Antecedenti dell’ultima cena (Gv 12,20-50)

[20] Tra quelli che erano saliti per il culto durante la festa, c’erano anche alcuni Gre­ci.

[21] Questi si avvicinarono a Filippo, che era di Betsaida di Galilea, e gli chiesero: «Signore, vogliamo vedere Gesù».

[22] Filippo andò a dirlo ad Andrea, e poi Andrea e Filippo andarono a dirlo a Gesù.

[23] Gesù rispose: «È giunta l’ora che sia glorificato il Figlio dell’uomo.

[24] In verità, in verità vi dico: se il chicco di grano caduto in terra non muore, ri­mane solo; se invece muore, produce molto frutto.

[25] Chi ama la sua vita la perde e chi odia la sua vita in questo mondo la conserve­rà per la vita eterna.

[26] Se uno mi vuol servire mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servo. Se uno mi serve, il Padre lo onorerà.

[27] Ora l’anima mia è turbata; e che devo dire? Padre, salvami da quest’ora? Ma per questo sono giunto a quest’ora!

[28] Padre, glorifica il tuo nome». Venne allora una voce dal cielo: «L’ho glorificato e di nuovo lo glorificherò!».

[29] La folla che era presente e aveva udito diceva che era stato un tuono. Altri di­cevano: «Un angelo gli ha parlato».

[30] Rispose Gesù: «Questa voce non è venuta per me, ma per voi.

[31] Ora è il giudizio di questo mondo; ora il principe di questo mondo sarà gettato fuori.

[32] Io, quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me».

[33] Questo diceva per indicare di qual morte doveva morire.

[34] Allora la folla gli rispose: «Noi abbiamo appreso dalla Legge che il Cristo ri­mane in eterno; come dunque tu dici che il Figlio dell’uomo deve essere elevato? Chi è questo Figlio dell’uomo?».

[35] Gesù allora disse loro: «Ancora per poco tempo la luce è con voi. Camminate mentre avete la luce, perché non vi sorprendano le tenebre; chi cammina nelle tene­bre non sa dove va.

[36] Mentre avete la luce credete nella luce, per diventare figli della luce». Gesù disse queste cose, poi se ne andò e si nascose da loro.

[37] Sebbene avesse compiuto tanti segni davanti a loro, non credevano in lui;

[38] perché si adempisse la parola detta dal profeta Isaia: Signore, chi ha creduto alla nostra parola? E il braccio del Signore a chi è stato rivelato?

[39] E non potevano credere, per il fatto che Isaia aveva detto ancora:

[40] Ha reso ciechi i loro occhi e ha indurito il loro cuore, perché non vedano con gli occhi e non comprendano con il cuore, e si convertano e io li guarisca!

[41] Questo disse Isaia quando vide la sua gloria e parlò di lui.

[42] Tuttavia, anche tra i capi, molti credettero in lui, ma non lo riconoscevano apertamente a causa dei farisei, per non essere espulsi dalla sinagoga;

[43] amavano infatti la gloria degli uomini più della gloria di Dio.

[44] Gesù allora gridò a gran voce: «Chi crede in me, non crede in me, ma in colui che mi ha mandato;

[45] chi vede me, vede colui che mi ha mandato.

[46] Io come luce sono venuto nel mondo, perché chiunque crede in me non riman­ga nelle tenebre.

[47] Se qualcuno ascolta le mie parole e non le osserva, io non lo condanno; perché non sono venuto per condannare il mondo, ma per salvare il mondo.

[48] Chi mi respinge e non accoglie le mie parole, ha chi lo condanna: la parola che ho annunziato lo condannerà nell’ultimo giorno.

[49] Perché io non ho parlato da me, ma il Padre che mi ha mandato, egli stesso mi ha ordinato che cosa devo dire e annunziare.

[50] E io so che il suo comandamento è vita eterna. Le cose dunque che io dico, le dico come il Padre le ha dette a me».

*

Non si può comprendere il significato dell’ultima cena né il motivo del tradimento di Giuda se non si precisano i momenti salienti che l’hanno preceduta.

Nel vangelo di Giovanni infatti il capitolo 13 non è solo stretta­mente connesso, sul piano cronologico, al racconto dell’ingresso messiani­co, ma è anche consequenziale, in modo tattico, all’atteggiamento che as­sunsero i leader dei partiti politici in occasione del suddetto ingresso.

Su tale atteggiamento i redattori dei vangeli hanno speso molte pa­role: quelle dei vv. 20-50 del cap. 12 (d’ora in avanti le citazioni dei versetti senza il capitolo fanno riferimento al cap. 12). Vediamo di darne un’inter­pretazione riassuntiva, rimandando, per i dettagli, a quanto già detto sul te­sto dell’ingresso messianico.

L’atteggiamento che ebbero i capi politici subito dopo l’ovazione trionfale (che la chiesa ribattezzerà col nome di «Domenica delle Palme»), fu, nel complesso, abbastanza deludente. Se si escludono quelli di origine greca (vv. 20-26), di cui però non sappiamo nulla e che forse sono stati in­seriti nel testo con propositi antigiudaici, di tutti gli altri il vangelo di Gio­vanni dice esplicitamente che «non credevano in lui» (v. 37), o meglio: «non dichiaravano di credere in lui davanti ai farisei, per non essere espulsi dalle loro comunità» (v. 42).

Quindi la situazione politica presentava aspetti di preoccupante ambiguità. L’ingresso, pur essendo stato esaltante, non aveva sciolto il nodo più intricato, che era di ottenere il consenso da parte del partito politico più influente di allora, quello fariseo, che al tempo di Erode il Grande era stato quello più progressista.

Certamente il fatto che gran parte della popolazione fosse intenzio­nata a seguire il Cristo sulla strada dell’insurrezione armata stava a indicare che i tempi erano maturi per compiere un’operazione del genere. Gli autori dei vangeli, che pur hanno accuratamente evitato di descrivere le molteplici sommosse antiromane di quel periodo (a differenza di Giuseppe Flavio), sono stati costretti a ricordare che prima dell’ultimo ingresso messianico del Cristo nella capitale, il militante Barabba aveva già compiuto, con altri se­guaci, un sanguinoso tumulto (Mc 15,7). Peraltro nel 66, cioè circa un tren­tennio dopo gli eventi della vita e morte del Cristo, allorché il partito zelota decise di occupare Gerusalemme, la guarnigione romana venne immediata­mente sopraffatta. Praticamente fino al 70 fu possibile per gli ebrei compie­re una serie di sommosse popolari con cui impensierire seriamente la domi­nazione romana. L’ultima resistenza fu quella di Masada, che si concluse con un suicidio di massa.

L’incertezza sul da farsi non sarebbe tuttavia potuta durare a lungo, proprio perché il Cristo, col suo movimento popolare, si era esposto senza riserve al momento dell’ingresso. Una decisione andava presa, prima che la prendessero i romani e le forze giudaiche collaborazioniste. Le quali co­munque con Caifa l’avevano già presa: «è meglio per voi la morte di un solo uomo piuttosto che la rovina di tutta la nazione» (Gv 11,50), disse ai farisei, incerti sul da farsi dopo il trionfale ingresso messianico a Gerusa­lemme.

Inutile precisare che la ricostruzione di questi antecedenti, da parte dei redattori cristiani, è stata condotta sulla base di motivazioni del tutto ar­tificiose. A loro giudizio, infatti, la constatazione dell’incredulità dei capi giudei appare funzionale all’inveramento della profezia di Isaia, secondo cui la morte di Gesù era prevista nel piano originario di dio (vv. 38-41); quindi, in un certo senso, per i giudei i tempi non erano ancora maturi, poi­ché era dio stesso che impediva loro di credere (v. 39).

Qui, a parte le considerazioni che si possono fare circa il modo di­sinvolto che avevano questi redattori di vedere nel Cristo l’oggetto di riferi­mento di pensieri formulati secoli prima, appare piuttosto singolare il fatto che mentre nei vv. 27-36 si ha l’impressione che i redattori abbiano voluto rendere ambiguo un discorso che in quel frangente dovette essere piuttosto esplicito, nel senso che in luogo di «romani» essi preferirono parlare di «demonio o principe di questo mondo» da «buttare fuori» (v. 31); in luogo di «elevazione alla gloria» preferirono equivocare sul termine «eleva­zione», lasciando credere che il Cristo in realtà si riferisse all’«innal­zamento sulla croce» (v. 33) – viceversa, nei vv. 37-50 la falsificazione dei redattori diventa molto palese, come se si fosse presenti a un intervento re­dazionale successivo.

Infatti, è soprattutto in questa seconda parte della pericope che si dà per scontato che i giudei «non potevano» credere alle parole del Cristo, esattamente come già il profeta Isaia (il quale ovviamente si riferiva a tut­t’altra situazione) aveva previsto (vv. 38-41). Addirittura si ha la presunzio­ne di sostenere che «Isaia disse queste cose perché già conosceva la gloria di Gesù. Era di lui che parlava» (v. 41). Insomma, sembra qui di avere a che fare con un intervento redazionale di tipo «clericale».

Tutto il racconto degli antecedenti si riduce a questa lapidaria tesi: il Cristo dichiarò di non voler compiere la rivoluzione perché non era que­sta la motivazione che aveva indotto dio-padre a inviarlo sulla terra. La sua missione consisteva semplicemente nell’informare l’umanità che il mondo non doveva più sentirsi «condannato» da dio a vivere una vita senza senso, e che tutte le sofferenze avrebbero trovato il loro riscatto nell’ultimo giorno, quello del «giudizio», che apriva le porte alla «vita eterna».

La chiesa cristiana, soprattutto a partire dalla svolta impressa da Paolo, comincerà a sostenere l’idea che l’ira di dio, causata dal «peccato d’o­rigine», che aveva prodotto la «morte», era stata finalmente placata dall’au­toimmolazione del Cristo. Questa era l’unica vera possibile liberazione che gli uomini potevano e dovevano attendersi. La seconda liberazione, quella definitiva, sarebbe avvenuta nell’ultimo giorno, quello del «giudizio» (v. 48). Chi crederà nell’identità d’intenti tra Gesù e dio, tra il padre e il figlio (vv. 44-45), avrà sin d’ora la consapevolezza escatologica che sarà salvato per la «vita eterna» (vv. 46 e 50). Così dicono i vangeli.

Come si può ben notare il Cristo da «politico» è stato qui trasfor­mato in «filosofo», o meglio in «teologo», e ai suoi seguaci altro non viene chiesto che assumere un atteggiamento di serena e distaccata rassegnazione, in attesa della parusia. Una tesi del genere, tanto rigorosa quanto assurda, si basa su una cosa del tutto indimostrabile, e cioè che i giudei non potevano credere nelle parole del Cristo proprio perché così «voleva dio». Questa tesi prende forse le mosse da una domanda cui non si riuscì a trovare una rispo­sta abbastanza convincente per poter continuare il programma di Gesù esat­tamente come lui l’aveva impostato: «Perché la sua rivoluzione è fallita?».

Sarà quando gli apostoli vedranno la tomba vuota che avranno l’i­dea (da cui – come noto – nacque il cristianesimo), di trasformare quella do­manda politica in una domanda di tipo religioso: «Se il Cristo era un dio, perché non è riuscito a trionfare sui suoi nemici?», ovvero «Se non vi è riu­scito lui, che era dio, come potrà riuscirvi l’uomo?».

L’attesa passiva di una imminente parusia, che non ci fu, farà poi il resto. La versione definitiva della tesi sarà quella della «morte necessaria», perché un dio che avrebbe potuto trionfare sugli uomini e che invece si fa crocifiggere non può che indurre a credere come «necessaria» la propria morte.

Dunque – ecco la conclusione del sillogismo – se la sua morte era necessaria, i giudei erano in un certo senso «costretti» a non credere. Il fatto che non abbiano creduto non va quindi imputato a loro più di quanto non vada imputato a dio, che voleva il sacrificio del figlio. Sacrificio che, per­ché non sia reso vano dal rischio di un «divino fatalismo», impone che si debba comunque credere nell’unità d’intenti tra padre e figlio.

Sarebbe infatti mostruoso sostenere che il Cristo doveva morire per adempiere alla volontà del padre. Il sacrificio della croce fu una scelta consensuale, ritenuta la migliore ai fini della salvezza dell’umanità. Così re­cita la chiesa da duemila anni. I giudei e, in sostanza, tutte le persone incre­dule, hanno tempo di ravvedersi sino al giorno del giudizio. Non vengono condannati per aver condannato il Cristo. È la sua parola che li giudicherà nell’ultimo giorno.

I redattori cristiani erano riusciti in sostanza a trasformare la morte del Cristo in una «vittoria religiosa», come occasione di riscatto dal falli­mento della rivoluzione. La vittoria è consistita proprio nel fatto che il Cri­sto aveva accettato volontariamente il sacrificio, pur potendolo rifiutare, sia perché innocente come uomo, sia perché potente come dio. «Che devo fare? – gli fanno dire i redattori. Dire al padre: fammi evitare questa prova? Ma è proprio per quest’ora che sono venuto» (v. 27).

Nell’ambito del processo di falsificazione operato nel vangelo di Giovanni, la lotta per la giustizia e per la liberazione nazionale è stata prati­camente sostituita con la testimonianza della verità fino al martirio. Il mar­tirio è stato cioè considerato non come una sconfitta politica, ma come una vittoria filosofica, anzi teologica. La grandezza del Cristo non sta tanto nel­l’aver accettato la morte con dignità, restando coerente ai propri ideali di giustizia e libertà, ma sta piuttosto nell’aver fatto del sacrificio di sé un modo per dire che la liberazione nazionale non solo non era possibile ma neppure necessaria. Ai fini della salvezza personale, che è sostanzialmente religiosa, la politica è irrilevante. «Noi non combattiamo contro le forze della terra, la carne e il sangue, ma contro le potenze dell’aria» – dirà Paolo in Ef 6,12.

È dunque evidente che un Cristo disarmato, che concentra tutto il valore della sua vita nell’accettare volontariamente una cosa necessaria: il martirio, non solo non sarebbe potuto morire in battaglia, ma non sarebbe potuto morire neppure di vecchiaia. Qui infatti la verità di sé diventa qual­cosa di strettamente vincolato all’idea di martirio, il quale ha la potenza – nell’immaginazione dei redattori – di rendere vera una posizione che sul pia­no umano qualcuno potrebbe anche ritenere discutibile.

L’uomo di fede, per il cristianesimo apostolico, è dunque colui che si lascia uccidere per difendere l’ideale in cui crede (cfr Ap 12,11). Non è l’uomo che difende l’ideale con la forza delle armi: i nemici infatti vanno «amati» (Mt 5,44) e i persecutori «benedetti» (Rm 12,14), ma è l’uomo che difende l’ideale solo con la forza della verità di quell’ideale. È l’uomo che non può non dire la verità, poiché l’unica missione che può e deve compiere è appunto quella di testimoniare la verità, sempre e comunque. Ogni reazio­ne che possa impedirgli di svolgere questa missione, viene considerata come una prova ulteriore della giustezza del suo ideale e del modo in cui la verità viene testimoniata.

L’uomo di fede sa a priori che la testimonianza della verità con molta difficoltà può essere accettata dai potentati economici e politici, per cui egli è costretto a dare per scontato che la liberazione dalle ingiustizie non sia possibile su questa terra, ma solo nei cieli; egli quindi mette in pre­ventivo l’eventualità del martirio, poiché gli uomini non amano ascoltare ciò che smaschera le loro incoerenze. L’uomo di fede fa del martirio il pri­vilegio più grande che possa ottenere, per dimostrare con sicurezza la verità del proprio operato. «Per me il vivere è Cristo e il morire un guadagno» – dirà Paolo (Fil 1,21).

Dunque tutta la pericope degli antecedenti si basa su una tesi asso­lutamente indimostrabile, e cioè che una posizione sia tanto più vera quanto più è soggetta a persecuzione. Tesi, questa, che in realtà può anche apparte­nere a una concezione di vita di tipo irrazionalistico, sia essa religiosa, filo­sofica o politica. Fare della morte il senso della propria vita può anche esse­re la conseguenza di una rappresentazione disperata della vita stessa. E, in tal senso, può risultare relativamente normale che l’attribuzione di un parti­colare valore salvifico alla morte possa essere una conseguenza dell’incapa­cità di attribuire una valore altrettanto grande alla vita. I cristiani, in sostan­za, hanno fatto indebitamente di un aspetto particolare della vita del Cristo, e cioè la sua morte, reinterpretata come «resurrezione», il nodo cruciale verso cui far convergere tutte le loro frustrazioni politiche.

Su questo però bisogna precisare che nel Nuovo Testamento vari autori hanno a più riprese ribadito che parte essenziale della dottrina cristia­na è anzitutto e soprattutto l’obbedienza alle autorità, se cittadini liberi, o ai padroni, se schiavi (Rm 13,1; Ef 6,5; 1 Tim 6,1; Tit 2,9; 3,1…). Solo se, no­nostante questa obbedienza, si viene ugualmente osteggiati nella professio­ne della propria fede, allora la disponibilità al martirio diventa necessaria. Il cristiano non può tacere per timore delle persecuzioni, anche se questo co­raggio non può autorizzarlo a provocare artificiosamente (artatamente) si­tuazioni in cui il conflitto diventa inevitabile. Non tutti i compromessi sono uguali, e se vengono salvati i fondamenti della fede, si può anche transigere su aspetti di minore importanza. Se si salvaguarda la purezza dei principi, non è certo disonorevole usare la diplomazia al fine di evitare spargimenti di sangue.

Da ultimo si può dire che il fatto che qui il vangelo di Giovanni prescinda totalmente dai riferimenti all’istituzione dell’eucarestia (in aperto contrasto con l’impostazione sinottica) è indicativo della potenza del suo messaggio. In un certo senso la teoria della morte necessaria e dell’identifi­cazione di verità e martirio va oltre qualunque struttura sociale o sacramen­tale che le faccia da supporto. Essa presume d’imporsi come teoria univer­sale, a disposizione di chiunque voglia riconoscere nel sacrificio del Cristo il significato ultimo della vita e della storia degli uomini.

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Autore: laicusblog

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