Il processo davanti a Pilato

Gv 18,28-40; 19,1-16

[28] Allora condussero Gesù dalla casa di Caifa nel pretorio. Era l’alba ed essi non vollero entrare nel pretorio per non contaminarsi e poter mangiare la Pasqua.

[29] Uscì dunque Pilato verso di loro e domandò: «Che accusa portate contro quest’uomo?».

[30] Gli risposero: «Se non fosse un malfattore, non te l’avremmo conse­gnato».

[31] Allora Pilato disse loro: «Prende­telo voi e giudicatelo secondo la vostra legge!». Gli risposero i Giudei: «A noi non è consentito mettere a morte nes­suno».

[32] Così si adempivano le parole che Gesù aveva detto indicando di quale morte doveva morire.

[33] Pilato allora rientrò nel pretorio, fece chiamare Gesù e gli disse: «Tu sei il re dei Giudei?».

[34] Gesù rispose: «Dici questo da te oppure altri te l’hanno detto sul mio conto?».

[35] Pilato rispose: «Sono io forse Giu­deo? La tua gente e i sommi sacerdoti ti hanno consegnato a me; che cosa hai fatto?».

[36] Rispose Gesù: «Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei; ma il mio regno non è di quaggiù».

[37] Allora Pilato gli disse: «Dunque tu sei re?». Rispose Gesù: «Tu lo dici; io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per rendere testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce».

[38] Gli dice Pilato: «Che cos’è la veri­tà?». E detto questo uscì di nuovo ver­so i Giudei e disse loro: «Io non trovo in lui nessuna colpa.

[39] Vi è tra voi l’usanza che io vi libe­ri uno per la Pasqua: volete dunque che io vi liberi il re dei Giudei?».

[40] Allora essi gridarono di nuovo: «Non costui, ma Barabba!». Barabba era un brigante.

19

[1] Allora Pilato fece prendere Gesù e lo fece flagellare.

[2] E i soldati, intrecciata una corona di spine, gliela posero sul capo e gli mise­ro addosso un mantello di porpora; quindi gli venivano davanti e gli dice­vano:

[3] «Salve, re dei Giudei!». E gli dava­no schiaffi.

[4] Pilato intanto uscì di nuovo e disse loro: «Ecco, io ve lo conduco fuori, perché sappiate che non trovo in lui nessuna colpa».

[5] Allora Gesù uscì, portando la coro­na di spine e il mantello di porpora. E Pilato disse loro: «Ecco l’uomo!».

[6] Al vederlo i sommi sacerdoti e le guardie gridarono: «Crocifiggilo, cro­cifiggilo!». Disse loro Pilato: «Prende­telo voi e crocifiggetelo; io non trovo in lui nessuna colpa».

[7] Gli risposero i Giudei: «Noi abbia­mo una legge e secondo questa legge deve morire, perché si è fatto Figlio di Dio».

[8] All’udire queste parole, Pilato ebbe ancor più paura

[9] ed entrato di nuovo nel pretorio dis­se a Gesù: «Di dove sei?». Ma Gesù non gli diede risposta.

[10] Gli disse allora Pilato: «Non mi parli? Non sai che ho il potere di met­terti in libertà e il potere di metterti in croce?».

[11] Rispose Gesù: «Tu non avresti nessun potere su di me, se non ti fosse stato dato dall’alto. Per questo chi mi ha consegnato nelle tue mani ha una colpa più grande».

[12] Da quel momento Pilato cercava di liberarlo; ma i Giudei gridarono: «Se liberi costui, non sei amico di Cesare! Chiunque infatti si fa re si mette contro Cesare».

[13] Udite queste parole, Pilato fece condurre fuori Gesù e sedette nel tribu­nale, nel luogo chiamato Litostroto, in ebraico Gabbatà.

[14] Era la Preparazione della Pasqua, verso mezzogiorno. Pilato disse ai Giu­dei: «Ecco il vostro re!».

[15] Ma quelli gridarono: «Via, via, crocifiggilo!». Disse loro Pilato: «Met­terò in croce il vostro re?». Risposero i sommi sacerdoti: «Non abbiamo altro re all’infuori di Cesare».

[16] Allora lo consegnò loro perché fosse crocifisso.

Mc 15,1-20

[1] Al mattino i sommi sacerdoti, con gli anziani, gli scribi e tutto il Sinedrio, dopo aver tenuto consiglio, misero in catene Gesù, lo condussero e lo conse­gnarono a Pilato.

[2] Allora Pilato prese a interrogarlo: «Sei tu il re dei Giudei?». Ed egli ri­spose: «Tu lo dici».

[3] I sommi sacerdoti frattanto gli muovevano molte accuse.

[4] Pilato lo interrogò di nuovo: «Non rispondi nulla? Vedi di quante cose ti accusano!».

[5] Ma Gesù non rispose più nulla, sic­ché Pilato ne restò meravigliato.

[6] Per la festa egli era solito rilasciare un carcerato a loro richiesta.

[7] Un tale chiamato Barabba si trova­va in carcere insieme ai ribelli che nel tumulto avevano commesso un omici­dio.

[8] La folla, accorsa, cominciò a chie­dere ciò che sempre egli le concedeva.

[9] Allora Pilato rispose loro: «Volete che vi rilasci il re dei Giudei?».

[10] Sapeva infatti che i sommi sacer­doti glielo avevano consegnato per in­vidia.

[11] Ma i sommi sacerdoti sobillarono la folla perché egli rilasciasse loro piut­tosto Barabba.

[12] Pilato replicò: «Che farò dunque di quello che voi chiamate il re dei Giudei?».

[13] Ed essi di nuovo gridarono: «Cro­cifiggilo!».

[14] Ma Pilato diceva loro: «Che male ha fatto?». Allora essi gridarono più forte: «Crocifiggilo!».

[15] E Pilato, volendo dar soddisfazio­ne alla moltitudine, rilasciò loro Barab­ba e, dopo aver fatto flagellare Gesù, lo consegnò perché fosse crocifisso.

[16] Allora i soldati lo condussero den­tro il cortile, cioè nel pretorio, e convo­carono tutta la coorte.

[17] Lo rivestirono di porpora e, dopo aver intrecciato una corona di spine, gliela misero sul capo.

[18] Cominciarono poi a salutarlo: «Salve, re dei Giudei!».

[19] E gli percuotevano il capo con una canna, gli sputavano addosso e, pie­gando le ginocchia, si prostravano a lui.

[20] Dopo averlo schernito, lo spoglia­rono della porpora e gli rimisero le sue vesti, poi lo condussero fuori per croci­figgerlo.

*

Alcune autorità sinedrite (non «tutte», come vuole invece Mc 15,1, qui intenzionato a far vedere, con l’antisemitismo che lo caratterizza, l’una­nimità degli intenti), quelle appunto che di notte s’erano riunite in casa Ana­nia e poi in casa Caifa, subito dopo l’insperata cattura di Gesù, e che l’ave­vano sottoposto a un informale e sbrigativo interrogatorio, giunsero nel pre­torio (o tribunale) per consegnare il prigioniero al procuratore (o prefetto) Ponzio Pilato1, il quale risiedeva di regola a Cesarea Marittima (capitale politico-militare della Giudea dal 13 a.C.), ma, durante le grandi feste reli­giose, era obbligato a trasferirsi a Gerusalemme (distante circa 60 miglia), che diveniva facile occasione, a motivo del forte afflusso di fedeli, di azioni dimostrative dei rivoltosi contro Roma e i poteri giudaici collaborazionisti. Poiché sul Getsemani – secondo Giovanni – v’era una parte significativa o addirittura l’intera coorte di 600 unità (stanziata nella fortezza Antonia della capitale), armata di tutto punto, in quanto le era stato detto di prepararsi a uno scontro notturno coi nazareni, è da escludere che Pilato non avesse au­torizzato il tribuno a servirsene.

Qui Giovanni evidenzia la sua sottile ironia, affermando che le au­torità giudaiche «non vollero entrare nel pretorio per non contaminarsi e poter mangiare la Pasqua» (18,28): uno scrupolo per la purezza esteriore (si era alla vigilia del sabato pasquale) chiaramente in contrasto col modo ver­gognoso con cui si era catturato e interrogato e consegnato il messia al peg­gior nemico di Israele.

Sicché Pilato, che di mattina molto presto già li attendeva, fu co­stretto a uscire dal pretorio, ch’era annesso alla fortezza Antonia. Sin dalle prime battute si ha la netta sensazione che fra lui e le autorità ci fosse stato un accordo preliminare, secondo cui il prigioniero, nel caso fosse stato cat­turato vivo, sarebbe stato consegnato a Pilato. Il motivo di questo è in fon­do molto semplice: le autorità sinedrite avvertivano che di fronte a un lea­der come Gesù, a guida d’un movimento troppo popolare per loro, non avrebbero potuto avere sufficienti poteri per condannarlo a morte.

Vari esegeti hanno sostenuto che il Sinedrio, a causa dell’occupa­zione romana, non aveva alcuna possibilità di emettere sentenze capitali: in realtà, quand’erano in gioco questioni religiose (e noi sappiamo che nella Palestina d’allora la religione era un tutt’uno con la politica), poteva farlo molto tranquillamente, e lo dimostrerà alcuni decenni dopo la morte di Gesù, in occasioni descritte anche nel Nuovo Testamento, come la lapida­zione di Stefano, o l’assassinio di stato di Giacomo Zebedeo o dell’altro Giacomo, fratello di Gesù. Anzi, nei confronti dello stesso Gesù, più volte s’era già cercato di linciarlo mediante lapidazione (Gv 8,59; 10,31.39). An­che Marco, in relazione alla trasgressione del sabato, ne parla (3,6).

Di fronte a reati giudicati gravissimi, a tutti evidenti, riguardanti taluni aspetti fondamentali del Tempio o della Legge mosaica o del nome di Jahvè, il Sinedrio poteva emettere sentenze di morte senza autorizzazione da parte dell’occupante romano. Semmai era l’imputato che si rivolgeva a Roma per sottrarsi a questi verdetti, come appunto farà Paolo di Tarso, ma doveva avere la cittadinanza romana. Procuratori e prefetti di Roma emette­vano sentenze capitali (condannando alla croce) a carico di quei rivoltosi ebrei che destabilizzavano il loro potere, e lo facevano ovviamente senza chiedere alcun permesso alle autorità giudaiche. Nel caso di Gesù, pur avendo egli motivi sufficienti per essere condannato a morte sul piano reli­gioso, il potere popolare di cui egli disponeva faceva diventare insufficienti quegli stessi motivi: ci voleva una sentenza politica emessa da un potere più forte di quello giudaico.

Tale premessa dovrebbe aiutare a leggere meglio Gv 18,29-31, ove le domande e le risposte sembrano essere molto convenzionali, quasi di rito. Pilato, temendo che la popolarità di Gesù gli possa ritorcersi contro, sembra voglia dimostrare di non aver alcuna parte in questo improvviso ar­resto. La sua prima domanda appare di un’ingenuità sconcertante, al punto da far pensare che chi l’avesse detta non fosse un governatore politico ma un semplice giudice popolare: «Che accusa portate contro quest’uomo?». Gli risposero, tradendo la loro complicità: «Se non fosse un malfattore non te l’avremmo consegnato». «Malfattore» è un termine giuridico, non esatta­mente politico. Pilato finge d’interpretarlo così e infatti risponde: «Prende­telo voi e giudicatelo secondo la vostra legge!». Nel senso che se Gesù fos­se davvero stato un «malfattore» in senso politico, un brigante, un sedizio­so, un rivoltoso, ci avrebbe già pensato lui, non avrebbe aspettato che glielo consegnassero le autorità sinedrite, anche perché queste erano sì collabora­zioniste ma non così autolesioniste da consegnare fisicamente e pubblica­mente i rivoltosi nelle mani del peggior nemico di Israele. Pilato dunque sa bene che di fronte al reato politico di Gesù le autorità saranno costrette a ri­spondere: «A noi non è concesso mettere a morte nessuno».

Di questo scambio di battute l’evangelista Giovanni dev’essere sta­to testimone o in qualche modo informato, e non può certo aver pensato di metterle nel suo vangelo per spiegare di quale morte «doveva morire» Gesù, cioè in croce e non lapidato: il v. 32 va chiaramente considerato un’aggiunta a favore del misticismo.

Indubbiamente da questi preliminari di procedura processuale Pila­to esce «pulito», cioè alla stregua di un giudice imparziale, che s’è trovato improvvisamente a dover giudicare un caso per lui inaspettato. I quattro vangeli canonici in questo sono unanimi: Pilato andava salvaguardato dal punto di vista politico e riprovato dal punto di vista giuridico, in quanto s’e­ra lasciato raggirare dall’astuto potere giudaico. Quindi delle due l’una: o queste battute iniziali vanno considerate del tutto inventate da un redattore che ha voluto politicamente scagionare il governatore (è strano però che Marco, sempre attento a tutelare i romani, non ne parli), oppure Pilato sta recitando la parte del politico ingenuo, che non s’era reso conto della vera pericolosità del messia Gesù, ovvero del giudice equidistante, disposto a vagliarne la causa, non senza una certa curiosità personale (vedi p. es. lo scambio di opinioni filosofiche sul concetto di «verità»).

La recita del copione, da parte di entrambe le parti accusatrici, ser­ve a Pilato per scaricare sui sacerdoti la causa prima della condanna a morte del messia, e serve ai sacerdoti per far capire al popolo che la strategia del messia Gesù era contraria agli interessi del paese. L’importante è dare l’im­pressione che il messia, alla fin fine, s’è condannato da sé. Presi separata­mente, entrambi i poteri oppressivi si rendono conto di non aver sufficiente autorità, né politica né morale per convincere le masse a condannare Gesù, però pensano che, se si accordano, forse riusciranno nel loro intento, anche perché in caso contrario, il loro reciproco destino è segnato: l’insurrezione dei nazareni non voleva essere solo contro Roma ma anche contro i sacer­doti del Tempio. Le questioni giuridiche qui non hanno alcun peso: questo è un processo politico a tutti gli effetti, in cui i poteri costituiti hanno biso­gno di far vedere che la sentenza verrà emessa direttamente dal popolo, proprio al fine di evitare incidenti di sorta, che durante la Pasqua hanno un altissimo coefficiente di possibilità. Se Gesù non avesse avuto quella gran­de popolarità, non sarebbero stati costretti a inscenare un processo-farsa.

«Pilato allora rientrò nel pretorio, fece chiamare Gesù e gli disse…» (Gv 18,33). Qui il racconto dovrebbe interrompersi, poiché Gio­vanni non può essere stato testimone del dialogo privato tra Gesù e Pilato (è peraltro incredibile che Pilato, non conoscendo la natura dell’accusa, abbia subito interpretato la parola «malfattore» come «re dei giudei»). Anche Mc 15,2 va considerato inventato, tanto più che con la sua ambigua risposta, alla domanda s’egli era il messia d’Israele: «Tu lo dici», Gesù avrebbe an­che potuto intendere due cose opposte: «Sì, lo sono», «Lo dici tu, non io». Ma Marco va considerato inventato soprattutto là dove dice che Gesù venne consegnato dai sacerdoti a Pilato a causa dell’«invidia» (15,10): un’accusa non politica ma morale, anzi psicologica, che peraltro nel suo resoconto non viene in alcun modo motivata.

Anche i manipolatori del vangelo di Giovanni sono intervenuti per dimostrare sia che Gesù era un sant’uomo ingiustamente accusato e condan­nato, sia che Pilato era sufficientemente avveduto per capire che le accuse mosse contro Gesù erano del tutto false. Quindi i vv. dal 32 al 38a sono tut­ti interpolati. La motivazione è la solita: giustificare almeno in parte l’ope­rato di Pilato, il quale, essendo umana­mente debole e vile e politicamente opportunista, avrebbe lasciato crocifiggere Gesù per fare un favore ai sacerdoti e alla folla, evitando così a se stesso di avere problemi di ordine pubblico. Se avesse potuto giudicarlo senza condizionamenti di sorta, l’avrebbe sicuramente liberato.

In tal senso il Gesù impolitico che parla davanti a Pilato è lo stesso della comunità cristiana post-pasquale, con la variante, rispetto alla versio­ne sinottica, che qui si evidenziano aspetti di natura filosofica, derivanti da ambienti gnostici, quegli ambienti che trasformeranno la politica rivoluzio­naria del Cristo in una sorta di filosofia-religiosa: «Il mio regno non è di questo mondo», «Io sono re [ma] per rendere testimonianza alla verità». È sintomatico, in tal senso, che alla domanda scettica di Pilato: «Che cos’è la verità», Gesù non dia alcuna risposta. Ad essa infatti non si può dare una ri­sposta di tipo filosofico, poiché di fronte a una risposta di tal genere avreb­be sempre avuto la meglio il relativismo di Pilato, non essendosi mai posta la filosofia il compito di mutare i rapporti sociali esistenti, meno che mai quelli di natura oppressiva. Sono queste le ragioni che portano a escludere categoricamente che Pilato fosse interessato a confrontarsi sul piano uma­no, etico o filosofico col Cristo. Per lui il problema era soltanto quello di come eliminare un pericoloso sovversivo senza scatenare le ire popolari.

Nondimeno resta significativa la frase che viene fatta dire a Gesù: «Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mon­do, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei» (Gv 18,36). I redattori sembrano così voler attestare e, in forza del­l’ideologia petro-paolina, giustificare la passività e la rassegnazione con cui i nazareni accolsero il verdetto di morte. Detto altrimenti, non potendo scri­vere ch’essi furono colti in contropiede e che la loro sconfitta militare dipe­se anche dall’immaturità politica che il movimento espresse nel corso del processo, i redattori han preferito puntualizzare espressamente che l’obietti­vo del messia non era quello di creare un nuovo regno terreno: col che però non si sono resi conto che, sulla base di una motivazione così mistica, non solo Pilato non l’avrebbe mai giustiziato, ma neppure i sinedriti gliel’avreb­bero consegnato, sia perché un profeta meramente religioso non avrebbe avuto un gran seguito popolare, sia perché, senza tale seguito, se avessero dovuto giustiziarlo per motivi religiosi, i giudei l’avrebbero fatto con tutti i crismi della legalità.

Pilato insomma doveva recitare la sua parte, per cui quando uscì, fingendo d’aver ascoltato la versione di Gesù, propose alla folla di lasciare in libertà per la Pasqua un prigioniero politico: «Vi è tra voi l’usanza che io vi liberi uno per la Pasqua: volete dunque che io vi liberi il re dei Giudei?» (Gv 18,39). Una mossa astuta, poiché, nel caso in cui avessero chiesto Gesù, lui, consegnandolo, avrebbe dimostrato di non averne alcuna paura, e avrebbe avuto ragione, sapendo bene che ormai il tentativo insurrezionale, da farsi di notte e all’improvviso, andava considerato fallito. Eventualmente il Cristo sarebbe stato sorvegliato a distanza o trattenuto nelle carceri fino alla conclusione della festa.

Forse fu proprio quella l’occasione in cui egli ripristinò una vec­chia usanza ebraica, oppure un’usanza in voga prima del suo arrivo. Diffici­le pensare che non avesse avuto rassicurazione, da parte delle autorità giu­daiche, che si sarebbe fatto di tutto per scongiurare l’eventualità di liberarlo. Infatti «i sommi sacerdoti sobillarono la folla perché egli rilasciasse loro piuttosto Barabba», scrive Mc 15,11 (da notare che Giovanni qui non di­stingue tra «folla» e «capi-giudei»). Pilato non aveva proposto questa alter­nativa, ma ora non può più tirarsi indietro: uno dei due lo deve liberare. Certo qui è difficile capire se a Pilato i sommi sacerdoti saranno parsi ec­cessivamente anti-romani con la loro richiesta di liberare uno che di sicuro aveva commesso un assassinio politico ai danni della presenza romana sul territorio, oppure se questa richiesta rientrava in un piano che doveva servi­re ai sacerdoti per far capire alle folle che, non per il fatto di chiedere la morte di Cristo, si doveva pensare ch’esse stessero dalla parte di Roma. Contro la prima ipotesi interpretativa pesa il fatto che Pilato era sin dall’ini­zio a conoscenza della cattura di Gesù sul Getsemani, che per lui in quel momento costituiva assolutamente il pericolo più grande. Contro la seconda sta il fatto che alla fine del processo, pur di veder morto il Cristo, le mede­sime autorità faranno esplicita sottomissione a Roma.

Sempre secondo Marco «Barabba si trovava in carcere insieme ai ribelli che nel tumulto avevano commesso un omicidio» (15,7). Quale sia il tumulto non è dato sapere: qui è evidente che Marco minimizza l’importan­za di questo leader politico, di cui non si sa neppure il vero nome, in quanto «Barabba» vuol dire semplicemente «figlio del padre», come «Bar Kokhba» – il leader che guidò l’ultima rivolta antiromana – voleva dire «fi­glio della stella». Luca dice che la sommossa era «scoppiata a Gerusalem­me» (23,19) e Matteo che il «prigioniero era famoso» (27,16). È probabile si trattasse di uno zelota e che gli altri due che verranno giustiziati insieme a Gesù fossero suoi compagni.

Ovviamente i Sinottici sono costretti a presentare Barabba come un terrorista meritevole di morte. Giovanni invece si astiene dal fare com­menti e si limita a confermare ch’era un leader politico (18,40). Non è da escludere – vista l’insistenza con cui i capi-giudei ne chiesero la liberazione – che dietro la sua azione estremista vi fossero proprio le autorità del Tem­pio, interessate a creare uno stato di tensione in cui la vigilanza romana fos­se particolarmente accentuata, a discapito del movimento nazareno. Barab­ba non aveva in mente un’insurrezione armata ma produrre solo un’azione dimostrativa.

Ora è evidente che se i sacerdoti chiedono di amnistiare Barabba e Pilato decide di farlo, per loro doveva essere meno pericoloso di Gesù e, sulla base di questa convinzione, il loro problema era semplicemente quello di convincere del contrario la folla, la quale, evidentemente, finì col cadere nella trappola, poiché, in quella situazione di grave oppressione straniera, essa tendeva a privilegiare un’immagine del messia liberatore più autoritaria che democratica (è un peccato, in questo senso, che i vangeli, puntando sul­la spoliticizzazione del Cristo, non facciano particolare differenza tra queste due concezioni messianiche). Va detto peraltro che se davvero Pilato avesse avuto intenzione di liberare Gesù – come sostengono i vangeli – non avreb­be mai accettato di metterlo in alternativa con un «prigioniero famoso», poiché la scelta sarebbe stata scontata. Gesù in realtà viene considerato da Pilato come un politico di professione, il cui ascendente sulle masse è infi­nitamente più grande di quello di Barabba, abituato ad agire secondo criteri terroristici o estremistici e che, una volta liberato, sarebbe stato facilmente ripreso.

I Sinottici e i falsificatori di Giovanni si sentivano in dovere di giustificare l’operato di Pilato non solo perché dopo il 70 il cristianesimo petro-paolino aveva deciso di limitare il proprio impegno politico al solo non riconoscimento della dimensione divina dell’imperatore, ma anche per­ché se si fosse rischiato di far apparire la morte di Gesù come il frutto di una condanna per motivi politici, si sarebbe irrimediabilmente compromes­sa l’immagine che di lui si diede, a partire dalla svolta petrina, di un sogget­to eminentemente religioso, il cui «regno» appunto non era di questo «mon­do», il cui odio nei suoi confronti era «senza ragione» (Gv 15,25).

Gesù dunque – secondo i vangeli – non avendo come obiettivo fi­nale la liberazione della Palestina dai romani, non fallì affatto la sua missio­ne: semplicemente tutto il popolo, inclusi i suoi discepoli, non ne capirono la portata, l’entità, se non dopo la constatazione della tomba vuota, di fronte alla quale però s’inventarono le cose più bizzarre. In tale maniera i vangeli non solo mistificano il suo messaggio ma riescono anche a giustificare la pochezza degli apostoli durante il processo e il loro tradimento dopo l’ese­cuzione. A questa apologetica versione dei fatti i Sinottici aggiungeranno la tesi antisemita secondo cui, non avendo i giudei accettato di pentirsi dopo l’esecuzione, dio, attraverso i romani, distrusse giustamente la loro nazione.

Sotto questo aspetto i falsificatori di Giovanni agiscono con più di­stacco, essendo influenzati da idee di tipo stoico. Il loro Gesù esce vittorio­so, nel confronto con Pilato, proprio per aver accettato consapevolmente e volontariamente il destino della croce. Infatti una liberazione politica dal­l’oppressore romano non avrebbe potuto comportare un’effettiva soluzione del problema di come liberare l’uomo dalla sua tendenza al male. Tale solu­zione – sembra voler far capire il vangelo giovanneo manipolato – è possibi­le solo al di fuori della storia e del tempo, in una dimensione eterna e ultra­terrena. Cristo è morto per insegnare il limite estremo dell’amore e, nel con­tempo, la grande libertà che gli uomini hanno di non credere nella verità del suo vangelo.

*

Pilato, intanto, vinta la prima mossa di offrire teoricamente la li­bertà al messia, ne approfitta per tentarne una seconda: fustigarlo al punto da renderlo irriconoscibile. La concessione della libertà a Barabba doveva per forza avere un prezzo da pagare ai danni di Gesù. Se Pilato non s’era deciso subito a condannare a morte Gesù, era stato proprio perché temeva la folla (anche se nei vangeli non viene descritta la resistenza da parte dei nazareni), quella folla che, influenzata dai capi-giudei, gli aveva sì chiesto di liberare Barabba, ma non per questo la si doveva considerare disponibile a far giustiziare Gesù.

Pilato deve continuare a recitare la commedia di chi non trova nel messia alcuna «colpa», ovvero la parte di chi, pur trovando in lui tutte le colpe di questo mondo, non può espressamente dirlo per timore che le folle gli si rivoltino contro, e il fatto che avessero scelto Barabba era un indizio in questa direzione. In fondo l’aver assicurato alle folle che il messia per lui non era così pericoloso come si voleva far credere, era come chiedere alle stesse folle di poter avere carta bianca sul destino da riservargli. Ecco per­ché decise di rischiare la carta della flagellazione, che qui doveva servire per screditare un pericoloso nemico. Cosa che generalmente non veniva fat­ta prima dell’esecuzione capitale, essendo essa una sorta di punizione mino­re, un avviso che la volta successiva sarebbe finita peggio.

Gli scherni dei soldati iniziano solo a questo punto, dopo le pesan­tissime cento frustate, che risparmiarono soltanto la regione cardiaca, per impedire che il detenuto morisse sul posto. Il mantello di porpora rossa vie­ne usato come se Gesù fosse stato un imperatore, la corona di spine come se fosse stato un vincitore, la canna era lo scettro, gli inchini e i saluti sono i finti omaggi tributati a un potente. Un militare non ama essere comandato, perché sa che se disobbedisce pagherà di persona (e quella volta spesso il fio coincideva con la morte); il militare è costretto ad obbedire, spesso per compiere cose che da civile non avrebbe mai fatto; i militari romani amava­no poco stare in Palestina, perché la ritenevano una regione molto rischiosa: per loro dev’essere stato uno spasso poter infierire su uno che aveva pretese di comando a livello nazionale, su uno, peraltro, che se fosse riuscito, la notte precedente, a compiere l’insurrezione armata, avrebbe messo tutti loro in una situazione di grave pericolo.

Da notare che Marco non ha capito, a differenza di Giovanni, che la flagellazione permise a Pilato di mostrare alla folla un messia non più in grado di esercitare il proprio ruolo, nei confronti del quale potevano star bene sia la liberazione che la crocifissione. In Marco tutto sembra essere destinato ad andare in un’unica direzione: la stessa flagellazione, che è con­seguente alla decisione di farlo crocifiggere, risulta assolutamente banale, anzi incomprensibile, poiché viene fatta subito prima della crocifissione.

Finita la fustigazione e soddisfatti i soldati d’aver sbeffeggiato e torturato Gesù in varie maniere, Pilato esce di nuovo dal pretorio, mostran­do alla folla una parodia del messia, con in testa la corona di spine e sulle spalle il mantello di porpora. E lui stesso lo schernisce definendolo con malcelato disprezzo: «Ecco l’uomo». Come può essere definito «re di Israe­le» uno conciato in quella maniera? Vedendolo trattato così sarebbe stato difficile per la folla chiederne la liberazione. Pur rendendosi conto che doveva apparire un po’ illogico ostentare da un lato la propria umanità, dicendo che in lui non aveva trovato alcuna colpa, e dall’altro essersi risolto a ridurlo a brandelli, Pilato, giocando d’astuzia, pensò che quello era il momento buono per comminare la sentenza definitiva. Infatti, al vederlo in quello stato penoso, le autorità giudaiche e le loro guardie si sentirono incoraggiate a proporre l’esecuzione capitale.

La croce era il supplizio degli schiavi ribelli: il sistema più crudele e vergognoso di esecuzione capitale. I romani l’avevano appresa dai cartagi­nesi e l’avevano vietata per i loro concittadini. Gli stessi ebrei appendevano al palo soltanto uomini già morti. Pilato, prima di acconsentire a un evento così tragico, ha bisogno di saggiare ancora l’umore della folla, per cui dice: «Prendetelo voi e crocifiggetelo; io non trovo in lui nessuna colpa». Dà l’autorizzazione a compiere una cosa che gli ebrei non potevano fare. Cioè, pur mostrando d’essere convinto della non pericolosità di Gesù come mes­sia, non si sarebbe opposto alla sua condanna a morte. Voleva soltanto che la decisione finale venisse presa dai capi-giudei.

Quando invece si rese conto che si voleva attribuire unicamente a lui il compito di prendere questa decisione, cercò di ottenere dai capi-giudei la massima contropartita possibile. E questo fu il suo secondo capolavoro: non soltanto riuscì a convincere la folla a far giustiziare il detenuto più peri­coloso per gli interessi di Roma, ma anche a far ammettere pubblicamente ai capi-giudei che il loro vero sovrano era Cesare.

L’aspetto religioso di questa seconda parte del processo va consi­derato spurio, poiché Pilato non avrebbe potuto capirlo. Quando i giudei af­fermarono che Gesù doveva morire perché s’era fatto «figlio di dio» (Gv 19,7), Pilato al massimo poteva aver intuito che la morte di Gesù era per i sacerdoti del Tempio un affare di stato, ma non poteva certo aver tratto da quelle parole delle conseguenze di tipo mistico. Anche gli imperatori ave­vano iniziato a pretendere d’essere considerati delle divinità, ma per Pilato l’accusa di sedizione era già più che sufficiente per condannare a morte il messia. Non avrebbe davvero avuto senso che di fronte a un’accusa di tipo religioso, egli si spaventasse ancor più di quella di tipo politico che era stata sostenuta fino a quel momento. Qui i redattori han soltanto voluto far cre­dere che Pilato, di fronte all’accusa religiosa, sarebbe stato ancor più dispo­sto a liberarlo, in quanto lui stesso si riteneva una persona «credente».

*

Rebus sic stantibus, i redattori hanno avuto buon gioco nel far reci­tare a Gesù una parte ambigua, tra il politico e il religioso, in cui il signifi­cato delle sue espressioni potesse apparire ambivalente, soggette a interpre­tazioni del tutto opposte. Come leggere infatti una frase del genere: «Tu non avresti nessun potere su di me, se non ti fosse stato dato dall’alto. Per questo chi mi ha consegnato nelle tue mani ha una colpa più grande» (Gv 19,11)? Cosa si deve intendere con la parola «alto»? Dio? il quale dunque avrebbe più colpe di Pilato? Caifa? che politicamente non aveva certo più potere di Pilato? Il sistema imperialistico romano? Cioè Gesù voleva forse far capire a Pilato che non poteva minimamente dipendere da lui se liberar­lo o no, in quanto per il potere ch’egli rappresentava, strutturalmente op­pressivo, qualunque liberatore nazionale non poteva che essere giustiziato? Non era forse stato Tiberio, il massimo superiore di Pilato, a peggiorare la severità della «Lex Julia maiestatis» per i possibili crimini o reati contro gli imperatori? Dunque Gesù voleva forse dire a Pilato che se anche soggetti­vamente avesse voluto liberarlo, oggettivamente non avrebbe potuto farlo? E che quindi chi l’aveva consegnato nelle sue mani, avendo effettivamente due possibilità per agire: una rivoluzionaria, l’altra collaborazionista, era più colpevole di lui? E che insomma egli non aveva alcuna intenzione di fare il martire per una «ragione di stato» e che se l’avessero liberato sarebbe stato politicamente soddisfatto?

Se era questo che voleva dire, ci si può stare: l’importante è evitare interpretazioni mistiche che attribuiscano alla «prescienza divina» o alla ca­tegoria della «necessità storica» la sua morte. Pilato non era un’autorità po­litica che «veniva da dio», in senso metafisico (come invece in Rm 13,1), e che, proprio per questa ragione, gli si doveva un naturale rispetto, e neppure era uno strumento religioso che andava interpretato col senno del poi, in una prospettiva soteriologica, nell’ambito dell’economia salvifica del dio-padre.

Ragionando e concessis, al massimo potremmo essere disposti ad ammettere che l’accusa di volersi fare «figlio di dio» (che andava interpre­tata, per i giudei, non in senso «teistico» ma «ateistico»), venne formulata dai sacerdoti per far regredire, in senso integralistico, la coscienza di quei giudei credenti che, pur condividendo il Gesù politico, non ne apprezzava­no il lato antireligioso, quello contrario al Tempio, alla casta sacerdotale, quello indifferente al culto, alle sinagoghe ecc. Di sicuro quell’accusa reli­giosa non venne fatta presente a Pilato allo scopo di impensierirlo – come invece appare nel quarto vangelo, dove addirittura si evidenzia un lato «su­perstizioso» della sua personalità -, facendogli p. es. credere che il Cristo aveva ambizioni di tipo «imperiale», rivendicando per sé una caratteristica «divina», in maniera analoga a quanto avevano iniziato a fare gli imperato­ri. Una problematica del genere era troppo prematura per quei tempi, nono­stante Pilato sapesse bene quanto fosse difficile far accettare agli ebrei qua­lunque segno distintivo dell’imperatore entro la loro capitale.

Al massimo si possono accettare quei versetti in cui, di fronte alle false intenzioni di Pilato di volerlo liberare, i capi-giudei gridarono: «Se li­beri costui non sei amico di Cesare! Chiunque infatti si fa re si mette contro Cesare» (Gv 19,12). Una testimonianza di fedeltà di questo genere, che pur era stata data dietro una velata minaccia ricattatoria, poteva esimere Pilato dal dover continuare a recitare la parte del giudice imparziale (molto como­da, peraltro, a dei redattori interessati a presentare un Gesù assolutamente pacifista e non-violento). Egli era riuscito a far dire ufficialmente ai capi-giudei delle cose che in qualsiasi altra situazione sarebbe stato impensabile ottenere: per lui era diventato impossibile, di fronte a tanta fedeltà, non sod­disfare le richieste della folla. Anche perché non poteva rischiare, compor­tandosi diversamente, di veder minacciato il titolo che aveva di «amico di Cesare».

Tuttavia, prima di decidersi, Pilato si mise a sedere su uno scranno del tribunale, nel Litostroto – dice Giovanni -, semplicemente per voler mo­strare il suo travaglio di giudice, a motivo della difficile sentenza che dove­va emettere. Si sarà probabilmente consultato coi suoi collaboratori più fi­dati. Si decise solo verso mezzogiorno (e non alle nove, come vuole Marco), dopo un’intera mattinata, a testimonianza che la resistenza del mo­vimento nazareno non fu affatto insussistente, come invece appare nei van­geli.

Essendo i giochi ormai fatti, l’ultima domanda fu abbastanza reto­rica: «Metterò in croce il vostro re?». Era questo anche un modo per gab­barsi delle sofferenze dei giudei, i quali, se veramente avessero creduto di poter avere nel Cristo un loro rappresentante autorevole, non si sarebbero lasciati dire queste cose dal tiranno Pilato. La pantomima invece si concluse per lui nel migliore dei modi: «Non abbiamo altro re che Cesare», gli rispo­sero solennemente i sommi sacerdoti (è la prima volta che Giovanni li di­stingue dal generico «giudei»), e proprio questo il prefetto voleva sentirsi dire. Mai prima d’ora era riuscito ad ottenere una così alta manifestazione di obbedienza da parte delle autorità del Tempio, e in questo non è possibile non riconoscergli una certa abilità di governo, anche perché non avrebbe potuto restare un decennio in un territorio così politicamente ostico come la Giudea.

Pur di vedere Gesù morto i sacerdoti del Tempio furono persino disposti a prestare pubblica sottomissione a Cesare. Sembra quasi impossi­bile un servilismo del genere. Per loro qualsiasi rimostranza del popolo avrebbe dovuto essere considerata meno pericolosa dello sviluppo dell’azio­ne messianica del Cristo. Per Pilato, qui grande burattinaio, questo era il massimo che potesse ottenere. Se è vera la tesi secondo cui egli fu indotto dalle circostanze a eliminare Gesù, allora bisogna precisare che tali circo­stanze furono le più favorevoli al suo potere e a quello di chi lo comandava (Seiano e Tiberio). E purtroppo fu la folla che, convinta di esercitare un proprio diritto democratico, non s’accorse che la morte di Gesù sarebbe stato un evento molto più grave per i destini del paese di quel che a prima vista non sembrasse.

Trent’anni dopo infatti l’estremismo zelota, che pur eliminerà l’ulti­mo sommo sacerdote, a testimonianza che per fare l’insurrezione antiroma­na la classe sacerdotale non avrebbe potuto dare alcun contributo, sarà del tutto incapace di unificare il paese in una resistenza davvero popolare.

*

Questa esecuzione capitale è stata il frutto di un tacito compromes­so politico tra il potere civile-religioso giudaico e quello politico-militare romano. È dubbio considerare quest’ultimo come una sorta di braccio seco­lare dell’altro: solo apparentemente il potere politico ha voluto scaricare su quello religioso la motivazione della condanna, e quello religioso su quello politico la responsabilità di eseguirla. In realtà il tentativo insurrezionale del Cristo non era rivolto solo contro Caifa (quale principale esponente po­litico collaborazionista di Roma), ma anche e soprattutto contro Pilato (qua­le principale esponente politico dell’oppressione nazionale romana), sicché Pilato si sarebbe sentito in dovere d’intervenire anche senza il concorso dei capi-giudei.

Resta vero però che una cosa sarebbe stata cercare di eliminare i tanti nazareni in uno scontro armato, in cui rischiare che la folla galilaica e giudaica si mettesse decisamente dalla parte degli insorti, rivendicando, in caso di vittoria, non solo la liberazione della Palestina ma anche un netto ri­dimensionamento delle prerogative della casta sacerdotale; ben altra cosa invece sarebbe stata se, invece di attaccare militarmente tale movimento, ci si fosse limitati a giustiziarne il principale leader, servendosi, attraverso un’abile regia, dello stesso consenso popolare.

Alla resa dei conti Pilato s’illuse d’aver ottenuto, attraverso la di­chiarazione di fedeltà assoluta a Cesare, da parte dei sommi sacerdoti, un attestato di fiducia che in futuro avrebbe dovuto coinvolgere anche le masse palestinesi; Caifa invece s’illuse, ottenendo da Pilato un aiuto decisivo con­tro il peggior destabilizzatore dei privilegi sacerdotali, di poter far sopravvi­vere inalterata la sua carica e la casta che rappresentava, in una situazione di compromesso con un invasore ritenuto troppo forte per Israele.

Le questioni propriamente religiose vanno considerate del tutto ir­rilevanti in tale processo politico, anche se non lo erano per i capi-giudei, a motivo dell’ateismo del Cristo, e di lì a poco non lo saranno neppure per gli imperatori, che inizieranno a perseguitare i cristiani perché non riconosce­vano loro alcuna pretesa divina.

Nota

1 Pilato, della nobile famiglia dei Ponzi, originaria del Sannio o del Piceno, fu il quinto governatore della provincia romana della Giudea dal 26 al 36. Dall’imperato­re Tiberio fu convocato a Roma nel 36 (lo stesso anno in cui il sommo sacerdote Caifa venne deposto), per rendere conto di un massacro di certi samaritani fatto sul monte Garizim: non ritornerà più in Giudea e di lui non si saprà più nulla con sicu­rezza. Giuseppe Flavio lo descrive come persona intollerante, che non riscuoteva al­cuna simpatia da parte dei giudei. Le leggende su di lui sono infinite: ancora oggi la chiesa copta lo ritiene addirittura un martire.

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Autore: laicusblog

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