Storia della corruzione del Tempio

Gli storici greci Ecateo e Aristea che visitarono la Palestina al tem­po della restaurazione, intorno al 300 a. C., rimasero profondamente colpiti dallo sfarzo che accompagnava le apparizioni in pubblico del sommo sacer­dote, e dal numero spropositato di oltre 700 sacerdoti che prestavano servi­zio al Tempio.

Tutti erano chiamati a compiere sacrifici sia a livello comunitario, sia a livello privato. Naturalmente, con il tempo, i tributi raddoppiarono, quando non triplicarono.

Esisteva anche una decima per i poveri, da versare soltanto ogni tre anni, in quanto la Palestina pullulava di gente di misere condizioni, la cui povertà crebbe ulteriormente tra il I secolo avanti Cristo e il I secolo dopo Cristo.

I sacerdoti si appropriavano della decima parte «del raccolto e dei frutti degli alberi», «di montoni e di pecore e di tutti i prodotti della pastori­zia». Per chi non pagava in natura, era prevista «una quinta parte aggiunti­va». Una voce significativa nel complesso delle entrate del Tempio di Ge­rusalemme era rappresentata dalle imposte. Già nell’Antico Testamento vie­ne fatta menzione del denaro versato alla «tenda dell’incontro», per espiare colpe di natura religiosa.

Il Tempio riceveva entrate anche in conseguenza di voti e di tutte le eventuali offerte sacrificali che avevano luogo in ogni momento dell’an­no.

Anche i re d’Israele, la cui residenza era collegata alla casa di Jah­wè da una porta (e lo resterà, senza sostanziali mutamenti, per quasi quattro secoli), facevano omaggi al Tempio di Salomone, ma non mancavano di at­tingere alle casse di questo edificio di culto, la cui ricchezza costituì sempre un forte stimolo ai saccheggi dei sovrani di turno, israeliti e non (anche Na­bucodonosor vi mise le mani). Occasionalmente pervennero al Tempio of­ferte da parte di sovrani stranieri (p. es. i principi di Adiabene).

Comunque erano soprattutto le schiere innumerevoli dei pellegrini ad arricchire i sacerdoti con le elemosine prescritte. Al tempo dei re, ogni ebreo maschio doveva recarsi tre volte l’anno al Tempio. Dopo la diaspora era possibile fare offerte unicamente nei luoghi in cui sorgevano appositi magazzini per lo stoccaggio dei tributi e delle elemosine.

Durante la Pasqua si recava a Gerusalemme un numero di pellegri­ni doppio degli abitanti della città, e le imposte pagate per avere un banco presso il mercato che si teneva nello spazio antistante il Tempio, finivano nelle tasche del sommo sacerdote.

A Gerusalemme si tenevano anche altri mercati: della frutta, del grano, del legno, del bestiame, e persino una vendita all’incanto di schiavi.

Alcune offerte (in natura o in denaro), come quelle per la pace o per l’espiazione di una colpa o di un peccato, se ritenute particolarmente sante, finivano del tutto, o in parte, nelle casse del clero.

Più di un milione di giudei, dispersi dalla diaspora, per tutta la du­rata del secondo Tempio (ma anche, in parte, dopo la sua distruzione), con­tinuarono a inviare denaro in Palestina. Quasi ogni città aveva una cassa per la raccolta del «denaro sacro». Da alcune terre, come Babilonia o l’Asia Mi­nore, affluiva tanto denaro da attirare non solo i predoni, ma anche le auto­rità romane.

I santuari ebraici svolgevano addirittura la funzione di banche, uti­lizzando le loro cospicue ricchezze per fornire prestiti effettuati a un tasso d’interesse corrispondente a quello vigente nei paesi confinanti: il 12% nel­l’Egitto dei Tolomei, dal 33% al 50% in Mesopotamia, ecc. La Bibbia, na­turalmente, tace di tutto ciò.

Lo storico ebraico Flavio Giuseppe documenta nei dettagli l’avidità dell’alto clero che si rifiutava di riconoscere gli altri templi dedicati al culto di Jahvè, come quello di Geroboamo a Bethel, un tempio statale analogo a quello di Gerusalemme, o i due santuari al di fuori della Palestina, quello di Elefantina e di Leontopoli, o quello, ancora, di Samaria. Si trattava, peral­tro, di luoghi di culto in grado di esercitare una forza di attrazione che, so­prattutto per quanto concerneva i giudei allontanati dalla diaspora, era  mo­desta.

Il basso clero, invece, viveva in condizioni d’indigenza, doveva versare la decima parte delle offerte e non poteva fare con certezza affida­mento sul resto, spesso preda di ladri senza scrupoli. Al tempo di Neemia, allorché vi erano 4289 sacerdoti, ripartiti in 24 classi, le entrate del Tempio erano così ingenti che si dovettero costruire in altre città nuovi magazzini per le scorte.

Neemia stesso esigeva «annualmente la terza parte di una moneta d’argento per il mantenimento della casa di Dio», «legna da ardere per il tempio del Signore», «i primi prodotti dei campi e primi frutti degli alberi… i nostri primogeniti e primi nati del nostro bestiame», e via dicendo.

È naturale che, col tempo, s’allargò progressivamente la schiera dei nemici di questo clero ricco e potente che, a partire dal periodo dei re, aveva fatto in modo di definire i propri privilegi fin nei minimi dettagli. Con que­sto clero ebbero rapporti molto tesi i leviti, che svolgevano l’ufficio di can­tori, guardiani delle porte e amministratori del Tempio, di servitori dei sa­cerdoti e a volte di loro rappresentanti.

Il popolo sfruttato si rifiutava di pagare ai leviti le decime sul gra­no e sul vino, mentre i sacerdoti, a partire dall’età ellenistica, cominciarono a prelevare una parte delle decime spettanti ai leviti, per accrescere la pro­pria ricchezza ormai divenuta proverbiale.

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Autore: laicusblog

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