Premessa a Umano e politico

La parola «vangelo» – come noto – stava ad indicare, nel mondo greco-romano, la venuta di un grande personaggio o di un imperatore. Era l’annuncio di un’autorità politica. Non era una parola «rivoluzionaria», ma il cristianesimo più antico la fece diventare così, o almeno cercò di farlo.

La prese in prestito dal linguaggio conservatore della politica uffi­ciale dell’impero e la trasformò nel suo contrario. Il popolo non s’inventa solo delle parole nuove, ma è anche capace di dare un significato diverso alle parole vecchie, persino a quelle che in apparenza sembrano le meno in­dicate.

«Vangelo» era diventata una parola di speranza, soprattutto per gli ebrei della Palestina dei tempi del Battista e del Cristo. Una speranza di tra­sformazione sociale e politica.

Ma il fallimento del «vangelo» di Cristo portò ben presto i suoi se­guaci alla disperazione, ovvero alla necessità di trasformare il vangelo poli­tico dell’uomo-Gesù in un vangelo religioso del Cristo «figlio di dio». I cri­stiani, per attenuare le esigenze di una coscienza un tempo «rivoluziona­ria», decisero di circoscrivere il valore del vangelo alla resurrezione (Paolo addirittura alla morte riparatrice dell’universale peccato originale, cioè alla morte intesa come riscatto «giudiziario» per placare l’ira di dio…).

Così facendo, i cristiani di allora (e ancora oggi nulla è cambiato) hanno dovuto celare i veri motivi di quella morte violenta, «uccidendo» il Cristo due volte.

Quando Gesù dice, in Mc 1,14-15, che «il tempo è compiuto», in­tendeva appunto riferirsi al suo tempo storico, concreto, contingente, e non al concetto metafisico di «tempo», quello per cui ogni «tempo» è buono, quello per cui si può sempre dire che il «regno» sia «vicino» (salvo poi smentirsi al momento della verifica).

Per i millenaristi di ieri e di oggi, il tempo per realizzare il regno è sempre presente – tanto non costa nulla! Essi non fanno distinzione fra con­dizioni obiettivamente favorevoli e sfavorevoli, fra situazioni di crisi o drammatiche e situazioni di relativa stabilità. Tutto può essere usato come occasione per condannare il «mondo perverso» e nulla vale veramente la pena d’essere utilizzato per «trasformarlo».

Così pure, quando Cristo diceva che «il regno (di dio) è vicino»1, intendeva riferirsi a un tempo immediatamente prossimo, a una liberazione politica e nazionale più o meno imminente. La cosiddetta «fine dei tempi» non coincideva certo, nella mente dei rivoluzionari ebrei di allora, con l’epilogo della storia, con l’apocatastasi dell’universo, con l’apocalisse dell’ultima ora.

Tutti questi concetti non sono che il frutto della disperazione e del­l’estrema illusione: l’illusione che la liberazione debba essere non guada­gnata con fatica ma attesa come un dono. Il cristianesimo post-pasquale, in questo senso, se ha distrutto il mito di un imperatore-dio, superiore ad ogni essere umano, ha alimentato il culto di nuovi duci e condottieri che in nome di «Cristo» promettevano liberazione agli oppressi.

Neppure il Precursore predicò mai concetti così astratti. Vi era senza dubbio del moralismo e del «socialismo legale» (cioè nell’ambito del­le leggi vigenti) nella sua predicazione, ma l’istanza del rinnovamento era rivolta al presente, non al futuro, e le autorità che lo mandarono a morte o che non fecero nulla per impedirla, lo sapevano bene.

Persino i cristiani che pensarono alla parusia del Cristo appena scomparso dal sepolcro, la pensarono come imminente. Gli uomini infatti non si mobilitano per una liberazione che avverrà in un futuro incerto, trop­po lontano per essere vero. Devono anzi essere sicuri che i loro sforzi, i loro sacrifici (che spesso sono enormi) porteranno a risultati tangibili, verificabi­li di persona. Padri e madri, se vogliamo, non lottano solo per garantire un sicuro avvenire ai propri figli, ma anche per se stessi.

Promettere a chi soffre umiliazioni e soprusi d’ogni genere che nel­l’aldilà sarà felice o che prima o poi il male finirà col perdere la partita col bene (eventualmente perché andrà al potere un altro «Costantino»), è come dirgli che fino al giorno della sua morte è meglio rassegnarsi che sperare. Non c’è molta differenza sul piano pratico.

Ecco perché il cristianesimo è diventata la religione degli sconfitti. È la religione di chi s’illude che il male non possa manifestarsi sino in fon­do, in tutte le sue aberrazioni. È la religione di chi pensa che rinunciando all’idea della rivoluzione sarà meno doloroso sopportare l’egemonia delle classi oppressive.

Ecco perché oggi dobbiamo dire che la realizzazione del vangelo di Cristo implica necessariamente la fine del Cristianesimo.

Nota

1 La specificazione «di dio» deve essere messa tra parentesi, in quanto il Cristo non ha mai usato l’espressione «regno di dio»; qui si ha chiaramente a che fare con la precisa intenzione redazionale del vangelo marciano di mistificare un evento politi­co spiritualizzandolo. Se Gesù ha usato l’espressione «regno di dio», al massimo può averlo fatto in maniera convenzionale, cioè usandola come espressione equiva­lente a «società libera, giusta, a misura d’uomo». In ogni caso egli non ha mai fatto coincidere «regno di dio» con «regno dei cieli», né ha mai pensato di far governare questo regno da una casta sacerdotale. D’altra parte gli stessi partiti rappresentanti dei ceti più oppressi, quando parlavano di «regno di dio» intendevano sempre rife­rirsi a qualcosa di politico-nazionale – com’era ovvio per la mentalità ebraica – e non a qualcosa di ultraterreno, come invece farà il cristianesimo, ereditando, in questo, la cultura greca orientale. Persino la parola «dio» non può essere stata impiegata da Gesù, in quanto troppo astratta e filosofica. Gli ebrei non pronunciavano mai il nome di dio, ma solo qualche suo aggettivo. La stessa parola «Abbà» è estranea alla cultura ebraica, che non tollera gli antropomorfismi in materia di religione. Peraltro l’unico momento in cui il Cristo l’avrebbe pronunciata, stando al vangelo di Marco 14,36, fu quello dell’agonia nel Getsemani, mentre tutti i discepoli stavano dormen­do!

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Autore: laicusblog

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