Crocifissione e morte del Cristo

Gv 19,17-37

[17] Essi allora presero Gesù ed egli, portando la croce, si avviò verso il luo­go del Cranio, detto in ebraico Golgo­ta,

[18] dove lo crocifissero e con lui altri due, uno da una parte e uno dall’altra, e Gesù nel mezzo.

[19] Pilato compose anche l’iscrizione e la fece porre sulla croce; vi era scrit­to: «Gesù il Nazareno, il re dei Giudei».

[20] Molti Giudei lessero questa iscri­zione, perché il luogo dove fu crocifis­so Gesù era vicino alla città; era scritta in ebraico, in latino e in greco.

[21] I sommi sacerdoti dei Giudei dis­sero allora a Pilato: «Non scrivere: il re dei Giudei, ma che egli ha detto: Io sono il re dei Giudei».

[22] Rispose Pilato: «Ciò che ho scrit­to, ho scritto».

[23] I soldati poi, quando ebbero croci­fisso Gesù, presero le sue vesti e ne fe­cero quattro parti, una per ciascun sol­dato, e la tunica. Ora quella tunica era senza cuciture, tessuta tutta d’un pezzo da cima a fondo.

[24] Perciò dissero tra loro: Non strac­ciamola, ma tiriamo a sorte a chi tocca. Così si adempiva la Scrittura:

Si son divise tra loro le mie vesti e sul­la mia tunica han gettato la sorte.

E i soldati fecero proprio così.

[25] Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Ma­ria di Cleofa e Maria di Magdala.

[26] Gesù allora, vedendo la madre e lì accanto a lei il discepolo che egli ama­va, disse alla madre: «Donna, ecco tuo figlio!».

[27] Poi disse al discepolo: «Ecco tua madre!». E da quel momento il disce­polo la prese nella sua casa.

[28] Dopo questo, Gesù, sapendo che ogni cosa era stata ormai compiuta, disse per adempiere la Scrittura: «Ho sete».

[29] Vi era lì un vaso pieno d’aceto; posero perciò una spugna imbevuta di aceto in cima a una canna e gliela ac­costarono alla bocca.

[30] E dopo aver ricevuto l’aceto, Gesù disse: «Tutto è compiuto!». E, chinato il capo, spirò.

[31] Era il giorno della Preparazione e i Giudei, perché i corpi non rimanesse­ro in croce durante il sabato (era infatti un giorno solenne quel sabato), chiese­ro a Pilato che fossero loro spezzate le gambe e fossero portati via.

[32] Vennero dunque i soldati e spez­zarono le gambe al primo e poi all’altro che era stato crocifisso insieme con lui.

[33] Venuti però da Gesù e vedendo che era già morto, non gli spezzarono le gambe,

[34] ma uno dei soldati gli colpì il fian­co con la lancia e subito ne uscì sangue e acqua.

[35] Chi ha visto ne dà testimonianza e la sua testimonianza è vera e egli sa che dice il vero, perché anche voi cre­diate.

[36] Questo infatti avvenne perché si adempisse la Scrittura: Non gli sarà spezzato alcun osso.

[37] E un altro passo della Scrittura dice ancora: Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto.

Mc 15,16-41

[21] Allora costrinsero un tale che pas­sava, un certo Simone di Cirene che veniva dalla campagna, padre di Ales­sandro e Rufo, a portare la croce.

[22] Condussero dunque Gesù al luogo del Golgota, che significa luogo del cranio,

[23] e gli offrirono vino mescolato con mirra, ma egli non ne prese.

[24] Poi lo crocifissero e si divisero le sue vesti, tirando a sorte su di esse quello che ciascuno dovesse prendere.

[25] Erano le nove del mattino quando lo crocifissero.

[26] E l’iscrizione con il motivo della condanna diceva: Il re dei Giudei.

[27] Con lui crocifissero anche due la­droni, uno alla sua destra e uno alla si­nistra.

[28] E si compì la Scrittura che dice: «Egli è stato annoverato tra i malfatto­ri».

[29] I passanti lo insultavano e, scuo­tendo il capo, esclamavano: «Ehi, tu che distruggi il tempio e lo riedifichi in tre giorni,

[30] salva te stesso scendendo dalla croce!».

[31] Ugualmente anche i sommi sacer­doti con gli scribi, facendosi beffe di lui, dicevano: «Ha salvato altri, non può salvare se stesso!

[32] Il Cristo, il re d’Israele, scenda ora dalla croce, perché vediamo e credia­mo». E anche quelli che erano stati crocifissi con lui lo insultavano.

[33] Venuto mezzogiorno, si fece buio su tutta la terra, fino alle tre del pome­riggio.

[34] Alle tre Gesù gridò con voce for­te: Eloì, Eloì, lemà sabactani?, che si­gnifica: Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?

[35] Alcuni dei presenti, udito ciò, di­cevano: «Ecco, chiama Elia!».

[36] Uno corse a inzuppare di aceto una spugna e, postala su una canna, gli dava da bere, dicendo: «Aspettate, ve­diamo se viene Elia a toglierlo dalla croce».

[37] Ma Gesù, dando un forte grido, spirò.

[38] Il velo del tempio si squarciò in due, dall’alto in basso.

[39] Allora il centurione che gli stava di fronte, vistolo spirare in quel modo, disse: «Veramente quest’uomo era Fi­glio di Dio!».

[40] C’erano anche alcune donne, che stavano ad osservare da lontano, tra le quali Maria di Magdala, Maria madre di Giacomo il minore e di Ioses, e Sa­lome,

[41] che lo seguivano e servivano quando era ancora in Galilea, e molte altre che erano salite con lui a Gerusa­lemme

*

La crocifissione

Era consuetudine che il condannato portasse il palo trasversale del­la croce (patibulum) fino al luogo del supplizio, ove l’attendeva il palo ver­ticale (stipes), già conficcato per terra. Questa cosa non viene compresa leggendo i vangeli, anzi in quello di Marco è scritto che non fu neppure Gesù a portare la croce (che poteva pesare anche 50 kg), ma l’agricoltore Simone di Cirene che, pescato casualmente dai soldati di picchetto, fu co­stretto ad aiutare un condannato già ridotto a brandelli in seguito alla pesan­te fustigazione e alle altre torture. La Sindone attesta le cadute, lungo il tra­gitto di 600 metri sino al Golghota, mostrando terriccio nelle ginocchia e al naso. Vi è anche una zona escoriata e contusa tra lo zigomo destro e il naso, provocata da una caduta, la cui violenza ha rotto la cartilagine del naso.

Che Simone gli abbia portato la trave, forse per l’ultimo tratto, è documentato anche dal fatto che i soldati trafissero i polsi di Gesù coi chio­di, mentre in genere il condannato, che non doveva morire subito ma soffri­re tra indicibili tormenti, alla trave veniva tenuto legato e solo i piedi veni­vano trafitti: un chiodo per ogni piede. Invece nel caso di Gesù si fu quasi costretti a scegliere la soluzione dei tre chiodi: una soluzione che porterà Pilato a meravigliarsi della fine repentina del Cristo.

Ma anche prescindendo dal particolare dell’aiuto improvvisato, di cui Marco non spiega la motivazione e che evidentemente per Giovanni non rappresentò alcunché di significativo, le differenze tra i due racconti si notano sin dall’inizio. Infatti in uno Gesù viene «condotto» sul calvario, nell’altro invece sembra che vi giunga da solo, autonomamente e senza aiu­ti. Generalmente, quando si tratta di scegliere a quale delle due principali versioni evangeliche dare maggiore credibilità, tendiamo a preferire quella giovannea, ma in questo caso ci sorgono dei dubbi, che però finiscono qui, poiché, anche se Giovanni è molto più veloce nel descrivere questa via cru­cis, i particolari da lui evidenziati risultano largamente più interessanti di quelli di Marco.

Sono interessanti – come spesso succede leggendo il suo vangelo – per motivi politici. Vediamo anzitutto quello dei due condannati che ac­compagnavano Gesù. In Mc 15,27 (e Mt 27,38) si tratta di due «ladroni» o, secondo Lc 23,32, di due «malfattori», cioè di «criminali comuni»: ebbene – ci si può legittimamente chiedere – che ci facevano sulla croce, visto che quello era il supplizio per i sediziosi o gli schiavi ribelli?

Giovanni, evitando di aggettivarli, dà invece per scontato che fos­sero due prigionieri politici, probabilmente compagni di lotta di quel Barab­ba che, grazie al baratto voluto da Pilato, riuscì per sua fortuna a scamparla, almeno in quel momento.1 Ciò naturalmente non significa ch’essi non doves­sero avere delle ragioni per insultare il messia in croce, associandosi al coro insolente e provocatorio della folla e dei capi, come sostengono Marco e Matteo (Luca preferisce distinguere gli atteggiamenti dei due «malfattori», ma risulta un po’ patetico). Tuttavia noi non possiamo dare per scontata questa acredine, anche perché non è sicuro che ai piedi della croce vi fosse davvero tanta gente disposta a offendere il Cristo; e poi, in definitiva, se vogliamo anche ammettere che i due fossero dei «criminali comuni», non si capisce perché dovessero avercela a morte con un condannato per motivi politici: generalmente anzi tra i destinati alla pena capitale non vi è odio ma solidarietà.

Il corteo al seguito di Gesù

Secondo Giovanni il corteo che seguì il condannato sul Golghota dovette essere composto da poche persone: tra i discepoli presenti cita solo quattro donne. Secondo Marco invece ve ne erano parecchie: dai semplici passanti ai sommi sacerdoti, tutti intenti a deridere Gesù, e nella sua versio­ne risulta stranamente assente la madre di lui, che, data l’importanza, non può ritenersi inclusa semplicemente nelle «molte altre» provenienti dalla Galilea. D’altra parte Marco aveva già espresso un giudizio negativo nei confronti di Maria (3,31 ss.).

L’iscrizione della croce

Diversamente che in Marco, dove risulta imprecisa l’iscrizione del titolo della colpa, che manca del riferimento al nome del condannato, Gio­vanni sostiene ch’essa fu fatta apporre da Pilato sulla croce di Gesù in tre lingue (l’ebraico o l’aramaico, ch’era la parlata palestinese, il latino dell’oc­cupante romano e l’universale greco), a testimonianza forse della particola­re popolarità del soggetto in questione.

Peraltro a Marco risulta del tutto estranea la contestazione sul me­desimo titulum. Eppure le fonti cui avrebbe potuto attingere erano le stesse di quelle di Giovanni: le donne ai piedi della croce. Il quarto vangelo invece fa notare che i sommi sacerdoti, i sadducei e gli anziani, che poche ore pri­ma, pur di vedere giustiziato Gesù, avevano dichiarato di non avere altro re che Cesare, si erano lamentati con Pilato dicendo che sarebbe stato meglio scrivere non «Il re dei giudei» ma «Io sono il re dei giudei» (Gv 19,21). In altre parole, essi volevano recuperare agli occhi del popolo quella credibili­tà necessaria a dimostrare che stavano ancora dalla parte delle tradizionali speranze dell’oppressa nazione. Il nuovo messia che si doveva attendere, contro i romani, non avrebbe dovuto mettere in discussione le loro preroga­tive di casta.

Ma Pilato, che forse di fronte a una tale richiesta si sarà reso conto d’aver vinto coi giudei solo una semplice battaglia, ribadì seccato la giu­stezza della motivazione della sentenza: «Ciò che ho scritto ho scritto» (Gv 19,22), e l’aveva fatto secondo la Lex Julia che lui stesso doveva rigorosa­mente rispettare. Il che, in sostanza, era un avviso forte e chiaro per tutti co­loro che, chiusa la parentesi di Gesù, avevano nuovamente intenzione di tornare alle ostilità contro Roma: la prossima volta egli non avrebbe accet­tato di recitare la parte del giudice imparziale e del governatore che fa di tutto per non peggiorare la situazione.

Infatti, dopo questi eventi, Pilato avrà molti altri problemi da af­frontare con gli ebrei, di cui parla lo storico Giuseppe Flavio, finché il mas­sacro dei samaritani sul monte Garizim, nel 36, non lo costringerà a rinun­ciare all’incarico. La situazione resterà incandescente anche coi suoi succes­sori, per altri trent’anni, fino alla scoppio della grande guerra giudaica nel 66.

Il ruolo dei militari

Giovanni torna a parlare dei militari durante la spartizione delle vesti e della tunica: scrive che erano quattro e tra loro non vi era il «centu­rione» citato in Marco, il quale – come noto – era preposto al comando di un’unità di almeno otto uomini.

Come di regola i componenti del picchetto d’esecuzione del con­dannato a morte avevano il diritto di spartirsi i suoi ultimi beni. Questo epi­sodio, in sé del tutto irrilevante, è stato interpolato nel vangelo di Giovanni allo scopo di metterlo in relazione simbolica con il Salmo 22, arbitraria­mente scelto al fine di giustificare la tesi petrina della «morte necessaria».

Vi è comunque un’altra differenza tra la versione marciana e quella giovannea: nella prima si giocano a dadi tutte le vesti, nella seconda – in maniera più logica – solo la pregiata tunica senza cuciture, che nell’Antico Testamento era segno di regalità (come la «porpora» di cui parla Mc 15,20); anzi una delle sofferenze morali più grandi del «giusto» o del sovra­no «ingiustamente perseguitato» poteva anche essere quella di vedere la propria tunica giocata ai dadi: una sorta di sconfitta politica su tutti i fronti.

Con fare molto apologetico e non senza tracce di antisemitismo, Mc 15,39 sostiene che l’unico militare, in quel momento, a riconoscere Gesù morto come «figlio di dio» sarà proprio il centurione (che qui inevita­bilmente ricorda quello di nome Cornelio citato in At 10,1).

La madre di Gesù

Come faccia Giovanni a sapere tutti i particolari di cui parla non può dipendere da quanto viene scritto in fondo alla pericope, e cioè ch’egli era presente in quel luogo. È probabile invece ch’egli si sia servito della te­stimonianza delle quattro donne citate: la madre di Gesù, sua sorella Salo­me (ch’era madre dei fratelli Zebedeo), Maria di Cleofa (madre di Giacomo il minore e di Giuseppe, o Joses) e Maria di Magdala (o Maddalena), ricor­date anche da Marco, ad esclusione della prima.

L’episodio della consegna reciproca, da parte di Gesù, della pro­pria madre a Giovanni e di questi a quella, va considerato spurio, in quanto l’apostolo non poteva essere ai piedi della croce in quel momento. Tuttavia non è escluso che Gesù abbia detto a Maria di chiedere a Giovanni di poter essere assistita da lui.

A dir il vero dovremmo considerare abbastanza scontato che alla morte di Gesù i suoi fratelli e sorelle o qualcuno dei discepoli si sarebbe do­vuto far carico delle necessità di sua madre, la quale, probabilmente o era già vedova o era stata abbandonata da Giuseppe, stando a talune interpreta­zioni dei racconti dell’infanzia di Gesù riportati da Matteo e Luca.

Pertanto appare strano qui, anche considerando che il vangelo di Giovanni è un testo eminentemente politico, che l’evangelista (o un redatto­re successivo) si sia voluto soffermare su un aspetto che ha l’aria di presen­tarsi in maniera privata. Doveva per forza esserci qualcosa di più di un sem­plice gesto di pietà filiale.

Anzitutto, in effetti, la pericope sembra valere come firma autogra­fa del quarto vangelo: era infatti noto che Maria fosse andata a vivere con l’unico apostolo celibe. In secondo luogo non è da scartare l’idea che con questa richiesta di assistenza Gesù avesse voluto far capire a Giovanni che il compito di proseguire politicamente la sua missione spettava proprio al discepolo che, agli occhi della madre, avrebbe potuto meglio sostituirlo sul piano umano, e, all’opposto, che se Giovanni aveva saputo essergli vicino umanamente ora doveva esserlo, in maniera coerente, anche sul piano poli­tico. Quindi non si trattava soltanto di un semplice affidamento filiale, pro­tettivo, ma anche del riconoscimento di una legittima successione politica, che però non avvenne ufficialmente, essendo prevalsa l’ideologia petrina della «morte necessaria» del messia. Di qui forse l’assenza di Maria nell’e­lenco delle donne riportato da Marco.

Resta comunque singolare che nessuno dei Sinottici, neppure i due che l’hanno maggiormente esaltata nei racconti mitologici della natività, ri­porti il fatto che ai piedi della croce vi era anche la madre di Gesù, come vuole la testimonianza di Gv 19,25 ss.2

Il vino mirrato

In Mc 15,23 si vogliono offrire a Gesù un vino mirrato o drogato, inebriante, prima della crocifissione, per lenire il dolore, ma lui lo rifiuta, e di nuovo glielo danno, questa volta acetato, prima di morire, per dissetarlo, ma lui non fa in tempo a prenderlo. Si ha l’impressione che la bevanda aci­dula (posca), di cui facevano uso i soldati romani per dissetarsi, venga of­ferta come ulteriore offesa a un Cristo già molto sofferente, quasi gli si vo­lesse prolungare l’agonia in attesa che «Elia» venisse a liberarlo.

Secondo Giovanni invece Gesù, che non pronunciò la frase vetero­testamentaria: «Elì, Elì, perché mi hai abbandonato?», disse semplicemente di «aver sete» e fu esaudito. Con la flagellazione, l’incoronazione di spine e l’inchiodamento egli doveva aver perso un fiume di sangue: di qui l’arsura e la sua precoce morte.

Tuttavia in Gv 19,28 il redattore ha voluto vedere nella semplice richiesta di bere un riferimento esplicito a un passo dell’Antico Testamento, «per adempiere la Scrittura», e per poter dire, subito dopo aver preso l’ace­to, «Tutto è compiuto». Questo modo di vedere le cose è semplicemente immaginifico, anche se può essere realistico che Gesù non sia morto urlan­do di disperazione.

Le frasi ingiuriose

Marco è molto severo nei confronti dei giudei, che paiono tutti contro Gesù, dai capi al popolo, ivi inclusi i due «ladroni»: le frasi che usa­no sono particolarmente ingiuriose e offensive, sino all’ultimo suo respiro.

Luca invece si limita a dire che solo i capi lo schernivano, mentre il popolo stava a guardare. In altre parole cerca di farlo morire con dignità e serenità interiore, ma usando tutta una serie di artifici letterari che rendono il racconto alquanto inverosimile (dei due «malfattori» crocifissi solo uno lo insultava; l’altro riceve la promessa del paradiso direttamente da Gesù, il quale chiede al padre dei cieli di perdonare gli uomini perché non sanno quello che fanno; subito dopo la sua morte, la folla torna a casa piangendo, ecc.).

Giovanni probabilmente evita di parlare dei giudei presenti poiché, in quella situazione, qualunque comportamento non avrebbe potuto aggiun­gere o togliere nulla alla loro colpevolezza. Perduta l’occasione di manife­stare un pieno appoggio all’iniziativa rivoluzionaria del Cristo, tutto il resto non era altro che una fatale e tragica conseguenza, da accettarsi con compo­stezza. Ciò che in quel momento più contava era vedere se il Cristo moriva con dignità o rancore, disperato o sereno.

Il colpo di lancia

Giovanni ha messo il particolare della trafittura al costato, non ri­portato nei Sinottici ma confermato dalla Sindone, non per trovare, ovvia­mente, un’assonanza con le Scritture (i vv. 36-37 vanno considerati un’inter­polazione, come il 34b), ma per dimostrare una cosa molto più importante, e cioè che Gesù morì effettivamente sulla croce non perché gli evangelisti lo scrissero, ma perché lo attesta la potenza romana.

Egli morì prima degli altri due probabilmente a causa dello spargi­mento di sangue procurato dalla pesante flagellazione, dalla coronazione di spine, dall’uso dei chiodi in luogo delle corde, dai molti maltrattamenti su­bìti, oltre ovviamente alle difficoltà respiratorie dovute a quella posizione. Se i soldati avessero avuto dubbi sul suo decesso, sicuramente gli avrebbero spezzato le ginocchia (crurifragium) come agli altri due, per affrettarne la sepoltura nell’imminenza del sabato pasquale. Il colpo di lancia dritto al cuore (per il quale non s’è potuta trovare una citazione analoga nel Vecchio Testamento!) era la sicurezza matematica di cui avevano bisogno prima di autorizzare la sepoltura, come i gladiatori nell’arena, quando dovevano fini­re, con la spada, i loro rivali.

La Sindone attesta che il sangue della ferita del torace è sgorgato da una persona già cadavere: la parte seriosa bianca è separata da quella rossa (Gv 19,34).

L’ora della morte

Dice Mc 15,25: «Erano le nove del mattino quando lo croci­fissero», cioè era «l’ora terza». Ma l’ora terza include il tempo dalle nove a mezzogiorno. Tradurre «nove del mattino», come fa la Bibbia di Gerusa­lemme, è un assurdo, poiché contraddice sia la versione di Gv 19,14, che pone la crocifissione «verso mezzogiorno», dopo un lungo e tortuoso pro­cesso pubblico, in cui non si dava affatto per scontata la morte di Gesù3 (e Giovanni, in questi dettagli, è sempre più preciso di Marco); sia la stessa affermazione di Mc 15,44, secondo cui Pilato, al momento in cui Giuseppe d’Arimatea gli chiese il cadavere di Gesù, «si meravigliò che fosse già mor­to e, chiamato il centurione, lo interrogò se fosse morto da tempo». Va tut­tavia detto che prima si anticipa la crocifissione del Cristo e più facilmente le si toglie la sua motivazione politica.

Gesù morì nel primo pomeriggio (secondo Mc 15,34 alle tre, e questo coincide con la versione di Giovanni). Dal momento in cui Giuseppe chiese la salma al momento in cui la ottenne, passarono sicuramente un paio d’ore. Peraltro Giuseppe si decise a chiederla solo dopo che i Giudei avevano mostrato l’intenzione di far seppellire i cadaveri in una fossa co­mune, essendo per loro «indecoroso» tenerli appesi nella festività della Pa­squa.

Considerando poi che Giuseppe dovette cercare la tomba (sempre che non fosse già sua, come dice il solo Matteo) e acquistare il lenzuolo per avvolgere il cadavere, si spiega il motivo per cui tutti gli evangelisti dicono che al momento della sepoltura ormai era «sera», cioè in pratica «sabato», stando al modo ebraico di contare le ore.

Sepoltura di Gesù: ricostruzione ipotetica

Gv 19,38: Dopo questi fatti, Giuseppe d’Arimatea, che era discepolo di Gesù, ma di nascosto per timore dei Giudei, chiese a Pilato di prendere il corpo di Gesù.

Mc 15,44: Pilato si meravigliò che fosse già morto e, chiamato il centurione, lo in­terrogò se fosse morto da tempo. Informato dal centurione, concesse la salma a Giu­seppe.

Mc 15,46: Egli allora, comprato un lenzuolo, lo calò giù dalla croce e, avvoltolo nel lenzuolo, lo depose in un sepolcro scavato nella roccia.

Gv 19,41: Infatti, nel luogo dove era stato crocifisso vi era un giardino e nel giardi­no un sepolcro nuovo, nel quale nessuno era stato ancora deposto.

Mc 15,46: Poi Giuseppe fece rotolare un masso contro l’entrata del sepolcro.

Mc 15,47: Intanto Maria di Magdala e Maria madre di Joses stavano ad osservare dove veniva deposto.

Gv 19,42: Là dunque deposero Gesù, a motivo della Preparazione dei Giudei [vigi­lia della Pasqua], poiché quel sepolcro era vicino.

La dichiarazione dei discepoli di Giovanni

In Gv 19,35 risulta molto strano che, nel descrivere questa morte, i suoi discepoli abbiano avvertito la necessità di precisare che «chi ha visto ne dà testimonianza e la sua testimonianza è vera ed egli sa che dice il vero, perché anche voi crediate». Sono stati davvero i suoi discepoli a farlo o suoi manipolatori?

Istintivamente vien da pensare che la precisazione venne fatta per­ché, essendo in quel momento la versione di Marco la più accreditata, si vo­leva far credere ch’era attendibile anche quella dell’apostolo prediletto.

Tuttavia, se si guardano le manipolazioni subite dal quarto vange­lo, vien da pensare in realtà il contrario, ossia che tutto ciò che è stato scrit­to in questo vangelo è vero non tanto perché lo testimonia Giovanni, quanto perché è stato confermato dalla chiesa ufficiale, che ne ha revisionato il contenuto. Infatti, a leggere il quarto vangelo uno può avere l’impressione che tra questo e i Sinottici le incoerenze o incongruenze prevalgano net­tamente sugli aspetti comuni. Invece i redattori qui sembrano voler affer­mare che gli aspetti difformi del quarto vangelo non contraddicono, nella sostanza, le tesi teologiche dominanti nei Sinottici.

Il significato della morte: riepilogo generale

Ciò che Cristo disse sulla croce è importante solo relativamente, in quanto quel che voleva far sapere ai propri discepoli era già stato detto nel corso di vari anni. Se accettiamo l’espressione riportata da Giovanni: «Tutto è compiuto», dobbiamo appunto intenderla nel senso che Gesù ebbe la con­sapevolezza che più di così, nel rispetto della democrazia, egli non avrebbe potuto fare: ora stava ai discepoli proseguire la sua missione, cercando di conciliare il più possibile gli aspetti umani e politici.

Nell’ultima settimana di lotta, a Gerusalemme, volendo restare fe­dele sino alla fine all’ideale che s’era prefisso: liberare la Palestina dagli op­pressori interni ed esterni, egli aveva dovuto affrontare due problemi fonda­mentali, dalla cui soluzione sarebbe dipeso il successo dell’impresa. E le ri­sposte che si diede furono le seguenti: non si può fare alcuna insurrezione nazionale popolare confidando soltanto nell’appoggio dei propri seguaci; si può accettare anche il proprio sacrificio quando questo serve per non mette­re a rischio l’incolumità dei propri discepoli. La prima cosa l’aveva capita prima del tradimento, la seconda dopo. Quanto al tradimento, era evidente che non si poteva evitarlo imponendo a un movimento democratico un regi­me di sospetto e di terrore.

Quindi se la sua strategia era fallita, per l’immaturità delle masse e l’ostilità dei capi politici, il suo ideale restava integro, a disposizione di quanti avessero voluto continuare la missione salvaguardando le regole del­la democrazia, quelle stesse regole che, quando vengono rispettate e accet­tate con coerenza, possono anche portare sul patibolo.

Detto questo, sarebbe ora del tutto fuorviante pensare che il con­summatum est si sia compiuto definitivamente sulla croce. Sul Golghota in realtà si era soltanto concluso per il messia l’esercizio della propria opportu­nità politica e umana, che non poteva non prevedere l’accettazione consape­vole di una soluzione negativa della strategia rivoluzionaria. Ciò però non avrebbe dovuto pregiudicare minimamente, agli occhi dei discepoli più fi­dati, il compito di proseguire in maniera positiva la missione rivoluzionaria: si trattava soltanto di convincersi che esistevano tutte le possibilità per su­perare le conseguenze del tradimento di Giuda.

Purtroppo gli eventi non andarono come previsto. Infatti, invece di proporre alle masse una speranza politica di liberazione, gli apostoli, con Pietro in testa, si limitarono a sostenere l’idea di un fatto biologico e del tut­to personale del messia: quello che determinò la tomba vuota. Col che essi si renderanno responsabili di tutte le mistificazioni, i tradimenti, le astratte e mitologiche congetture che si opereranno su di lui da allora ad oggi.

In particolare nei racconti di crocifissione e morte del messia Gesù, Marco e Giovanni, pur dando un’interpretazione diversa di questi eventi, nella sostanza restano entro i limiti del misticismo, con la differenza che l’uno lo scelse, l’altro vi fu costretto dalle manipolazioni.

Il Cristo marciano è disperato e chiede aiuto al padre dei cieli, avendo a che fare con un nemico implacabile tra la sua stessa gente, ma sa anche che questo nemico è uno strumento di cui dio-padre si serve per com­piere la propria volontà, che è quella di togliere a Israele il primato storico di «nazione eletta», rendendo gli ebrei uguali ai gentili, e tutti, nel nome di Cristo, desiderosi d’essere salvati solo nell’aldilà.

Il Cristo marciano è quindi un martire che accetta di sacrificarsi per un fine superiore di bene. La croce è servita per inaugurare la morte di Israele, che non è più capace di vero bene, di cui è simbolo il velo squarcia­to del Tempio: la rottura è tragica, al punto che il nuovo credente diventa il centurione romano.

Marco si spinge verso una posizione estrema, antisemita, sostenen­do che, a causa delle proprie colpe, la Palestina va distrutta, in quanto l’ad­debito della crocifissione ricade esclusivamente sulle spalle dei «perfidi giudei», «popolo deicida» per eccellenza. Viene superato persino l’atteggia­mento conciliante che Pietro, che pur è fonte di questo vangelo, tenne negli Atti, allorché sembrava essere disposto a un compromesso con le autorità sinedrite, ridimensionando la morte di Gesù in un misterioso progetto divi­no, rimasto nascosto al popolo ebraico e che andava oltre la semplice libe­razione dai romani.

Anche nella versione giovannea manipolata è presente l’idea di «morte necessaria», ma non come obbligo da subire. Il suo Cristo non muo­re invocando l’aiuto di dio-padre, sentendosi abbandonato da tutti, ma con assoluta dignità e padronanza della scena. Croce e gloria coincidono: Cristo vi è salito per dare testimonianza di sé, per dimostrare che quello è il modo migliore di amare l’intera umanità.

Nessuno dei due evangelisti attribuisce allo stesso movimento na­zareno una parte della responsabilità di questa morte. Non vi è alcuna auto­critica, come non ve n’è in alcuna parte del Nuovo Testamento.

Note

1 Si può tranquillamente ipotizzare che i tre stipes fossero stati messi per eseguire una condanna a morte già sentenziata da Pilato. I tre zeloti in questione dovevano aver ucciso uno o più soldati romani. Solo all’ultimo momento si usò uno dei tre pali per Gesù, al posto di Barabba, il cui nome – come noto – non vuol dire nulla («figlio del padre»), probabilmente perché in questa maniera i redattori potevano celare l’identità di qualcuno che allora doveva essere molto popolare sul piano politico.

2 Nei confronti di Maria i Sinottici assunsero due atteggiamenti contrapposti: uno di disapprovazione, l’altro di esaltazione leggendaria. La disapprovazione fu il pri­mo atteggiamento, come si può ben costatare in Mc 3,31 e soprattutto in Mc 3,21. L’esaltazione leggendaria appartiene a Matteo e soprattutto a Luca, che ricorda Ma­ria persino in At 1,14, intenta a «pregare» con gli Undici apostoli.

L’evangelista più equilibrato resta Giovanni, che sa esaltare il lato umano di Maria (nel racconto delle nozze di Cana), la sua capacità di adeguarsi alla volontà del Cri­sto (allorché lo segue fino a Cafarnao, per il cambio di residenza, cfr Gv 2,12), nonché la sua capacità di discernere, tra gli apostoli, quello che avrebbe dovuto ere­ditare la leadership del figlio, cioè lo stesso Giovanni (Gv 19,26 s.).

Secondo la tradizione Maria rimase sempre con Giovanni fino alla morte (a Efeso?). Questo ovviamente non significa che Maria non abbia nutrito delle riserve sulla missione di Gesù.

Da notare inoltre che in Gv 7,3 ss. i fratelli di Gesù non sono affatto refrattari alla sua politica, come invece appare nei Sinottici, dove vengono considerati alla stregua di ebrei tradizionalisti, conservatori, se non addirittura opportunisti… Giovanni fa capire ch’essi si opponevano alla politica di Gesù in quanto «estremisti» e «avven­turieri». Non a caso negli elenchi dei Dodici riportati dai Sinottici non viene mai detto esplicitamente che alcuni di loro erano «fratelli di Gesù». I Sinottici in un cer­to senso lasciano intendere che i fratelli di Gesù furono dei seguaci della «seconda ora».

3 Si badi: l’imprevedibilità della morte di Gesù non dipese dal fatto che «Pilato cer­cava di liberarlo» (Gv 19,12), poiché questo non costituisce un «fatto», ma una sem­plice opinione di stampo apologetico della chiesa primitiva. In realtà Pilato voleva essere sicuro, nel giustiziare un leader politico molto popolare, di avere il consenso necessario da parte di un certo numero di giudei.

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Autore: laicusblog

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