Caifa, tra verità e falsità

Se la verità potesse essere desunta in modo evidente, come crede­vano i filosofi greci, per i quali A era A e B era B, cioè se si potesse dedur­re il vero da tutto ciò che non è falso, l’umanità avrebbe fatto enormi pro­gressi in pochissimo tempo. E non avremmo p. es. avuto dei nazisti dire ai sopravvissuti dei lager che, se anche fossero tornati a casa, nessuno avrebbe creduto alle loro testimonianze. Ma poi per fortuna venne Hegel il quale capì che la verità poteva stare nella falsità e questa in quella, anche se non sempre riuscì ad applicare questa brillante intuizione a se stesso e allo Stato politico ch’egli voleva rappresentare.

La verità dunque può stare nella falsità, poiché a volte si dicono cose vere senza volerlo. E la falsità può stare nella verità, specie quando, per ingannare meglio, si dicono soltanto alcune cose vere. Prendiamo ad es. questa frase famosa detta dal sommo sacerdote Caifa nel vangelo di Gio­vanni, quando i capi giudei presero la decisione di eliminare il Cristo:

«[48] Se lo lasciamo fare così, tutti crederanno in lui e verranno i romani e distrug­geranno il nostro luogo santo e la nostra nazione». [49] Ma uno di loro, di nome Caifa, che era sommo sacerdote in quell’anno, disse loro: «Voi non capite nulla [50] e non considerate come sia meglio che muoia un solo uomo per il popolo e non peri­sca la nazione intera». [51] Questo però non lo disse da se stesso, ma essendo som­mo sacerdote profetizzò che Gesù doveva morire per la nazione [52] e non per la nazione soltanto, ma anche per riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi. [53] Da quel giorno dunque decisero di ucciderlo. (Gv 11,48-53).

In questi sei versetti ci sono varie persone che parlano: Caifa (Giu­seppe bar Caiafa), del partito sadduceo, alcuni parlamentari del Sinedrio e l’evangelista, e una che tace: Gesù. E c’è anche una quinta persona, semina­scosta, quella che manipola il vangelo di Giovanni e che fa dire all’evange­lista cose diverse da quelle che ha scritto. Non sarà facile trovare la verità tra persone che mentono e altre che o non possono parlare o vengono travi­sate.

Si noti, en passant, l’illogicità del v. 49 rispetto al v. 48: alcuni si­nedriti sono preoccupati della popolarità di Gesù e pensano che se non in­tervengono con la forza, lo faranno i romani, che ne approfitteranno per di­struggere l’intera nazione. Dopodiché interviene Caifa che invece di condi­videre questa preoccupazione, la contesta dicendo che chi l’ha manifestata «non capisce niente», ma poi la fa sua tirando da essa le inevitabili conse­guenze: Gesù va fatto fuori per il bene della nazione.

Sembra che manchino le parole di chi si era opposto alla preoccu­pazione di quei sinedriti timorosi e che magari avrà detto il contrario, e cioè che bi­sognava approfittare proprio della popolarità del Cristo per togliere di mez­zo i romani. In ogni caso le parole di Caifa indicano che la decisione di eli­minare il Cristo venne presa non da tutto il Sinedrio ma dalla sua parte maggioritaria. Perché sia stata tolta la versione della minoranza non è dato sapere, ma è da presumere che se si fosse insistito troppo su questa diatriba si sarebbe scoperto che il Cristo non era affatto quella figura mistica che ci presenta il quarto vangelo manipolato, bensì un politico pronto all’insurre­zione armata (e magari un politico che, nell’ambito del Sinedrio, fruiva di certi appoggi da parte di qualche gruppo politico, p. es. i farisei progressi­sti).

Ora però soprassediamo su queste incongruenze ed omissioni e an­diamo avanti, proprio perché nei vangeli non bisogna soffermarsi tanto sul­le contraddizioni quanto piuttosto sulle mistificazioni e falsificazioni.

Quello che voleva dire Caifa l’abbiamo capito: essendo un collabo­razionista dei romani, un conservatore delle tradizioni ebraiche, uno che non vedeva di buon occhio l’operato del Cristo, in quanto non lo riconosce­va come messia liberatore d’Israele, giudicandolo piuttosto un avventuriero, un irresponsabile, incapace di rendersi conto che Israele non avrebbe potuto farcela contro il potere di Roma, almeno non in quel momento, non alle condizioni che lui aveva posto, non senza l’appoggio della casta sacerdota­le; essendo dunque un collaborazionista, Caifa aveva maturato l’idea d’im­pedire con la forza che il movimento nazareno potesse compiere la rivolu­zione e, secondo lui, il modo più efficace per poterlo fare era quello di cat­turarne il suo principale leader, consegnandolo ai romani e cercando, con tale gesto, di ottenere da loro nuovi favori, maggiori libertà. Non dobbiamo pensare a Caifa come a uno statista che non volesse la liberazione d’Israele, uno che preferiva accettare una soluzione di compromesso per mera conve­nienza personale o di casta; semplicemente egli non voleva l’insurrezione in quel momento o nel modo in cui i nazareni l’avevano pensata. Non dimenti­chiamo che Gesù aveva già cercato di destabilizzare l’autorità dei sommi sacerdoti e dei sadducei cacciando i mercanti dal Tempio.

L’evangelista non può aver detto più di questo, e tutto ciò al massi­mo può essergli stato riferito da qualcuno del Sinedrio. Se ha scritto altre cose, allo stato attuale delle fonti non possiamo saperlo.

Ora invece dobbiamo cercare di capire che cosa ha voluto dire il manipolatore di questo vangelo nei versetti 51 e 52. Questa figura è non meno importante di quella dell’evangelista, poiché rappresenta il portavoce ufficiale della ricostruzione interpretativa, assolutamente mistica, che fece­ro i cristiani (o comunque i seguaci del cristianesimo petro-paolino) riguar­do alle circostanze che portarono il Cristo alla croce.

Al v. 51 viene detta una cosa molto curiosa: «Questo però non lo disse da se stesso, ma essendo sommo sacerdote profetizzò che Gesù dove­va morire per la nazione». E al v. 52 si rincara la dose dicendone un’altra ancora più strabiliante, come solo un ebreo convertito al cristianesimo avrebbe potuto fare: «e non per la nazione soltanto, ma anche per riunire in­sieme i figli di Dio che erano dispersi». Due versetti aggiunti impunemente a tutto il resto.

In sostanza quale messaggio subdolo voleva trasmettere il manipo­latore? Per poter capire l’inganno bisogna ora creare una tabella divisa in tre colonne, una per ogni persona in gioco: l’evangelista Giovanni, il suo mani­polatore e Caifa.

Evangelista

Posizione politica
rivoluzionaria

Caifa

Posizione politica
conservatrice

Manipolatore

Posizione religiosa

Cristo aveva intenzione di compiere un’insurre­zione contro i romani per liberare Israele e avrebbe dato la propria vita pur di farcela.

Per salvare Israele dalla distruzione dei romani bisogna eliminare Cri­sto.

Cristo morì per il bene di tutto il popolo di Israele, perché in questa maniera gli ebrei pote­rono unirsi ai pagani nel suo nome.

Giovanni avrebbe volu­to dire una cosa vera ma il manipolatore glielo impedisce, anche se non può farlo completamen­te.

Caifa disse una cosa falsa che il manipolato­re fa passare per vera, ma non secondo le in­tenzioni originarie di Caifa.

Il manipolatore vuol ne­gare che Cristo fosse un politico, quindi la sua morte non è servita per salvare politicamente Israele dai romani (an­che perché i romani l’hanno distrutta ugual­mente), ma per salvarla dall’ira divina, riconci­liando gli ebrei con dio, beninteso quelli che hanno creduto nella fi­gliolanza divina del Cri­sto, rinunciando al pri­mato della legge mosai­ca e del Tempio di Ge­rusalemme. E insieme agli ebrei, divenuti cri­stiani, hanno potuto ri­conciliarsi con dio an­che i pagani, inclusi gli stessi romani, che quin­di non vanno più com­battuti politicamente e militarmente.

Cristo non voleva mori­re, anche se non si sa­rebbe tirato indietro nel­l’eventualità che ciò fosse stato necessario.

Cristo doveva morire per salvare militarmente Israele dalla inevitabile ritorsione romana con­seguente al tentativo in­surrezionale dei nazare­ni.

Cristo doveva morire perché solo con la sua morte gli ebrei avrebbe­ro capito che la libera­zione umana non può essere politica ma solo religiosa. La vera libe­razione è quella dal peccato e dalla morte e quindi quella che si vi­vrà nell’altra vita.

Cristo voleva una libe­razione nazionale, per mostrare a tutte le na­zioni oppresse da Roma che esisteva la possibili­tà concreta di liberarsi da questo dominio.

Cristo voleva una libe­razione nazionale in tempi e soprattutto in modi sbagliati, in quan­to negava valore alle tradizioni religiose e ri­fiutava un’intesa con la casta sacerdotale.

Cristo non voleva una liberazione nazionale ma universale, non la voleva politica ma spi­rituale.

Come si può notare il comportamento del manipolatore è stato di­verso a seconda di chi aveva di fronte a sé: nei confronti dell’evangelista s’è limitato a censurare; nei confronti invece di Caifa ha riportato una frase estrapolandola dal suo contesto e reinterpretandola in maniera diversa. In tal modo ha potuto dire che la frase era vera, ma ha dovuto per forza soste­nere che lo era all’insaputa dello stesso Caifa. Anzi, in un certo senso, ha voluto addirittura sostenere che Caifa fu, indirettamente, senza volerlo, uno strumento nelle mani di dio, il quale riuscì, attraverso un persecutore, a rea­lizzare un obiettivo superiore, che il persecutore non poteva neppure imma­ginare. Ma su questa interpretazione veramente incredibile bisogna spende­re ulteriori parole, perché bisogna cercare di capire a chi era rivolta.

È impensabile infatti che il manipolatore si stia rivolgendo a degli ebrei lettori di questo vangelo. Un ebreo infatti non avrebbe mai potuto ac­cettare che un «messia morto» era meglio di un «messia liberatore». Avreb­be potuto dirlo solo se fosse stato convinto che il liberatore Gesù altro non era che un falso messia, capace di mettere a repentaglio il destino di Israele.

Sia come sia, nessun ebreo sarebbe stato disposto ad ammettere che nella morte di un vero messia vi potesse essere qualcosa di «religiosa­mente necessario». La necessità mistica con cui s’è voluta giustificare la crocifissione del messia è stata inventata dai cristiani ed è un’aberrazione, che però è potuta passare per una grande verità religiosa proprio perché i giudei, con tutta la loro politica nazionalistica, il loro settarismo ideologico, l’incapacità di creare una vera democrazia sociale interna, avevano soltanto portato il loro paese alla catastrofe.

Ma il punto non è solo questo. La mistificazione che il manipolato­re opera ai danni di Caifa è in realtà rivolta contro Giovanni. Infatti se Caifa avesse detto una frase che non poteva essere strumentalizzata in senso mi­stico, molto probabilmente i redattori l’avrebbero omessa. Noi non abbiamo il testo originario del vangelo di Giovanni.

Secondo il manipolatore, seguace ovviamente del paolinismo, Cai­fa non poteva prevedere le conseguenze concrete (in senso storico-religioso) delle sue affermazioni politiche. Il ragionamento è davvero curio­so e merita d’essere dettagliato. In sostanza il manipolatore (che in questo caso è forse solo un interpolatore), sostiene che siccome Caifa era sommo sacerdote, egli affermò, proprio in quanto «autorità religiosa», una cosa giusta, anche se, essendo «ebreo», non poteva sapere che la sua affermazio­ne era in realtà una profezia semi-cristiana (cioè cristiana a metà, poiché la croce non servì solo agli ebrei ma anche ai pagani).

Questo tipo di lettura cristiana delle parole dello statista ebreo Cai­fa è del tutto ideologica, decontestualizzata e post-eventum: non solo non serve a capire storicamente Caifa, ma favorisce addirittura un’interpretazio­ne giustificatoria del suo operato, tanto che, posta la questione in questi ter­mini, non è da escludere che un Caifa pentito abbia potuto appartenere a qualche comunità cristiana, esattamente come Paolo di Tarso.

Qui, come si può notare, si vuole aggiungere mistificazione a mi­stificazione: infatti Caifa non era solo un «religioso» ma anche un «politi­co», ma siccome il manipolatore, che è un «credente», non potrebbe mai sostenere che le parole dette da un «politico» avrebbero potuto avere conse­guenze positive sul piano «religioso», vuol far capire al suo lettore che quell’uomo in realtà non aveva nulla di «politico» e nulla, di conseguenza, l’aveva Cristo.

Il fatto che da un evento se ne possa determinare un altro dal con­tenuto opposto, ci è già stato insegnato dalle leggi della dialettica, ma que­sto non significa che dal falso possa venire fuori il vero come per magia. Supponiamo infatti che la tesi del manipolatore sia giusta, e cioè che in vir­tù della morte del Cristo l’ebraismo, mescolandosi col paganesimo, si è uni­versalizzato diventando cristiano.

Una parte di vero, questa tesi, in effetti l’ha, ma sarebbe falsissimo sostenere che l’universalizzazione del messaggio di Cristo avrebbe potuto manifestarsi solo in chiave religiosa e non in chiave politica. La liberazione voleva essere «nazionale» non «nazionalistica», cioè voleva restare aperta al dialogo con tutti, senza pregiudiziali ed esclusivismi di sorta. Gv 12,20 lascia capire che anche alcuni gruppi di Greci volevano intavolare trattative col Cristo per un’azione comune e non fu loro impedito.

Il manipolatore sostiene una tesi in cui ancora oggi credono milio­ni di persone, e cioè che il Cristo doveva morire per togliere al giudaismo ogni istanza politico-nazionalistica e per promuoverne un’altra di tipo uni­versalistico-religioso. Come si può facilmente notare, non c’è alcuna diffe­renza tra la politica opportunista di Caifa e quella di questo manipolatore cristiano. Anzi, probabilmente tra le due rassegnazioni quella di Caifa era minore.

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Autore: laicusblog

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