I vangeli e la passione di Gesù

Nei racconti evangelici della «passione di Gesù» c’è una contrad­dizione così macroscopica che poteva essere sostenuta solo a condizione che i protagonisti dei fatti fossero o scomparsi o ridotti al silenzio. La folla di Gerusalemme, che lottava contro i romani non meno di quella samaritana o galilaica, avrebbe chiesto la condanna del Cristo appunto perché «messia politico». Una folla completamente reazionaria e asservita all’imperialismo romano, e proprio quella ebraica!

Alle origini del cristianesimo un credente poteva accettare una ver­sione del genere solo perché sapeva di non appartenere ad una comunità avente finalità eversive. Il cristianesimo infatti ha scaricato completamente sugli ebrei la causa della condanna di Gesù, scagionando persino una crude­le marionetta dell’imperialismo romano come Pilato, che è stato trasformato in una mera vittima delle circostanze (lui che poteva abbastanza tranquilla­mente esserne il regista).

La cosa più ridicola, inoltre, è che mentre la folla chiede la con­danna a morte del messia-Gesù, la stessa folla chiede anche la liberazione di un altro messia politico, Barabba, che i vangeli peraltro descrivono come un terrorista (Lc 23,18) o un ladrone (Gv 18,40). Qual era dunque l’inten­zione degli evangelisti? Semplicemente quella di far credere che la folla ebraica di Gerusalemme, qua talis, aveva assunto una posizione assurda, di­sumana (quando proprio da quella folla erano emersi i primi discepoli di Gesù!).

È evidente che quando i vangeli furono scritti o quando vennero accettati come «canonici», nessuno era più in grado di smentirne il contenu­to, neppure nelle sue singole parti. Gli evangelisti infatti sono tutti preoccu­pati di mascherare che la scelta di liberare Barabba, in luogo del Cristo, fu determinata proprio da un atteggiamento politico estremista, col quale non si riuscì a comprendere che la politicità del Cristo aveva un respiro strategi­co di molto superiore a quella dei terroristi (zeloti?) capeggiati da Barabba.

Agli evangelisti interessava unicamente mostrare che il Cristo non era un politico e che quindi l’odio nei suoi confronti nasceva da motivazio­ni del tutto irrazionali, incomprensibili, assai più vicine al fanatismo reli­gioso che non alla lotta politica. Gli ebrei della capitale sarebbero stati una massa di pazzi scatenati, del tutto ignari di quello che facevano: una folla ingenua, manipolata dalle autorità religiose, le quali provavano «invidia» verso un personaggio così popolare come Gesù (Mc 15,10; Mt 27,18).

Il cristianesimo primitivo ha cercato una sorta di giustificazione al fallimento delle proprie aspettative rivoluzionarie; solo che, così facendo, ha creato un forte pregiudizio antisemita, che ancora oggi tarda a morire. Invece di puntare sul fatto che, al momento della «passione», il popolo ebraico si era anzitutto comportato come un «popolo qualunque» (con le sue correnti di «destra», di «centro» e di «sinistra»), si è preferito sottoli­neare l’ebraicità di questo popolo, dando a questa caratteristica una conno­tazione decisamente negativa.

Questo modo di fare la storia è a dir poco fazioso e pregiudizievo­le. I cristiani non hanno mai voluto fare una vera autocritica, e se l’hanno fatta, essa di certo non appare nei documenti, molto selezionati, del Nuovo Testamento. Essi hanno dissimulato la loro incapacità rivoluzionaria scari­cando sugli ebrei una responsabilità che, in quanto «ebrei», non hanno mai avuto, poiché il Cristo è stato crocifisso sia dai romani persecutori, sia dagli ebrei collaborazionisti, sia dai «cristiani» che non hanno fatto nulla di deci­sivo per salvarlo.

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Una delle cose più curiose dei Sinottici è l’aver fatta propria, da un lato, la tesi di Pietro secondo cui il Cristo «doveva morire» e, dall’altro, di aver considerato l’ebraico come un «popolo maledetto da dio». Paolo addi­rittura arriverà a sostenere che dio si servì dell’odio che i Giudei nutrivano nei confronti del Cristo al fine di far perdere loro il primato sui Gentili. Che cos’è questa se non un’astratta metafisica?

Se gli ebrei assassini avessero accettato l’idea di resurrezione, pro­babilmente non ci sarebbe stato alcun motivo, per i cristiani, di rompere con loro, né di considerare i pagani in maniera paritetica. Che cos’è questo se non un opportunismo politico?

I primi seguaci di Gesù, nell’ambito della comunità post-pasquale, avevano forse dei motivi validi per polemizzare con gli ebrei, se si esclude l’argomento della resurrezione? No, tanto è vero che nel primo concilio apostolico, a Gerusalemme, il dibattito fu impostato esclusivamente sulla questione della circoncisione e di altre usanze ebraiche che, secondo Paolo e altri suoi seguaci, non potevano essere imposte ai pagani neo-convertiti al cristianesimo. Meno che mai dopo l’esecuzione capitale del Cristo.

Sul piano politico gli ebrei divenuti cristiani di Gerusalemme at­tendevano ancora, esattamente come tutti gli altri ebrei non collaborazioni­sti con Roma, la restaurazione del regno davidico: la differenza stava sol­tanto nel fatto che i primi aspettavano l’imminente e gloriosa parusia del Cristo (nella convinzione che fosse davvero risorto). Essi non vedevano di buon occhio la predicazione di Paolo ai pagani perché avevano l’impressio­ne che Paolo perdesse il suo tempo e, soprattutto, ch’egli lo facesse proprio perché non credeva più nella restaurazione del regno d’Israele. In pratica gli ebrei cristiani tenevano nei confronti di Paolo lo stesso atteggiamento ch’e­gli aveva tenuto nei confronti degli ebrei ellenisti al tempo dell’assassinio di Stefano.

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Autore: laicusblog

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