suoi capelli, li baciava e li cospar­geva di olio profu­mato.

[39] A quella vista il fariseo che l’ave­va invitato pensò tra sé. «Se costui fosse un profeta, saprebbe chi e che specie di donna è colei che lo tocca: è una peccatrice».

[40] Gesù allora gli disse: «Simone, ho una cosa da dirti». Ed egli: «Maestro, di’ pure».

[41] «Un creditore aveva due debitori: l’uno gli doveva cinquecento denari, l’altro cinquanta.

[42] Non avendo essi da restituire, condonò il debito a tutti e due. Chi dunque di loro lo amerà di più?».

[43] Simone rispo­se: «Suppongo quello a cui ha con­donato di più». Gli disse Gesù: «Hai giudicato bene».

[44] E volgendosi verso la donna, dis­se a Simone: «Vedi questa donna? Sono entrato nella tua casa e tu non m’hai dato l’acqua per i piedi; lei inve­ce mi ha bagnato i piedi con le lacri­me e li ha asciugati con i suoi capelli.

[45] Tu non mi hai dato un bacio, lei invece da quando sono entrato non ha cessato di baciarmi i piedi.

[46] Tu non mi hai cosparso il capo di olio profumato, ma lei mi ha cosparso di profumo i piedi.

[47] Per questo ti dico: le sono per­donati i suoi molti peccati, poiché ha molto amato. Inve­ce quello a cui si perdona poco, ama poco».

[48] Poi disse a lei: «Ti sono perdonati i tuoi peccati».

[49] Allora i com­mensali comincia­rono a dire tra sé: «Chi è quest’uomo che perdona anche i peccati?».

[50] Ma egli disse alla donna: «La tua fede ti ha salvata; va’ in pace!».

*

Probabilmente il motivo che ha spinto il quarto evangelista a scri­vere una pericope del genere, che nel complesso non si può dire molto si­gnificativa, sono state le gravi imprecisioni riportate nelle versioni parallele dei Sinottici.

Su alcune inesattezze, in verità, si sarebbe anche potuto prescinde­re, non foss’altro perché i Sinottici non sanno nulla di una «resurrezione di Lazzaro»: la cena avvenne «sei» giorni prima della Pasqua e non «due», come dicono Mc 14,1 e, sulla sua scia, Mt 26,2; la casa era quella di Marta, Maria e Lazzaro e non quella di «Simone il lebbroso» (Mc 14,3 e Mt 26,6), né quella di un certo fariseo anch’egli chiamato Simone, come vuole Lc 7,36, l’evangelista medico, che non si sarà capacitato di veder tanta gente mangiare attorno a un malato così infetto e che si rifiutò di costruire un pa­rallelo a questo episodio perché probabilmente non ne capì il vero significa­to. Non furono «alcuni» tra i commensali che si sdegnarono contro Maria (Mc 14,4), né «tutti» i discepoli (Mt 26,8), ma solo l’apostolo Giuda Isca­riota.

Se vogliamo, anche su un’assurdità di Luca (l’aver equiparato a una prostituta la donna che unge i piedi di Gesù) si poteva soprassedere, perché leggendo la versione di questo evangelista si ha l’impressione di trovarsi di fronte a un episodio di diversa natura e, se vogliamo, anche molto inverosi­mile.

Su altri due aspetti, tuttavia, il quarto evangelista poteva sentirsi in dovere di fare le debite precisazioni. Anzitutto il brano dei Sinottici non ha una collocazione spazio-temporale giustificata, cioè non si riesce a com­prendere minimamente il motivo per cui un’anonima donna abbia avvertito l’esigenza di cospargere i capelli e i piedi di Gesù di un profumo costosissi­mo (il brano di Luca non può neppure essere considerato parallelo a quello di Marco); in secondo luogo la motivazione che i Sinottici danno di questo gesto è del tutto fantasiosa: la donna avrebbe compiuto quel gesto perché voleva anticipare profeticamente il rito dell’imbalsamazione, prevedendo che di lì a pochi giorni il Cristo sarebbe morto in croce. Cioè la donna (che nei Sinottici non ha un nome né una parentela con chicchessia) meritava d’essere ricordata perché aveva profeticamente anticipato, con un gesto simbolico di natura non politica ma religiosa, la sconfitta del movimento nazareno e quindi la crocifissione del messia! Una tesi, questa, che viene interpolata, non senza fatica, nella stessa pericope giovannea, e che fa puntello all’altra tesi, vero pilastro di tutto il cristianesimo, secondo cui il Cristo «doveva morire».

*

L’incipit del redattore del quarto vangelo ha invece un valore sia cronologico che politico: sei giorni prima dell’ingresso trionfale nella capi­tale e quindi della sua ultima Pasqua, il Cristo si trovava a Betania, presso la casa di Marta, Maria e Lazzaro. Mc 14,1s. sostiene, e in questo trova ampie conferme da parte di Giovanni, che le autorità volevano eliminare Gesù prima che entrasse nella capitale, temendo un tumulto popolare.

Nonostante quindi esista un mandato di cattura che pesa sulla sua testa, cui le folle, a quanto pare, non hanno dato molto peso, Gesù e i suoi più stretti collaboratori si possono permettere una cena a poche miglia dalla capitale, nella piena consapevolezza di avere un seguito sufficientemente ampio per poter entrare relativamente indisturbati nella città in festa. Se così non fosse, difficilmente si riuscirebbe a capire il motivo per cui un «fuorilegge» voglia rischiare di essere catturato in un frangente così banale come può essere quello di una cena. Tuttavia, stando a Mc 10,46, che pur fa uscire Gesù da Gerico, diretto verso Gerusalemme, insieme a lui vi erano «i discepoli e molta folla».

Un secondo redattore del quarto vangelo ha voluto precisare che alla cena in oggetto vi era anche Lazzaro e naturalmente ha ribadito ch’era stato resuscitato, senza che questo inciso abbia alcuna relazione col resto della pericope. In origine infatti al v. 1a seguiva immediatamente il v. 2, ove la presenza di Lazzaro veniva constatata senza riferimento alcuno alla presunta resurrezione.

Non è da escludere che la figura di Lazzaro sia stata messa perché, avendo già detto nel racconto precedente ch’era stato risorto, ora non avrebbe avuto alcun senso dimenticarselo. Anzi i redattori hanno voluto insistere sulla tesi della resurrezione, dicendo che nell’occasione dell’arrivo di Gesù, molti da Gerusalemme andavano a trovare non solo lui, al fine di organizzare, in tutta sicurezza, l’ingresso nella capitale, ma erano anche interessanti a vedere il Lazzaro redivivo, al punto che le autorità religiose avevano deliberato di far morire anche lui. In queste assurdità inevitabilmente si cade quando si vuol restare coerenti ad ogni costo a delle falsità formulate in precedenza.

In tutto il racconto di Giovanni le cose principali che risultano poco chiare sono sostanzialmente due:

A) il motivo per cui Maria abbia voluto usare in anticipo un un­guento profumato che lei stessa aveva riservato per il giorno della sepoltura del Cristo (stando almeno a quanto viene detto nella pericope, ma l’unguen­to poteva anche essere stato acquistato per ringraziare Gesù di qualcosa, senza riferimenti forzati a sepolture improbabili di un uomo poco più che trentenne).

L’esegesi confessionale, sulla scia delle versioni fantasiose dei Si­nottici, ritiene che Maria stesse subodorando una morte imminente del Cri­sto, ma questo va escluso nella maniera più tassativa, non foss’altro perché in quell’occasione, in cui nessuno stava certamente pensando a una sconfitta politica del movimento nazareno, sarebbe stato un gesto molto indelicato, foriero di cattivi presagi.

In realtà qui le possibili ipotesi interpretative sono due, che forse non sono neppure tra loro in alternativa:

– Maria voleva ringraziare il Cristo per il favore ricevuto, che non era stato «grande» perché – come vuole l’ideologia cristiana – Lazzaro era davvero morto, quanto perché Gesù aveva rischiato, accettando di assisterlo in un momento e in un luogo per lui molto rischiosi, di mandare all’aria il proprio piano insurrezionale;

– Maria riconosce al Cristo la possibilità reale di diventare messia e, col suo gesto, vuole anticiparne simbolicamente l’evento. Il che può far pensare che in realtà, nel racconto precedente, non si sia trattato di alcuna guarigione né, tanto meno, di alcun miracolo, ma semplicemente del fatto che le idee (zelote?) di Lazzaro, morto in uno scontro coi romani, avevano trovato nel Cristo l’erede politico, sicché il movimento guidato da Lazzaro non era più destinato a disperdersi, bensì a fondersi con quello nazareno, ed è quindi probabile che i seguaci di Gesù abbiamo preparato insieme a quelli di Lazzaro l’ingresso messianico nel corso della festività pasquale.

Se diamo per scontato che Lazzaro fosse effettivamente morto e che la sua resurrezione sia stata frutto di una manipolazione dei redattori cristiani, allora dobbiamo interpretare il gesto di Maria non tanto come un’espressione di ringraziamento per il favore personale ottenuto, quanto piuttosto come una dimostrazione di riconoscenza della profonda umanità del Cristo, che aveva comunque rischiato l’arresto pur di venire ad assistere l’amico. Sotto questo aspetto che Lazzaro sia o non sia morto fa poca diffe­renza, e ancor meno che sia o non sia «resuscitato». Non è neppure da escludere che Lazzaro fosse stato solo ferito e che abbia fatto l’ingresso messianico insieme a Gesù. Anzi, se ciò fosse vero, si potrebbe capire il motivo per cui i sommi sacerdoti volevano far fuori anche lui (ma il v. 10 di Giovanni può essere stato messo a titolo di ringraziamento per quei seguaci del partito di Lazzaro che dopo il 70 accettarono di diventare «cristiani»; cosa che nei vangeli venne fatta anche per i seguaci del Battista e per i farisei progressisti seguaci di Nicodemo).

B) La seconda cosa poco chiara è relativa al ruolo stesso di Maria: come mai proprio una sorella di Lazzaro aveva conservato un unguento molto costoso per la sepoltura di Gesù? Che rapporti c’erano tra i due? È abbastanza singolare la confidenza o la familiarità che qui una donna, di cui i vangeli non dicono quasi nulla, può esibire nei confronti del messia. È sta­ta l’unica, peraltro, che sia riuscita a farlo commuovere.

È difficile trovare una risposta a queste domande, se non appunto pensando che l’unguento non era stato acquistato per la sepoltura del Cristo, ma solo a titolo di ringraziamento per un favore personale ottenuto in circo­stanze drammatiche, o forse Maria lo teneva in casa pensando di usarlo per il fratello il giorno in cui fosse diventato messia. Fu dunque solo dopo la morte di lui che Maria decise di usarlo per Gesù, proprio perché se lo im­maginava messia al posto di Lazzaro, come suo naturale e legittimo succes­sore. Si può in sostanza ammettere che il profumo, certamente non destina­to alla sepoltura del Cristo, sia stato qui usato secondo una finalità di rico­noscimento della sua grandezza morale, oltre che politica: questo perché le due sorelle parteggiavano per gli ideali etico-politici sia di Lazzaro che del Cristo.

Tra l’altro, se davvero Maria voleva serbare l’unguento per la se­poltura del Cristo, poteva limitarsi a sciogliere il sigillo messo nel foro d’a­pertura, usando solo una parte del profumo; invece – lo dice anche Mc 14,3 – il vasetto di alabastro venne spezzato e tutto il suo contenuto fu messo sul­la testa di Gesù (Gv parla solo di «piedi»), inondando di profumo l’intera dimora.

Sia come sia, alla vista del gesto di Maria, l’apostolo Giuda Isca­riota si scandalizzò, interpretandolo come uno spreco. Da economista quale doveva essere, Giuda era riuscito a stimare il valore di mercato di quell’olio pregiato in circa 300 denari, che allora corrispondevano al salario medio di dieci mesi di lavoro. È dunque verosimile che Giuda abbia fatto una rimo­stranza del genere, anche perché era vicina la Pasqua e se il ricavato ottenu­to dalla vendita del profumo fosse stato effettivamente dato ai poveri, avrebbe potuto esserci una positiva ricaduta d’immagine per il movimento nazareno.

Molto meno verosimile è la motivazione con cui Giovanni (o, come è probabile, un secondo redattore) spiega la rimostranza da parte di Giuda, il quale s’era indispettito della cosa perché solitamente rubava nella cassa comune dei Dodici. Qui infatti appare assai poco credibile che il Cri­sto avesse affidato a un ladro la gestione dei fondi. E neppure ha senso cre­dere che il Cristo potesse chiamare tra i suoi più stretti collaboratori, gli «apostoli», una persona ipocrita e disonesta, uno che non aveva neppure il senso della «giustizia sociale».

In realtà se Giuda può anche essere stato un «ladro», non può però aver continuato a rubare una volta chiamato alla sequela del movimento na­zareno, altrimenti un analogo sospetto dovremmo nutrirlo anche per Mat­teo, che prima di convertirsi faceva l’esattore delle tasse per il collaborazio­nista Erode Antipa. Per poter aspirare al ruolo di stretto collaboratore del messia, Giuda doveva possedere notevoli qualità personali, la prima delle quali era sicuramente una forte istanza di liberazione nazionale. Gesù può anche avergli affidato l’incarico di amministrare i beni, pur sapendo ch’era ladro, ma è assai dubbio ch’egli abbia fatto questo solo per metterlo alla prova: evidentemente Giuda aveva anche uno spiccato interesse per la materialità della vita, ovvero per la giustizia socio-economica. In nessuna parte dei vangeli viene detto che, prima di convertirsi, egli svolgeva un qualche mestiere riprovevole.

In ogni caso, anche supponendo che Giuda, prima d’incontrare Gesù, fosse stato ladro perché proveniente da ambienti marginali o depriva­ti (gli apocrifi in realtà sostengono fosse figlio del fratello del sommo sacer­dote Caifa), e che, avendo contratto l’abitudine a rubare, di tanto in tanto at­tingesse indebitamente alle sostanze della cassa comune, si può forse, solo per questo, dedurre che la sua rimostranza fosse unicamente dettata da bas­se motivazioni di ordine personale?

Ci si può cioè chiedere, in altre parole: l’obiezione di Giuda può avere un senso di per sé, a prescindere dall’ipotesi ch’egli sia stato nel pas­sato o fosse ancora nel presente un ladro? Il redattore, evidentemente, non si è posto questa domanda e col cinismo tipico delle persone schematiche ha voluto infierire, facendo sembrare Giuda peggiore di quello che era o che poteva essere. Lasciandosi suggestionare dal cosiddetto «effetto alone», il redattore ha voluto dare una risposta decisamente negativa alla seguente domanda: «poteva un traditore, che, stando ai vangeli, ha venduto il messia per 30 denari, nutrire delle idee a favore dei poveri?».

Gesù prende le difese di Maria e, in un certo senso, di se stesso di­cendo che quel profumo era «già suo», in quanto Maria lo aveva destinato al giorno della sua morte (i cadaveri venivano unti e profumati). Non consi­dera quindi del tutto impropria l’obiezione di Giuda, il quale ovviamente non conosceva la destinazione di quel profumo.

L’obiezione poteva apparire fuori luogo solo pensando che Giuda avrebbe dovuto capire la grande sensibilità di Maria. Ma forse che per que­sta mancanza di tatto (che neppure Gesù volle sottolineare), Giuda meritava d’essere trasformato da «economista» a «ladro»? È possibile sostenere che siccome la colpa del tradimento è la più grave che un uomo possa compie­re, è del tutto naturale supporre che Giuda fosse anche un ladro?

Possiamo addirittura sostenere che tutta la costruzione mitologica della chiesa primitiva circa la «necessità» della morte del Cristo (che qui Maria avrebbe simbolicamente anticipato) è stata fatta, in un certo senso, a spese della personalità di Giuda, del cui tradimento si vorranno presto di­menticare le istanze politiche strettamente connesse, sino a inventarsi la vergognosa richiesta dei 30 denari. La divinizzazione del Cristo non è forse andata di pari passo con la demonizzazione dell’Iscariota?

Dunque che risposta plausibile può aver dato Gesù alla seguente domanda: se Giuda non fosse stato un ladro, la sua obiezione a Maria sareb­be stata giustificata? Da un lato infatti Gesù mostra di apprezzare politica­mente i rimproveri mossi dall’apostolo (e forse da qualcun altro), in quanto evidentemente si rendeva conto che i poveri costituivano il problema n. 1 della loro missione. Dall’altro però gli fa capire che i rimproveri non hanno senso, in quanto quel profumo era già destinato a lui, per cui ai poveri non era stato tolto niente. Cosa che ovviamente Giuda non poteva sapere.

Un’altra osservazione però, molto più importante, Gesù poteva aver fatto: visto cioè che con la morte di Lazzaro si rende possibile un’inte­sa tra i suoi seguaci e i nazareni, nella prospettiva imminente di una insurre­zione armata, è così importante rimproverare una donna che, a modo suo, ha voluto anticipare l’evento, nella convinzione ch’esso avrà il successo me­ritato? Accusandola d’aver sprecato il profumo non si sta forse ammettendo, implicitamente, che la rivoluzione fallirà o che non è il momento di com­pierla?

Se il racconto fosse finito qui non si capirebbe neppure il motivo per cui sia stato inserito da Giovanni nel suo vangelo. Si ha come l’impres­sione che tra il momento in cui è iniziato il banchetto e quello in cui (presu­mibilmente alla fine) Maria ha iniziato a cospargere Gesù di profumo, man­chi qualcosa. Possibile che nel corso di un’intera serata, nell’imminenza di un’insurrezione antiromana, i commensali non abbiano avuto altro da dirsi che disquisire se vendere o no un profumo che apparteneva a Maria e che questa aveva destinato a Gesù?

Se davvero Maria, col suo gesto, avesse voluto indicare il timore o il rischio di una possibile conclusione tragica dell’ultima Pasqua del Cristo, probabilmente l’unguento, che serviva appunto per imbalsamare i cadaveri, l’avrebbe conservato per il momento più opportuno o comunque avrebbe potuto scegliere una diversa modalità profetica. Qui è evidente che il redat­tore ha voluto far capire una cosa completamente diversa da quella effetti­vamente accaduta.

La stessa frase di Gesù riportata nella pericope ha un significato poco chiaro: «Lasciala fare, perché lo conservi per il giorno della mia se­poltura» (v. 7). Evidentemente qualcuno ha voluto rendere ambigua un’e­spressione che in origine non lo era. Invece di usare il passato («l’aveva conservato») si è preferito mettere il presente («lo conservi»), facendo così credere al lettore che il Cristo si riferisse alla propria imminente sepoltura. Col che, peraltro, non si riesce a comprendere il motivo per cui Maria abbia sprecato una cosa che avrebbe dovuto usare il venerdì successivo.

In realtà il motivo qui gli evangelisti lo danno e, con loro, gli stessi manipolatori del quarto vangelo, che di fronte a un testo del genere si com­portarono in maniera alquanto maldestra: essi hanno voluto caricare il gesto di Maria di un significato simbolico che in quel momento non poteva avere. In tal modo s’è potuto rifiutare il rimprovero di Giuda proprio perché contrario alla «necessità» che il messia aveva di morire. Se la morte di Gesù doveva essere imminente, il rimprovero di Giuda a Maria si opponeva, in ultima istanza, a questo destino metafisico.

Si è perfino arrivati a mettere in bocca a Gesù, senza alcuna moti­vazione plausibile, se non quella di voler infierire contro Giuda, una frase ch’egli non può assolutamente aver detto: «I poveri li avrete sempre con voi» (un versetto, peraltro, che in molti codici non è neppure riportato).

Con una frase di questo genere il Cristo avrebbe scandalizzato i di­scepoli molto più di quanto non aveva fatto Maria col suo inconsueto gesto. E per almeno due ragioni: 1. gli apostoli si sentivano militanti impegnati a modificare anche i rapporti sociali e non solo quelli politico-istituzionali; 2. un leader politico non può legittimare lo spreco neppure in casi eccezio­nali (a quella frase infatti egli aggiungerà: «me non mi avrete sempre», la­sciando presagire – secondo i vangeli – una fine imminente).

Il redattore non solo non ha capito che la differenza tra Giuda e Gesù stava in un diverso modo di apprezzare il valore delle cose e nella ne­cessità di approfittare del momento per compiere l’insurrezione antiromana, ma ha anche dimostrato di avere meno sensibilità di Giuda per le questioni di carattere sociale.

Dunque per quale motivo Gesù fu indotto a mentire dicendo che quel profumo era destinato al giorno della sua sepoltura? Il motivo forse lo si può capire cercando di rispondere a quest’altra domanda: s’egli avesse detto che le cose non hanno solo un valore «materiale» ma anche «spiritua­le», fino a che punto Giuda sarebbe stato in grado di capirlo?

Maria aveva voluto ringraziare il Cristo per la decisione d’essere venuto a trovare Lazzaro rischiando d’essere catturato e per la decisione di proseguire il messaggio di liberazione del fratello morto, il cui sacrificio, così, non sarebbe stato vano: per un favore personale e nazionale, etico e politico, così grande, non poteva esistere – secondo lei – un valore equiva­lente con cui ricambiare. La cosa più preziosa che possedeva: l’ampolla di nardo purissimo, poteva essere offerta solo a titolo simbolico, poiché tutto il suo vero valore stava unicamente nell’intenzione che aveva mosso il gesto.

Forse per questo Gesù aveva mentito: sia per tutelare Maria che per non mettere in imbarazzo lo stesso Giuda, che con difficoltà avrebbe compreso il valore profondo di quella intenzione.

Se questa esegesi è vera, allora è anche vero che non può essere considerato inferiore all’elemosina nei confronti dei poveri un gesto d’amo­re nei confronti di una persona che, col suo messaggio di liberazione, avrebbe anche potuto risolvere il problema della povertà.

Il torto di Giuda, in sostanza, si riduce al fatto di non aver compre­so che le esigenze umane di Maria non erano in contraddizione con quelle politiche del movimento nazareno. Esprimendo nel suo personalissimo modo quali sentimenti umani si potevano nutrire nei riguardi del messia, Maria aveva mostrato, forse involontariamente, di credere meglio di Giuda nella possibilità che Gesù aveva di realizzare una società economicamente più giusta, in cui non ci sarebbe stato bisogno di fare l’elemosina per alle­viare (peraltro temporaneamente) le sofferenze dei poveri.

Il criterio di valore che aveva Giuda era di tipo «economicistico» o «riformistico» (a favore della giustizia sociale nei limiti dell’oppressione dominante, in attesa del momento opportuno per rovesciare il sistema) e viene usato per opporsi a una insurrezione immediata, giudicata prematura: quella che Cristo voleva compiere proseguendo la missione di Lazzaro.1

Il criterio di valore che manifesta Gesù era di tipo «politico» (una sconfitta, quella di Lazzaro, può trasformarsi in vittoria). Maria lo ringra­ziava per il grandissimo favore ricevuto: la resurrezione simbolica degli ideali politici del fratello Lazzaro, che era un rivoluzionario, ben conosciuto da Gesù sin dai tempi in cui era vissuto in Giudea; un favore per il quale non c’era un valore equivalente con cui ricambiare, proprio perché Gesù si esponeva di persona, volendo proseguire quegli ideali con una insurrezione armata, che Giuda riteneva forse prematura, anche se aveva rischiato, insie­me a Gesù, d’essere catturato a Betania.

Giuda insomma avrebbe avuto ragione solo se per i poveri non ci fosse stata altra alternativa che l’elemosina, ma non per aver avuto torto me­ritava d’essere trasformato da «economista» a «ladro», ammesso e non con­cesso ch’egli si sia effettivamente scandalizzato per quello che aveva visto. Anche perché questa è praticamente l’unica pericope dei quattro vangeli in cui l’apostolo Giuda Iscariota viene delineato a prescindere dallo stereotipo, consolidato in tutto il Nuovo Testamento, di traditore del messia.

Gli ultimi tre versetti ci paiono difficilmente credibili, almeno per come sono stati scritti: per quale motivo i sommi sacerdoti volevano ucci­dere un uomo come Lazzaro che in nessuno dei quattro vangeli ha mai pro­ferito la benché minima parola? Chi era Lazzaro? Un personaggio influente tra i giudei? L’idea dei redattori cristiani di farlo risorgere è forse venuta in mente per caratterizzare simbolicamente la decisione dei suoi discepoli di aiutare il Cristo a entrare nella capitale in maniera trionfale? È stato Lazza­ro che ha preparato l’ingresso messianico e che ha convinto Gesù che il consenso era sufficientemente ampio per tentare un’insurrezione armata contro i romani e il potere collaborazionista? La conversione di Lazzaro alla causa rivoluzionaria di Gesù è forse stata gestita in maniera simbolica dai redattori cristiani al pari di quella di Paolo di Tarso alla causa antirivo­luzionaria? È forse questo il motivo per cui dell’uno non sappiamo quasi nulla e dell’altro quasi tutto?

Insomma è assai probabile che Giuda si sia scandalizzato di quello che a lui appariva uno spreco semplicemente perché nessuno avrebbe potuto essere matematicamente sicuro che l’insurrezione sarebbe riuscita. Egli non era contrario all’idea in sé di «sollevazione popolare antiromana», ma ne vincolava la riuscita all’atteggiamento che il partito più importante della città avrebbe tenuto, quello farisaico, in cui, quasi certamente, lui stesso, un tempo, aveva militato. Il fatto di vedere a Betania una «grande folla di giudei» al seguito di Gesù non lo rassicurava in maniera decisiva. Giuda doveva essere uno che amava calcolare, soppesare di ogni cosa i pro e i contro.

Nota

1 In Marco invece Giuda tradisce a causa del carattere venale della sua persona, attaccata al denaro.

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Autore: laicusblog

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