Scienza e religione nella tempesta sedata

Mc 4,35-41

[35] In quel medesimo giorno, verso sera, disse loro: «Passiamo all’altra riva».

[36] E lasciata la folla, lo presero con sé, così com’era, nella barca. C’e­rano anche altre barche con lui.

[37] Nel frattempo si sol­levò una gran tempesta di vento e gettava le onde nella barca, tanto che or­mai era piena.

[38] Egli se ne stava a poppa, sul cuscino, e dor­miva. Allora lo svegliaro­no e gli dissero: «Maestro, non t’importa che moria­mo?».

[39] Destatosi, sgridò il vento e disse al mare: «Taci, calmati!». Il vento cessò e vi fu grande bo­naccia.

[40] Poi disse loro: «Per­ché siete così paurosi? Non avete ancora fede?».

[41] E furono presi da grande timore e si diceva­no l’un l’altro: «Chi è dun­que costui, al quale anche il vento e il mare obbedi­scono?».

Mt 8,23-27

[23] Essendo poi salito su una barca, i suoi discepoli lo seguirono.

[24] Ed ecco scatenarsi nel mare una tempesta così violenta che la barca era ricoperta dalle onde; ed egli dormiva.

[25] Allora, accostatisi a lui, lo svegliarono dicen­do: «Salvaci, Signore, sia­mo perduti!».

[26] Ed egli disse loro: «Perché avete paura, uo­mini di poca fede?» Quin­di levatosi, sgridò i venti e il mare e si fece una gran­de bonaccia.

[27] I presenti furono pre­si da stupore e dicevano: «Chi è mai costui al quale i venti e il mare obbedi­scono?».

Lc 8,22-25

[22] Un giorno salì su una barca con i suoi discepoli e disse: «Passiamo all’altra riva del lago». Presero il largo.

[23] Ora, mentre naviga­vano, egli si addormentò. Un turbine di vento si ab­batté sul lago, imbarcava­no acqua ed erano in peri­colo.

[24] Accostatisi a lui, lo svegliarono dicendo: «Maestro, maestro, siamo perduti!». E lui, destatosi, sgridò il vento e i flutti minacciosi; essi cessarono e si fece bonaccia.

[25] Allora disse loro: «Dov’è la vostra fede?». Essi intimoriti e meravi­gliati si dicevano l’un l’al­tro: «Chi è dunque costui che dà ordini ai venti e al­l’acqua e gli obbediscono?».

*

Di primo acchito è facile notare come l’autore di questa pericope, pur dando per scontato che la tempesta fosse imprevedibile anche per degli esperti marinai come Andrea e Pietro (nel vangelo di Marco sono «mari­nai» anche Giacomo e Giovanni), non lascia intendere ch’essa fosse così pericolosa da dover necessariamente impaurire tutti gli apostoli presenti in quella barca (seguita da altre barche). Ché, altrimenti, il sonno di Gesù apparirebbe non «simbolico» ma «colpevole».

Anche a prescindere dal fatto che è impossibile spiegarsi un sonno così profondo in presenza di un incipiente allagamento della barca, sballot­tata dai flutti del lago, resta comunque vero che se Marco non avesse voluto mostrare una situazione di «prova» (difficile ma non impossibile) per gli apostoli, l’atteggiamento indifferente di Gesù sarebbe apparso negativo. Il suo placido sonno, in realtà, vuole essere una sollecitazione a stare svegli, a contare sulle proprie forze, affinché l’imprevisto non turbi la coscienza.

È vero, se la tempesta non fosse stata così violenta non l’avrebbero svegliato, ma se lo era veramente perché Gesù continuava a dormire? Esiste quindi un punto in cui la libertà umana si gioca in tutta la sua interezza e profondità.

A tali conclusioni Marco probabilmente è giunto convinto che dal­la mancanza di fiducia in se stessi si passa abbastanza facilmente al rifiuto delle difficoltà che s’incontrano: non comprendendone la ragione, ci si la­scia influenzare dal loro peso. Anzi, la sfiducia emerge prepotentemente alla coscienza proprio nei momenti di «prova»: gli apostoli, nell’angoscia che li caratterizza, svegliano Gesù accusandolo d’averli abbandonati con freddo cinismo. Eppure, poco prima, stando al racconto, essi l’avevano ac­colto nella barca «così com’era», cioè non come un toccasana a portata di mano, come un genio tutelare a proprio uso e consumo.

Fin qui comunque l’insegnamento morale del vangelo è accettabi­le. Marco inoltre, a differenza di Matteo (che è più cattedratico e teatrale), non fa svegliare Gesù anzitutto coll’intenzione di rimproverare i suoi segua­ci, ma con quella di placare la tempesta. Non ribatte subito all’accusa di in­sensibilità mossagli dai discepoli sconvolti. Gesù si sveglia dopo ch’essi erano giunti sull’orlo della disperazione, cioè dopo ch’era stata scartata la legge dell’adeguamento proporzionale dei problemi alla forza degli uomini.

La tempesta non era il castigo divino per qualche particolare colpa commessa dai Dodici: essi hanno smesso di credere nella comoda e sempli­cistica equazione del rabbinismo, per cui malattie disgrazie o incidenti di­pendono dal peccato di qualcuno.

In che modo allora il racconto sarebbe potuto finire per apparire ancora più catechetico di quel che è? Verosimilmente in due modi: o con un’azione miracolistica analoga da parte degli apostoli (o di qualcuno di loro che si fosse finalmente appropriato degli stessi poteri di Gesù, come quando Pietro chiede di poter camminare anche lui sulle acque); oppure con una considerazione di merito circa il fatto che, avendo essi fiducia di com­piere un’importante missione storica per Israele (consacrata o no da dio può qui diventare un aspetto del tutto secondario), una morte così fortuita sareb­be parsa del tutto incomprensibile: dunque la seconda alternativa avrebbe dovuto essere quella di attendere con pazienza che la burrasca finisse da sola.

Fede quindi in se stessi, in mancanza della quale l’intervento di Gesù-maestro diventa inevitabile. Ordinando con naturalezza, mediante una sola parola di comando, senza invocare dio, né usando particolari strumenti di scongiuro, Gesù rappresenta la massima valorizzazione delle umane po­tenzialità. Egli non soltanto risolve i grandi problemi, ma toglie anche l’an­goscia con cui in genere li si affronta. Bisogna dunque aver fiducia nei suoi poteri per essere sicuri dei propri… È stato appunto così, mattone su matto­ne, che la chiesa ha edificato i suoi fantastici sogni.

E tuttavia, proprio la presenza di questo miracolo, che è quanto di più antiscientifico si possa pensare, può indurre il lettore ad assumere una posizione passiva nei confronti dell’esperienza religiosa. Gesù – questa può essere la giustificazione dello «scettico» – ha potuto affrontare con successo il pericolo della realtà proprio perché l’evangelista l’ha trasformato in «fi­glio di dio», in superuomo. Non lui, quindi, ma gli apostoli, cui non si può chiedere una tale divinizzazione, rappresentano il vero comportamento umano.

Solo che la verità di questo comportamento sta più negli aspetti di paura e angoscia verso la minaccia di morte, che non nella capacità d’af­frontarla. Ecco quindi negato l’insegnamento ottimistico, benché ingenuo e quindi fallace, della esistenziale pedagogia di Marco. Basta la sola fede per misurarsi con le difficoltà della vita? No, non basta. Occorrono anche delle condizioni materiali adatte. Per vincere la casualità della natura, e soprattut­to la spontaneità dei rapporti umani antagonistici, occorre conoscere le leg­gi sociali e naturali, ma per conoscerle occorre produrre attività politica e scientifica, occorre «organizzazione».

Gli apostoli non hanno i mezzi adeguati per affrontare il pericolo. Marco insegna ad avere fiducia in Gesù per aver fiducia in se stessi, ma l’u­nico mezzo che dà per realizzare tale obiettivo è, tautologicamente, quello stesso della fede, cioè quella fede mediante cui si possono compiere azioni che in realtà – almeno per come vengono descritte nei vangeli – sono al di là di ogni umana capacità.

Soggettivamente dunque il racconto può anche aver ragione, ma oggettivamente ha senz’altro torto. Esso in sostanza riflette la posizione di quei gruppi sociali che hanno già rinunciato all’uso di mezzi naturali e so­ciali concreti per emanciparsi dallo schiavismo della società (qui simboleg­giato dall’imprevedibilità della natura), cioè la posizione di chi, per non ri­nunciare a tale emancipazione, si affida a strumenti illusori, che non posso­no avere alcuna incidenza sulla realtà. Non a caso il cristianesimo si svilup­pa solo dopo la completa disfatta del movimento rivoluzionario degli schia­vi nei secoli II e I a.C.

Sarà proprio dalla constatazione di questo «scarto» fra la realtà e la finzione che maturerà presto nella storia della chiesa l’esegesi opportunista che diverrà presto dominante: la natura, i rapporti sociali, possono distrug­gere il corpo ma non l’anima.

E sarà proprio sulla base della considerazione che per risolvere de­terminati problemi non c’è che da attendere un miracolo, che nascerà il di­sprezzo della religione per la scienza e per la politica rivoluzionaria, di­sprezzo che porta a non valutare mai obiettivamente la natura dei problemi, il senso delle contraddizioni.

Il racconto di Marco, in definitiva (cui s’ispirano, ancora una volta, Matteo e Luca), esprime un desiderio che supera le possibilità effettive di realizzazione. L’esigenza di vivere rapporti umani secondo natura, l’esigen­za di avvertire la natura come «madre» e non come «matrigna», non trovan­do nella società di allora una concreta attuazione, viene necessariamente su­blimata, nel racconto evangelico, in chiave mitologica.

Mancando agli oppressi l’indispensabile capacità organizzativa, che solo una forte coscienza di classe può dare, l’esigenza di liberazione nei confronti della natura minacciosa (qui simbolo di rapporti sociali antagoni­stici) sfocia irrimediabilmente nell’utopia.

Affidando al miracolo il compito di risolvere il problema dell’af­francamento sociale, il cristianesimo di fatto privilegia la coscienza sull’es­sere, l’idealismo soggettivo sul materialismo oggettivo.

L’esortazione etico-religiosa di Marco, probabilmente rivolta più ai coloni che non agli schiavi veri e propri, si capovolge nel suo contrario, pri­va com’è di prospettive politiche rivoluzionarie e di riferimenti scientifici.

Pur prendendo coscienza delle possibilità di adeguare le loro forze alle difficoltà del loro tempo, i cristiani di duemila anni fa (e per molti è an­cora così) preferiscono svegliare chi dorme tranquillamente sul suo cuscino, invitandolo a compiere qualcosa di spettacolare al loro posto, qualcosa da ricordare con timore e tremore: qualcosa che, ai cristiani di oggi, servirà anche per dimenticare i grandi miracoli che la scienza ha compiuto, e per non desiderare i grandi progressi che l’uomo collettivo, padrone dei propri mezzi produttivi, otterrà attraverso il socialismo democratico.

Annunci

Autore: laicusblog

webmaster www.homolaicus.com

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...